Kaiser, Jakob

Con Konrad Adenauer e Kurt Schumacher, K. (Hammelburg, Baviera 1888-Berlino 1961) è considerato una delle figure politiche più importanti dell’immediato secondo dopoguerra in Germania. Affermatosi negli anni della Repubblica di Weimar (1919-1933) come leader sindacalista di area cristiana e come politico del partito del Centro (Zentrum), nel marzo 1933 K. si vede costretto, per disciplina di partito, a votare la legge dei pieni poteri (Ermächtigungsgesetz), che riconoscerà al governo guidato dal neodesignato cancelliere Adolf Hitler il potere di legiferare e di modificare la costituzione. K. rimpiangerà in seguito questa decisione, riconoscendo nel discorso di rifiuto del socialdemocratico Otto Wehls «l’unica posizione politicamente e moralmente ammissibile» (v. Kosthorst, 1972, p. 172). Così, sin dal 1934, K. entra in contatto con alcuni dei principali esponenti della Resistenza interna, tra cui il socialdemocratico Wilhelm Leuschner. Accusato di alto tradimento nel 1938, K. finisce nelle mani della Gestapo per alcuni mesi. Una volta uscito di prigione, K. prosegue la sua attività di resistenza e, nel 1941, si unisce al gruppo di cospiratori guidato da Carl Friedrich Goerdeler. Fallito l’attentato del 20 luglio 1944, tuttavia, l’ex sindacalista è costretto a nascondersi e a scomparire dalla circolazione fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Sarà uno dei pochi, nella cerchia ristretta dei suoi compagni di battaglia, a sfuggire alla cattura da parte dei nazisti e alla conseguente condanna a morte. Nel 1945 K. riemerge sulla scena politica come uno dei fondatori del Partito cristiano-democratico (Christlich-demokratische Union, CDU) nella zona di occupazione sovietica: nel dicembre dello stesso anno K. ne assume, insieme al suo vice Ernst Lemmer, la presidenza, dopo la destituzione, da parte dell’amministrazione militare sovietica, dei due predecessori che si erano opposti alla politica del Fronte democratico antifascista in materia di riforma agricola. Solo due anni dopo, nel dicembre 1947, la stessa sorte toccherà anche a K. e a Lemmer, i quali saranno allontanati, questa volta per aver rifiutato l’adesione della CDU orientale al “Movimento del congresso popolare”, il cui scopo era fornire alla politica sovietica in Germania l’apparenza di un consenso diffuso tra la popolazione. Più in generale, alla base di questa seconda epurazione, c’era l’indisponibilità dei sovietici a tollerare nella propria zona di occupazione la presenza di un leader politico come K. che, sia pure più disponibile di molti suoi colleghi di partito a ricercare un dialogo con Mosca, aveva sostenuto il Piano Marshall e, soprattutto, dichiarava con determinazione l’intento di realizzare una Germania unita, democratica e neutrale.

Portavoce di un “socialismo cristiano” e di una politica estera neutralista, K. propugnò tra il 1945 e il 1947 una visione sostanzialmente alternativa all’orientamento filo occidentale e integrazionista di Konrad Adenauer. Sul piano politico-sociale, l’impostazione di K. non era, tuttavia, né marxista, né classista, ma piuttosto di tipo solidaristico. In una riunione di partito, il 13 febbraio 1946, K. affermò in proposito: «Per noi la scelta democratica nel campo politico, e quella socialista in campo sociale ed economico, sono dominate dalla suprema legge della persona umana libera e cosciente della propria dignità; della persona umana che si inserisce nel più grande contesto, subordinandosi ad esso in base ad una libera decisione morale. Questo è per noi la natura del socialismo democratico fondato sulla responsabilità cristiana» (v. Mayer, 1988, p. 212). Tale concezione si sarebbe dovuta coniugare, nella visione di K., con una politica del non allineamento nelle relazioni internazionali: una prospettiva che, d’altra parte, non si limitava a rinnovare la tradizionale propensione della classe dirigente tedesca, da Bismarck a Stresemann, a escludere un’opzione tra Est e Ovest, dal momento che assegnava alla Germania postbellica la missione specifica di gettare un “ponte” tra i due poli. Sempre nello stesso discorso, K. proseguiva: «A me sembra che la Germania, nel quadro delle nazioni europee, abbia il compito di trovare la sintesi fra le idee orientali e quelle occidentali. Dobbiamo fare da ponte fra Est e Ovest» (ivi, p. 212).

Coerentemente con questa posizione neutralista, K. assunse nell’immediato dopoguerra un atteggiamento di netto rifiuto nei confronti di quelle proposte che contemplavano una rapida e incondizionata integrazione di una parte della Germania all’interno di una delle due zone di influenza, ritenendo che tali soluzioni avrebbero finito per aumentare la divisione del paese. In particolare, K. si oppose vigorosamente alla prospettiva di unificare l’Europa occidentale. In occasione della riunione di Pentecoste della CDU, che si tenne a Berlino nel giugno del 1946, K. attaccò duramente Adenauer, accusandolo di sostenere la linea europeista in un momento in cui il problema principale era, invece, a suo giudizio, quello dell’unità dello Stato nazionale: «Provo pertanto sempre una profonda ripugnanza quando sento invocare oggi da uomini politici tedeschi gli Stati Uniti d’Europa. […] Mi sembra che, con la Germania nello stato attuale, non sia il momento adatto per invocare gli Stati Uniti d’Europa. Occorre invece affrontare la vocazione Germania» (ivi, p. 261). Queste considerazioni si collocano, d’altra parte, in un periodo in cui il contrasto tra Est e Ovest non aveva ancora assunto la forma della Guerra fredda e l’ex sindacalista cristiano ancora credeva possibile impedire la divisione del paese. Nel novembre 1948, all’indomani dello scoppio della prima crisi di Berlino, anche K. dovette riconoscere, infatti, l’impraticabilità, anche se non l’illusorietà, della sua politica neutralista; una politica che, fino a quel momento, aveva predicato l’assoluta necessità di ricercare un dialogo con l’Unione Sovietica (v. Schwarz, 1980, p. 343).

Costretto a lasciare Berlino Est, K. continuò la sua azione politica nella neonata Repubblica Federale Tedesca (RFT). Nonostante i forti contrasti del periodo precedente o, forse, proprio per neutralizzare quello che, all’interno della democrazia cristiana, era stato fino ad allora il suo più temibile rivale, il cancelliere Adenauer gli affidò, nel 1949, il ministero agli Affari pantedeschi; incarico che K. ricoprirà fino al 1957. In questi anni K. si allineò, senza tuttavia piegarsi, alla politica di piena integrazione con l’Occidente. La sua partecipazione alla Bundesregierung non gli impedì, infatti, di assumere posizioni che lo videro, spesso e volentieri, in contraddizione con la maggior parte della coalizione di governo. In particolare, nel 1950, K. si oppose, così come il suo amico nonché ministro degli Interni, Gustav Heinemann (che poco dopo uscirà dal governo), all’ingresso della RFT nel Consiglio d’Europa, ritenendo inaccettabile aderire a un’istituzione che riconosceva la Saar come un territorio autonomo e, nei fatti, separato dalla Germania. K. temeva soprattutto che un cedimento sulla Saar avrebbe potuto indebolire anche le ambizioni tedesche sui territori orientali al di là dell’Oder e della Neisse. All’indomani della nota di Stalin del marzo 1952, poi, K. cercò, invano, di convincere il governo di cui faceva parte a sondare le effettive possibilità di trovare un’intesa con Mosca sulla questione della riunificazione tedesca. Rimase, pertanto, fortemente deluso, dopo un duro scontro con Adenauer, dall’atteggiamento di netta chiusura assunto dal cancelliere sulla questione. Nel giugno 1954, K. fondò, insieme a Herbert Wehner (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD), l’allora presidente federale, Theodor Heuss (Freie demokratische Partei, FDP), e ad alcuni esponenti del mondo della cultura – tra i più veementi critici di Adenauer, come Paul Sethe, Karl Silex e Wilhelm Wolfgang Schütz –, il Curatorio Germania indivisibile; un organismo preposto, secondo la celebre definizione dello storico Wolfrum, a «curare il culto dello Stato nazionale tedesco». Infine, il 19 novembre dello stesso anno, K. s’isolò ulteriormente dai suoi colleghi di partito, votando come unico esponente della CDU, insieme a quattro deputati della FDP, contro l’approvazione dello statuto della Saar. La successiva bocciatura, nell’ottobre 1955, da parte della popolazione della Saar del suddetto statuto, così come il ricongiungimento del territorio alla Germania verranno, pertanto, vissuti da K. anche come una piccola vittoria personale. Nel 1957 K. si ammalò gravemente. Prima della sua scomparsa, il 7 maggio 1961, riceverà la cittadinanza onoraria di Berlino. Non farà quindi in tempo ad assistere alla costruzione di quel muro che, soprattutto da un punto di vista simbolico, cementerà la divisione tra le due Germanie.

Gabriele D’Ottavio (2010)




Karamanlis, Konstantinos

K. nacque l’8 marzo 1907 a Proti, un piccolo centro in provincia di Serres, nella Macedonia turca, da una famiglia numerosa e di modeste condizioni sociali. Il padre Gheorghios combatté per la liberazione della Macedonia dal dominio ottomano tra il 1904 e il 1908. Dalle guerre balcaniche del 1912-1913 alla Prima guerra mondiale, fino alla guerra greco-turca conclusasi nel 1922 con la cosiddetta “catastrofe dell’Asia minore”, la regione fu investita da numerosi conflitti armati, sullo sfondo dei quali il giovane K. trascorse l’infanzia e la prima adolescenza. Compiuti gli studi liceali in provincia di Serres, nel 1925 si trasferì ad Atene dove nel 1929 si laureò in legge.

Tornò a Serres nel 1930, reduce dal servizio militare. Malgrado i brillanti esordi nell’avvocatura, la sua carriera si orientò rapidamente verso la politica con l’adesione al Partito popolare. D’ispirazione monarchica, quest’ultimo si presentava più simile a un partito di notabili che al moderno partito politico di massa e costituiva una delle due principali formazioni della vita politica greca. L’altra era rappresentata dalle correnti repubblicane guidate dal leader liberale Eleftherios Venizelos, e perciò dette “venizeliste”, in opposizione alle quali i Popolari, forti di un largo seguito elettorale, sostennero il ritorno al potere della monarchia. Nel 1935, all’età di appena ventotto anni, K. fu eletto per la prima volta deputato al parlamento nel distretto di Serres. Ma dopo la caduta della Repubblica e il ritorno al potere della monarchia, il colpo di Stato del generale Ioannis Metaxas condusse allo scioglimento del parlamento e all’abolizione dei partiti politici.

Durante gli anni della dittatura metaxista (1936-1940), K. rifiutò di collaborare con il regime militare e tornò a esercitare la professione forense. Nel 1941, dopo l’invasione della Grecia da parte delle truppe italiane, tedesche e bulgare, si stabilì temporaneamente nella capitale, dove partecipò alle riunioni di un circolo di intellettuali tacitamente schierati contro l’occupazione militare delle potenze dell’Asse, tra i quali spiccavano alcune importanti personalità del mondo politico e della cultura, quale quella dell’economista Xenofon Zolotas. In seguito, K. lasciò Atene per trasferirsi al Cairo, sede del governo monarchico in esilio. Rientrò in Grecia alla fine del 1944, dopo la definitiva ritirata della Wehrmacht da Atene.

Alle elezioni politiche generali del marzo 1946, le prime del dopoguerra, K. fu eletto per la seconda volta in parlamento nelle liste della nuova formazione politica denominata Fronte d’unione nazionale. Le operazioni di voto si svolsero in un clima infuocato dall’astensione dei comunisti, dalle denunce di numerosi brogli e da violenti scontri tra le bande paramilitari del cosiddetto “terrore bianco” e i reduci delle formazioni partigiane. Di lì a pochi mesi la militarizzazione del conflitto politico sfociò nello scoppio dell’ultima e più cruenta fase della guerra civile greca (1946-49), durante la quale il paese fu teatro dell’intervento militare inglese e statunitense.

In questi anni K. ricoprì i primi significativi incarichi di governo negli esecutivi di coalizione composti dalle destre e dai liberali. Nel 1946 visitò gli Stati Uniti in qualità di membro ufficiale della delegazione greca per gli aiuti economici del dopoguerra. Fu ministro del Lavoro (1946-1947), ministro dei Trasporti (1948) e ministro della Previdenza sociale (1948-1950). Nel 1950 fu rieletto in parlamento nel distretto di Serres e divenne ministro della Difesa nel governo di breve durata guidato dalla coalizione di Sophoclis Venizelos e Konstantinos Tsaldaris. L’anno successivo aderì al partito dell’Unione greca guidato dal generale Alexandros Papagos, protagonista della vittoria militare sulla guerriglia comunista. Nel 1951, inoltre, sposò Amalia Kanellopoulou.

Dopo il 1952 la carriera politica di K. subì una rapida accelerazione. I risultati delle elezioni politiche svoltesi con il nuovo sistema maggioritario consacrarono l’affermazione politica delle destre. Nel governo presieduto dal generale Papagos, K. fu nominato ministro dei Lavori pubblici, distinguendosi per una gestione efficiente, ma spiccatamente autocratica dell’incarico affidatogli. Quando nel 1955 la morte di Papagos aprì la lotta per la successione alla guida del governo tra i candidati designati dalle diverse correnti della destra, il re Paolo di Grecia, con una decisione che sorprese molti osservatori contemporanei, fece ricadere la scelta del ministro incaricato di formare il nuovo esecutivo su K.

