Napolitano, Giorgio

N. (Napoli 1925), nell’autunno del 1942, seguendo la tradizione paterna che svolge la professione di avvocato penalista, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza nell’Ateneo napoletano. Qui entra in contatto con un gruppo di giovani intellettuali del GUF (Gruppo universitario fascista) al cui interno vanno prendendo forma riflessioni e posizioni antifasciste. Collabora, in quell’ambito, al settimanale “IX maggio” per cui tiene una rubrica di critica teatrale, sua prima grande passione. Durante l’occupazione americana e, poi, nell’immediato dopoguerra, entra in contatto con il Partito comunista e, in forte contrasto con il padre, matura la decisione di aderire al partito (1945). Chiamato a ricoprire incarichi nell’organizzazione giovanile comunista, prosegue gli studi sino alla laurea in Giurisprudenza, ma con una tesi in economia politica (campo di studi che ha iniziato a coltivare seguendo le suggestioni del dirigente del PCI Emilio Sereni) dal titolo Il mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno dopo l’unità e la legge speciale per Napoli del 1904. Gli studi economici diverranno, poi, un ambito di lavoro politico per N., in forte sinergia con altri esponenti comunisti come Gerardo Chiaromonte e, soprattutto, Giorgio Amendola, di cui si considererà sempre un allievo. Dall’autunno del 1946 alla primavera del 1948 fa parte della segreteria del Centro economico italiano per il Mezzogiorno.

Nel 1951 viene chiamato a dirigere la Federazione di Caserta del PCI, parentesi provinciale che prelude all’elezione, due anni più tardi, a deputato, carica che manterrà ininterrottamente sino al 1996 (con la sola interruzione del periodo 1963-1968, quando non si ricandida per incompatibilità con la carica di segretario della Federazione comunista napoletana). Negli anni Cinquanta è responsabile della commissione meridionale del Comitato centrale del PCI, di cui è entrato a far parte dall’VIII congresso (1956).

Nel marzo del 1962 è designato a parlare – unitamente a Palmiro Togliatti – alla Camera nel dibattito sulla fiducia al quarto governo di Amintore Fanfani, prima prova di centrosinistra in ragione dell’appoggio esterno offerto dal PSI, intervento poi pubblicato nel volumetto Programmazione economica classe operaia e svolta a sinistra a cura della Sezione centrale di stampa e propaganda della direzione del PCI (1962).

Al X Congresso viene cooptato nella direzione nazionale del partito; dopo la morte di Togliatti partecipa al confronto che si sviluppa all’interno del PCI quale esponente di spicco dei vertici del partito (dal 1966 al 1969 ricopre le cariche di coordinatore dell’Ufficio di segreteria e dell’Ufficio politico) e sostenitore della corrente amendoliana (la “destra” del partito), orientata alla costruzione di un rapporto più solido con il PSI.

Alla fine degli anni Sessanta è in lizza, con Alessandro Natta ed Enrico Berlinguer, per succedere a Luigi Longo nella carica di segretario generale del PCI; dopo una fase di consultazione ai vertici del partito, che portano alla scelta di Berlinguer, N. abbandona gli incarichi ricoperti nella Segreteria per dedicarsi ai problemi della vita culturale del paese. Tale scelta di allontanamento dalle responsabilità politiche più rilevanti coinciderà con la densa stagione del movimento studentesco e porterà N. a mantenere una forte presenza sulla scena politica.

In quegli anni N. svolge anche un’intensa attività all’estero, tenendo conferenze negli istituti di politica internazionale nel Regno Unito, Germania e – cosa singolare – negli Stati Uniti (a Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, Washington) su invito di alcuni docenti universitari.

Nel novembre del 1978, intervenendo al convegno “Quale Europa?”, pone l’accento sulla necessità di non separare, nell’adesione all’europeismo, la grande scelta ideale di fondo e i tecnicismi della costruzione europea, pena il disinteresse delle masse popolari. Dal convegno esce, inequivocabilmente, come l’Europa occidentale rappresenti, per il PCI, il luogo privilegiato della sua azione politica.

Dopo la morte di Amendola (1980) è il leader indiscusso della “destra” riformista che, in seno al partito, si muove esprimendo un sempre più esplicito dissenso dal modello sovietico. In questo quadro si colloca anche la scelta, sempre più piena e convinta, per l’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), posizione che fa di N. uno tra i principali artefici della scelta europeista del PCI oltre che uno dei “padri fondatori” italiani dell’Unione europea.

N. intrattiene, in questa fase, strette relazioni con i partiti della socialdemocrazia europea e, in special modo, con Willy Brandt (protagonista dell’Ostpolitik), politico tedesco con cui stringerà stretti rapporti e avrà importanti incontri proprio in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989) (v. Germania).

Nel corso di quel decennio l’impegno di N. sui problemi della politica internazionale ed europea è molto intensa anche in ragione del lavoro nella Commissione Affari esteri della Camera dei deputati, e in qualità di membro della delegazione italiana all’Assemblea dell’Atlantico del Nord (1984-1996: N. guida la prima compagine comunista nella delegazione italiana).

Nel giugno del 1997 riceve, ad Hannover in Germania, il premio Leibniz-Ring per l’importante contributo dato all’integrazione dell’Italia nell’Unione europea e all’integrazione del PCI nella democrazia parlamentare.

