Lettonia

La transizione della Lettonia verso l’adesione all’Unione europea

Le relazioni tra la Lettonia e l’Unione europea furono intraprese il 27 agosto 1991, quando l’Unione europea riconobbe l’indipendenza della Lettonia dall’Unione Sovietica. Le prime elezioni postsovietiche furono indette nel giugno 1993 ed ebbero come risultato il governo di Valdis Birkavs, guidato dal partito di centrosinistra Via della Lettonia (LC). Dal principio il governo mostrò chiaramente il suo orientamento filo occidentale e si impegnò ad attuare un pacchetto di riforme che avrebbero facilitato la futura adesione della Lettonia all’Unione europea, sebbene a causa dell’instabilità della coalizione governativa seguire fedelmente il percorso intrapreso verso tali riforme non fosse un’impresa facile.

La Lettonia mostrò il suo impegno verso l’adesione all’UE ancor prima delle elezioni del 1993. Il governo provvisorio, infatti, firmò un Accordo sulla Cooperazione commerciale ed economica con l’Unione europea l’11 maggio 1992 (v. Accordi europei), dopo soli nove mesi dalla proclamazione dell’indipendenza della Lettonia. Fu al summit del Consiglio europeo di Copenaghen nel giugno 1993, che venne considerata per la prima volta la possibilità che la Lettonia aderisse all’Unione europea e che vennero definite le condizioni per l’adesione. L’Unione europea stabilì che l’adesione sarebbe avvenuta non appena la Lettonia avesse ottemperato ai cosiddetti “criteri di Copenaghen” (v. Criteri di adesione).

Nel 1994, la responsabilità generale della gestione e del coordinamento dell’integrazione della Lettonia nell’UE (v. Integrazione, metodo della) fu affidata a una nuova istituzione, l’Ufficio per l’Integrazione europea, un ente statale che faceva direttamente capo al primo ministro e che era affiancato da 23 gruppi di lavoro tecnici. Il 18 luglio 1994, la Lettonia e l’Unione europea firmarono un Accordo sul libero scambio e sulle questioni commerciali, che entrò in vigore il primo gennaio 1995, sostituendo l’accordo del 1992. Tale accordo sarebbe stato alla base delle relazioni tra le due parti sino alla ratifica e alla conseguente entrata in vigore il 1° febbraio 1998 dell’Accordo europeo, firmato dalla Lettonia il 12 giugno 1995. Da allora l’Accordo europeo fu il fondamento giuridico delle relazioni tra la Lettonia e l’Unione europea e cercò di fornire «un quadro di riferimento al dialogo politico, di promuovere l’ampliamento degli scambi e delle relazioni economiche fra le parti, di fornire una base per l’assistenza tecnica e finanziaria della Comunità (Comunità economica europea) nonché una cornice adeguata a sostenere la graduale integrazione della Lettonia nell’UE». La candidatura ufficiale della Lettonia all’Unione europea fu firmata dal Presidente e dal primo ministro il 13 ottobre 1995 e inoltrata alla Spagna, che esercitava la presidenza di turno dell’Unione europea, il 27 ottobre 1995 (v. Presidenza dell’Unione europea).

Il 10 ottobre 1995, pochi giorni prima che fosse presentata la candidatura, il Consiglio dei Ministri lettone istituì il Consiglio per l’Integrazione europea, un organo di Stato che si riunisce una volta al mese «per sviluppare e promuovere una politica congiunta sull’integrazione della Lettonia nell’Unione europea a tutti i livelli delle istituzioni governative». Il Consiglio è guidato dal Direttore dell’Ufficio per l’Integrazione europea.

Si ritenne che i criteri di Copenaghen, pur rappresentando una base solida per valutare le credenziali politiche dei paesi candidati, non considerassero sufficientemente le specifiche circostanze dei singoli Stati. Nel dicembre 1995, quindi, il Consiglio europeo a Madrid richiese alla Commissione europea di redigere pareri (avis) su ognuno dei nuovi paesi candidati che fossero pubblicati col nome di “Agenda 2000”. Il Consiglio decise inoltre di organizzare una conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative) in vista dell’Allargamento dell’UE.

Nel valutare singolarmente le candidature dei paesi (v. Paesi candidati all’adesione), l’Unione europea riconobbe che alcuni Stati stavano realizzando maggiori progressi di altri e, il 13 aprile 1997, la Commissione dell’UE annunciò che la prima ondata di adesioni all’UE avrebbe incluso Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Cipro, mentre Lettonia, insieme a Lituania, Bulgaria, Romania e Slovacchia, avrebbero fatto parte della seconda ondata. Tale decisione fu fortemente criticata in Lettonia, poiché si riteneva che tutti e tre gli Stati baltici avrebbero dovuto aderire contemporaneamente. Il ministro degli Esteri Valdis Birkavs insisté per l’ammissione simultanea di tutti e tre gli Stati alle trattative d’adesione con l’Unione europea: «Il nostro obiettivo di aderire all’Unione europea sarà raggiunto solo nel momento in cui tutti e tre gli Stati baltici saranno diventati membri di tale organizzazione. […] Non si può immaginare un’Europa unita senza i tre Stati baltici».

Il 15 luglio 1997 la Commissione pubblicò il proprio Parere sulla candidatura della Lettonia all’Unione europea (“Agenda 2000”). La Commissione espresse apprezzamento alla Lettonia per la stabilità delle sue istituzioni politiche e per il clima di libertà e correttezza in cui si erano svolte le elezioni del 1993 e 1995. La principale critica in ambito politico faceva riferimento alla necessità «di accelerare la procedura di naturalizzazione delle minoranze russe in modo da meglio integrarle nella società lettone». La Commissione espresse soddisfazione per i progressi compiuti dalla Lettonia nella creazione di un’economia di mercato ma riconobbe che la Lettonia avrebbe avuto «notevoli difficoltà a far fronte, a medio termine, alle pressioni competitive e alle forze di mercato all’interno dell’Unione». Il summit del Consiglio europeo di Lussemburgo nel dicembre 1997 diede all’Estonia e agli altri paesi della prima ondata il via libera a iniziare i negoziati di adesione nell’aprile dell’anno successivo, e stabilì che le trattative con la Lettonia avrebbero dovuto attendere finché il paese non avesse compiuto «progressi sufficienti per soddisfare le condizioni per l’adesione stabilite dal Consiglio europeo di Copenhagen». Tuttavia, la Commissione si impegnò a sviluppare una strategia rafforzata di preadesione (v. anche Strategia di preadesione) per consentire alla Lettonia di adempiere «agli obblighi dell’adesione adoperandosi ad affrontare i punti deboli individuati dal parere».