Ottenuto il sostegno della maggioranza dei deputati delle destre, all’età di quarantotto anni K. divenne primo ministro, in una fase particolarmente delicata della vita politica nazionale, sulla quale pesavano la persistenza dei conflitti politici ereditati dalla guerra civile, la debole legittimazione del sistema istituzionale e gli urgenti problemi di natura economica e sociale legati alla ricostruzione. Tra le prime iniziative assunte dopo la nomina ai vertici dell’esecutivo vi fu la riorganizzazione politica delle destre, le cui diverse componenti furono riunite nel partito di nuova fondazione denominato Unione radicale nazionale (Ethniki rizospastiki enosis, ERE). In questo modo K. intese, per un verso, consolidare la propria leadership personale e, per l’altro, creare i presupposti per svincolare la propria azione di governo dalla tradizione politica del periodo Papagos, prefigurando il superamento dei canoni della lotta politica codificati nel periodo della guerra civile.

Fermo sostenitore della necessità di integrare la Grecia nel blocco occidentale, per ragioni geopolitiche e ideologiche, ma anche in funzione dello sviluppo politico, economico e sociale del paese, K. con un notevole dinamismo in politica estera tentò di superare l’isolamento internazionale in cui la Grecia era precipitata negli anni della guerra civile. Nonostante i gravi dissidi sorti con gli alleati occidentali in merito al processo di decolonizzazione dell’isola di Cipro, fu riconfermata la permanenza del paese nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO).

K. valorizzò il ruolo della Grecia nel contesto regionale del Medio Oriente, soprattutto nell’intento di assicurarsi il sostegno degli Stati arabi nell’ambito della crisi cipriota. Le principali tappe del processo furono l’avvicinamento alla Repubblica araba unita proclamata da Gamal Abdel Nasser, il rifiuto della Grecia di partecipare alla conferenza di Suez nell’estate 1956 e la condanna dell’invasione dell’Egitto da parte delle truppe anglo-francesi. All’accettazione della dottrina Eisenhower (v. Eisenhower, Dwight David) per il Medio Oriente nel 1957 seguì la visita ufficiale di K. al Cairo e la partecipazione della Grecia alla conferenza di Brioni nel 1958. Sullo sfondo di un complesso quadro internazionale, K. declinò il principio della fedeltà atlantica all’insegna di un progressivo consolidamento dei rapporti bilaterali tra la Grecia e gli Stati Uniti, sancito dallo scambio di importanti visite ufficiali, tra le quali quella del presidente Dwight D. Eisenhower ad Atene nel 1959. Nello stesso anno la Grecia accettò l’indipendenza di Cipro nell’ambito di una soluzione negoziata con la Gran Bretagna (v. Regno Unito) e la Turchia.

Sul fronte delle relazioni con gli Stati dell’Europa occidentale, K. favorì in particolare il riavvicinamento della Grecia alla Francia e alla Repubblica Federale Tedesca (v. Germania). Nel 1961, grazie anche al sostegno politico di Charles de Gaulle, fu siglato il trattato che riconosceva alla Grecia lo status di paese associato (v. Associazione) alla Comunità economica europea (CEE), nella prospettiva di accoglierne la richiesta di adesione formale all’area del Mercato comune (v. Comunità economica europea) entro l’anno 1984.

Tranne brevissime interruzioni, K. rimase primo ministro fino al 1963, riuscendo ad assicurarsi una larga maggioranza parlamentare attraverso tre diverse tornate elettorali (1956, 1958, 1961). La relazione preferenziale con gli Stati Uniti condusse nel 1955 allo stanziamento dei primi ingenti aiuti finanziari da parte dell’amministrazione americana per la ricostruzione postbellica della Grecia, che consentirono nel 1959 di varare un programma di cinque anni per il risanamento dell’economia nazionale, incentrato sulla modernizzazione dell’industria e dell’agricoltura.

Negli anni dei governi K., gli indicatori statistici registrarono una ripresa economica generalizzata. Tra l’inizio degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta il reddito medio pro capite aumentò di quattro volte, a fronte di una relativa stabilità del regime dei prezzi. Ma i consistenti aiuti finanziari provenienti dagli Stati Uniti non sempre coincisero con lo sviluppo dell’attività imprenditoriale in settori realmente competitivi. I settori trainanti della crescita economica rimasero quello delle costruzioni, il cui sviluppo fu in gran parte sostenuto dalla speculazione edilizia, della marina mercantile controllata dai grandi armatori e del turismo. Nonostante i risultati raggiunti nell’ambito della ricostruzione, la Grecia rimase un paese sostanzialmente agrario, legato a un’agricoltura scarsamente produttiva. A dispetto di un generalizzato incremento dell’occupazione, le campagne continuarono a espellere manodopera, alimentando i flussi d’immigrazione diretti verso i principali centri urbani del paese e, soprattutto, verso l’estero. La ramificazione della pubblica amministrazione ampliò le fila del ceto medio composto dagli impiegati pubblici, ma mise in luce la tendenza a una gestione burocratica e inefficiente della cosa pubblica, oltre che al rafforzamento delle tradizionali reti clientelari.

Nonostante i passi in avanti compiuti nell’ambito della modernizzazione economica e sociale del paese, la lunga permanenza di K. ai vertici del governo non garantì alla Grecia il pieno superamento del regime di democrazia limitata instaurato all’indomani della guerra civile. Dopo le elezioni politiche del 1961, la cui legittimità fu incrinata da voci di brogli e da numerosi episodi di violenza nei confronti dei militanti della sinistra, il paese precipitò in un clima di crescente instabilità politico-istituzionale. Nel 1963, in occasione di un raduno pacifista a Salonicco, il deputato della sinistra Grigoris Lambrakis rimase vittima di un’aggressione. L’evento turbò profondamente l’opinione pubblica e provocò il rapido deterioramento della situazione politica. Gheorghios Papandreu, leader dell’Unione di centro, la formazione liberale che costituiva la principale opposizione politica all’ERE di K., denunciò pubblicamente l’esistenza di un parakratos, di un “doppio Stato” costituito da apparati dei servizi segreti, nazionali e stranieri, legati ai gruppi dell’estrema destra, i quali operavano al di fuori del controllo del parlamento. Con una dichiarazione pubblica ripresa con grande clamore dalla stampa ellenica, egli indicò in K. il responsabile morale dell’omicidio Lambrakis. Gli eventi scaturiti dall’assassinio del deputato dell’Eda, il partito politico della sinistra fondato dopo la messa al bando dei comunisti, sfociò rapidamente in una crisi istituzionale di vaste proporzioni. K. respinse con fermezza le accuse formulate nei suoi confronti dal leader dell’Unione di centro. Ma nel luglio 1963, in seguito al conflitto istituzionale emerso con la Corona, decise di rassegnare le dimissioni da capo del governo. Quattro mesi più tardi, in seguito alla secca sconfitta elettorale riportata dall’ERE nelle consultazioni politiche generali, egli lasciò la Grecia recandosi in esilio volontario a Parigi.

In Francia K. approfondì il confronto politico e intellettuale con Charles de Gaulle, in merito soprattutto alla natura e al ruolo dello Stato nazione. Nel 1967 egli condannò il colpo di Stato militare realizzato ad Atene dai colonnelli e negli anni successivi lanciò ripetuti appelli per il ritorno della democrazia in Grecia. Nell’estate 1974, quando l’esito disastroso dell’avventura militare intrapresa dalla giunta dei colonnelli nell’isola di Cipro condusse al crollo definitivo della dittatura, K., forte di un indiscusso carisma personale, fu chiamato a gestire la difficile fase di transizione verso la democrazia. Primo ministro dal 1974 al 1980, egli guidò il cosiddetto processo di metapoliteusi, il cambiamento di regime politico interno. All’indomani del suo ritorno trionfale ad Atene, fondò il partito della Nuova democrazia, una formazione di centrodestra d’ispirazione liberale che alle elezioni svoltesi nel novembre 1974 ottenne la maggioranza relativa. Seppure con molti limiti, il processo di democratizzazione avviato nella seconda metà degli anni Settanta riuscì a garantire la restaurazione delle libertà civili, lo svolgimento del referendum popolare per l’abolizione della monarchia, l’epurazione, sebbene parziale e incompleta, delle forze armate dagli elementi maggiormente compromessi con la dittatura. Fu elaborato, inoltre, il nucleo della nuova costituzione ispirato al modello di una repubblica semipresidenziale, mentre la condanna a morte comminata nei confronti dei colonnelli fu tramutata nella pena all’ergastolo.

K. coniugò il processo di transizione democratica con la ripresa dei negoziati per la ratifica del Trattato di adesione della Grecia alla CEE, i quali avevano subito una lunga battuta d’arresto durante il periodo della dittatura. Tra gli uomini politici del dopoguerra, egli fu tra i più convinti sostenitori della causa europeista, alla quale diede una peculiare impostazione incentrata sul principio del reciproco vantaggio. Dal punto di vista dell’interesse nazionale della Grecia, l’ingresso del paese nella CEE avrebbe innescato un meccanismo virtuoso di valorizzazione di un enorme potenziale di risorse umane, naturali e economiche. Nella concezione di K., ancorare la Grecia all’Europa significava sottrarre il paese alla condizione di periferia economicamente arretrata del vecchio continente, inevitabilmente destinata a svolgere un ruolo marginale sulla scena politica internazionale. Di contro, nei suoi contatti con gli uomini di Stato europei K. esaltò costantemente il valore strategico della Grecia, promuovendone il ruolo di paese ponte tra Europa continentale, Balcani e Medio Oriente. Egli candidò la Grecia ad assolvere il ruolo di frontiera politica dell’Europa nel Mediterraneo, in virtù della sua posizione geografica, del legame preferenziale che in politica estera aveva tradizionalmente legato il paese alle democrazie occidentali, all’eredità culturale della sua storia. Nel contesto internazionale della Guerra fredda e della competizione tra le grandi potenze, per il controllo delle risorse petrolifere e la gestione delle vie di comunicazioni intercontinentali, la Grecia avrebbe offerto al Mercato comune europeo un trampolino di lancio verso il Medio Oriente.

Insignito del premio Charlemagne nel 1978 per l’impegno profuso in favore dell’unità europea, K. contribuì attivamente al dibattito sul futuro assetto istituzionale dell’Europa politica (v. anche Istituzioni comunitarie). Egli sostenne il progetto di un Parlamento europeo dotato di ampie prerogative e legittimato da elezioni a suffragio universale diretto (v. Elezioni dirette del Parlamento europeo) e la necessità di un potere esecutivo forte e di un’applicazione rigorosa del principio di maggioranza (v. anche Maggioranza qualificata) in seno al Consiglio dei ministri.

Presidente della Repubblica di Grecia dal 1980 al 1985 e dal 1990 al 1995, K. contribuì al compimento della democratizzazione politica e istituzionale della Grecia, nel nuovo contesto dalla coabitazione con il Movimento socialista panellenico (Panellī́nio sosialistikó kínīma, PASOK) di Andreas Papandreu. Malgrado i gravi sintomi di crisi emersi nell’economia nazionale, egli si adoperò costantemente per il consolidamento delle relazioni della Grecia con l’Europa. Avendo rinunciato a qualsiasi incarico pubblico, K. morì nel 1998 all’età di 91 anni.

Lidia Santarelli (2010)




Kennedy, John Fitzgerald

Secondogenito di una facoltosa famiglia cattolica di origine irlandese, K. (Brookline, Massachusetts 1917-Dallas, Texas 1963) trascorse alcuni periodi di studio e lavoro in Europa nella seconda metà degli anni Trenta, anche al seguito del padre, Joseph, ambasciatore degli Stati Uniti a Londra dal dicembre 1937. Si laureò a pieni voti a Harvard, nel 1940, con una tesi sulla politica estera britannica prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale – basata anche sui dati raccolti nel corso di un viaggio in Europa, Unione Sovietica e Vicino Oriente – che fu subito pubblicata e ottenne buon successo di vendite con il titolo Why England slept. Nonostante le condizioni di salute malferme, che l’avrebbero accompagnato per tutta la vita, K. si arruolò in Marina nel 1941 e partecipò al conflitto nel Pacifico, guadagnandosi una medaglia al valore. Congedato nel marzo 1945, si orientò verso l’attività giornalistica e politica. Lavorò come corrispondente dalla conferenza riunita a San Francisco per la fondazione dell’Organizzazione delle nazioni unite (ONU), poi in Europa, anche al seguito del segretario statunitense alla Marina, James Forrestal.

Nel novembre 1946 fu eletto alla Camera dei deputati in un collegio di Boston. Venne rieletto due volte e, nel 1952, vinse uno dei due seggi riservati in Senato al Massachusetts, sempre nelle file del Partito democratico. Attento alle questioni di politica estera, nel 1947 si schierò a favore della “dottrina Truman” e del Piano Marshall e, negli anni successivi, si pronunciò sull’importanza prioritaria del controllo dell’Europa occidentale per il contenimento della minaccia comunista. Nel 1951, rientrato da un viaggio oltre Atlantico, riscosse grande successo con un discorso dedicato alla difesa europea, trasmesso per radio in tutto il paese, in cui giudicò poco probabile un’invasione sovietica ma sottolineò la necessità dell’effetto deterrente che solo un’efficace condivisione degli oneri militari tra Stati Uniti e alleati atlantici avrebbe potuto assicurare. Nei sei anni trascorsi alla Camera, K. non conseguì risultati legislativi di particolare rilievo nazionale. Anche come senatore, dal 1952 al 1960, non registrò successi sotto quel profilo, ma seppe muoversi abilmente per accentuare la propria influenza in seno al Partito democratico, nonostante l’aggravarsi delle condizioni di salute: nel 1944 aveva subito una prima operazione alla spina dorsale; tre anni dopo gli era stato diagnosticato il morbo di Addison; nel 1954 e ancora l’anno successivo dovette sottoporsi a ulteriori interventi alla spina dorsale.