Sul piano politico nazionale, dal 1981 al 1986, ricopre la carica di presidente del gruppo parlamentare comunista alla Camera dei deputati; al congresso di Rimini (1991) che segna la trasformazione del PCI in Partito democratico della sinistra (PDS) è favorevole a una “svolta” che ha sostenuto sin dal 1989.

N. ha ricoperto importantissimi incarichi istituzionali: è stato presidente della Camera dei deputati (1992-1994) e ministro dell’Interno nel primo governo di Romano Prodi (1996-1998). Nominato dal presidente Carlo Azeglio Ciampi senatore a vita nel settembre del 2005, il 10 maggio del 2006 viene eletto dal Parlamento undicesimo presidente della Repubblica italiana alla quarta votazione con 543 voti su 990 votanti dei 1009 aventi diritto. È il primo politico proveniente dalle file del PCI (poi PDS e DS) a ricoprire la prima carica dello Stato.

A livello europeo ha fatto parte, dal 1989 al 1992 e dal 1999 al 2004, del Parlamento europeo dove ha presieduto la commissione Affari istituzionali; il suo costante contributo alla battaglia europeistica è stato sancito, inoltre, dall’elezione nel 1995 a presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo.

La sua lunga carriera politica è stata accompagnata e sorretta da un costante lavoro di studio; tra le pubblicazioni saggistiche vanno ricordati alcuni titoli, molti dei quali hanno come oggetto la sinistra europea e il processo di integrazione: La classe operaia forza di governo(1978); In mezzo al guado (1979); Oltre i vecchi confini: il futuro della sinistra e l’Europa (1989); Europa e America dopo l’89: il crollo del comunismo, i problemi della Sinistra (1992); Europa politica: il difficile approdo di un lungo percorso (2003); Dal PCI al socialismo europeo: un’autobiografia politica (2005); Una transizione incompiuta? (2006). Nel 2007 ha pubblicato il volume Altiero Spinelli e l’Europa, raccolta di discorsi e interventi dedicati al grande europeista e federalista italiano (v. Spinelli, Altiero).

Mauro Maggiorani (2009)




Narjes, Karl-Heinz

N. (Soltau1924), conseguita la maturità con il massimo dei voti, nel 1941 prende servizio nella marina militare e cade prigioniero dei britannici nel febbraio 1944. Nel 1945 viene trasferito in un campo di prigionia in Canada. Liberato nel 1947, N. si trasferisce ad Amburgo, dove si laurea in scienze giuridiche. Nel 1952 consegue il dottorato di ricerca, discutendo una tesi sulle unioni doganali ed economiche come forme del diritto nella politica estera, e nel 1955 entra al ministero degli Esteri come attaché.

La carriera di N. al servizio delle Istituzioni comunitarie ha inizio nel 1958, quando viene nominato, dietro segnalazione del referente personale di Walter Hallstein, Swidbert Schnittenkötter, vicecapo di gabinetto del presidente della Commissione europea. Nel giro di pochi anni N. guadagna la fiducia e la stima di Hallstein, il quale nel 1963 lo promuove a capo di gabinetto della Commissione. A distanza di anni N. ricorderà il primo presidente della Commissione europea come un lavoratore infaticabile e tenace. I primi dieci anni di attuazione dei Trattati di Roma sono anni intensi e soprattutto ricchi di contrasti tra la Francia gollista e la Commissione europea. Alla fine – e questa è anche la conclusione a cui giunge N. – non ci sarà né un vincitore, né uno sconfitto (v. Narjes, 2004). Charles de Gaulle non riesce a promuovere quella riforma delle Comunità economica europea che avrebbe dovuto assicurare alla Francia il ruolo guida del processo di costruzione europea, mentre la Commissione non riesce a impedire lo spostamento dell’equilibrio istituzionale del sistema comunitario a favore della logica intergovernativa (v. Ludlow, 2006) (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Con la fine della presidenza Hallstein termina anche la prima esperienza di N. presso la Commissione europea. Vi tornerà all’inizio degli anni Ottanta con gli auspici del cristiano-democratico Helmut Kohl, all’epoca leader dell’opposizione. Dal 1967 al 1981 N. si dedica, infatti, alla politica nazionale tra le fila della Christlich-demokratische Union (CDU). Nel 1967 fa il suo ingresso nel partito e due anni dopo viene eletto deputato nel Consiglio regionale dello Schleswig-Hollstein, dove dal 1971 al 1973 ricopre anche l’incarico di ministro dell’Economia e dei Trasporti. Infine, nel 1972 viene eletto al Bundestag, dove rimane fino al 1981. Sempre nel 1981 N. assume l’incarico di Commissario europeo per il Mercato interno, l’Unione doganale, l’Ambiente e la Sicurezza. Supportato dalla Germania e dai paesi del Benelux, e successivamente anche dai paesi tradizionalmente più protezionisti come la Francia, la missione principale di N. in questi anni è quella di provvedere all’eliminazione del maggior numero di barriere tariffarie e doganali che impediscono il completamento, prima ancora che il corretto funzionamento, del Mercato comune.

In questa prospettiva, il primo risultato importante viene raggiunto a Fontainebleau nel marzo 1984, soprattutto grazie all’azione sinergica di Francia e Germania (v. Accordi di Fontainebleau). Alla coppia franco-tedesca si aggiungerà poco dopo anche Jacques Delors nelle vesti di Presidente della Commissione europea (v. Saunier, 2001, pp. 463-485). Nel 1984 N. viene riconfermato come Commissario europeo, ottenendo l’incarico di vicepresidente della Commissione Delors, con deleghe per la Ricerca, la Politica industriale e l’Innovazione. Il nuovo ambito di competenza non gli impedirà comunque di lavorare all’obiettivo del mercato unico fino alla scadenza del suo secondo mandato nel 1988.