Il 31 marzo 1998 l’Unione europea aprì le trattative di adesione con la prima ondata di paesi candidati, subito dopo l’entrata in vigore dell’Accordo europeo il 1° febbraio 1998. L’Accordo fornì a tutti i paesi candidati un partenariato per l’adesione e stabilì obiettivi specifici per ottenere l’adesione. Il partenariato intendeva rappresentare «lo strumento chiave della strategia potenziata di pre-adesione, mobilitando in un quadro unico tutte le forme di assistenza ai paesi candidati».

Nel settembre 1998, la Commissione pubblicò la prima delle sue Relazioni periodiche sui progressi compiuti dalla Lettonia verso l’adesione. Pur riconoscendo i passi avanti realizzati nell’ambito dell’integrazione dei non cittadini, il rapporto concludeva che occorreva impegnarsi maggiormente «nella promozione dell’insegnamento della lingua lettone ai non-cittadini, nella riforma della pubblica amministrazione, nel rafforzamento del sistema giudiziario e nella lotta contro la corruzione». Sul fronte economico e amministrativo la situazione era di gran lunga migliore. Tuttavia, l’anno terminò con una delusione, quando, a dicembre, il Consiglio europeo di Vienna votò contro l’avvio dei negoziati di adesione con la seconda ondata di paesi candidati.

Imperterrita, la Lettonia proseguì nella sua strategia di preadesione all’UE. Durante la sessione del Consiglio di Associazione tra la Lettonia e l’Unione europea svoltasi a Riga il 22 febbraio 1999 (v. anche Associazione), si prese atto che «il completamento della fase multilaterale dell’esame analitico dell’acquis (screening) e l’imminente passaggio alla fase bilaterale di tale esame» avrebbe dato «un nuovo dinamismo al processo, accelerando quindi i preparativi per i negoziati». Infatti, nella Relazione periodica del 1999, la Commissione si espresse in favore dell’avvio dei negoziati con la Lettonia. Tale decisione fu confermata al Consiglio europeo di Helsinki nel dicembre 1999.

Con l’inizio del nuovo millennio le relazioni della Lettonia con l’Unione europea divennero sempre più strette. Nel corso dell’anno si svolsero ulteriori sessioni del Consiglio di Associazione, del Comitato di Associazione e del Comitato Parlamentare misto (che comprendeva membri del Parlamento lettone e del Parlamento europeo). In campo economico, nel 2000 le esportazioni della Lettonia verso l’Unione europea erano aumentate raggiungendo il picco storico del 68% delle vendite all’estero complessive. Alla periodica riunione ministeriale della Conferenza Intergovernativa sull’adesione della Repubblica di Lettonia all’Unione europea, svoltasi a Bruxelles il 21 novembre, fu deciso che i capitoli dei negoziati relativi all’Unione economica e monetaria, alla Politica industriale, alla Tutela dei consumatori (v. Politica dei consumatori) e alla Salute (v. Politica della salute pubblica) e alle Relazioni esterne (v. Politica estera e di sicurezza comune) sarebbero stati chiusi provvisoriamente. Sul fronte politico, le Relazioni periodiche UE del 2000 e 2001 riconobbero che la Lettonia continuava a soddisfare i criteri di Copenaghen ed espressero apprezzamento per l’iniziativa del governo di stanziare 200.000 lati per la gestione del Fondo per l’integrazione sociale. Venne anche confermata l’efficacia del processo di naturalizzazione: 14.900 persone, infatti, furono naturalizzate nel 2000, il numero annuo più alto da quando, nel 1995, era iniziato il processo di naturalizzazione. A partire dal 1996, più di 36.000 persone avevano partecipato al Programma Nazionale per l’Insegnamento della Lingua Lettone e il 2001 fu il primo anno in cui fondi pubblici ($US 710.000) furono destinati direttamente al programma. Tuttavia, nel 2002 la Lettonia rimaneva l’unico paese candidato a non aver ancora ratificato la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali.

La sesta e ultima Relazione periodica della Commissione sull’adesione della Lettonia all’Unione europea fu pubblicata il 9 ottobre 2002 e raccomandava di concludere le trattative con la Lettonia per l’adesione entro la fine dell’anno. Considerato il caso della Lettonia, che era riuscita a concludere provvisoriamente i negoziati di tutti e 31 i capitoli, i capi di Stato e di governo dei paesi membri presenti al Consiglio europeo di Copenaghen del 13 dicembre 2002 decisero che i paesi candidati avrebbero firmato il Trattato di Adesione il 16 aprile 2003 ad Atene (v. anche Trattati).

L’ultimo ostacolo sulla strada dell’adesione della Lettonia all’UE fu il referendum popolare. Alla fine, la campagna a favore del Sì ottenne una vittoria schiacciante, raggiungendo il 67% dei voti su un’affluenza alle urne del 72,53%. Il primo ministro Einars Repse accolse la decisione come uno dei tre più importanti eventi della storia lettone, insieme all’indipendenza dall’Impero russo nel 1918 e alla nuova indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991. La campagna per il No si appellò invano al popolo lettone affinché non cedesse a Bruxelles la sovranità che solo recentemente aveva riconquistato dall’Unione Sovietica, senza ottenere risultati di sorta. Così si espresse la Presidente Vaira Vike-Freiberga: «Per la Lettonia [l’adesione all’UE] chiude definitivamente le vicende della Seconda Guerra Mondiale e cancella per sempre le divisioni sulla mappa dell’Europa che l’odioso patto Molotov-Ribbentrop del 1939 aveva posto in essere». La Lettonia aderì all’UE il 1° maggio 2004.

Box 1→ Banca della Lettonia

Box 2 → Agenzia lettone per l’investimento e lo sviluppo

Box 3 → Istituto privato di economia dell’Accademia delle scienze di Lettonia

Box 4 → Ufficio per l’integrazione europea

Conseguenze dell’adesione all’Unione europea per la Lettonia

Il processo di Armonizzazione intrapreso dalla Lettonia per conformare le sue strutture politiche, economiche e sociali a quelle dell’Unione europea, entrò in conflitto con molte delle misure adottate allo stesso tempo in merito a state-building e nation-building, in particolare riguardo alla cittadinanza, alla lingua e alla tutela delle minoranze (v. Lingue minoritarie nell’Unione europea). Infatti, negli anni ’90, la Lettonia e l’UE avevano una visione del mondo piuttosto differente. In Europa occidentale la fine della Guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica modificarono le priorità della sicurezza degli Stati dalla sopravvivenza alla “gestione e prevenzione delle crisi”. Come conseguenza della sua storia di occupazione e annessione, la Lettonia continuò a considerare la Russia (e per estensione i russi) come una minaccia per la propria integrità territoriale. Queste Weltanschauung così contrastanti hanno portato all’adozione, da entrambe le parti, di posizioni fondamentalmente divergenti in merito alla legislazione sulla cittadinanza, sulla lingua e sui diritti delle minoranze.