Nel primo mandato al Senato K. accentuò i suoi interessi per la politica internazionale, criticando l’amministrazione repubblicana di Dwight Eisenhower in tema di stanziamenti per la difesa e occupandosi della crisi indocinese. Sposò Jacqueline Bouvier nel 1953 e, nel 1956, pubblicò un nuovo volume di successo, Profiles in courage, che l’anno successivo ottenne il prestigioso premio Pulitzer. Nel 1956 tentò senza successo di ottenere la nomination democratica per la vicepresidenza, in vista delle elezioni di novembre, che videro poi per sua fortuna la riconferma di Eisenhower. Entrato nella Commissione esteri nel gennaio 1957, in ottobre pubblicò su “Foreign Affairs” l’articolo A democrat looks at foreign policy, in cui sottolineava tra l’altro la necessità di esaminare la politica internazionale non soltanto alla luce del conflitto bipolare tra Washington e Mosca, ma anche tenendo nel debito conto i paesi che emergevano dalla decolonizzazione e i loro orientamenti. Fu rieletto al Senato nel 1958 con un margine amplissimo. Due anni dopo, vinta in luglio la corsa alla nomination per la candidatura democratica, batté Richard Nixon con uno scarto ristretto di voti alle elezioni del 1960 e divenne il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti: il più giovane – e il primo cattolico – a ottenere quella carica.

Il mandato di K., interrotto dalla tragedia di Dallas il 22 novembre 1963, che contribuì a consolidare attorno alla sua figura e alla sua memoria un potente senso di attaccamento popolare negli Stati Uniti e all’estero, durò poco più di mille giorni. Il discorso di insediamento, la cui versione definitiva accolse come sempre suggerimenti di vari collaboratori ma fu in gran parte opera sua, brillò per efficacia retorica e pregnanza di contenuti. Alcuni passaggi («Sappia ogni paese, voglia esso il nostro bene o il nostro male, che pagheremo qualsiasi prezzo, sopporteremo ogni sacrificio, affronteremo qualsiasi privazione, aiuteremo ogni amico e ci opporremo a ogni nemico per assicurare la sopravvivenza e il trionfo della libertà […]. Se una società libera non riesce ad aiutare i molti che sono poveri, non può salvare i pochi che sono ricchi», e soprattutto la chiusa: «L’appello risuona ancora: […] ci chiama […] a sopportare il peso di una lunga e oscura lotta che potrà durare anni […] una lotta contro i comuni nemici dell’uomo: la tirannide, la miseria, la malattia e la stessa guerra […]. Pertanto, cittadini, non chiedete che può fare il vostro paese per voi, ma quel che voi potete fare per il vostro paese») si impressero nella memoria collettiva anche oltre i confini degli Stati Uniti, di conserva con il fortunato slogan della new frontier, utilizzato nel 1960 come perno del discorso di accettazione della nomination («Ci troviamo oggi sulla soglia di una nuova frontiera: la frontiera degli anni Sessanta, una frontiera di opportunità e percorsi ancora ignoti […]. La nuova frontiera cui alludo non è fatta di promesse, ma di sfide. Riassume non ciò che intendo offrire al popolo americano, ma quanto intendo chiedergli»), e contribuirono a catalizzare subito ampi consensi all’interno dell’opinione pubblica americana verso il nuovo presidente.

In politica interna, un settore in cui la sua presidenza “incompiuta” – anche perché privata di un probabile secondo mandato – raggiunse risultati nel complesso piuttosto limitati, K. promosse un programma legislativo teso a rilanciare l’economia statunitense, caratterizzata negli anni di Eisenhower da un tasso di crescita contenuto, e a riprendere e ampliare gli obiettivi sociali del New Deal rooseveltiano (v. anche Roosevelt, Franklin Delano): interventi specifici di sviluppo regionale, aiuti federali all’istruzione, progetti per la vivibilità delle aree urbane, sovvenzioni e garanzie assicurative per l’assistenza sanitaria agli anziani. Il Congresso, soprattutto quando il voto espresse la convergenza tra repubblicani e conservatori democratici del Sud, bloccò molte iniziative del programma ma approvò, tra gli altri provvedimenti, un incremento del salario minimo, delle indennità di disoccupazione e dei fondi per la previdenza sociale; aiuti alle città per il miglioramento dei trasporti e degli alloggi; l’Area redevelopment act per la riduzione della disoccupazione cronica in West Virginia e in altri nove Stati; lo stanziamento di fondi per ampliare la costruzione della rete autostradale del paese; e una legge per l’espansione del commercio che avrebbe innescato, in seno all’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT) (v. Organizzazione mondiale del commercio), i negoziati del “Kennedy round” per la riduzione degli ostacoli tariffari al commercio (1963-1967). Preoccupato da un possibile aumento dell’inflazione, K. affrontò con successo un pesante scontro con gli industriali dell’acciaio, che avevano annunciato nell’aprile 1961 un rincaro dei prezzi ma furono costretti a rinunciarvi da forti pressioni della Casa Bianca, spalleggiata dall’opinione pubblica. Per contenere il disavanzo della bilancia dei pagamenti, nel timore che eccessive richieste di conversione da parte dei possessori stranieri di dollari destabilizzassero le riserve auree degli Stati Uniti e causassero crisi di fiducia nella valuta statunitense, perno del sistema monetario a cambi fissi varato a Bretton Woods nel 1944, K. non optò per soluzioni radicali a spese degli obiettivi di ripresa interna ma autorizzò nel tempo varie misure, quali l’obbligo di usare merci americane per gli aiuti all’estero, l’incremento delle esportazioni di forniture militari e la promozione del turismo negli Stati Uniti. In tema di integrazione razziale e diritti civili, fondamentale questione sociale degli anni Sessanta, il presidente assunse posizioni troppo caute, senza mai abbracciarne fino in fondo la causa. Nel giugno 1963, tuttavia, pronunciò un discorso di alto profilo ispirato alla tradizione lincolniana – in cui affermò: «Questo paese […] non sarà mai pienamente libero finché non lo saranno tutti i suoi cittadini» – e sottopose al Congresso una proposta di legge per i diritti civili che Martin Luther King definì «la più completa ed esplicita mai presentata da un presidente americano». Nei mesi successivi, nonostante il successo della “Marcia per la pace e la giustizia” che raccolse a Washington oltre 200.000 persone in agosto, K. si convinse che il Congresso non avrebbe approvato la proposta e cercò un compromesso legislativo che, pur ridimensionandola, ne aumentasse le possibilità di successo in aula. Il nuovo testo era ancora in attesa di esame quando il presidente fu ucciso a Dallas.

In politica estera – tra le altre iniziative e decisioni di alterna fortuna che inducono la storiografia a collocare il mandato di K., non scevro da errori di rilievo e occasioni mancate, al confine tra l’era del confronto e quella della distensione nella Guerra fredda, sullo sfondo del globalismo statunitense e della coesistenza competitiva tra il c.d. “mondo libero” e il campo socialista – nel marzo 1961 K. creò il Peace Corps, per incentivare i cittadini statunitensi a prestare servizio volontario nella cooperazione internazionale allo sviluppo, e promosse la “Alianza para el progreso”, un piano di aiuti orientato al decollo economico e sociale dell’America latina. Guardando al prestigio mondiale del paese, stimolò il programma spaziale “Apollo”, che avrebbe poi permesso agli statunitensi di sbarcare per primi sulla luna nel 1969. Diffidente nei confronti dell’establishment militare, cercò di concentrare nelle proprie mani le decisioni di fondo per l’opzione nucleare, istituì un’agenzia per il controllo degli armamenti, approvò il progetto, mai realizzato, di una Forza multilaterale atomica (MLF) in ambito atlantico e promosse il dialogo con l’Unione Sovietica, che culminò in un importante discorso per la pace mondiale pronunciato il 10 giugno 1963 e nella firma, il 5 agosto, del Limited test ban treaty per il bando degli esperimenti nucleari nell’atmosfera, nello spazio e negli oceani.

Misuratosi a Vienna, nel giugno 1961, in un incontro al vertice con il leader sovietico Nikita Chruščëv, K. affrontò l’ultima fase della seconda crisi di Berlino, stabilizzata il 13 agosto dall’avvio della costruzione del muro. Nel maggio 1962 approvò la presentazione agli alleati della “risposta flessibile” come nuova strategia di difesa dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e, pochi mesi dopo, reagì con fermezza alla minaccia legata all’installazione di missili sovietici a Cuba. Molto pericolosa per l’“equilibrio del terrore” di reciproca deterrenza nucleare, la crisi fu risolta con successo tra il 16 e il 28 ottobre 1962, senza che il presidente cedesse alle pressioni per una reazione solo militare, che avrebbe potuto scatenare la catastrofe nucleare, e contribuì a riscattare l’immagine di K. e della politica estera statunitense dal “fiasco” della Baia dei porci, subito nell’aprile 1961 con il fallito tentativo di sbarco di 1500 esuli orchestrato dalla Central intelligence agency (CIA) per rovesciare il regime di Fidel Castro. Determinato a bloccare l’estensione dell’influenza sovietica in Africa e in Asia, oltre che nell’America latina, il presidente incentivò l’ampliamento dei programmi di assistenza militare ed economica ai paesi ritenuti più esposti a tale minaccia e promosse la creazione di un corpo di forze speciali antiguerriglia, i “berretti verdi”, composto da circa tremila uomini. In Africa, appoggiò l’operato dell’ONU nella crisi congolese, cercando con successo di orientarne la soluzione in senso filoccidentale. Nel Sudest asiatico – dove la guerra civile nel Laos trovò una temporanea soluzione di compromesso nella decisione delle parti in lotta di creare un governo di coalizione e di firmare una dichiarazione di neutralità del paese sotto gli auspici favorevoli di Washington e Mosca, nell’estate del 1962 – K. rafforzò per gradi, dopo prolungate esitazioni, la presenza di consiglieri militari americani nel Vietnam del Sud da poche centinaia a oltre 16.000 e approvò la preparazione del golpe militare del 1° novembre 1963, che rovesciò il governo in carica e causò l’uccisione del presidente Ngo Dinh Diem, senza peraltro contribuire alla soluzione di un problema che la successiva presidenza guidata da Lyndon Baines Johnson avrebbe ereditato in tutta la sua gravità.

Nei rapporti con l’Europa occidentale – in generale positivi e cooperativi, soprattutto con il Regno Unito guidato dal leader conservatore Harold Macmillan, ma venati anche da motivi di disaccordo con i partner principali, in special modo dalle forti divergenze con la Francia del generale Charles de Gaulle – e, in particolare, nel manifestare giudizi e nell’incentivare pressioni diplomatiche rispetto al cammino verso l’integrazione economica e politica (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), che gli Stati Uniti avevano contribuito a promuovere dalla guerra in poi, K. si collocò all’interno della tradizione di incoraggiamento benevolo e, a tratti, di interferenza controproducente che aveva caratterizzato le mosse di Harry Spencer Truman e di Eisenhower nei quindici anni precedenti. Accogliendo tesi e stilemi cari soprattutto al gruppo dei c.d. “europeisti” all’interno del Dipartimento di Stato, in un discorso pronunciato il 4 luglio 1962 a Filadelfia, nell’anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, il presidente lanciò un appello all’interdipendenza tra le sponde dell’Atlantico, destinato peraltro a rimanere in larga parte disatteso: «Noi non consideriamo un’Europa forte e unita come un rivale, bensì come un partner. Aiutarne il progresso è l’obiettivo fondamentale della nostra politica estera da diciassette anni. Riteniamo che un’Europa unita sarà in grado di svolgere una più grande funzione nella difesa comune, di rispondere più generosamente ai bisogni dei Paesi poveri, di unirsi agli Stati Uniti e ad altri paesi per ridurre le barriere agli scambi, risolvere i problemi di carattere commerciale, merceologico e monetario, ed elaborare direttive coordinate in tutti i settori economici, diplomatici e politici. Noi vediamo in un’Europa del genere un partner col quale poter trattare su una base di piena uguaglianza in tutti i grandi e onerosi compiti concernenti l’edificazione e la difesa di una comunità di nazioni libere». Offrendo la “piena uguaglianza” per la cogestione dei problemi planetari, Kennedy puntava in modo esplicito al burden sharing: invitava, cioè, gli europei a condividere appieno con Washington gli oneri della leadership e della difesa dell’Occidente e, in futuro, della responsabilità globale. Poco oltre, infatti, il discorso precisava che gli Stati Uniti si sarebbero tenuti «pronti per una Dichiarazione di interdipendenza» e disponibili a «discutere con un’Europa unita i modi e i mezzi per costituire una concreta partnership atlantica, un’associazione di reciproco vantaggio tra la nuova Unione» in via di formazione in Europa e «la vecchia Unione americana». Tale associazione avrebbe dovuto fungere «da nucleo per la futura unione di tutti gli uomini liberi»: gli Stati Uniti, concludeva K., assumevano l’impegno solenne di unirsi «agli altri uomini e agli altri paesi per preservare sia la pace sia la libertà, e di considerare qualsiasi minaccia alla pace o alla libertà di uno solo come una minaccia alla pace e alla libertà di tutti».