Gabriele D’Ottavio (2012)




Navarro Rubio, Mariano

N.R. (Barbaguena, Teruel 1913-Madrid 2001), dopo una lunga carriera nell’amministrazione e nel mondo sindacale arrivò al ministero delle Finanze nel 1957. A capo di questo ministero il suo principale successo fu, senza alcun dubbio, il Piano di stabilizzazione, che si rivelò un fattore decisivo per l’avvicinamento della Spagna all’integrazione europea durante il franchismo (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Proveniente da una famiglia di umili origini, N.R. trascorse i primi venti anni della sua vita a Daroca. Qui intraprese i suoi primi studi nel Collegio degli Rscolapios dove ricevette un’istruzione cristiana rigida e fondamentalista che segnò profondamente il suo carattere, come egli stesso riconosce nelle sue memorie. A Saragozza studio diritto e si laureò senza ancora aver compiuto i 18 anni di età. Nell’ambiente universitario scoprì il suo interesse verso la politica. Dopo un breve avvicinamento alle idee repubblicane si schierò definitivamente a favore della destra cattolica. Impressionato da un discorso del sacerdote Francisco Izquierdo Molins, entrò nel gruppo organizzatore di Azione cattolica, difensore della dottrina sociale pontificia.

A Daroca N.R. fondò il primo centro di Azione cattolica che ottenne, all’interno della diocesi, un peso significativo. A Madrid, grazie al sostegno di don Angel Herrera, passò alla giunta nazionale di Azione cattolica e, successivamente, alla giunta tecnica, con José Maria Mohedano.

N.R. fu uno dei laici con cui molto presto entrò in contatto Escrivà, successivamente beatificato, che conobbe all’inizio del 1940 e da allora in poi divenne la sua guida spirituale. Fu altresì uno dei primi soprannumerari dell’Opus Dei.

L’inizio della guerra civile lo colse di sorpresa a Daroca, e da cui decise di andare come volontario verso la zona di guerra, sul versante dei nazionalisti. Combatté nei principali fronti aperti in Aragona, Madrid e in Estremadura, ottenendo il grado di capitano dell’esercito regolare e una menzione per la medaglia al merito a seguito di un’azione condotta nella città universitaria.

Terminata la guerra, N.R. riprese gli studi conseguendo il dottorato in diritto. Ebbe fra i suoi professori Fernando María Castiella, e fra i compagni di corso Alberto Ullastres, con il quale, in seguito, in qualità di membro del governo, avrebbe lavorato per avvicinare la Spagna degli anni Sessanta alla neonata Comunità economica europea. Al termine degli studi entrò nella Accademia del Corpo giuridico militare. Successivamente divenne segretario tecnico-sindacale e ricoprì diversi incarichi sindacali, fra cui quelli di vicesegretario dell’Ordinamento amministrativo della Delegazione nazionale dei sindacati e di presidente del Centro di studi sindacali. Nello stesso tempo fu vicepresidente dell’Istituto degli studi agro-sociali e deputato in Parlamento. Arrivato primo al concorso per l’avvocatura del Consiglio di Stato, fu nominato consigliere della Banca popolare spagnola, incarico che ricoprì fino a che non fu designato sottosegretario del ministero per le Opere pubbliche, nell’aprile del 1955. Questo complesso percorso lo preparò per il cruciale portafoglio del ministero delle Finanze, che ottenne nel 1957.

A capo di tale ministero, la gestione di N.R. si caratterizzò per la realizzazione del Piano di stabilizzazione e per l’ingresso della Spagna in seno ad alcuni organismi economici internazionali come l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE) e il Fondo monetario internazionale (FMI). Inoltre, durante il suo mandato vennero promulgate la Legge di riforma del sistema tributario e quella delle tasse ed esazioni parafiscali.

L’intenzione di realizzare una politica stabilizzatrice si avvertì già nel febbraio 1957, quando al governo arrivò una nuova formazione, successivamente ricordata come il governo dei “tecnocrati”. Al suo interno, Ullastres e N.R., che ricoprirono rispettivamente l’incarico di ministro del Commercio e delle Finanze, giocando un ruolo determinante. Il nuovo gabinetto pose tra le sue priorità una riforma radicale del sistema economico per far fronte alle difficoltà del momento e per modificare le basi del sistema dello stesso. A partire dal 1959 la Spagna, che era già tra i membri del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per la ricostruzione e lo sviluppo avviò, d’accordo con i suddetti organismi, il Piano di stabilizzazione, diventando, in quello stesso anno, un membro a pieno diritto nella OECE. A partire da questo momento, la Spagna entrò decisamente in una fase di liberalizzazione economica e si allineò progressivamente con l’economia europea.

Il Piano di stabilizzazione trovò riflesso anche nel memorandum che il governo spagnolo, dopo intense consultazioni con gli organismi internazionali, diresse al FMI ed alla OECE il 30 giugno 1959 e che poi, il 21 luglio, fu convertito nel Decreto legge10/1959. L’insieme di soluzioni raccolte nel Decreto segnarono per la politica economica spagnola una svolta molto importante: ovvero la fine della politica autarchica iniziata nel 1939 e l’avvio di una nuova politica economica tendente verso la liberalizzazione interna ed internazionale dell’economia.