Il primo periodo dell’indipendenza è forse il più importante nella storia lettone. La repubblica tra le due guerre mondiali aveva fornito lo spazio politico all’interno del quale si era diffusa per la prima volta l’identità nazionale del popolo lettone che era stata recepita dall’intera popolazione. Inoltre la Lettonia si riteneva uno Stato rinnovato, non nuovo, e riteneva che la propria sovranità fosse stata interrotta, non annullata durante il periodo di occupazione sovietica. Dopo aver riconquistato l’indipendenza dall’Unione Sovietica, quindi, il nuovo governo nazionale cercò semplicemente di ricominciare da dove era stata interrotto e ricreare la repubblica esistente tra le due guerre mondiali. Ciò significò cancellare dal proprio territorio tutte le tracce dell’ordinamento sovietico, reclamando gli elementi di Stato e nazione sovrana che si erano persi, e tenendosi il più lontano possibile dall’influenza russa.

La decisione del governo lettone di impegnarsi in favore dell’adesione all’Unione europea dipese, quindi, ben più da una percezione dell’identità nazionale e del sé geografico e storico come cultura occidentale, che non da una valutazione razionale dei vantaggi economici e politici. Questo spiega il motivo per cui il governo lettone fu molto critico quando l’Unione europea rifiutò di far partecipare la Lettonia alla prima ondata dell’allargamento dell’Unione insieme all’Estonia. Se fosse stata solo una valutazione in termini di crescita economica, difficilmente la Lettonia avrebbe potuto sostenere di aver raggiunto gli stessi risultati del vicino nordico. Tuttavia, poiché l’adesione all’UE testimoniava l’identità e i valori occidentali dello Stato – come affermò il governo lettone – i tre paesi baltici sarebbero dovuti essere ammessi congiuntamente.

Il timore della Lettonia nei confronti della Russia era rafforzato dalla visione russa del mondo e di se stessa: un mondo governato da grandi potenze, tra cui potersi annoverare. Per essere una grande potenza uno Stato necessita di una sfera di influenza e questo spiega perché Mosca voglia mantenere il controllo sui tre Stati baltici. Ovviamente, ciò ha avuto pesanti ripercussioni sulla comunità di lingua russa in Lettonia e ha fatto sì che l’attenzione dell’UE si concentrasse in particolare sul capitolo dell’acquis comunitario relativo al “rispetto e la protezione delle minoranze”.

I dibattiti all’interno della società lettone sulle implicazioni dell’adesione all’Unione europea furono molto animati. Mentre alcuni ritenevano che l’integrazione europea fosse l’unico modo per garantire la propria sicurezza (v. anche Integrazione, teorie della), proteggere il proprio Stato dall’ingerenza russa e difendere la propria cultura e identità nazionali dall’assimilazione della cultura ortodossa, altri erano critici sull’influenza che Bruxelles esercitava sulla legislazione in materia di cittadinanza e diritti delle minoranze nel proprio ordinamento e considerava l’appartenenza all’UE come una minaccia all’identità che stavano cercando in primis di proteggere.

Alcuni gruppi in Lettonia erano particolarmente avversi alle richieste dell’UE di accelerare l’integrazione delle minoranze di lingua russa nella società lettone. Quando il 20 marzo 1996 il presidente Ulmanis informò Gunther Weiss, ambasciatore dell’UE a Riga, che la Lettonia era pronta a iniziare i negoziati per l’adesione, il diplomatico ribadì che sarebbe stato impossibile discutere dell’integrazione della Lettonia nell’Unione europea senza prendere in considerazione lo status dei non cittadini nella Repubblica. Allo stesso modo, nell’agosto 1998 le raccomandazioni provenienti dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) affinché si ammorbidisse la legge lettone sulla cittadinanza, furono criticate dai partiti di destra, che reputavano gli emendamenti approvati dal parlamento troppo liberali e insistevano affinché la materia fosse sottoposta a referendum. Il presidente Ulmanis affermò che l’ampio sostegno a favore del referendum tra la popolazione lettone fosse un segno di «protesta contro l’esagerata presa di posizione dei politici europei». Tuttavia, molti politici lettoni e capi di stato occidentali avvertirono che un rifiuto al referendum del 1998 sulla cittadinanza sarebbe andato contro lo spirito dei valori europei e avrebbe diminuito l’europeità dello stato. Il referendum fu approvato, un avvenimento che secondo il primo ministro italiano Romano Prodi «affermava chiaramente l’identità europea della Lettonia».

Analogamente, il Comitato per l’Istruzione, la cultura e la ricerca della Saeima si rifiutò di apportare le modifiche raccomandate dall’OSCE e dall’UE al disegno di legge sulla lingua nazionale. Gli esperti dell’OSCE e il Commissario per gli Affari esterni dell’Unione europea, Hans van den Broek, si erano opposti alla regolamentazione dell’uso della lingua nazionale nel settore privato. Il Comitato sostenne che non era possibile applicare tutte le norme europee concernenti la legislazione sulla lingua poiché i lettoni erano diventati una minoranza in molte aree del paese. Nel luglio 1999, tuttavia, la legge sulla lingua che era stata approvata dalla Saeima, fu respinta dal nuovo presidente Vaira Vike-Freiberga, grazie alle pressioni dell’OSCE e dell’UE. L’UE sosteneva che tale legge avrebbe impedito alla Lettonia di ottemperare ai criteri di Copenaghen e quindi di aderire all’Unione stessa.

Mentre la Lettonia, grazie alla pressione esercitata dall’Unione europea, ha liberalizzato in modo significativo la propria legislazione in materia di cittadinanza, lingua e diritti delle minoranze, una larga parte della minoranza di lingua russa non è riuscita a ottenere la cittadinanza lettone. Tra tutti gli Stati membri dell’UE, la Lettonia ha una delle più alte percentuali di non cittadini tra la propria popolazione. Ciò costituisce un argomento significativo nelle relazioni politiche tra la Lettonia e l’Unione europea.

Richard Charles Mole (2006)




Lituania

Il cammino della Lituania verso l’Unione europea

La Lituania fu annessa con la forza all’Unione Sovietica nel 1940 e successivamente fu occupata dalla Germania dal 1941 al 1944. Nel 1944 l’Unione Sovietica riaffermò il proprio dominio, sebbene non riconosciuto dalla maggior parte degli Stati occidentali. Durante il periodo sovietico in Lituania, data la presenza di infrastrutture comparativamente buone e di manodopera qualificata, furono costituiti grandi complessi industriali. Malgrado la mancanza di risorse naturali, fu sviluppato il settore dell’energia, particolarmente in campo nucleare. Altri settori di rilievo erano l’agricoltura e l’industria alimentare.