Il discorso ebbe vasta risonanza e, come tutte le iniziative “europee” di Washington nel secondo dopoguerra, destò reazioni non univoche su entrambe le rive dell’oceano. Le tesi e le proposte delineate in quel testo, al pari di quelle perfezionate da K. un anno dopo, nel corso della sua visita trionfale in Europa dal 23 giugno al 2 luglio 1963 (in occasione della quale il presidente pronunciò a Berlino, di fronte a una folla entusiasta di un milione di persone riunite presso il municipio, la frase: «Oggi, nel mondo libero, il maggior motivo d’orgoglio è poter dire “Ich bin ein Berliner”»), in particolare nel discorso tenuto alla Paulskirche di Francoforte, non erano condivise in pieno da tutta l’amministrazione ma emergevano con vigore dal tessuto relazionale che ne collegava alcuni uomini chiave, perlopiù riconfermati in seguito nelle rispettive posizioni da Lyndon Johnson, a esponenti di punta della costruzione europea. Una salda amicizia univa Jean Monnet al sottosegretario di Stato George Ball, in carica dal novembre 1961 al settembre 1966, e favorevoli all’operato di Monnet, erano in generale gli “europeisti” del Dipartimento, quali Robert Schaetzel o Henry Owen. Scartando la tentazione strategica del divide et impera nei rapporti con gli alleati, sebbene l’Europa occidentale si fosse ormai ben ripresa dalla crisi postbellica e minacciasse di trasformarsi in una rivale temibile degli Stati Uniti, soprattutto grazie agli ottimi risultati prodotti dai primi passi dell’integrazione comunitaria, le proposte enunciate da K. dimostravano come la sua amministrazione non intendesse certo rinunciare alla posizione egemonica degli Stati Uniti in seno all’Occidente, né alle ambizioni di centralità planetaria maturate nel corso della guerra, ma riconoscesse ancora funzionali a quell’obiettivo tanto l’estensione all’Europa dei valori morali e dei principi politici affermatisi in America, quanto l’approfondimento in chiave interdipendente dell’intesa atlantica e, al suo interno, di un disegno integrativo europeo che – come si era già visto in passato, nell’agosto 1954, con il fallimento della Comunità europea di difesa – Washington non era però in grado di controllare. Delineando un’architettura che chiamava gli europei a coniugare nella futura unificazione politica la libertà dalla minaccia sovietica con responsabilità globali di difesa e sviluppo ben ripartite, K. e i suoi collaboratori risentirono della propensione – non inconsueta nel loro paese – a sottovalutare la fondamentale incapacità degli europei di superare divisioni e sospetti secolari con poche e rapide mosse operative, ovvie solo per chi le guardasse da oltre Atlantico. De Gaulle e quanti condivisero le sue tesi o mancarono di opporsi al suo operato contribuirono al prevalere di un disegno alternativo: dapprima di difesa delle Istituzioni comunitarie da una prematura Adesione britannica, bloccando nel gennaio 1963 un elemento essenziale delle aspettative statunitensi; poi, nel 1965-1966, di attacco radicale alle stesse istituzioni e a quelle atlantiche.

Massimiliano Guderzo (2010)




Kiesinger, Kurt Georg

K. (Ebingen, Württenberg 1904-Tübingen 1988) proveniva da una famiglia della borghesia mercantile di tradizione marcatamente antiprussiana e aperta agli influssi del cristianesimo sociale. Iniziò gli studi di storia e teologia a Tubinga e proseguì quelli di legge a Berlino, ove si avviò alla pratica forense. Nel 1933, all’avvento del Terzo reich, s’iscrisse immediatamente al Partito nazista (NSDAP) e poco dopo entrò nell’ufficio legale del ministero degli Affari esteri. Questa decisione gli fu a lungo rimproverata nel dopoguerra e K. non riuscì mai del tutto a giustificare quel gesto di affiliazione politica, che non era ancora obbligatorio per i dipendenti pubblici e l’esercizio della libera professione.

K. continuò l’attività ministeriale per tutta la guerra in una posizione di crescente responsabilità che gli permise di evitare il richiamo alle armi (altro rimprovero che gli venne poi mosso). Con la fine delle ostilità e di fronte alla grave carenza di personale politico, Konrad Adenauer accettò con qualche riluttanza di favorire l’ascesa di K. a principale esponente dell’Unione cristiano-democratica (Christilich-demokratische Union, CDU) nel Baden-Württenberg, allora sotto amministrazione provvisoria inglese e una delle regioni più promettenti per la CDU. K. svolse un’azione incessante sul piano nazionale e locale, come deputato al Bundestag, specializzato in questioni di difesa e sicurezza, presidente del Consiglio regionale e membro della direzione del partito. Dal 1950 al 1958 fece anche parte della delegazione parlamentare tedesca al Consiglio d’Europa, fino a diventare vicepresidente dell’assemblea: esperienza che egli descrisse come una vera e propria rigenerazione personale, dopo il fallimento politico del nazionalismo e del militarismo in cui si era formato.

L’ascesa di K. a figura politica di grande e autonomo rilievo si ebbe solo nel 1966, dopo il ritiro di Ludwig Erhard e la crisi della coalizione tra la CDU-Christlich-soziale Union (CSU) e il Partito liberale (Freie demokratische Partei, FDP). Contro tutte le previsioni, K. riuscì a costituire la cosiddetta “grande coalizione” con i socialdemocratici di Willy Brandt che per la prima volta nel dopoguerra ottennero di andare al governo. Kissinger fu eletto cancelliere il 1° dicembre 1966, il terzo nella storia della Repubblica federale (v. Germania), dopo le due grandi figure di Adenauer, padre della democrazia tedesca e di Erhard, padre del miracolo economico. Il pragmatismo di cui diede prova gli valse allora l’appellativo di moderator Germaniae.

Il consenso schiacciante di cui beneficiò inizialmente nel Parlamento e nel paese consentì a K. di impostare un programma di contenimento delle prime spinte recessive registrate dall’economia tedesca dopo due decenni di crescita ininterrotta. Egli riuscì a far accettare al Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD) una serie di discusse misure contro l’infiltrazione comunista nei sindacati e nel corpo insegnante, note come Notstandgesetze, o leggi sullo stato di emergenza, e contemporaneamente intervenne con energia per bloccare la rinascita dell’estrema destra. Sul piano dei rapporti intertedeschi, K. iniziò l’opera di allentamento della “dottrina Hallstein” (v. Hallstein, Walter), che precludeva qualsiasi contatto ufficiale tra le due Germanie, nonché tra la Repubblica Federale Tedesca (RFT) e il blocco dell’Est. Fu il gabinetto K., con l’azione determinante del vice cancelliere e ministro degli Esteri Willy Brandt, a instaurare relazioni diplomatiche con la Iugoslavia e la Romania e ad aprire una rappresentanza commerciale a Praga. Dopo due cancellieri risolutamente ostili a qualsiasi passo ufficiale con la Germania comunista, K. accettò nel maggio-giugno 1967 di procedere a uno scambio di lettere con il suo omologo della Deutsche Demokratische Republik (DDR), Willi Stoph, sulla rinuncia all’uso della forza nei rapporti intertedeschi che gli alienò molte simpatie nella parte più conservatrice del suo partito e dell’opinione pubblica federale.

La caduta di K. si verificò repentinamente nel 1968-1969, quasi dall’oggi al domani. L’irrigidimento del contesto internazionale, con l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, l’aggravarsi del conflitto nel Vietnam e lo stallo nei negoziati di non proliferazione nucleare, si accompagnò nella RFT a una difficile stagione interna, segnata dalla contestazione giovanile, dalle speculazioni sul “supermarco” e dall’ormai aperta rivalità tra CDU e SPD. Nessuna di queste cause era tale da mettere veramente in crisi la “grande coalizione”, ma Brandt aveva capito che, dopo un triennio di “coabitazione”, i social-democratici erano ormai in grado di governare da soli, senza intimorire l’elettorato centrista e senza veti internazionali, anche se la prospettiva della loro ascesa continuava a suscitare perplessità a Washington. K. fu messo in difficoltà da una nuova ondata di polemiche sul suo passato politico, con una campagna stampa non sempre limpida né fondata. Alle elezioni del 1969 la CDU mantenne la maggioranza relativa, ma fu sconfitta da una inedita coalizione tra la SPD di Brandt e i liberali della FDP, spostatisi a sinistra sotto la guida di Walter Scheel. Iniziava la fase dell’Ostpolitik e la CDU entrava in quella lunga crisi da cui sarebbe uscita solo nel 1982 con il rilancio attuato da Helmut Josef Michael Kohl.

K. non sarebbe più tornato al potere e nel 1971 lasciò la guida del partito, mantenendone soltanto la presidenza d’onore. Nel 1980 si ritirò anche dal Bundestag e trascorse gli ultimi anni nel ruolo del grande saggio, riverito da tutte le componenti della vita politica, simbolo vivente di una Germania prospera e pentita del suo passato più oscuro, pienamente integrata nell’Europa e nell’Occidente. Morì nel 1988, circondato dagli onori, ma anche dalla fama di “cancelliere dimenticato”, dopo essere stato quello eletto con la maggioranza più forte dell’intero dopoguerra, a capo di una coalizione tra le due principali formazioni parlamentari che non si sarebbe più ripetuta.

La figura di K. ha sofferto, in vita come oggi, il confronto con personalità più ricche e carismatiche della sua, in cui era più spiccata la dimensione internazionale e la capacità di colpire durevolmente l’opinione pubblica. In tal senso, egli può essere considerato l’anti Adenauer e l’anti Brandt o, se si vuole, una sorta di Giuseppe Pella, o di Antoine Pinay della RFT. Ma deve essergli riconosciuto il merito di aver caparbiamente ancorato la Repubblica federale alla comunità europea (v. anche Comunità economica europea) e atlantica, in un frangente storico nel quale tornavano ad affacciarsi le tentazioni di una riunificazione in chiave neutralista. Ne fu esempio la determinazione con cui agì per ottenere l’adozione della teoria della risposta flessibile da parte dell’Alleanza atlantica (v. anche Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico) nel maggio 1967.

K. fu probabilmente l’ultima incarnazione di quello che ai tempi di Weimar veniva definito un Vernunftrepublikaner, un cittadino leale della Repubblica in nome della ragione più che del cuore, legato agli interessi concreti di ordine, benessere e progresso sociale. Allo stesso modo, può anche essere definito un “europeo della ragione”, poiché vedeva nella costruzione comunitaria non un ideale astratto, ma l’unica alternativa all’ebbrezza nazionalista che aveva funestato la storia tedesca e provocato o alimentato due guerre mondiali. Consapevole degli errori di Weimar, si batté per dare ai tedeschi l’immagine di una democrazia prospera ed efficiente e riuscì a conciliare le posizioni inizialmente antitetiche dei suoi due ministri economici, il social-democratico Karl Schiller e il cristiano-sociale Franz Josef Strauss, realizzando nel 1968-1969, l’anno stesso della sua caduta, il pareggio dei conti pubblici.

La visione di un’Europa delle “piccole patrie” quale base di un’unione tra i popoli animò il tentativo di K. negli anni Cinquanta e Sessanta di fare di Stoccarda, capoluogo della sua regione, un modello di sviluppo sul piano urbanistico, economico e culturale, promuovendo l’integrazione dei lavoratori immigrati. Sotto la sua guida, il Baden-Württenberg varò il primo piano in Europa per la protezione dell’ambiente e l’utilizzo di energie alternative, precorrendo la legislazione comunitaria contro l’inquinamento.

Anche sul piano dei negoziati comunitari, K. rivelò notevoli capacità di compromesso e di mediazione. La sua azione per rafforzare le Istituzioni comunitarie fu metodica, paziente e incisiva, più legata al funzionamento quotidiano che ai grandi obiettivi federalistici (v. Federalismo): un approccio in cui si rifletteva l’esperienza amministrativa accumulata nei lunghi anni di gestione di una delle regioni più dinamiche del continente. Si deve soprattutto al suo impulso se tutti i ministeri tedeschi crearono un corpo di funzionari competenti per le questioni comunitarie e Bonn cominciò a inviare sistematicamente i suoi migliori esperti a Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo, contendendo alla Francia la leadership burocratica della Comunità e della futura Unione europea.

Gran parte dell’azione diplomatica di K. fu dedicata, con risultati alterni, a cercare di superare lo stallo creato dalla politica della “sedia vuota” di Charles de Gaulle, che dal gennaio 1966 bloccava la vita e il progresso delle istituzioni comunitarie. K. promosse anche la ripresa del dialogo tra i Sei e il Regno Unito, riuscendo a far sottoscrivere a de Gaulle la dichiarazione franco-tedesca del gennaio 1968 sul possibile Allargamento del mercato comune (v. Comunità economica europea), poco dopo la ministeriale di Bruxelles (dicembre 1967) che aveva registrato il nuovo veto francese all’ingresso dell’Inghilterra nella Comunità. K. e Brandt, ancora uniti in quella fase, ritenevano che l’allargamento avrebbe comportato effetti positivi sulle relazioni intertedesche e sui rapporti con l’Est europeo e si batterono per favorire l’ingresso, oltre che del Regno Unito, dell’Irlanda e dei paesi scandinavi, Svezia e Norvegia comprese.