Il Piano di stabilizzazione raccoglieva un insieme di pratiche economiche il cui obiettivo era bloccare l’inflazione, stabilizzare i prezzi e livellare la bilancia dei pagamenti. Per realizzare questo programma prevedeva due tipi di misure: quelle volte a stabilizzare il settore interno e quelle volte a a livellare il settore estero. Fra le prime figuravano il congelamento delle retribuzioni e dei salari, il controllo delle spese, l’aumento delle tasse e delle tariffe, la limitazione del credito e l’aumento degli interessi bancari. Fra le seconde in primo piano si ponevano la svalutazione della peseta, la restrizione delle importazioni e lo stimolo verso le esportazioni, l’aiuto estero e il nuovo regolamento degli investimenti di capitale estero. Attraverso queste misure e sotto l’attento controllo degli organismi internazionali si dovevano raggiungere: la stabilità dei prezzi e della peseta, l’aumento della produttività, l’aumento delle esportazioni, il livellamento della bilancia dei pagamenti, la liberalizzazione delle esportazioni fino al 90% e la convertibilità della peseta. In definitiva, con il Piano di stabilizzazione si modificavano radicalmente le rotte della politica economica spagnola sostituendo all’inflazione, al protezionismo e all’interventismo la stabilità, la liberalizzazione e l’economia di mercato.

La stabilizzazione implicava la liberalizzazione dell’economia spagnola, l’apertura del commercio, l’inserimento della Spagna nell’ambito europeo della cooperazione economica e l’assestamento delle basi economiche volte a garantire un futuro inserimento del paese in seno agli organismi europei.

Il 7 luglio 1966 N.R. lasciò la guida del ministero e successivamente fu nominato governatore della Banca di Spagna (1965-1970), diventando una figura di spicco in campo politico e sociale. Divenne altresì membro della Accademia reale di scienze morali e politiche. Allo stesso tempo durante il suo incarico di governatore della Banca di Spagna visse i momenti più turbolenti della sua vita pubblica, e fu processato nel 1970 per probabili responsabilità nel “caso Matesa”. In seguito al ricorso presentato alla Corte suprema, nell’ottobre del 1971 N.R. ottenne l’indulto da parte di Franco. Come osserva Javier Tusell, «durante il tardo franchismo N.R. fu vittima degli inconvenienti di un regime che aveva servito fedelmente, ma contribuì anche a cambiare in modo decisivo la vita degli spagnoli».

Senante Berendes Heidi (2012)




Nenni, Pietro

N. (Faenza 1891-Roma 1980) proveniva da una famiglia di origini contadine. La precoce scomparsa del padre gli aprì la via dell’orfanotrofio. La sua formazione fu così caratterizzata da un’educazione rigida in un ambiente condizionato dall’atmosfera papalina, dove però filtravano i richiami del turbolento contesto sociale di fine secolo. I suoi primi ricordi si legavano ai tumulti per il pane scoppiati in Romagna nel 1898 e al regicidio di due anni dopo. All’età di sedici anni fu mandato a lavorare come contabile presso una fabbrica di ceramiche, dove si compì anche il suo precoce apprendistato alla politica. Nel 1908 risultava già iscritto alla locale sezione giovanile repubblicana, di cui diveniva di lì a poco il segretario, mentre cominciava le collaborazioni con il settimanale faentino “Il Popolo”. Per questo motivo fu allontanato dal lavoro, avviandosi a una lunga carriera di agitatore prima e subito dopo di dirigente politico.

Nel 1910 N. fu arrestato in Lunigiana, per la partecipazione a moti di protesta antimonarchici. L’anno successivo collaborò con i socialisti alle manifestazioni contro la guerra di Libia, dove organizzò atti di sabotaggio al fianco di Mussolini, con il quale fu condotto in carcere e sottoposto a processo. Nel 1914 era tra i protagonisti in Romagna della “settimana rossa”, accesa dai pronunciamenti rivoluzionari dei congressi socialista e repubblicano, che gli valse una nuova condanna per reati politici. Allo scoppio della Prima guerra mondiale N. aderì come altri esponenti della “settimana rossa” alla posizione interventista, persuaso che la guerra potesse costituire la miccia di innesco della rivoluzione. Fu invitato a collaborare con “Il popolo d’Italia” di Mussolini, prima di partire volontario per il fronte dell’Isonzo. Congedato a seguito di una ferita riportata in zona di guerra, fece ritorno alla politica attiva assumendo la direzione de “Il Giornale del mattino” di Bologna e quindi, alla chiusura di questo, passando a collaborare con “Il Secolo”, prestigioso quotidiano radicale milanese. In questo ambiente maturava tra il 1919 e il 1921 il suo passaggio al socialismo, una svolta decisiva nella vita politica di N., che prima di compiere questo passo aveva partecipato alla formazione del fascio di combattimento di Bologna, suggestionato dalla carica eversiva sprigionata dal movimento dell’amico Mussolini.