Nel 1989 la pressione da parte della popolazione costrinse il partito comunista a indire libere elezioni che furono vinte dal movimento nazionalista Sajūdis. Il Consiglio supremo proclamò l’indipendenza l’11 marzo. Dopo violenti scontri con le truppe sovietiche durante il 1990, più del 90% della popolazione votò per l’indipendenza in un referendum tenuto nel febbraio 1991. L’Unione Sovietica riconobbe l’indipendenza lituana nel settembre 1991 e le ultime truppe russe lasciarono il paese nel 1992.

Dalla proclamazione dell’indipendenza nel 1990 la Lituania ha perseguito attivamente una strategia di rafforzamento dei suoi legami politici, economici e sociali con l’Unione europea e di consolidamento della sua sicurezza e stabilità nelle strutture transatlantiche.

Le relazioni diplomatiche tra la Lituania e la Comunità europea (v. anche Comunità economica europea) furono avviate il 27 agosto 1991, allorché i paesi dell’UE riconobbero ufficialmente l’indipendenza lituana. L’11 maggio 1992 la Lituania e la CE firmarono il Trattato di cooperazione economica e commerciale che entrò in vigore il 1° febbraio 1993. Fu altresì firmata la dichiarazione sul Dialogo politico lituano-CE che formalizzò le relazioni politiche tra i vari paesi.

Uno degli episodi cruciali nelle relazioni tra Lituania e la CEE fu la firma dell’Accordo per il libero scambio, rispetto al quale, il 7 febbraio 1994 il Consiglio dei ministri della CEE confermò l’incarico ufficiale alla Commissione europea di procedere nei negoziati sugli accordi per il libero scambio con i paesi baltici. Tale mandato significava l’assenso alla conclusione degli Accordi europei di Associazione con la Lituania e altri paesi baltici, che a loro volta avrebbero rappresentato una fase intermedia verso l’Adesione all’Unione europea. Uno dei significati storici di tale fase consisteva nel riconoscimento di uno status differente per i paesi baltici rispetto a quello di altre ex repubbliche sovietiche, creando in questo modo le premesse per una loro più rapida integrazione nelle strutture e nei mercati occidentali.

L’accordo sul libero scambio e sulle questioni commerciali tra la Lituania e le Comunità europee fu firmato il 18 luglio 1994, e alla fine dello stesso anno furono avviate le trattative per la firma di un accordo sull’adesione associata.

Dopo circa sei mesi di negoziati, il 25 giugno 1995, la Lituania e la CEE firmarono l’Accordo europeo di associazione, confermato il 1° febbraio 1998. Questo completava ed estendeva l’obiettivo dell’Accordo di libero scambio.

Dopo essere divenuta membro dell’UE, la Lituania, unitamente ad altri stati baltici, centrali e orientali dell’Europa, si indirizzò verso una nuova fase di relazioni con l’UE. L’Accordo europeo riconosceva l’aspirazione della Lituania a divenire membro dell’UE e creava le condizioni per la partecipazione del paese alla Strategia di preadesione dei paesi candidati.

L’8 dicembre 1995 la Lituania presentò la sua candidatura all’Unione europea e il 19 gennaio 1996 il Consiglio dei ministri decise di applicare la procedura di cui all’articolo O del Trattato, secondo la quale la Commissione deve essere consultata. Nell’ambito della comunicazione dell’“Agenda 2000” (1997, p. 5) l’adesione della Lituania «era da considerarsi come parte di un processo storico, in cui i paesi dell’Europa centro-orientale avrebbero superato la divisione del continente durata per più di 40 anni, e si sarebbero uniti all’area di pace, stabilità e prosperità creata dall’Unione».

Tuttavia, il Summit di Lussemburgo del dicembre 1997 adottò la decisione di avviare i negoziati riguardanti la partecipazione con soli sei paesi (Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Polonia, Slovenia e Ungheria) dividendo così il processo di Allargamento dell’UE e i paesi candidati in due “ondate”. La Lituania, secondo le conclusioni e le raccomandazioni della Commissione (v. anche Raccomandazioni), insieme a Lettonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Malta, fu inserita nel secondo gruppo di paesi candidati che non erano pronti per l’avvio dei negoziati. Comunque i responsabili lituani si dichiararono in disaccordo con tale decisione, definendola come “politica” e basata su informazioni superate e imprecise. Essi affermarono che la Lituania aveva conseguito i criteri di stabilità politica e raggiunto il successo nel definire il programma di riforme economiche e nell’armonizzare la legislazione con quella dell’UE (vedi Henderson, 1999, p. 265). La reazione della Commissione fu quella di assicurare ai paesi esclusi che essi avrebbero potuto prendere parte ai negoziati non appena avessero raggiunto un sufficiente progresso economico-politico, e di fornire loro assistenza finanziaria e tecnica per soddisfare i criteri della Commissione.

Progressi nel processo di adesione

Come risultato delle elezioni presidenziali tenutesi nel dicembre 1997 e nel gennaio 1998, un nuovo Presidente, Valdas Adamkus, fu insediato il 26 febbraio 1998. Il trasferimento del potere ebbe luogo senza scossoni e in accordo con la legge. Un minore rimpasto governativo si ebbe nel marzo 1998. L’ingresso della Lituania nell’UE continuò a essere considerato dal governo come una priorità politica.

Nel marzo 1998 la Lituania presentò una prima versione del proprio Programma nazionale per l’adozione dell’Acquis comunitario (NPAA) che descriveva più nel dettaglio le azioni necessarie per raggiungere gli obiettivi previsti dal Partenariato per l’adesione. All’inizio del 1999, fu completata la prima fase multilaterale e l’esame analitico dell’acquis. Durante la fase multilaterale, la Commissione europea informò la Lituania circa i requisiti della normativa secondaria UE (v. anche Diritto comunitario). Durante la fase bilaterale o il periodo di identificazione dei problemi (marzo 1999 – febbraio 2000) la commissione esaminò quante normative UE erano già state trasposte nella legislazione nazionale lituana e quali problemi la Lituania aveva incontrato durante la trasposizione o l’implementazione di tali leggi. Nel giugno 1999, il governo lituano approvò la Strategia economica di medio termine nell’ambito dell’integrazione nell’UE (v. Integrazione, metodo della). Nella metà del 1999, venne essenzialmente completata la creazione di un quadro legislativo e della principale infrastruttura istituzionale mirati a definire e rafforzare l’acquis nell’Area del Mercato unico europeo. Fu sostanzialmente incrementato l’aiuto per la preadesione. Parallelamente al programma PHARE, dall’anno 2000, tale aiuto incluse quello all’agricoltura e un fondo strutturale che diede priorità a misure simili a quelle del Fondo di coesione nel settore ambientale e dei trasporti.