Fu K. a promuovere al Vertice di Roma del maggio 1967 il rilancio del progetto di Cooperazione politica europea, prospettando l’istituzione di un gruppo di esperti incaricati di preparare “posizioni comuni” sui temi internazionali per gli incontri tra i capi di Stato e di governo. Cercò anche di portare avanti una serie di proposte miranti alla costituzione di una politica di difesa europea e di standardizzazione degli armamenti e della ricerca tecnologica (parallelamente, Francia e Germania decisero proprio allora di varare il consorzio Airbus). Questo insieme di iniziative gli valse la fiducia di de Gaulle, in misura superiore al filoamericano Erhard, ma egli non riuscì a impedire che il dissenso francese su modalità e limiti delle consultazioni preventive portasse a una nuova crisi della Comunità nel febbraio 1969.

A quella data la parabola di K. era già entrata nella fase terminale e gli ultimi mesi di governo furono segnati da una lotta politica interna che lasciava poco spazio alla vocazione europeista degli inizi. Come de Gaulle, K. fu travolto da un clima di protesta che non aveva cause profonde salvo una diffusa voglia di cambiamento dell’elettorato. Ma se per i francesi si trattava di sostituire un padre nobile, ormai troppo ingombrante, per mantenere fondamentalmente la sua politica, nel caso tedesco il tramonto di K. fu causato dall’emergere di una maggioranza alternativa che avviava veramente la Repubblica federale sulla strada dell’alternanza. A tutt’oggi, la legislatura della grande coalizione è stata la più breve (33 mesi) nella storia parlamentare federale e l’uomo che l’ha guidata il meno longevo, politicamente, tra i cancellieri tedeschi del dopoguerra. Singolare destino di uno statista che ha lasciato traccia di sé più nella messa a punto dei meccanismi comunitari che nel cuore e nella memoria dei contemporanei e dei cittadini europei.

Maurizio Serra (2010)




Kinnock, Neil

K. (Tredegar, Galles 1942) nacque da Gordon Kinnock, dapprima minatore in una cava di carbone e poi, contratta una grave malattia professionale, operaio in un’acciaieria, e da Mary Howells, infermiera di quartiere. La condizione sociale e le preferenze politiche della famiglia, unite all’appartenenza a una comunità fortemente intrisa di tradizioni, valori e ideali socialisti, furono determinanti nell’orientarne convinzioni e scelte. Complice il fascino su di lui esercitato dal deputato locale Aneuran Bevan, K. decise infatti di iscriversi al Partito laburista all’età di soli quindici anni. Nel frattempo ottenne un posto presso la scuola Lewis di Pengam, dove condusse e in seguito portò a termine i propri studi superiori. Nonostante risultati scolastici non sempre brillanti, e nonostante serie tentazioni di accettare un lavoro alle miniere di carbone o di arruolarsi nelle forze armate, K. optò infine per proseguire il proprio percorso di studi iscrivendosi all’University College di Cardiff.

Gli anni universitari, durati dal 1961 al 1965, furono decisivi per la sua formazione politica. Attraverso la partecipazione attiva al movimento studentesco, K. sperimentò infatti per la prima volta la pratica della propaganda, dell’organizzazione e della direzione politica, sviluppando spiccate doti oratorie, definendo i propri riferimenti ideologici e, soprattutto, cominciando a assumere precise responsabilità. In particolare, dopo essersi distinto nelle iniziative di protesta contro l’apartheid in Sudafrica e contro l’incarcerazione di Nelson Mandela, e dopo aver dato il proprio contributo alla campagna elettorale di James Callaghan durante le elezioni del 1964, K. venne nominato segretario dell’Associazione socialista dell’università e, successivamente, presidente dell’Unione studentesca di Cardiff. Nel 1965 conseguì una laurea in relazioni industriali e storia, seguita da un diploma postlaurea in scienze dell’educazione nel 1966. Terminati gli studi, iniziò a lavorare presso l’Associazione per la formazione dei lavoratori, in cui svolse i compiti di insegnante di economia e, successivamente, di direttore degli studi sulle politiche industriali e sindacali. La breve ma intensa militanza politica, il protagonismo all’interno del movimento studentesco e la buona reputazione acquisita nell’ambito della sua professione convinsero presto i dirigenti locali del Partito laburista a proporre la sua candidatura alla Camera dei Comuni. In particolare, dopo aver superato la concorrenza del rappresentante del Sindacato nazionale dei minatori, K. riuscì a ottenere la possibilità di contendere un seggio parlamentare nel collegio elettorale di Bedwelty, una circoscrizione tradizionalmente appannaggio dei laburisti nel Galles del sud. Durante le elezioni generali del 1970, K. ottenne così un seggio alla Camera dei Comuni e, dopo aver lasciato il proprio lavoro presso l’Associazione per la formazione dei lavoratori, dette definitivamente avvio alla propria carriera parlamentare e politica.

Durante la sua prima legislatura, K. si schierò apertamente con la corrente di sinistra del Partito laburista raccolta attorno al quotidiano “Tribune” e, oltre che per una attenta cura dei rapporti con il collegio operaio di Bedwelty, scelse di caratterizzarsi per una opposizione particolarmente dura contro la maggioranza conservatrice, e per una spiccata attenzione alle questioni del disarmo nucleare e dei diritti sindacali e socio-sanitari. Parallelamente, in linea con la posizione della maggioranza del Partito laburista, K. assunse un atteggiamento nettamente contrario alla scelta di adesione della Gran Bretagna alle Comunità europee. Nella sua visione, la soluzione comunitaria costituiva un inaccettabile rischio per la sovranità e per l’identità britanniche e, soprattutto, una pericolosa minaccia alle conquiste sociali e sindacali dei lavoratori britannici. Secondo K., l’impianto sovranazionale e liberista delle Comunità europee si poneva naturalmente in antitesi alla concezione socialista dei rapporti democratici e delle relazioni industriali.

Con la vittoria laburista alle elezioni generali del 1974, iniziò la seconda legislatura di K. e, con questa, la sua ascesa nel paese, nella Camera dei Comuni e nel partito. Le sue apparizioni televisive e le sue presenze a assemblee di partito e di sindacato si moltiplicarono. Crebbe la sua fama di popolare e intransigente rappresentante dell’ala operaista del Partito laburista, alimentata dalle sue continue critiche al socialismo conservatore dei governi di Harold Wilson e Callaghan, e rafforzata dalla sua scelta di non accettare incarichi ministeriali a eccezione di un breve periodo come segretario speciale, in qualità di membro della Camera dei Comuni, presso il ministero del Lavoro guidato da Michael Foot. Aumentò il suo prestigio parlamentare e politico, grazie ai suoi interventi nelle commissioni per le spese pubbliche e per le industrie nazionalizzate e, soprattutto, grazie al suo efficace impegno contro la legge sulla devoluzione nella campagna referendaria in Galles nel 1979. Si consolidò infine il suo peso nel partito attraverso la nomina a membro del Comitato esecutivo nazionale del Partito laburista nel 1978.

Nel frattempo, K. continuò a sostenere una linea apertamente antieuropeista, sia nell’ambito della commissione parlamentare per la legislazione europea, sia in occasione della campagna referendaria sulla prosecuzione della partecipazione del Regno Unito alle Comunità europee (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio; Comunità economica europea; Comunità europea dell’energia atomica) condotta nel corso del 1975. La sconfitta del Partito laburista alle elezioni generali del 1979 coincise però con l’avvio di un progressivo riposizionamento nel suo pensiero e nella sua azione politica. In effetti, K. continuò a militare nella corrente di sinistra del Partito laburista, impegnandosi soprattutto in una dura battaglia politica e parlamentare contro la scelta del primo ministro Margaret Thatcher di coinvolgere il paese nella guerra delle Falkland. Parimenti, sostenne la strategia di ricollocazione dello stesso Partito laburista su posizioni più radicali, e appoggiò la conseguente decisione che portò Michael Foot, capo della sinistra laburista, alla guida del partito al posto di Callaghan nel 1980.

Tuttavia, diverse iniziative politiche e diverse prese di posizione assunte da K. in questo periodo costituirono i prodromi della sua futura rottura con la sinistra politica e sindacale del partito. La scelta di rinunciare alla propria volontaria condizione di membro della Camera dei Comuni senza incarichi governativi e di accettare la carica di portavoce laburista e di ministro ombra dell’Istruzione offertagli da Callaghan nel 1979 crearono le prime divergenze. Le sue denunce contro la demagogica promessa di poter ripristinare le spese educative, sanitarie e sociali tagliate dal governo conservatore gli attirarono critiche e sospetti. Infine, la decisione di opporsi alla candidatura di Tony Benn e di sostenere la candidatura alternativa di Denis Healey alla vicepresidenza del Partito laburista nel 1981, determinarono una vera e propria spaccatura nella sinistra del Partito laburista.

Ciononostante, dopo la durissima sconfitta laburista alle elezioni generali del 1983, Michael Foot decise di designare proprio K. alla sua successione, e il partito e i sindacati risposero assegnandogli il 71,3% dei propri consensi. K. divenne in questo modo il più giovane segretario nella storia del Partito laburista britannico e, in questa veste, il più giovane vicepresidente nella storia dell’Internazionale socialista. La prima fase della segreteria di K. fu dominata da una prosecuzione dell’attività di opposizione contro il governo conservatore di Margaret Thatcher ma, soprattutto, da una nuova e dura lotta interna contro gli esponenti, le posizioni e i metodi della corrente di sinistra del partito. Da una parte, K. si contrappose frontalmente al Sindacato nazionale dei minatori, e alla linea dura adottata dal suo segretario Arthur Scargill contro le ristrutturazioni imposte dal governo conservatore al settore minerario. Dall’altra parte, sfidò invece il gruppo radicale Militant di Liverpool e la sinistra laburista di Londra. Contemporaneamente, forte della fiducia della maggioranza del partito e del positivo esito di importanti elezioni amministrative, K. dette avvio a una prima revisione delle strategie politiche e comunicative del laburismo britannico.

In particolare, su consiglio del nuovo direttore della comunicazione Peter Mandelson, K. decise di avvicinare il Partito laburista alle socialdemocrazie continentali, inserendo la rosa nel simbolo del partito e, soprattutto, inaugurando una inedita politica filoeuropeista. Per la prima volta, il Partito laburista riconosceva pienamente non solo il valore positivo delle Comunità europee, ma anche il valore strategico che assumeva la scelta comunitaria per la Gran Bretagna. Da quel momento, il Partito laburista si sarebbe caratterizzato come il principale partito europeista del Regno Unito. Il processo di innovazione si rafforzò ulteriormente dopo la sconfitta alle elezioni generali del 1987 in cui il Partito laburista, pur perdendo, consolidò il proprio ruolo di seconda forza del panorama politico britannico sull’agguerrita alleanza tra socialdemocratici e liberali. Superata la concorrenza di Tony Benn per la guida del partito nel 1988, K. portò a maturazione le linee di rinnovamento organizzativo e programmatico avviate nella fase precedente. Adottò importanti riforme interne per limitare il peso della corrente di sinistra e dei sindacati. Innovò ulteriormente le tattiche di comunicazione politica. Marginalizzò e infine espulse il gruppo radicale Militant. Modificò i tradizionali referenti sociali del laburismo britannico, rivolgendo i propri appelli non più alla classe operaia, ma a un generico ceto medio. Rinunciò alle battaglie per il disarmo unilaterale, per le nazionalizzazioni e per un alto livello di spesa e di protezione sociale e mutuò una serie di posizioni di impianto tradizionalmente conservatore sui temi della difesa, delle privatizzazioni, della tassazione e delle relazioni industriali. Infine, seguendo le ricette di Anthony Crosland, abbandonò definitivamente la parola d’ordine della proprietà pubblica dei mezzi di produzione per assumere il più vago obiettivo dell’equità.

Quando si presentò alle elezioni generali del 1992, il Partito laburista era ormai un soggetto politico profondamente diverso nei suoi assetti organizzativi e nella sua proposta programmatica. Tuttavia, nonostante i buoni risultati di importanti elezioni locali, e nonostante l’uscita di scena di Margaret Thatcher e l’avvento di John Major alla guida del Partito conservatore, K. fallì nuovamente nel tentativo di riportare il Partito laburista alla vittoria. Seppure con uno stretto margine di voti e di seggi, i laburisti furono sconfitti e K. fu costretto alle dimissioni dalla segreteria del partito e dalla vicepresidenza dell’Internazionale socialista. A questo punto, pur continuando a ricoprire il ruolo di deputato presso la Camera dei Comuni, K. uscì temporaneamente dalla politica attiva per ritagliarsi un piccolo spazio di ospite fisso in una trasmissione della BBC gallese, e per intensificare il proprio impegno nel Consiglio consultivo dell’Istituto per la ricerca sulle politiche pubbliche che aveva contribuito a far nascere negli anni Ottanta.

Gli sforzi di K. per traghettare il Partito laburista su una prospettiva più europeista disegnarono però una nuova traiettoria nella sua carriera politica. Nel 1994, infatti, egli rassegnò le proprie dimissioni dalla Camera dei Comuni e, nel 1995, entrò a far parte della Commissione europea presieduta da Jacques Santer con delega ai trasporti. Successivamente, in seguito alle dimissioni dell’intero esecutivo comunitario nel 1999, fu nuovamente nominato nella Commissione europea presieduta da Romano Prodi in qualità di vicepresidente. In particolare, K. ricevette il delicato compito di portare a termine una riforma amministrativa capace di evitare il ripetersi degli episodi di abusi, corruzione e nepotismo che avevano portato alle dimissioni della precedente Commissione europea (v. anche Cresson, Édith). Pur dimostrando un indubbio attaccamento alle Istituzioni comunitarie, e una discreta efficacia nella sua opera di ammodernamento dei meccanismi amministrativi, K. si distinse per una certa insofferenza verso le soluzioni maggiormente sovranazionali prospettate nel corso del processo di costituzionalizzazione dell’Unione europea.