Pur tra incertezze ideologiche tipiche di quell’epoca, l’adesione di N. al socialismo si compiva nella raggiunta consapevolezza del carattere reazionario del fascismo, cui si univa un’insoddisfazione per la scarsa risolutezza dimostrata dai repubblicani e il rifiuto della soluzione comunista. Il tema della lotta di classe gli appariva come l’unica prospettiva rivoluzionaria che si apriva nella politica italiana. N. abbracciò così la posizione massimalista di Giacinto Menotti Serrati, che, intravedendone le capacità, lo assunse come corrispondente dell’“Avanti!”, di cui nel giro di pochi mesi diveniva redattore capo. Dalle colonne del giornale intraprese la battaglia contro il fascismo, che nel frattempo aveva raggiunto il potere. L’antifascismo costituiva per lui una condizione indispensabile dell’attività rivoluzionaria, ma anche un’occasione per riflettere sulle responsabilità delle forze popolari nel tracollo della democrazia. La necessità di superare i limiti della contrapposizione tra riformismo e massimalismo si concretizzava nel progetto di “Quarto Stato”, una rivista fondata nel 1925 con Carlo Rosselli che anticipava il suo esilio a Parigi e tracciava le linee per una riformulazione ideologica del socialismo.

Tra i più attivi nelle file del fronte antifascista costituitosi in Francia, N. concorreva alla riunificazione dei partiti socialisti in esilio divenendone poi segretario. Si adoperava quindi a sostenere la politica dei fronti popolari, a rafforzare i contatti con le altre forze antifasciste, in primis con Giustizia e libertà, e a superare i pregiudizi nella collaborazione con i comunisti. La guerra di Spagna rappresentava da questo punto di vista l’occasione per sperimentare sul campo di battaglia la capacità di azione dell’alleanza antifascista. Qui doveva però verificare l’impreparazione dei governi democratici e delle forze volontarie dinanzi alla risolutezza militare del nazifascismo. Presente sul fronte spagnolo come commissario politico delle brigate internazionali, N. definiva meglio le prospettive di politica europea, che non si limitavano all’obiettivo della Resistenza antifascista, ma puntavano soprattutto all’organizzazione di un movimento rivoluzionario. Ciò lo rafforzava nella convinzione di una più stretta unità d’azione tra socialisti e comunisti, che costituirà l’assillo della sua politica negli anni a venire, rendendolo invece del tutto indifferente alle istanze del Federalismo europeo, che maturavano negli ambienti dell’esilio e cominciavano a prospettarsi verso la fine del conflitto mondiale, quando già si delineava il profilo della nuova Europa.

N. era venuto a diretto contatto con questi fermenti durante il suo confino nell’isola di Ponza, cui era stato destinato nel 1943 dopo la cattura in Francia da parte della Gestapo, e successivamente nel corso dell’attività politica ripresa in Italia all’indomani della caduta del fascismo. La costruzione del socialismo, anziché la prefigurazione di un legame transnazionale tra gli Stati europei, assorbiva l’orizzonte della sua iniziativa politica: la dimensione internazionale della lotta di classe, contrapposta alla visione federalista dell’unità europea. In una lettera inviata a Morandi nel 1944 N. invitava a diffidare di un’azione del movimento federalista europeo fuori dall’orbita dell’Unione sovietica: «L’idea che è alla base di questo movimento solleva per noi due problemi capitali: quello dei rapporti fra Stati socialisti e Stati capitalisti e quello conseguente della posizione dell’Urss in un sistema federativo» (v. Spinelli, 1993, p. 77).

In coerenza con simili presupposti muoveva anche l’iniziativa di N. ministro nell’Italia postfascista, dapprima quale vicepresidente del Consiglio e ministro della Costituente nel governo Parri (v. Parri, Ferruccio) e nel primo governo De Gasperi (v. De Gasperi, Alcide), successivamente come ministro degli Affari esteri nel secondo governo De Gasperi. Il raggio della sua azione era circoscritto dalla funzione assegnata al socialismo italiano nell’ambito più vasto del movimento internazionale, regolato dal ruolo guida dell’Unione sovietica. Nella sua breve esperienza di ministro degli Affari esteri (dall’ottobre del 1946 al gennaio del 1947) N. cercava di collocare l’Italia in una posizione intermedia tra i due opposti blocchi, così da scongiurare una più stretta alleanza con il blocco atlantico secondo le direttive della propaganda neutralista dei partiti occidentali fedeli dal 1947 alla linea del Cominform.

Questa politica veniva delineata nel discorso di Canzo del 13 ottobre 1946, dove N. tracciava gli obiettivi programmatici della sua gestione agli Affari esteri. «Niente isterismi, ma neppure rinunzie. L’Europa si troverà, da ora in poi, davanti ad una Italia che vuole collaborare all’opera comune di progresso, che vuole vivere in pace coi vicini, che fonda la sua azione sul principio della solidarietà internazionale, che non punta sugli anglo-americani, ma sull’unione di tutte le forze democratiche dell’Europa e del mondo» (v. Santarelli, 1988, p. 284).