Nel 1999 la Lituania venne finalmente invitata ai negoziati per l’adesione, insieme agli altri paesi appartenenti al cosiddetto 2° gruppo (Lettonia, Slovacchia, Romania e Bulgaria). Il 15 febbraio 2000, la Lituania iniziò le trattative per l’ingresso nell’UE. Questi negoziati includevano 31 capitoli che spaziavano dall’agricoltura alle telecomunicazioni.

Il 28 marzo 2000 il Capo negoziatore Vygaudas Ušackas, viceministro per gli Affari esteri della Lituania, presentò all’UE la prima serie di otto documenti riguardanti la posizione della Lituania, iniziando così, di fatto, i negoziati. Alla fine del 2000, il governo lituano approvò le posizioni del paese su tutti i capitoli.

Nel novembre 2000, la Commissione concludeva che «la Lituania ha compiuto progressi soddisfacenti nell’ottemperare alle priorità di breve termine per l’Adesione all’Unione, specialmente rispetto alle riforme economiche. Tuttavia, in alcune aree quali l’agricoltura, la politica fiscale, la capacità amministrativa (inclusi la gestione e il controllo dei fondi CEE), si richiedono ulteriori progressi. La Lituania ha già iniziato a dedicarsi a un certo numero di priorità per l’adesione all’Unione». (Vedi Relazione periodica, 2000, p. 99).

Dopo un anno, la Commissione dichiarò che la Lituania aveva compiuto soddisfacenti progressi nel far fronte alle priorità di breve termine e, in misura minore, a quelle di medio termine per l’adesione all’Unione. In particolare, la Lituania «aveva ampiamente fatto fronte a diverse priorità di breve termine, concernenti criteri economici, mercato interno, energia e ambiente». La Commissione precisò che restavano da affrontare alcune priorità a breve termine, specialmente in materia di agricoltura, e che la Lituania, pur avendo parzialmente adempiuto alla maggior parte delle priorità di medio termine, avrebbe dovuto compiere ulteriori sforzi per quanto concerneva la gestione e il controllo dei fondi CEE (vedi Relazione periodica, 2001, p. 111).

I negoziati con la Lituania per la partecipazione si conclusero ufficialmente al summit di Copenaghen nel dicembre 2002. La Commissione europea, nella sua Relazione periodica (2001, p. 140) concludeva che 28 capitoli si erano per il momento conclusi e che la Lituania aveva in generale fatto fronte agli impegni presi durante i negoziati. Secondo la Commissione, si erano verificati alcuni ritardi in materia di pesca (il completamento del registro delle navi da pesca), nei rilevamenti statistici (per il censimento agricolo) e l’ambiente (la legislazione sugli imballaggi e sui biocidi). Tali questioni dovevano ancora essere affrontate.

Malgrado quei ritardi, la Commissione concluse che: «tenendo conto dei progressi fatti sin dall’emissione del Parere, il livello d’allineamento e di capacità amministrativa raggiunti dalla Lituania fino a questo punto, e il track record della Lituania nel far fronte agli impegni assunti durante i negoziati, la Commissione giudica che la Lituania sarà in grado di assumersi gli obblighi inerenti alla partecipazione in accordo con i tempi previsti. Durante il periodo che la condurrà all’adesione, la Lituania dovrà procedere nei preparativi, in linea con gli impegni assunti nel corso dei negoziati per l’adesione stessa» (ibid.).

Nel 2002 la Lituania si classificò sesta tra i paesi in attesa di adesione e prima fra i tre stati baltici. L’UE contribuì per quasi il 50% del commercio estero della Lituania, distinguendosi come il primo partner commerciale del paese. Il commercio bilaterale era principalmente costituito da prodotti tessili, materiali di trasporto, prodotti chimici, energia e macchinari. Nel 2002, le importazioni UE arrivarono a 2,7 miliardi di euro e le esportazioni a 4 miliardi di euro, con un conseguente residuo attivo di 1,3 miliardi di euro (Commissione europea, 2004).

Il Trattato di adesione fu firmato dal primo ministro Algirdas Brazauskas e dal ministro degli Esteri, Antanas Valionis ad Atene, il 16 aprile 2003. Nel referendum dell’11 maggio 2003, i cittadini della Lituania votarono per il 90,07% a favore dell’adesione all’UE. Infine, il 1° maggio 2004, la Lituania diventò membro a pieno titolo dell’Unione europea insieme ad altri nove paesi (Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia).

Le tappe future

Pur essendo membro a pieno titolo dell’UE, l’integrazione non si è ancora completata in ogni settore: sono numerosi i periodi di transizione come, ad esempio, quello relativo alla Libera circolazione delle persone e alle restrizioni sull’acquisto di terreni da parte di stranieri, o in merito al diritto a mantenere accise più basse sulle sigarette (una lista completa di tutti i periodi di transizione può essere trovata su: www.euro.lt). Inoltre, diventando un membro dell’UE, la Lituania non è diventata automaticamente membro dell’Eurozona o dello spazio Schengen. Per divenire parte di queste due aree, la Lituania doveva qualificarsi in modi separati, soddisfacendo un certo numero di condizioni (giungere al criterio di convergenza per l’Euro e dimostrare di essere in grado di proteggere i comuni confini esterni per Schengen). L’introduzione dell’euro è uno degli obiettivi della politica economica della Lituania dopo la cui attuazione al paese sarà permesso di trarre tutti i benefici offerti dalla politica economica e monetaria europea.
Passi importanti verso l’introduzione dell’euro furono già fatti con l’ancoraggio del litas all’euro e con l’adesione della Lituania all’ERM II. Tramite la partecipazione all’ERM II, la Lituania si è impegnata unilateralmente a mantenere un regime di cambio fisso e un tasso di cambio stabile del litas nei confronti dell’euro. Anche se una data esatta per l’introduzione dell’euro in Lituania non è ancora fissata, i preparativi connessi con l’adeguamento del diritto nazionale, la sensibilizzazione del pubblico, la preparazione per la sostituzione del contante, l’Armonizzazione delle operazioni di politica monetaria e le altre aree vengono effettuate gradualmente.