Alla scadenza naturale del proprio mandato, K. tornò in Gran Bretagna per essere insignito del titolo di Barone Kinnock di Bedwelty della contea di Gwent dalla regina Elisabetta II, e per essere nominato membro della Camera dei Lord. In questo nuovo ruolo, che ricopre dal 2005, K. si è caratterizzato per un’attenzione particolare ai temi dell’università e della ricerca e, soprattutto, per un forte sostegno alla necessità di proseguire il cammino dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

S. Paoli (2009)




Kirchschläger, Rudolf

K. (Niederkappel 1915-Vienna 2000), rimasto orfano all’età di undici anni, si fece largo tra le difficoltà della vita con una tenacia e una forza d’animo che in seguito sarebbero divenute proverbiali.

Terminati con merito gli studi superiori nel 1935 si iscrisse all’università di Vienna, dove, grazie a una borsa di studio, poté frequentare la facoltà di Giurisprudenza. In seguito all’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938, rifiutò di iscriversi al Partito nazionalsocialista, perdendo così il diritto al sussidio. Il venir meno di questo sostentamento lo obbligò ad abbandonare gli studi e a trovare lavoro come impiegato in banca.

Sin dallo scoppio della Seconda guerra mondiale servì nell’esercito, combattendo prima in Polonia, poi sul fronte occidentale e infine su quello orientale. Alla fine del 1940 sfruttò un permesso premio di due mesi per concludere gli studi universitari. La speranza di essere esonerato dal servizio militare fu però vana: con l’attacco della Germania all’Unione Sovietica K. fu inviato sul fronte orientale, dove fu ferito gravemente nel 1942. Rientrato in Austria, fu promosso capitano e divenne ufficiale istruttore all’accademia militare di Vienna-Neustadt. Tornò poi tra le truppe combattenti e sul finire della guerra, nell’aprile 1945, fu ferito gravemente in uno scontro con militari sovietici, riportando una grave lesione a una gamba, dalla quale non si sarebbe mai completamente rimesso.

Alla fine della guerra K. divenne giudice distrettuale prima a Langenlois e poi a Vienna. La svolta nella sua carriera avvenne nel 1954, quando ebbe l’opportunità di entrare al ministero degli Affari esteri come responsabile della divisione giuridica. Riuscendo a superare rapidamente alcune sue carenze nelle competenze necessarie a operare in quella amministrazione, in particolar modo quella relativa alla conoscenza della lingua inglese, si lanciò verso una brillante carriera in diplomazia. Dopo aver partecipato ai negoziati per il Trattato di Stato e alla redazione della legge di Neutralità, ricoprì incarichi via via più importanti. Ambasciatore in Cecoslovacchia dal 1967 al 1970, acquisì grande notorietà per la sua condotta durante la primavera di Praga: sebbene avesse ricevuto dal ministero degli Affari esteri, il futuro Presidente della Repubblica Kurt Waldheim, l’ordine preciso di non interferire nelle vicende interne del paese e di non aiutare in alcun modo i rivoltosi, K. aveva fraternizzato con essi e aveva fornito visti per l’Austria a diversi perseguitati. Conclusa la missione in Cecoslovacchia il cancelliere Bruno Kreisky lo volle come membro indipendente del governo monocolore socialista da lui presieduto. Gli fu affidato il dicastero degli Affari esteri, che tenne dal 1970 al 1974.

Sebbene non fosse iscritto al alcun partito, nel 1974 K. si presentò alle elezioni presidenziali come candidato socialista. La vittoria, ottenuta con il 51,7 per cento dei suffragi, fu favorita dalla divisione interna alla Österreichische Volkspartei, che non sostenne fino in fondo il suo candidato, il borgomastro di Innsbruck Alois Lugger. Nel corso del primo mandato presidenziale K. si fece stimare dalla stragrande maggioranza degli austriaci, che ne apprezzavano l’integrità morale come le doti umane e politiche. Nelle elezioni del 1980 si confrontò con candidati deboli: il diplomatico Willfried Gredler, appoggiato dai liberali, e l’estremista di destra Norbert Burger. L’appoggio congiunto di socialisti e popolari, nonché l’amore del popolo austriaco, gli garantirono una percentuale di voti di poco inferiore all’ottanta per cento, il consenso più alto mai registrato nelle elezioni presidenziali. Nel corso dei suoi due mandati, K. si è attenuto ai principi di indipendenza e terzietà rispetto alla dialettica politica, accentuando quella tendenza verso la depoliticizzazione della carica presidenziale che si è interrotta solo con l’elezione di Thomas Klestil.

Federico Niglia (2012)




Kissinger, Henry Alfred

Scienziato politico statunitense di origine tedesca, consigliere per la Sicurezza nazionale dal 1969 al 1975 e segretario di Stato dal 1973 al 1977, nelle amministrazioni dei presidenti Richard Nixon e Gerald Ford, K. (Fürth, Baviera 1923) è tra i più noti e influenti intellettuali americani dell’ultimo secolo. Nella sua attività politica così come in quella di studioso, K. si propose di inaugurare un approccio alla politica estera dichiaratamente “realista”, rigettando il tradizionale “idealismo” statunitense, ritenuto responsabile di quella tendenza alle “crociate globali” incappata fatalmente nel dramma della guerra in Vietnam. A K. la storiografia ha solitamente riconosciuto, pertanto, il tentativo di espungere dalle relazioni internazionali dell’età bipolare ogni preconcetto ideologico e morale e di considerare i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica semplicemente alla stregua di quelli tra due grandi potenze. Di qui è nata l’immagine di K. quale Metternich o Bismarck dell’era nucleare, “mente europea della politica americana”. A ben vedere, tuttavia, il legame tra le sue idee e le precedenti coordinate ideologiche statunitensi della Guerra fredda è assai più stretto di quanto si possa desumere da tale immagine.

Ebreo tedesco, K. abbandonò con i propri familiari la Germania nel 1938 a seguito delle persecuzioni naziste, e si trasferì oltreoceano, cambiando il proprio nome da Heinz a Henry. Studiò al City College di New York e nel 1943 entrò nell’esercito. Naturalizzato statunitense, trascorse tre anni in Europa, di cui due nella Germania occupata, dove lavorò per l’intelligence dell’esercito. Grazie ai benefici riservati ai veterani di guerra poté poi proseguire gli studi a Harvard. Qui, mettendo in evidenza le proprie doti organizzative, ottenne la direzione di un International seminar, che si rivolgeva a visitatori estivi provenienti da paesi di interesse strategico e ideologico, come l’Italia, la Germania Ovest, la Finlandia e la Iugoslavia (l’iniziativa ricevette finanziamenti importanti da istituzioni come la Ford Foundation e pure, attraverso organizzazioni di facciata, dalla CIA). Nel contempo preparò una tesi di dottorato sulle relazioni internazionali nell’Europa dell’Ottocento, concentrandosi in particolare sull’attività diplomatica di Metternich e di Castlereagh, dei quali mise in luce soprattutto le grandi capacità di persuasione e di manipolazione.

In un contesto accademico altamente competitivo come quello di Harvard, dunque, K. rinunciò a misurarsi con gli altri studiosi direttamente su temi legati alle vicende politiche contemporanee, preferendo dedicarsi a una ricerca storica dalla quale riteneva si potessero trarre preziosi insegnamenti per il presente. Iniziò così a costruire un’immagine di sé quale esperto della sottile e complessa arte diplomatica europea, di fronte a un’America ancora giovane e immatura nella concezione delle relazioni internazionali. Gli Stati Uniti, a suo avviso, dovevano guardare al vecchio continente, alla sua esperienza e al suo cinismo, per imparare ad affrontare i delicati problemi dell’ordine mondiale. L’idea di Europa da lui proposta, caratterizzata dalle acrobazie diplomatiche e dal ricorso alle tattiche più spregiudicate per salvaguardare gli interessi nazionali, rispondeva in realtà perfettamente a una visione stereotipata statunitense. Ciò comunque gli consentì di iniziare ad accreditarsi quale “mente europea”, e pensatore “realista” in un paese il cui idealismo si era ormai dimostrato inidoneo a fronteggiare le sfide poste dal nuovo scenario globale.

Terminata la propria esperienza a Harvard, K. accettò l’invito a dirigere un gruppo di ricerca presso il Council on foreign relations, prestigiosa istituzione newyorkese, uno dei più influenti think tank per la politica estera. Frutto di quell’incarico fu il volume Nuclear weapons and foreign policy (1957), il cui successo consentì all’autore di accreditarsi definitivamente quale esperto delle relazioni internazionali e dei problemi relativi alla sicurezza nazionale. Nel suo lavoro egli presentava una dottrina strategica in base alla quale le armi nucleari, abbandonati gli estremi della rappresaglia totale e dell’inazione, potevano offrire nuove opportunità. In tale prospettiva gli Stati Uniti, per non limitarsi a confidare passivamente nel potere intimidatorio dell’arsenale atomico, avrebbero dovuto accettare la nozione di “guerra nucleare limitata”: solo così, infatti, avrebbero potuto fare valere la propria superiorità, non solo di fronte al nemico sovietico, ma anche agli alleati europei. Nonostante l’ostentato realismo, dunque, il giovane studioso riconosceva altresì il valore simbolico dell’impegno anticomunista americano, inserendosi nel tradizionale solco culturale e ideologico della Guerra fredda.

Dopo il successo di Nuclear weapons and foreign policy, K. tornò a Harvard, dove gli venne affidata la direzione del Centro di studi europei. Era divenuto intanto uno dei più apprezzati commentatori di politica internazionale per importanti riviste come “Foreign Affairs”, “The New Republic” e “The New York Times Magazine”. In un nuovo libro, The necessity for choice (1961), pur attingendo nuovamente al bagaglio retorico dello studioso realista, avvertì i suoi lettori che, di fronte al vantaggio missilistico gradualmente maturato dall’URSS, gli Stati Uniti avrebbero dovuto rilanciare scelte interventiste di ampio raggio. L’autore tornava così alle prospettive globaliste tipiche del “liberalism della Guerra fredda” americano, che a parole aveva rigettato.

Pochi anni dopo, nel volume The troubled partnership (1965), commissionatogli dal Council on foreign relations nell’ambito di una grossa ricerca sulle relazioni euroamericane, K. sostenne che la leadership statunitense sull’Occidente si era rivelata debole e confusa. In prima battuta egli auspicava la formazione di una sorta di “Confederazione atlantica” che, pur nel rispetto delle prerogative dei singoli Stati sovrani, elaborasse una posizione comune nei negoziati con l’Unione Sovietica e garantisse pace e stabilità in Europa. A differenza di molti osservatori statunitensi, poi, espresse la propria ammirazione per Charles de Gaulle, il quale, a suo avviso, aveva manifestato preoccupazioni analoghe alle sue chiedendo una maggiore coordinazione delle politiche atlantiche. A ben vedere, però, K. riteneva che l’America non dovesse permettere al multilateralismo di minacciare la sua sovranità e libertà di azione. Reputava inoltre necessario guardare con attenzione ai progetti europeistici: un’Europa occidentale unita e forte sarebbe potuta infatti diventare per gli Stati Uniti un temibile competitore. L’autore era pertanto del parere che gli Stati Uniti dovessero limitarsi a sostenere il processo di integrazione del vecchio continente sul piano “filosofico” (v. anche Integrazione, teorie della). Per altro verso, comunque, egli non considerava neppure nell’interesse americano un’Europa troppo debole: ai suoi alleati Washington doveva poter demandare ruoli di responsabilità, purché venissero assunti in sintonia con le prospettive atlantiche.

Nel 1969, dopo una campagna elettorale incentrata inevitabilmente sulla politica estera (era in pieno corso la guerra in Vietnam), K. divenne consigliere per la Sicurezza nazionale del nuovo presidente, il repubblicano Richard Nixon. Insieme, essi stabilirono le nuove linee generali dell’impegno internazionale americano, prevedendo tra l’altro il dialogo con Mosca, l’avvicinamento alla Cina e la soluzione della crisi nel Sudest asiatico. K. abbandonò dunque le proprie tesi sulla “guerra nucleare limitata”, ritenendo ora necessario avviare negoziati con l’URSS, anche a causa dei costi sempre meno sostenibili della corsa agli armamenti. La “distensione” aveva inoltre l’obiettivo di stabilizzare il bipolarismo, di mettere fine alle spinte centrifughe di alcuni partner del vecchio continente e di consentire così agli Stati Uniti il consolidamento del loro primato nel blocco occidentale. Nella sua visione era soprattutto necessario scongiurare il pericolo che la Comunità europea costruisse la propria identità politica sulla base di posizioni “antiamericane” e si sottraesse alle proprie responsabilità atlantiche.

L’apertura alla Cina, uno degli aspetti più noti e caratterizzanti dell’era Nixon-K., venne analogamente concepita con particolare attenzione alle possibili ricadute “eurocentriche”. Nel 1971, per la prima volta dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, una missione diplomatica statunitense giunse a Pechino. L’anno seguente fu la volta della visita ufficiale del presidente Nixon. In realtà mancavano le condizioni per stringere dei veri e propri accordi tra i due paesi; tuttavia gli obiettivi antisovietici costituivano efficacemente un terreno comune. Nella visione kissingeriana, elaborata integralmente in ottica bipolare, la Cina doveva contribuire al contenimento dell’URSS e a evitare che un eventuale dominio assoluto sovietico in Asia inducesse qualche alleato degli Stati Uniti in Europa occidentale a cercare un accomodamento con Mosca. K. in ultima analisi, riponendo assai poca fiducia nei partner europei, temeva la “finlandizzazione” del vecchio continente (vale a dire la sua completa sottomissione all’influenza dell’URSS).