L’intenzione di sospingere l’Italia verso una posizione di neutrale equidistanza dalle coalizioni, dove anche l’obiettivo dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) (che il movimento federalista aveva già affermato come prioritario) sfumava dinanzi a un più generico proposito internazionalista, era però contraddetta dalla ripartizione in aree di influenza prefigurata dal trattato di pace, poi rafforzata tanto dalla pressione sovietica sui governi dell’Europa orientale quanto dai primi progetti di un piano di aiuti americano. I margini di azione del ministro degli esteri socialista erano perciò esigui, come dimostrava anche l’inefficacia del suo tentativo di rimuovere dalla sede di Washington l’ambasciatore Alberto Tarchiani, punto di riferimento delle correnti atlantiste e organizzatore nel gennaio del 1947 della visita di De Gasperi negli Stati uniti. In quegli stessi giorni, a seguito della scissione avvenuta in seno al partito socialista, N. era costretto ad abbandonare gli incarichi di governo per dedicarsi a tempo pieno alla riorganizzazione del partito. La convergenza della corrente socialdemocratica su posizioni atlantiche lo portava a irrigidire il tema dell’alternativa di sistema, che di lì a breve lo avrebbe condotto a un’opposizione frontale ai partiti centristi. «Tutti i nostri pensieri, tutti i nostri atti, tutti i nostri voti hanno un obiettivo: colpire e distruggere l’iniquità capitalistica che noi consideriamo fonte delle sciagure del nostro paese», così N. presentava la posizione socialista in occasione della presentazione all’Assemblea costituente del terzo governo De Gasperi (v. Nenni, 1983, p. 25).

La politica di neutralità costituiva in quegli anni il cemento dell’alleanza con i comunisti, esponendo i socialisti a una condizione di isolamento nei confronti del socialismo europeo nel momento in cui il movimento di integrazione europea rappresentava invece in altri paesi un punto di riferimento più accreditato. N. contestava proprio questa prospettiva politica e reclamava in parlamento «la garanzia di fare una politica di pace, di neutralità e di indipendenza verso qualsiasi blocco, o qualsiasi determinata potenza» (v. Nenni, 1983, p. 53).

Sul piano elettorale questa scelta non contribuì alle fortune del partito socialista. La netta sconfitta del fronte popolare nella contesa con il blocco centrista fu resa ancor più pesante dal ridimensionamento dei socialisti nei confronti dei comunisti, che determinava un rapporto di subalternità destinato a pesare sulle successive vicende del socialismo italiano. Il tentativo iniziale di N. fu quello di persuadere il governo a considerare la politica estera come una zona franca, da sottrarre allo scontro ideologico con l’opposizione. Questa speranza fu resa vana dal peso specifico delle decisioni da intraprendere e dall’irriducibile opposizione esercitata dai partiti di sinistra alle proposte del governo. Dopo le contestazioni sollevate in occasione del Piano Marshall, la polemica toccava il suo punto più elevato al momento della richiesta di adesione dell’Italia al Patto atlantico. L’11 marzo del 1949, tra le vivaci proteste dell’aula parlamentare, N. arrivava a paragonare la situazione a quella del 1939, quando il governo fascista «firmò il “patto d’acciaio” e lo illustrò al paese come tendente a preservare la pace europea» (v. Nenni, 1983, p. 128).

L’irriducibile opposizione all’Alleanza atlantica (v. anche Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico) costituì per N. il principale motivo di incomprensione riguardo alla politica di integrazione europea, che dall’atlantismo traeva linfa vitale. Il disprezzo riservato a questo tema era condizionato dal fatto che, a giudizio di N., il «federalismo non è purtroppo una soluzione ma una evasione. È una fuga nell’astratto. Oggi non è niente, quando non è la bandiera che copre il contrabbando imperialista» (v. Nenni, 1983, p. 111). Per molti anni il partito socialista di N., che ne assumeva l’incarico di segretario nel 1949 mantenendolo sino al 1963, continuò a sostenere l’irrilevanza di una politica europea dinanzi al confronto tra le due potenze nucleari. Ma anche sui due contendenti il giudizio appariva sbilanciato. I toni da crociata riservati agli Stati uniti e le simpatie incontrate in Unione sovietica, dove nel 1952 veniva insignito del premio Stalin per la pace, facevano di N. un alleato fedele dei paesi d’oltre cortina. Soltanto la morte di Stalin e il processo di revisione critica dei suoi crimini contribuì progressivamente a fargli cambiare schieramento, con una certa lentezza riguardo all’adesione a una linea europeista. La politica europea continuava ad apparirgli strumentale alla contrapposizione dei due blocchi, come dimostrava l’irrealistica proposta nel 1958 di fare del continente un territorio neutrale e disatomizzato e la perdurante attribuzione all’europeismo del «carattere di una evasione» (v. Nenni, 1983, pp. 520-523, 585).

La divergenza nei tempi di elaborazione delle prospettive di politica interna e di politica estera dimostrava la scarsa propensione di N. per l’ideologia rispetto al terreno della prassi – il suo comportamento era racchiuso nella formula della politique d’abord – che si accompagnava a un certo ritardo nel riconoscere la realtà totalitaria del socialismo reale. Se in politica interna già nel 1956 il partito socialista aveva cominciato ad allontanarsi dai comunisti adoperandosi a intese elettorali con il partito socialdemocratico, in politica estera i tempi di revisione furono più lunghi e seguirono il faticoso processo di costruzione della maggioranza di centrosinistra, che nel 1963 segnò il ritorno dei socialisti al governo con N. vicepresidente del Consiglio. Malgrado la distensione internazionale e un certo credito acquisito presso le diplomazie occidentali, la politica estera rimase però un versante di difficile comunicazione con la maggioranza centrista. Lo stesso N. contribuiva ad alimentare diffidenze attingendo di continuo al serbatoio della retorica socialista. Tra i suoi temi più diffusi, quello della contrapposizione di una Europa dei popoli all’Europa degli Stati, cui il partito socialista continuava a opporsi: «Contrapporre l’Europa dei popoli all’Europa delle patrie e dei militarismi è il nuovo grande compito che si apre all’azione di quanti respingono la situazione che si è creata nel cuore del nostro vecchio continente», così in un dibattito parlamentare del gennaio del ’63 (v. Nenni, 1983, p. 699).