La Lituania, dopo aver regolato con successo il proprio sistema nazionale di informazione e completate le operazioni di preparazione, è diventato membro dello spazio Schengen il 21 dicembre 2007. Come risultato il controllo delle frontiere marittime e terrestri è stato abolito. Il controllo delle frontiere aeree è stato rimosso del marzo 2008 in considerazione dell’introduzione dei nuovi piani di volo.

Box 1→ Banca della Lituania

Box 2→ Il Comitato Europeo sotto il Governo della Repubblica di Lituania

Box 3→ Radio e Televisione nazionale lituana (Lietuvos nacionalinis Raijas ir Televizija, LRT)

Il consenso politico riguardo l’adesione

I partiti lituani mostrarono un alto livello di consenso politico rispetto alla questione dell’integrazione europea. Tale consenso fu raggiunto dopo che varie politiche alternative fallirono nel soddisfare i requisiti della sicurezza nazionale, inclusi la capacità di proteggere i vitali interessi del paese, di mantenere l’integrità territoriale e di risolvere problemi potenzialmente destabilizzanti come il declino economico, l’inquinamento ambientale, ecc. (v. Lane, 2001).

Tuttavia, vi era un movimento euroscettico (v. Euroscetticismo) che si opponeva all’ingresso nell’UE poiché pregiudicava, secondo i suoi sostenitori, l’indipendenza e la cultura nazionali. Questo punto di vista in qualche misura si rispecchiava nei risultati di una ricerca condotta con regolarità fin dal 1997 dal Centro di Ricerca sull’opinione pubblica “Vilmorus”. Nel sondaggio veniva rivolta tale domanda: «Se oggi venisse indetto un referendum sull’adesione della Lituania all’Unione europea, come voteresti: “pro” o “contro”?». Benché all’inizio del 1997 il sondaggio rivelasse il numero più basso di euroscettici (soltanto l’11% delle risposte rispetto al 49% che si dichiaravano a favore dell’adesione), alla fine del 1999 il numero di euroscettici (35%) superò quello di coloro che avrebbero votato a favore (29%). Questo poteva spiegarsi con la sfavorevole percezione in Lituania delle raccomandazioni dell’UE circa la separazione in due “ondate” dei paesi candidati all’adesione.

Nel 2000 tuttavia, la percentuale di eurofavorevoli superò nuovamente quella degli euroscettici, malgrado quest’ultima avesse raggiunto in alcuni mesi il 54%.

Ciò trovava una spiegazione nell’intensa campagna d’informazione indirizzata alla popolazione, e con la crescita di nuove forze politiche che spingevano per l’adesione della Lituania nell’UE. La diminuzione di eurottimismo che si verificò alla fine del 2001 si può interpretare come conseguente alle difficoltà del periodo di trattative, allorché vennero avviate discussioni sul futuro dell’agricoltura (il problema dei pagamenti diretti), sul permesso agli stranieri di acquistare terreni a scopo agricolo, e sulla chiusura dell’impianto di energia nucleare di Ignalina. Successivamente la situazione si stabilizzò e, dalla primavera del 2002, la percentuale dei favorevoli all’adesione è stata costantemente superiore al 50% (v. Gaidys, 2002, p. 1-3).

Dopo i primi 5 anni di adesione all’UE, i lituani continuano a dimostrare progressivamente il loro supporto all’Unione europea e senso di appartenenza della Lituania all’Unione (71% nel dicembre 2010). L’impatto dell’adesione si considera molto positivo, soprattutto per quanto riguarda l’economia del paese e il controllo sull’inflazione (www.euro.lt).

Jolanta Stankeviciute (2008)




Lussemburgo

La superficie ridotta del Granducato del Lussemburgo (2586 Km²) e la modesta cifra della sua popolazione giustificano, agli occhi di alcuni, l’opinione che si tratti di una “non nazione” (“Le Monde”, 9 luglio 1991), di un “non country”. Ma dalla sua indipendenza (1839) questo piccolo Paese ha affermato la sua posizione in Europa, non senza andare incontro a numerose vicissitudini.

Alla fine della Seconda guerra mondiale la situazione può essere caratterizzata come segue: il Lussemburgo, Paese la cui neutralità è garantita dal 1867, è stato legato alla Germania attraverso lo Zollverein e un’unione ferroviaria fino al 1918. In seguito alla sconfitta tedesca forma l’Unione economica belga-lussemburghese (UEBL) con il Belgio (1921), e ottiene, come la Svizzera, il riconoscimento di uno status particolare, legato alla sua neutralità, in seno alla Società delle Nazioni (1920).

Sul piano economico, il settore primario occupa un posto importante, ma i problemi che deve affrontare a partire dagli anni Venti sono considerevoli. Avendo beneficiato a lungo del protezionismo dello Zollverein, non ha avviato alcuna ristrutturazione nel momento in cui l’UEBL lo pone nell’incapacità di fronteggiare la concorrenza belga. Sostenuto grazie ai sussidi accompagnati da misure protezionistiche, porrà seri problemi – come del resto la viticoltura che ha però intrapreso la riconversione – al momento di negoziare i Trattati di Roma che istituiscono la Comunità economica europea (CEE).

Il settore secondario è dominato dalla siderurgia, che è gestita da due grandi società: la Société anonyme des aciéries réunies de Burbach-Eich-Dudelande (Arbed) e la Société anonyme des hauts fourneaux et aciéries de Differdange, Saint-Ingbert et Rumelange (Hadir). Il peso di questo settore nell’economia è tale da poter parlare di un monolitismo dell’economia lussemburghese. La trasformazione di «un paese rurale povero in un paese altamente industrializzato» (v. Trausch, 1992, p. 89), lo espone al tempo stesso ai rischi della congiuntura internazionale.

La siderurgia lussemburghese, che oggi è passata sotto il controllo di Mittal Steel, non solo dipendeva dalla situazione internazionale, ma doveva anche venire a patti con le siderurgie dei suoi vicini grandi e piccoli: da una parte il Belgio, dall’altra la Francia e la Germania. In questo contesto è necessario sottolineare il ruolo svolto da Emile Mayrisch, proprietario dell’Arbed, nella prospettiva di un riavvicinamento franco-tedesco nel quadro del cartello internazionale dell’acciaio (EIA, 1926), che riuniva, oltre la Saar, cinque dei sei futuri membri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), in quanto solo l’Italia non ne faceva parte.