Suscitava inoltre una forte preoccupazione nel consigliere per la Sicurezza nazionale la cosiddetta Ostpolitik, ovvero l’apertura da parte di Willy Brandt, ministro degli Esteri e poi cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, nei confronti della Germania orientale. Per K. la distensione rappresentava semplicemente una modalità di gestire meglio il bipolarismo; in Europa gli pareva si profilasse invece una differential détente, dalla quale vedeva discendere un possibile scardinamento di quell’assetto internazionale che egli si era pazientemente impegnato a consolidare. Ancora una volta il punto di partenza del suo ragionamento era la scarsa fiducia negli alleati europei: la Ostpolitik mirava a un ammorbidimento delle relazioni bipolari, ma K. temeva che ne derivasse un vantaggio per l’Unione Sovietica. Mentre Brandt sperava che la Repubblica Federale Tedesca potesse rivelarsi un “magnete” per l’Europa orientale, egli non era certo di quale delle due parti avrebbe “davvero costituito il magnete”.

Nel maggio del 1972 K. raggiunse uno dei risultati più significativi della sua attività diplomatica: l’accordo Strategic armaments limitations talks (SALT) con l’Unione Sovietica. I due paesi stabilirono insieme regole e numeri dei missili offensivi e dei sistemi di difesa. Si trattava di un’operazione di grande importanza, nuovamente nell’ottica di una stabilizzazione del bipolarismo, che otteneva infatti legittimità, in tal modo, dalla sua natura consensuale e distensiva.

All’inizio del 1973 K. (che a settembre avrebbe assunto anche la carica di segretario di Stato) annunciò l’apertura dell’“Anno dell’Europa”. Ora, dunque, il sostegno ai progetti europei di integrazione pareva andare oltre quel livello puramente “filosofico” teorizzato in precedenza. Sennonché egli ribadì che l’unificazione del vecchio continente non sarebbe dovuta avvenire a spese della comunità atlantica. Si stava profilando, a suo avviso, la tendenza da parte degli europei a costruire la propria identità comune sulla base dell’esclusione degli americani dalle loro decisioni: la consultazione dell’alleato d’oltreoceano veniva spesso effettuata solo “a fatto compiuto” e risultava così prosciugata di ogni contenuto. Per K., in ultima analisi, atlantismo ed europeismo si rivelavano sempre meno complementari.

Anche la sofferta questione vietnamita venne affrontata nella prospettiva del mantenimento della struttura mondiale bipolare. All’insediamento nel 1969 della nuova amministrazione alla Casa Bianca, era già chiaro che gli Stati Uniti avrebbero dovuto accettare di ritirarsi dal Sudest asiatico. Tuttavia Nixon e K. optarono per un lento disimpegno, che si protrasse per quattro anni e previde innanzitutto una “vietnamizzazione” del conflitto, vale a dire l’addestramento e il rafforzamento dell’esercito del Vietnam del Sud in modo da trasferire su di esso la responsabilità bellica. Obiettivo era quello di evitare che precipitosi accordi di pace minassero la credibilità internazionale statunitense. A dispetto dell’ostentato realismo, dunque, K. continuava ad assegnare una notevole importanza ai fattori “simbolici” della Guerra fredda. Il suo impegno per porre fine alla crisi nel Sudest asiatico, comunque, gli valse il premio Nobel per la pace nel 1973.

Nello stesso anno K. fu al centro della controversa politica statunitense in Cile, che contribuì alla presa del potere da parte di Augusto Pinochet. K. negoziò inoltre il cessate il fuoco nella quarta guerra arabo-israeliana (detta dello Yom Kippur, perché iniziata in coincidenza con l’omonima festività ebraica). Il conflitto era stato causato da un attacco simultaneo di Egitto e Siria a Israele. Dopo avere subito gravi perdite, gli israeliani erano riusciti a reagire e a contrattaccare, occupando diversi territori al di là dei propri confini, parte dei quali venne restituita ai vicini arabi anche grazie all’intervento diplomatico americano.

Con l’elezione del democratico James Earl Carter, K. perse quel ruolo di protagonista della vita politica americana che aveva ricoperto ininterrottamente durante le presidenze di Nixon e Ford. Non lo riconquistò neppure quando i repubblicani tornarono al potere: negli anni di Ronald Reagan gli furono infatti affidati solo incarichi di secondaria importanza. Nel frattempo però egli non abbandonò la propria intensa attività di scrittore e commentatore politico, spaziando dalle memorie della sua esperienza diplomatica a riflessioni di carattere teorico.

Nel 2001 K. diede alle stampe il libro Does America Need a foreign policy? Toward a diplomacy for the 21st century. Ancora una volta egli formulava una propria versione dell’ideologia nazionalistica americana rivestendola delle forme del realismo. Criticò la presidenza democratica di Bill Clinton, che a suo avviso, abusando di concetti ambigui come quelli di “intervento umanitario” e di “giurisdizione universale”, aveva perso di vista l’obiettivo fondamentale, vale a dire la promozione di un sistema internazionale favorevole agli interessi statunitensi. Distinse inoltre, nello scenario mondiale postbipolare, quattro sistemi internazionali. Il primo era quello occidentale, ovvero una comunità di sicurezza fondata su pace, democrazia e mercato, i grandi valori politici promossi dall’America. Il secondo era quello vigente in Asia: si trattava, secondo K., di una riproposizione del vecchio modello europeo ottocentesco dell’equilibrio di potenza. Vi era poi, procedendo in ordine discendente quanto a stabilità e sicurezza, il teatro mediorientale, che l’autore accostava a quello europeo prewesftaliano, caratterizzato da un elevato tasso di conflittualità. L’Africa si trovava, infine, nella condizione peggiore, esito del disastroso fallimento del processo europeo di decolonizzazione. L’analisi di K. tendeva pertanto a valorizzare il contributo americano alla costruzione del più stabile e promettente sistema internazionale, mettendolo a confronto con i precedenti, imperfetti, modelli derivati dalle esperienze del vecchio continente.

Giovanni Borgognone (2012)




Klaus, Václav

Nato a Vinohrady (distretto di Praga) il 19 giugno 1941, K. studia alla Scuola di economica di Praga, specializzandosi in commercio estero e laureandosi nel 1963. L’economia diverrà il suo campo di studi specifico. Approfittando del relativo disgelo della vita politica cecoslovacca negli anni Sessanta, compie soggiorni di studio in Italia (1966) e negli Stati Uniti (1969). Come ricercatore dell’Istituto di economia dell’Accademia delle scienze cecoslovacca consegue il dottorato in economia nel 1968.

Nel 1970 K. è costretto ad abbandonare la carriera di ricercatore per motivi politici, in quanto i suoi lavori riflettono orientamenti di stampo liberale. Espulso dall’Accademia, entra nella Banca di Stato cecoslovacca. Solo alla fine del 1987 riprenderà la carriera di ricercatore all’Istituto di previsioni economiche dell’Accademia delle Scienze ceca, che risente l’influsso della perestrojka. Subito dopo la caduta del muro di Berlino, il 17 novembre 1989 K. inizia a occuparsi attivamente di politica come membro del Forum civico, senza peraltro interrompere i contatti con il mondo dell’economia. Continua a tenere conferenze e a pubblicare saggi e nel 1991 diventa assistente di economia all’Università Carlo di Praga. Nel 1995 diventa professore di finanza alla Scuola di economia di Praga.

La carriera politica di K. ha inizio nel dicembre 1989, quando diventa ministro federale delle Finanze. In questa carica esercita un’influenza rilevante sulla politica economica, diventando il principale artefice della cosiddetta “terapia choc” cecoslovacca che caratterizzerà la politica economica nel periodo di transizione dopo il 1989, basata sulla liberalizzazione e sulla stabilizzazione macroeconomica. Nell’ottobre del 1991 viene nominato anche vice primo ministro della Federazione cecoslovacca. Ammiratore del pensiero di Milton Friedman e di Friedrich von Hayek, come ministro delle Finanze K. è uno strenuo sostenitore del paradigma proposto dagli economisti conservatori neoliberali, soprattutto statunitensi, sulla riforma economica nelle società postcomuniste. La sua visione neoliberale prevede una rapida liberalizzazione dell’economia successivamente o contemporaneamente a un periodo di stabilizzazione macroeconomica. Il ruolo di spicco assunto da K. nella riforma economica conferisce al ministero delle Finanze, che durante il periodo comunista era stata una carica di scarso rilievo, una posizione istituzionale molto forte nel suo rapporto con l’esecutivo e con altri ministeri responsabili del coordinamento e della pianificazione della politica economica. K. aderisce al programma di politica economica stabilito nel c.d. “Washington consensus” del Fondo monetario internazionale (FMI). Alla fine del 1990 diventa presidente del Forum civico, all’epoca l’entità politica più forte del paese. Dopo le sue dimissioni dal Forum nell’aprile 1991 è uno dei fondatori del Partito civico democratico (Občanská demokratická strana, ODS), del quale resta presidente fino al dicembre 2002. Il nuovo partito, sul piano del pensiero economico e politico, è molto vicino al Partito conservatore britannico. Infatti K. è un grande ammiratore di Margaret Thatcher e del processo di liberalizzazione da lei realizzato nel Regno Unito negli anni Ottanta. Nel 1992 K. vince con il suo partito le elezioni parlamentari e diventa primo ministro della Repubblica Ceca in una coalizione di governo con l’Alleanza civica democratica (Občanská demokratická aliance, ODA) e l’Unione cristiana e democratica (Křesťanská a demokratická unie, KDU)/Partito popolare cecoslovacco (Československá strana lidová, ČSL).

Da questa posizione K. prende parte assieme alla sua controparte slovacca, Vladimir Mečiar, alla divisione pacifica della Cecoslovacchia, il cosiddetto “divorzio di velluto” e alla fondazione di una Repubblica Ceca indipendente. Di fatto, diversamente da K., la maggior parte dell’élite politica ceca era favorevole al proseguimento dell’unione, ma egli riesce a superare l’impasse politica che si è creata in merito al futuro dello Stato federale. Nel 1992 vince in modo netto le elezioni grazie soprattutto alla soluzione ai problemi federali da lui proposta. Nel 1996 difende con successo la sua posizione di primo ministro nelle elezioni nazionali della Camera dei deputati, ma si dimette dopo la caduta del governo di coalizione nel novembre 1997. Lo scioglimento del governo è provocato da uno scandalo finanziario messo in luce dai suoi partner della coalizione che ha coinvolto l’ODS. Inoltre la crisi economica del 1997 indebolisce la reputazione di “amministratore dell’economia” su cui si basa principalmente la popolarità di K. Josef Tavosky, governatore della Banca nazionale ceca, viene incaricato dal Presidente della Repubblica Václav Havel di formare un governo di transizione fino alle elezioni, che si svolgono alcuni mesi più tardi. Dopo le elezioni del 1998 in cui l’ODS riesce a evitare la disfatta elettorale, K. negozia l’importante “patto d’opposizione” con il governo di minoranza del Česká Strana Sociálne Demokratická (ČSSD) di Miloš Zeman. Grazie a questa “intesa” K. ottiene la presidenza della Camera dei deputati per un periodo di quattro anni. Sebbene l’ODS resti escluso dal potere esecutivo diretto, l’intesa gli permette di esercitare un’influenza sulla politica governativa, in particolare sulle spese di bilancio, e crea una frammentazione fra esecutivo e direzione politica nella Repubblica Ceca. Questa spartizione del potere spinge altresì l’elettorato a votare contro i politici più noti a favore di candidati indipendenti o radicali nelle elezioni per il Senato.

In conseguenza della rielezione di K. alla presidenza dell’ODS nel 1997 molti membri lasciano il partito e fondano una formazione politica rivale, l’Unione liberale (Unie Svobody, US), sotto la leadership di Jan Ruml. K. può continuare a contare sulla fedeltà delle organizzazioni locali e regionali del partito, grazie alle quali viene riconfermato segretario dell’ODS nel congresso straordinario del partito tenutosi nel gennaio del 1998. Nonostante il calo di popolarità tra l’elettorato ceco e la sua incapacità di formare una coalizione di centrodestra dopo le elezioni generali del giugno di quello stesso anno, K. è nuovamente rieletto segretario dell’ODS alla fine del 1999 senza incontrare opposizioni. In seguito al risultato delle elezioni del 2002, in cui l’ODS si piazza al secondo posto, un numero crescente di funzionari di partito regionali e locali comincia a chiedere un cambio al vertice. K., la cui popolarità personale è stata un fattore cruciale nel successo elettorale dell’ODS, sarebbe probabilmente in grado di sconfiggere un eventuale sfidante nel congresso del partito del dicembre 2002. Tuttavia, come ha fatto Miloš Zeman nel ČSSD nel 2001, preferisce rinunciare volontariamente alla leadership del partito per mantenere la presidenza.