Nell’agosto del 1968 l’invasione militare della Cecoslovacchia accelerava definitivamente il processo di avvicinamento dei socialisti alla sponda atlantica. Pochi mesi dopo, il ritorno di N. alla guida del ministero degli Affari esteri rendeva definitivo questo approdo. Dinanzi all’avanzata dei carri armati sovietici N. aveva richiamato l’attenzione del Parlamento «sull’esigenza di una politica di unità europea che supplisca ai vuoti dell’attuale organizzazione dei rapporti internazionali soggetti alla nefasta influenza della Realpolitik» (v. Nenni, 1983, p. 705). Dalla Farnesina egli rese ancora più esplicito questo proposito avvalendosi anche del sostegno di Altiero Spinelli, che nominò suo consulente ministeriale. Gli interventi pubblici che contrassegnarono questa sua ultima breve esperienza governativa, che si concluse appena sette mesi dopo nel luglio del 1969, rappresentano un’apertura ai più avanzati propositi di integrazione europea.

I temi sollevati da N. facevano proprie le istanze del federalismo, ma anticipavano anche questioni che sarebbero giunte a soluzione molti anni più tardi. Il ministro socialista non solo faceva presente la necessità di superare l’Unione doganale attraverso una vera e propria unione economica, ma cominciava già ad accennare all’ipotesi di una integrazione monetaria che aveva sullo sfondo la prospettiva della moneta unica. Questo progetto era subordinato al rafforzamento delle Istituzioni comunitarie, in special modo della Commissione europea, per attenuare le spinte isolazioniste che condizionavano il cammino dell’integrazione continentale. N. riusciva a incardinare queste proposte in una visione più alta delle responsabilità politiche, che lo portava ad auspicare una presenza dell’Europa nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e soprattutto a sollecitare il passaggio alle Elezioni dirette del Parlamento europeo: «L’Europa sarà frutto ed espressione della democrazia europea, oppure non sarà» (v. Nenni, 1983, p. 746).

L’uscita dal governo segnò anche la parabola conclusiva della lunga carriera politica di N., che tuttavia rimase sulla scena sino agli ultimi giorni come figura di riferimento della democrazia italiana. Nel 1970 fu nominato senatore a vita, due anni dopo divenne presidente onorario del partito socialista.

Paolo Varvaro (2010)




Noël, Émile

N. (Costantinopoli 1922-Viareggio 1996) fu definito da Jacques Delors nelle sue Memorie «uno dei padri dell’Europa», diventato, al servizio della Commissione europea, «un ingranaggio talmente essenziale che ci si domandava talvolta se non era stato proprio lui ad avere impresso il suo sigillo a un certo orientamento, ad una certa decisione». I suoi genitori si erano conosciuti in Turchia: il padre, belga, era funzionario delle ferrovie e la madre apparteneva a una famiglia francese trasferitasi in Turchia nell’Ottocento. Ritornato nel 1925 in Francia, N. frequentò il liceo cattolico di Aix-en-Provence (conseguendo la licenza a soli sedici anni) e i corsi preparatori di matematica a Montpellier e a Marsiglia. Trasferitosi a Parigi, conseguì nel 1943 il dottorato in scienze fisiche e matematiche. Del suo impegno nella Resistenza, iniziato nel 1941 in Provenza e proseguito nella capitale, N. non parlava volentieri a causa di quel carattere schivo e riservato che lo portava con fatica a evocare vicende personali. Il coinvolgimento nel maquis svolse però un ruolo importante nello sviluppare in lui il sentimento di comunità. Nell’ottobre 1945 partecipò a Londra ai lavori della Conferenza mondiale della gioventù e la sua presenza nel maggio 1948 al Congresso dell’Aia, che sancì la nascita del Movimento europeo, costituì l’occasione per il rafforzamento delle sue convinzioni.

Le prospettive aperte per i giovani dall’integrazione vennero illustrate nell’agosto 1949 dal Manifesto del Movimento europeo, del quale N. era diventato nel frattempo segretario generale aggiunto. A quell’epoca iniziarono e si consolidarono i suoi rapporti con i federalisti Hendrik Brugmans e Alexandre Marc (v. anche Federalismo). Nel 1949, diventato funzionario del Consiglio d’Europa, N. s’impegnò in una serie di iniziative per lo sviluppo dei poteri decisionali di quell’istituzione che aveva in Guy Alcide Mollet, membro dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa oltre che influente segretario della Section française de l’internationale ouvrière (SFIO), un fervente sostenitore. Prima, importante tappa della sua carriera di funzionario internazionale fu la nomina a segretario della Commissione Affari generali, della quale Mollet era relatore. Nel 1952, quando Paul-Henry Charles Spaak diventò, nell’ambito della Comunità europea per il carbone e l’acciaio (CECA), presidente dell’Assemblea ad hoc con il mandato di predisporre, sulla base di una proposta italo-francese, lo statuto di una Comunità politica europea (CPE), N. venne “prestato” alla nuova organizzazione per dirigere il segretariato della Commissione costituzionale incaricata di redigere le clausole del nuovo trattato (v. anche Trattati). Questo tentativo, che aveva suscitato molte speranze tanto da essere considerato da N. come il momento nel quale mai l’Europa politica era apparsa così a portata di mano, naufragò nel 1954 a seguito della mancata ratifica da parte dell’Assemblea nazionale francese del Trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (CED).