Situato tra Francia, Germania e Belgio, il Lussemburgo mostra in settori diversi da quello economico la sua capacità di realizzare la sintesi delle influenze esercitate dai suoi vicini, conferendo al tempo stesso un carattere peculiare alla commistione che ne deriva. Sul piano linguistico il francese, lingua dell’amministrazione e della cultura, convive con un dialetto tedesco, il mosellano-francone o lussemburghese, che è parlato dalla popolazione. Nella legislazione il Lussemburgo si è ispirato ai modelli belgi e francesi dell’Ottocento, sul piano del diritto e della politica, facendo riferimento anche alla Germania per la vita economica e la legislazione sociale. In questo senso, pur sviluppando nel corso del tempo una forte identità nazionale, il Paese è diventato in certo qual modo una sintesi dell’Europa nordoccidentale.

Sul piano internazionale ed europeo questo piccolo Paese, il cui motto (“Mir wëlle blaive wat mir sin” / “Vogliamo restare quello che siamo”) caratterizza bene la sua forte identità, è anche un ottimo esempio del modo in cui i piccoli Stati sono stati indotti a tener conto dell’interdipendenza, di cui prende consapevolezza in seguito alla Seconda guerra mondiale.

Il 10 maggio 1939, in seguito alla violazione della sua neutralità, il Lussemburgo è germanizzato e integrato nel III Reich. Ottiene di essere considerato un Paese alleato durante l’esilio della sovrana e di una parte del governo in Canada e dell’altra parte a Londra. In altri termini, ottiene la garanzia del ristabilimento della sua indipendenza dopo la guerra. Ma nel periodo bellico Londra e Washington manifestano il desiderio di vedere raggruppati questi piccoli paesi, che Winston Churchill riteneva fossero stati dei «fomentatori di guerra» dopo i trattati seguiti alla Prima guerra mondiale. In questo contesto le autorità lussemburghesi in esilio si avvicinano agli altri governi rifugiati a Londra. Fra questi, quelli belga e olandese occupano una posizione di primo piano fra i partner suscettibili di elaborare modi di cooperazione destinati a dimostrare agli americani e ai britannici la loro capacità di organizzarsi su base volontaria.

Animato dalla costante «preoccupazione di armonizzare la sua azione con quella delle nazioni che riconoscono il principio della sua sovranità e i diritti che ne derivano», il governo lussemburghese in esilio deve evitare due scogli pericolosi. Nel 1941 Joseph Bech, ministro degli Esteri del Granducato dal 1926 al 1959, mette in guardia contro un pericolo in agguato: «Da una parte cadere nell’oblio a causa della nostra modestia, dall’altra sembrare importuni, mettendoci eccessivamente in mostra» (Heisbourg, p. 339-340). Su questa base Bech, sempre nel 1941 aggiunge a proposito dell’Europa del futuro: «Una cosa certa è che i Paesi neutrali nel senso in cui lo eravamo noi, non avranno più spazio. Il nostro Paese dovrà assumersi dei doveri in cambio dei vantaggi di cui beneficerà. La neutralità è morta definitivamente. È interessante seguire le discussioni […] sul nuovo ordine politico e sociale del dopoguerra […]. Questo ordine non sarà né quello […] che ci lasciamo alle spalle, né quello che Hitler vorrebbe imporre al mondo». E conclude: «Comunque vada, vedo per il nostro Paese la possibilità di compiere una missione utile» (v. Heisbourg, p. 340). A partire dal 1942, Bech precisa le grandi linee del suo pensiero europeo, che possono essere sintetizzate in questi termini: «1. Essendo dei buoni lussemburghesi, vogliamo essere dei buoni europei. 2 Siamo pronti a rinunciare alla nostra sovranità nazionale nella misura in cui la nuova struttura internazionale lo esigerà dalle nazioni europee nell’interesse di tutti. 3 L’organizzazione dell’Europa non potrà mai essere realizzata senza che grandi e piccoli rinuncino a certi diritti sovrani nell’interesse comune. 4 Gli utopisti di oggi […] sono i realisti di domani perché permettono all’esperienza e ai valori morali e spirituali di assumere il loro autentico significato» (v. Heisbourg, p. 342).

Sul piano pratico le convinzioni di Bech si traducono in un riavvicinamento significativo al Belgio e ai Paesi Bassi nel quadro degli accordi che gettano le basi del Benelux. I tre governi non partono dal nulla: nel solco della conferenza economica internazionale del 1927 avevano concluso il Patto di Oslo (1930) con i quattro paesi dell’Europa settentrionale – Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia – che un giorno avrebbero formato il Consiglio del Nord. Dopo aver lavorato alla ricerca di soluzioni multilaterali e bilterali destinate a combattere gli effetti disastrosi della crisi sul piano del commercio internazionale, i sette membri del gruppo di Oslo si preoccupano anche della cooperazione politica. Olandesi e belgi inaugurano così una stretta collaborazione nel quadro delle commissioni miste che si dedicano all’esame di problemi in genere spiccatamente tecnici.

L’esperienza dei tempi di crisi fu di grande aiuto nel periodo della guerra. Belgi, olandesi e lusemburghesi negoziano e firmano a Londra il 21 ottobre 1943 un accordo monetario considerato un’innovazione sul piano tecnico e politico. Esprimendo la convinzione dei partner che «l’organizzazione dell’Europa occidentale non è possibile se non mediante un allargamento graduale» (Bech, 26 marzo 1943), l’accordo monetario è concepito come una tappa. Nella primavera del 1943, in effetti, i tre partner negoziano l’istituzione di una convenzione doganale, che viene firmata il 5 settembre 1944. Essa crea una comunità tariffaria fra i tre paesi, prevede la futura creazione di un’unione economica, istituisce tre organi comuni: un consiglio amministrativo delle dogane, un consiglio per gli accordi commerciali e, secondo la terminologia adottata nel 1946, un consiglio dell’unione economica incaricato dell’amministrazione e dell’esecuzione della regolamentazione comune del commercio estero.

A partire dal 1944 e più ancora dal 1946, data della prima riunione del Consiglio dei ministri del Benelux, i tre membri danno prova di una grande capacità di cooperazione nella prospettiva di sviluppare un’interazione tra la costruzione di un mercato interno e i rapporti di forza internazionali. Senza cadere in un eccesso di semplicismo, dato che talvolta per una serie di motivi si manifestano anche forti resistenze, il Benelux costituisce un’esperienza decisiva. L’Unione economica e monetaria riveste una dimensione politica importante per il semplice fatto della necessità di mettersi d’accordo sui numerosi progetti di cooperazione, addirittura di integrazione dell’Europa occidentale che si moltiplicano nell’immediato dopoguerra. Questa concertazione comporta contatti costanti, la definizione di posizioni comuni, in breve l’emergere di una cultura specifica che non si inscrive solo nella tradizione diplomatica. Dalla CECA ai Trattati di Roma i tre paesi, non senza manifestare tavolta delle divergenze, dimostrano una grande capacità di azione comune. Sotto questo aspetto è esemplare il memorandum Benelux presentato alla Conferenza di Messina nel 1955 per contribuire al rilancio del negoziato paralizzato dopo il rifiuto del progetto di trattato istitutivo di una Comunità europea di difesa (CED), che implicava in prospettiva anche una Comunità politica europea (CPE). Abile e audace, il documento propone l’Unione doganale e il mercato comune, da una parte, e l’elaborazione di una politica comune in materia di uso pacifico dell’energia nucleare, dall’altra. Lasciando la scelta fra i due progetti, che non pregiudicano l’organizzazione istituzionale da creare, il memorandum invita implicitamente ad impegnarsi sulla strada dell’integrazione sopranazionale, senza far mostra di voler imporre qualcosa ai paesi più grandi. Il principio esposto da Bech nel 1941 trova in questo documento la sua perfetta illustrazione.