Per quanto riguarda l’Europa, K. segue le sue convinzioni economiche. Sostenitore del liberismo e della partecipazione al mercato interno, al pari di Margaret Thatcher non caldeggia un’unione politica ancora più forte o la nascita di un’Unione europea come Stato regolatore. In più occasioni definisce l’Unione europea come eccessivamente burocratizzata, sbilanciata verso il socialismo e affetta da un Deficit democratico, e mette in guardia contro il pericolo di perdere la propria identità nazionale nell’Unione europea. Nel complesso, la posizione di K. relativamente all’Adesione all’Unione europea è contraddittoria: da un lato, egli vuole che la Repubblica Ceca entri a far parte dell’Europa e non vede alternative alla integrazione nell’Unione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della); dall’altro lato, nutre forti timori sulla forma di questa integrazione, che teme possa condurre a un’unificazione forzata e non necessaria. Il fine principale dell’Unione europea a suo avviso è la reintegrazione della Germania in Europa e la diffusione dei valori democratici e neoliberali a fronte della sfida comunista. L’unione monetaria (v. Unione economica e monetaria) e un maggior coordinamento a livello europeo costituiscono ai suoi occhi un nuovo “europeismo” di portata indesiderata. Secondo K. è paradossale definire un modello economico ceco, o un’identità ceca, nel contesto dell’unificazione europea (v. Bugge, 2003, p. 189). Il fatto che la Repubblica Ceca nel periodo di preadesione non abbia voce in capitolo sul processo di integrazione europea e l’incertezza sulla tabella di marcia politica di adesione accrescono ulteriormente le sue apprensioni. K. ragiona nei termini di una contrapposizione “noi e loro”, a differenza di Václav Havel che definisce i paradigmi e le idee dell’Unione europea non come un’entità ma come un processo evolutivo.

K. non crede necessariamente nell’armonia tra livello nazionale ed europeo, né ritiene che l’essere europei debba comportare un semplicistico rifiuto del nazionalismo. Fermo sostenitore dello “Stato unitario”, K. si oppone alla regionalizzazione anche alla luce della scissione della Cecoslovacchia. Dopo il “divorzio di velluto” del 1992 K. favorisce un governo forte e centralizzato e si oppone a qualsiasi forma di autogoverno regionale. Tale opposizione mira a contrastare possibili movimenti indipendentisti moravi nonché l’influenza che i quadri comunisti continuano a esercitare dalle strutture amministrative regionali.

L’idea di uno Stato unitario propugnata da K. evidenzia inoltre il peso crescente di un elemento nazionalista nella politica interna. Il fatto che lo Stato ceco non riesca a revocare i cosiddetti “decreti Benes” – in base ai quali i tedeschi sudeti dopo la Seconda guerra mondiale erano stati espulsi ed espropriati – o a trovare un accordo con i negoziatori tedeschi e dell’Unione europea su tali decreti riflette anche una presa di posizione “nazionalista” nella politica ceca. Nondimeno K. riconosce che la Repubblica Ceca potrebbe contrastare più efficacemente l’unione politica diventando membro dell’Unione europea. Queste posizioni “euroscettiche” (v. Euroscetticismo) o meglio “euro pragmatiche” mettono K. in aperto contrasto con il Presidente della Repubblica Ceca Havel, convinto europeista e internazionalista. Esiste di fatto una certa rivalità fra Havel, considerato il padre della moderna nazione ceca, e K. che si professa l’artefice economico della nazione.

Il 28 febbraio 2003, dopo un laborioso processo elettorale alla Camera dei deputati, K. viene eletto Presidente della Repubblica Ceca come successore di Havel. Se non fosse stato per le divisioni fra le varie correnti del ČSSD la vittoria sarebbe andata probabilmente a un candidato di questo partito, dato che è la maggioranza parlamentare a nominare il presidente. Tuttavia il ČSSD non è riuscito a trovare un accordo per sostenere un candidato comune.

Come Presidente della Repubblica K. è impaziente di prendere posizione in politica estera, il principale settore politico in cui il presidente può esercitare la sua influenza. Le sue opinioni sull’Europa e sull’Iraq lo mettono in conflitto con la coalizione di governo guidata dal ČSSD e con il suo stesso partito. Nel giugno 2003 rifiuta di prendere posizione nel referendum sull’adesione all’Unione europea, affermando che non intende rendere pubblico il suo voto. Questo atteggiamento riflette anche le divisioni nel governo ombra dell’ODS. Assumendo questa posizione K. spera di non alienarsi l’elettorato, largamente favorevole all’ingresso nell’Unione europea. La sua opposizione come presidente alla guerra in Iraq lo porta a scontrarsi con la linea dell’ODS, che invece è favorevole alla guerra. Come Presidente della Repubblica Ceca K. si dimostra quindi estremamente indipendente e individualista.

Tra la fine del 2003 e il 2004 il veto posto da K. su importanti aspetti fiscali della riforma delle finanze pubbliche portata avanti dal governo del ČSSD guidato da Vladimir Spidla, indebolisce il governo nella preparazione per l’adesione all’Unione europea. K., come il suo predecessore, comincia a utilizzare lo strumento del veto per influenzare la politica governativa e, com’è logico, è attivo soprattutto nell’ambito della politica economica.

K. ha pubblicato oltre venti libri su argomenti politici, sociali ed economici. Ha ricevuto sedici lauree ad honorem in nove paesi e diciannove premi internazionali.

Christian C. van Stolk (2005)




Klepsch, Egon Alfred

K. (Bodenbach 1930), a 15 anni, nel 1945, viene portato in un campo di lavori forzati della Repubblica Ceca e ne esce sei mesi dopo quando, gravemente ammalato, si trasferisce con la famiglia a Lostau, nei pressi di Magdeburgo (Sassonia-Anhalt).

Nel 1949 consegue il diploma presso la scuola superiore intitolata ai Fratelli Scholl a Burg (Magdeburgo) dove è membro della Freie Deutsche Jugend (FDJ) e presidente del Consiglio studentesco. In seguito studia storia e geografia all’università di Rostock.

Nel 1950 K. sfugge alla cattura da parte degli organi di sicurezza della DDR e riesce a varcare il confine verso Berlino Ovest. Continua gli studi a Marburgo (Assia) e li conclude nel 1954 con un lavoro sulla politica russa in Germania durante il ministero di Gustav Stresemann.

Nel 1951 entra a far parte del Christopherus-Verband, della Christlich demokratisce Partei (CDU) e della Junge Union del cui consiglio entra a far parte solo due anni dopo, nel 1953. Nel 1955 diventa referente per l’ufficio dei “Bonner Bericht” (ministero Affari generali). Nel 1959 si trasferisce nella scuola militare di Koblenz dove insegna come docente di politica internazionale fino al 1965, anno in cui si intensificano i suoi impegni politici: proprio nel ’65, infatti, gli viene chiesto di preparare la campagna elettorale per Ludwig Erhard, candidato della CDU alla carica di cancelliere. Non essendo interessato a una carriera come impiegato ministeriale, K. dà la precedenza alla sua carriera parlamentare e, nello stesso anno, entra al Bundestag, del quale farà parte fino al 1980 e all’interno del quale lavorerà soprattutto come esperto del gruppo parlamentare CDU/Christlich soziale Union (CSU) di politica per la difesa. A partire dal 1970 è vicepresidente della commissione difesa del suo partito.

La fase più significativa della carriera politica di K. si svolge tuttavia nell’ambito del processo di unificazione europea: nel 1964 diventa presidente dell’Unione internazionale dei giovani cristiano-democratici d’Europa e dal 1969 cura, in qualità di delegato della CDU, i rapporti con il partito omologo italiano (Democrazia cristiana). Nel 1972 assume l’incarico di vicepresidente della commissione difesa dell’Unione dell’Europa occidentale. Sostenuto da Helmut Josef Michael Kohl, dichiaratamente «suo amico fin dal 1952» e a lui legato anche da una stretta collaborazione politica a partire dalla fine degli anni Sessanta, nel 1973 K. diventa membro del Parlamento europeo. Tre anni dopo, sempre in seno all’istituzione europea (v. anche Istituzioni comunitarie), è capogruppo parlamentare della fazione cristiano-democratica e vicepresidente del Partito popolare europeo (PPE) del quale è eletto presidente nel 1979, dopo le prime Elezioni dirette del Parlamento europeo.

Nel 1982 K. è candidato alla presidenza del Parlamento europeo, ma le sue ambizioni sono deluse dall’elezione del socialista olandese Pieter Dankert e deve accontentarsi della vicepresidenza. Dieci anni dopo, il 14 gennaio 1992, un accordo tra i socialisti e i cristiano-democratici gli permette di raggiungere finalmente il suo obiettivo. Durante il suo mandato K., come i suoi predecessori, si impegna immediatamente per l’estensione dei poteri del parlamento: nonostante l’Atto unico europeo siglato nel 1986 ne avesse già ampliato le competenze e quello di Maastricht (v. Trattato di Maastricht) avesse proseguito su quella linea, K. considera ancora insufficienti i risultati raggiunti e preme per un miglioramento del trattato (v. anche Trattati) del 1992.

Con le elezioni europee del 1994 K. termina il suo mandato. Gli succede l’eurodeputato della Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD) Klaus Hänsch. Nello stesso anno lascia tutti gli incarichi pubblici e comincia una collaborazione con la DVAG (società tedesca per la consulenza patrimoniale) e con diverse compagnie assicurative. Fino al 1987 è presidente della sezione tedesca dell’Unione europea dei federalisti.

Agata Marchetti (2009)




Klestil, Thomas

K. (Vienna 1932-ivi 2004) si orientò verso le discipline economiche: iscrittosi alla facoltà di Economia dell’università di Vienna, completò il suo percorso di studio nel 1957.

Grazie alla padronanza della lingua inglese e per il suo interesse verso le problematiche internazionali, trovò agevolmente collocazione in ambito diplomatico. Dal 1959 al 1962 fu membro della missione austriaca presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Dal 1962 al 1966 fu presso l’ambasciata austriaca a Washington. Ritornato in patria, divenne segretario del cancelliere federale, Josef Klaus. Questo incarico lo portò a stretto contatto con molti esponenti di primo piano della Österreichische Volkspartei (ÖVP), i quali gli sarebbero tornati utili successivamente. Mutati gli equilibri di governo a danno del partito popolare, K. riprese la via dell’estero, andando a ricoprire, dal 1969 al 1974, l’incarico di console generale a Los Angeles. Lasciata la guida del consolato, ricevette dal nuovo cancelliere socialista, Bruno Kreisky, l’incarico di coordinare il trasferimento di alcuni uffici dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e di alcune organizzazioni internazionali nella nuova sede di Vienna. Tale attività ebbe la sua naturale continuazione con l’affidamento a K. dell’incarico di rappresentare l’Austria alle Nazioni Unite. Dopo aver tenuto questo incarico dal 1978 al 1982 rimase negli Stati Uniti: accreditato come ambasciatore a Washington, K. sviluppò una proficua interazione con l’amministrazione di Ronald Reagan. Nel 1989 tornò a Vienna dove divenne segretario generale del ministero degli Affari esteri.

Candidato alle elezioni presidenziali per la ÖVP, fu eletto Presidente della Repubblica per la prima volta nel 1992 e successivamente nel 1998. Al momento della sua elezione l’autorevolezza della figura presidenziale era fortemente erosa: lo scandalo seguito alle rivelazioni circa la condotta tenuta durante la Seconda guerra mondiale dal presidente uscente, Kurt Waldheim, aveva gettato ombre pesanti sull’intero paese. Pur non essendo noto al grande pubblico, K. fu in grado di ristabilire un legame con la popolazione e di ridare lustro all’istituzione da lui rappresentata.

La sua aspirazione ad assumere un ruolo attivo nella vita politica del paese lo portò in più di una occasione a oltrepassare il limite delle competenze attribuitegli dal dettato e dalla prassi costituzionali. Già in occasione dell’ingresso dell’Austria nell’Unione europea K. aveva preteso di partecipare alla riunione dei capi di stato e di governo (v. anche Vertici) e di apporre la sua firma al trattato di adesione, obbligando il governo guidato da Franz Vranitzky a respingere formalmente tale intromissione. Nonostante queste intemperanze, bisogna rilevare comunque come durante i suoi due mandati presidenziali K. abbia dato un contributo fattivo alla politica estera austriaca, in particolare attraverso le frequenti e fruttuose visite negli Stati dell’ex blocco sovietico; non bisogna poi dimenticare il ruolo da lui svolto nella normalizzazione dei rapporti con Israele: nel suo discorso alla Knesset del 1994, K. fu il primo presidente austriaco ad ammettere la corresponsabilità dell’Austria nella perpetrazione dell’Olocausto.

Durante il secondo mandato presidenziale K. accrebbe ulteriormente i suoi contrasti con l’esecutivo. Il confronto prese avvio in seguito alle elezioni del 1999, quando il partito liberale guidato da Jörg Haider si affermò come seconda forza politica del paese. In quella occasione K., preoccupato delle ricadute negative sul piano internazionale che sarebbero potute scaturire dell’attribuzione della responsabilità di governo agli esponenti di un partito giudicato di estrema destra, si era espresso chiaramente in favore di una grande coalizione di governo tra popolari e socialisti. Allo scontro frontale si giunse però nel 2000, quando il cancelliere Wolfgang Schüssel decise di aprire il governo alla partecipazione dei liberali. Di fronte a tale scelta K. si spinse ad affermare il suo diritto a dimissionare il governo, quand’anche questo fosse stato supportato dalla maggioranza del parlamento, qualora serie motivazioni lo avessero indotto a operare in tal senso. Si profilò una crisi istituzionale che rimase in potenza solo per l’inazione della massima carica dello stato.

Dopo le elezioni politiche del 2002 K. si espresse ancora una volta invano in favore di una grande coalizione con l’esclusione dei liberali. La sua tendenza a imporsi sulla normale dialettica politica lo pose in contrapposizione con il suo stesso partito e, con l’aggravarsi del suo stato di salute, fu progressivamente relegato sullo sfondo della scena politica.

Federico Niglia (2010)