Tornato al Consiglio d’Europa N. divenne capo di gabinetto di Mollet, nel frattempo eletto presidente dell’Assemblea consultiva. Quando quest’ultimo, nel 1956, in un momento critico a causa delle vicende algerine, fu incaricato di formare il governo, N. divenne, prima, chef de Cabinet, e poi, direttore aggiunto del gabinetto stesso. In questa veste partecipò, assieme a Pierre Uri e a Robert Marjolin e sotto la direzione del ministro degli Esteri Christian Pineau, alla messa a punto della posizione francese nei negoziati di Val-Duchesse, conclusisi con la firma nel marzo 1957 dei Trattati di Roma. A proposito di questi negoziati, Marjolin nelle sue memorie ha ricordato così il ruolo “molto importante” svolto da N.: «Europeo della prima ora, fermissimo nelle sue convinzioni malgrado un aspetto esterno affabile e tollerante, spirito lucido e penetrante N. contribuì in maniera decisiva a fare prendere al presidente del Consiglio quelle decisioni che consentirono ai negoziatori di Bruxelles di perseguire efficacemente il loro fine». A quest’epoca risale l’intensificazione dei rapporti di N. con Jean Monnet.

Nel marzo 1958 N. fu nominato segretario esecutivo della Commissione della Comunità economica europea (CEE) e si preoccupò, anzi tutto, di dare una struttura organica al segretariato con il triplice scopo di assicurare il buon funzionamento del collegio dei commissari, di vegliare all’attuazione da parte dei competenti servizi delle relative decisioni e di intrattenere relazioni continue con le altre Istituzioni comunitarie, segnatamente il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri. Il progetto delle “regole di procedura”, da lui stesso messo a punto, fu approvato dalla Commissione europea presieduta da Walter Hallstein senza sostanziali modifiche, e tali “regole” sono rimaste fino a oggi sostanzialmente immutate. Con l’entrata in vigore il 1° luglio 1967 del Trattato istitutivo di una Commissione unica e di un Consiglio unico per le tre Comunità europee, firmato l’8 aprile 1965, N. divenne segretario generale della Commissione, carica che mantenne fino al 1987, anno del suo pensionamento.

N. non fu soltanto un notaio, e le sue convinzioni e la sua esperienza, unite alla capacità di saper ascoltare e di trarre conclusioni operative in uno sforzo di sintesi di posizioni tra loro a volte distanti, si rivelarono utilissime fin dai primi giorni dell’entrata in funzione della CEE – soprattutto quando questa, assai presto, si trovò a dovere affrontare, sul piano interno, le tematiche connesse alla messa in funzione delle organizzazioni comuni di mercato agricole (v. anche Politica agricola comune) e, sul piano esterno, i problemi del commercio internazionale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) (v. anche Accordo generale sulle tariffe e il commercio, GATT). La tenacia, la pazienza e l’immaginazione creativa di N. furono messe a dura prova nei momenti difficili dell’Europa comunitaria: dalla politica francese della “sedia vuota” del 1965 ai problemi dell’equilibrio finanziario posti dal Regno Unito durante gli anni Ottanta e, ancora, allorché dovette battersi per ottenere che anche il Presidente della Commissione europea potesse sedere al tavolo dei capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio europeo. Le sue doti di negoziatore abile e discreto si rivelarono ancora all’epoca dei primi pour parlers per l’Atto unico europeo che, con la prospettiva di un grande mercato all’orizzonte del 1992, segnarono l’inizio, dopo circa trent’anni, di un cambiamento nell’atteggiamento dei governi degli Stati membri.

N. attribuiva il merito dell’Atto unico sia alla presidenza di turno italiana, che al Consiglio europeo di Milano del 1985 aveva imposto, nonostante l’opposizione britannica, la convocazione di una Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative) di Revisione dei Trattati, sia alla presidenza belga che, nel 1986 in sede di negoziato finale, si era opposta recisamente a compromessi dell’ultima ora. Così – osservava sempre Noël, assertore della necessità di dotare l’Unione europea di strumenti ad elevato grado di flessibilità – in questi due momenti critici era stata determinante la volontà di «sfuggire alle costrizioni troppo rigide del voto all’unanimità e di aprire nuove vie» sempre nel pieno rispetto dei trattati esistenti. N. fu sempre contrario all’adozione di formule – quali quelle dell’Europa a due velocità o del direttorio (v. anche Europa a “più velocità”) – che avrebbero indebolito il principio della solidarietà nell’ambito della Comunità europea e propenso, invece, a ricercare soluzioni che consentissero a una maggioranza di Stati membri, in una cornice di condivisione generale dei relativi obiettivi, di fare da battistrada sul percorso dell’integrazione (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Dopo il suo collocamento a riposo N. fu nominato presidente dell’Istituto universitario europeo (IUE) di Firenze, carica che mantenne fino al 1994. Durante sette anni operò con successo per la revisione della Convenzione (v. anche Convenzioni) del 1972 con l’obiettivo di sviluppare programmi di ricerca sulla società europea contemporanea. La revisione diede vita al Centro Robert Schuman di studi avanzati quale struttura interdisciplinare orizzontale volta ad approfondire i temi dell’integrazione.

Luigi Guidobono Cavalchini (2010)