I tre paesi del Benelux, inseriti in un movimento che si può definire di dialettica fra preoccupazioni “interne” ed europee, hanno elaborato al momento della firma dei Trattati di Roma una cooperazione che, senza poter essere qualificata come una politica estera comune, ha nondimeno innovato profondamente in rapporto alle prassi abituali. La Commissione di coordinamento delle questioni politiche (COCOPO), creata nel 1950 fra Bruxelles, L’Aia e Lussemburgo, va oltre la lettera degli accordi Benelux limitati alle materie economiche, commerciali e monetarie internazionali, poiché approda, per esempio, a rappresentanze combinate degli interessi degli uni e degli altri, concepiti così come interessi comuni, o ancora a ricoprire a rotazione i seggi nelle organizzazioni internazionali. Una prassi che sarà all’origine della posizione molto più recente dei tre paesi in merito alla possibilità di essere rappresentati da un unico commissario all’interno dell’esecutivo comunitario (v. Commissione europea).

Quanto si è detto finora, non deve comunque nascondere il fatto che le convinzioni espresse durante la guerra dal governo lussemburghese l’hanno condotto ad agire con ingenuità dopo il 1945. Tradotta in diritto in occasione della revisione della Costituzione (1948), la rinuncia alla neutralità fa entrare il Lussemburgo in un’era nuova. Deve confrontarsi con la difficoltà, per un paese tanto piccolo, di fronteggiare l’obbligo di disporre di un numero sufficiente di agenti diplomatici, di funzionari e di esperti capaci di assumere la rappresentanza del paese nelle istanze internazionali ed europee, ma non manca di difendere sia i suoi interessi che quelli dell’Europa. Sostenuto, secondo le parole di un diplomatico francese, dal «prudente, intelligente e abile» Bech «osservatore imparziale delle cose europee» (v. Brouwer, p. 509), il Lussemburgo dimostra la sua capacità di ottenere sia delle misure di favore – cioè delle deroghe alle regole generali – sia di cavarsela abilmente proponendo soluzioni a situazioni che appaiono inestricabili.

Nel primo caso il Lussemburgo beneficia di eccezioni che riguardano sia il settore agricolo (clausola di salvaguardia abolita nel 1970), sia la libera circolazione delle persone sia la fiscalità. In questo caso l’espansione dell’attività bancaria della piazza di Lussemburgo a beneficio di numerose imprese e cittadini, soprattutto comunitari, spiega ampiamente gli strappi alla regola. Nel secondo caso, l’esempio più celebre è quello della designazione del Lussemburgo come “sede provvisoria” dell’Alta autorità della CECA nel 1952. I cinque partner del Belgio nella CECA erano favorevoli alla scelta di Bruxelles. Tuttavia il ministro belga degli Esteri, essendo tenuto per obbligo a difendere la candidatura di Liegi, si oppone. Di fronte a questa situazione di stallo, l’abile Bech propone la sua soluzione “provvisoria”, con l’installazione dell’Alta autorità nella sede dell’Arbed a Lussemburgo. È una soluzione che senz’altro riaprirà il dibattito sulla sede, ma intanto offre alla città di Lussemburgo visibilità, uno spazio economico e uno sviluppo culturale che nemmeno i più ottimisti avrebbero potuto sognarsi in altre circostanze.

Ma se il Lussemburgo riesce a cavarsela brillantemente grazie alle eccezioni concesse dai suoi partner e ai vantaggi ottenuti per l’abilità dei suoi rappresentanti, resta il fatto che la questione essenziale è la sua rappresentanza nelle istituzioni. A questo proposito, sia nella Commissione europea che nel Consiglio dei ministri e nell’Assemblea comune, poi Parlamento europeo, il Lussemburgo beneficia di una superrappresentanza in rapporto al suo peso demografico. Nel corso del tempo e degli allargamenti questa superrappresentanza, che gli ha permesso di esercitare un’influenza discreta ma reale, è fortemente diminuita. Il timido “sì” dei lussemburghesi al progetto di trattato costituzionale nel 2005 è stato, insieme ad altri fattori, il segno del loro timore di non “pesare” più niente nell’Europa che all’epoca era quella dei Venticinque.

Questo timore si era già espresso in occasione di precedenti allargamenti (v. Trausch, p. 208). Certo, la costruzione europea ha rafforzato l’apertura del paese all’Europa e al tempo stesso ha anche fortemente rinvigorito la nazione lussemburghese. Il paradosso è solo apparente. Come diceva il negoziatore lussemburghese alla conferenza di Val Duchesse in cui si elaboravano i Trattati di Roma: «Non accetteremo mai che la costituzione del Mercato comune comporti la scomparsa del nostro Stato» (v. Trauch, p. 212). Ma da qui a pretendere che il Lussemburgo non abbia mai smesso di considerare la costruzione europea dal solo punto di vista dei suoi interessi nazionali, compreso quello delle banche che vi si sono stabilite, sarebbe eccessivo. Le presidenze lussemburghesi della Comunità e poi dell’Unione europea (UE) dimostrano il contrario. L’Atto unico europeo è stato preparato e firmato sotto la presidenza lussemburghese (dicembre 1985). Il rapporto che è servito di base al Trattato di Maastricht è stato elaborato in occasione di un’altra presidenza (giugno 1991) (v. anche Presidenza dell’Unione europea). E da Bech a Jean-Claude Juncker passando per Pierre Werner, Gaston Thorn e Jean Jacques Santer, per non citarne che alcuni, le personalità politiche lussemburghesi che hanno dimostrato di essere dei “buoni lussemburghesi e dei buoni europei” sono in proporzione numerose. Ma questa doppia fedeltà alla nazione e all’Europa non sarà il segno che «il Lussemburgo sta diventando una società multiculturale su un fondo comune di civiltà europea?”» (v. Trausch, p. 236).

Michel Dumoulin (2004)