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L’Observateur

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Settimanale di sinistra “non allineato” vicino ai comunisti, “L’Observateur”, fondato nel 1950, comincia per associare l’Unione europea all’ideale del neutralismo, nel timore che l’Europa possa trasformarsi di nuovo in un campo di battaglia nel contesto delle tensioni Est/Ovest. Claude Bourdet, uno dei fondatori e redattori, scrive in “Combat” il 21 marzo 1948: «La neutralità europea è la migliore piattaforma d’unione per l’Europa» (cfr. Philippe Tetart, Histoire politique et culturelle de France Observateur, L’Harmattan, Paris 2000). Quindi la sensibilità politica della rivista, vicina al socialismo o addirittura al comunismo, la induce ad opporsi alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), concepita come uno strumento dei trust capitalisti e una rappresentanza dell’autorità americana. L’integrazione europea auspicata dall’“Observateur” passa attraverso la costituzione di una coalizione delle nazioni europee sotto l’egida della pace e del socialismo (v. anche Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Allo stesso modo il settimanale si oppone violentemente alla Comunità europea di difesa (CED), sotto il duplice effetto del timore per il risorgere del nazismo e per l’assoggettamento alle ambizioni americane. Queste due argomentazioni sono sollevate frequentemente da diversi organi di stampa, ma va sottolineato il radicalismo delle critiche dell’“L’Observateur” e il suo rifiuto di comprendere la difficoltà che comporta per l’Europa liberarsi della Guerra fredda. Tuttavia la crisi della CED permette al settimanale di definire un nuovo “europeanismo”, distinto dall’europeismo, termine che esprime piuttosto l’adesione alle istituzioni della Comunità economica europea (CEE) in seguito Unione europea (UE): “L’Europa nuova”, “l’Europa che vogliamo” sono i titoli che subentrano a “La truffa”, “Le loro Europe”. Questo “europeanismo” si sviluppa secondo due direttrici complementari: l’opposizione all’atlantismo e la visione tradizionale di un ideale europeo pacificatore e civilizzatore attraverso la rigenerazione delle sinistre. Dunque, da un lato, coesistono diffidenze e resistenze agli embrioni delle istituzioni europee messe in opera e, dall’altro, la convinzione che l’Europa possa essere il continente in cui si realizzerà il socialismo “della terza via”.

Queste due posizioni emergono nell’articolo pubblicato in “France Observateur” da Christian Hébert il 17 gennaio 1957, Les dangereuses illusions du Marché Commun, in cui si rimproverano al Mercato comune l’ispirazione estremamente liberale e soprattutto l’abuso di potere e di fiducia, che secondo l’autore dell’articolo consisterebbe nel far votare l’integrazione economica europea, dissimulando che avrebbe reso ineluttabile l’unione politica, sulla quale i cittadini non erano informati. A quest’articolo si affianca quello di Charles Bettelheim, apparso il 21 marzo e intitolato senza ambiguità Le Marché commun assurerait le triomphe du libéralisme et des monopoles, in cui si sottolinea come il movimento operaio – che secondo “France Observateur” dev’essere il perno dell’Unione europea – rischi al contrario di essere il grande sconfitto del Mercato comune.

L’avvio di un’evoluzione editoriale che conduce a un discorso più riformista e la speranza di recuperare l’integrazione europea a vantaggio dei lavoratori determinano dei cambiamenti nella visione dell’integrazione europea che il settimanale ha espresso fino ad allora. Questa circostanza dimostra quanto il tema dell’integrazione, che rivela il riesame delle questioni politiche all’interno della rivista, sia stato fondamentale per questa pubblicazione. Alla fine di marzo viene lanciata un’inchiesta dal titolo L’Europe. Quelle Europe?, incentrata soprattutto sull’europeizzazione del sindacalismo e delle lotte operaie. Le risposte avallano l’idea di “France Observateur” che l’integrazione europea sia ormai diventata irreversibile e che richieda un coordinamento politico e sindacale transnazionale allo scopo di promuovere il riformismo. Tuttavia la rivista insiste sull’aspetto transnazionale e non sovranazionale del suo progetto europeo: Gilles Martinet, uno dei fondatori e dei redattori più in vista, all’epoca è contrario a un’eventuale integrazione politica.

Al principio degli anni Sessanta le posizioni rivoluzionarie marxiste si smorzano definitivamente. Questo cambiamento, associato a difficoltà di ordine giuridico, determina nel 1964 la nascita del “Nouvel Observateur”, che comunque mantiene la sostanza del gruppo redazionale e dell’orientamento politico, seppur sfrondato dei riferimenti marxisti. Durante gli anni Sessanta il nuovo settimanale manifesta un minor interesse per l’integrazione europea e si limita ad assumere una posizione vigile reclamando una politica comune dirigista fondata sull’estensione dei settori pubblici per contrastare l’avanzata del liberalismo economico. Ma l’evoluzione dell’integrazione europea non asseconda le richieste della rivista e nel 1979, l’anno delle prime Elezioni dirette del Parlamento europeo, si registra un ritorno dell’interesse critico da parte del “Nouvel Observateur”. La pubblicazione di un articolo del socialista Michel Rocard (Les enjeux du 10 juin, 4 giugno 1979), in cui l’autore afferma che l’Europa economica concepita come uno «spazio keynesiano» rappresenta un «insuccesso» e che le recenti decisioni (elezione a suffragio universale di un’assemblea priva di reali poteri, allargamento mediterraneo, Sistema monetario europeo) non sono altro che una fuga in avanti di fronte a questo fallimento, dà il segnale del rinnovamento sui temi europei all’interno del settimanale. Il “Nouvel Observateur” sottoscrive tanto più il giudizio di Rocard in quanto la maggioranza di centrodestra uscita dalle elezioni non può che essere favorevole alla cosiddetta Europa “degli affari” e svantaggiosa per i lavoratori. Tuttavia il monito nei confronti di un nazionalismo che si credeva superato risuona nuovamente in una campagna che era stata incentrata sul problema nazionale dell’identità esagonale: al di là dei disaccordi sull’integrazione economica e sociale europea, il “Nouvel Observateur” riscopre le virtù politiche dell’Unione europea.

Questa linea filoeuropeista, a dispetto delle sfumature, è incarnata ancora ai nostri giorni dallo storico Jacques Julliard, i cui commenti alle elezioni del giugno 1979 meritano di essere riportati in extenso: “[il rifiuto della CED coincide con quello dell’] idea di un’Europa della Guerra fredda, apertamente sostenuta dagli Stati Uniti e dominata dai problemi militari […]. Oggi il risultato si è ribaltato e l’idea europea esce vittoriosa dalla consultazione popolare. Vittoria a forfait, senza dubbio, e non cavalcata trionfale: gli avversari dell’Europa non brandiscono altro che spettri e fantasmi. Come credere, in effetti, che ripiegarsi sull’Esagono possa rappresentare per i francesi la migliore opportunità per sottrarsi alla duplice egemonia americana e sovietica, a meno che non si rassegnino all’autarchia economica e all’autoritarismo politico?» (Naissance d’un espace politique, 18 giugno 1979).

Dopo un relativo silenzio negli anni Ottanta, questo avvertimento viene ripetuto come un leitmotiv durante la campagna precedente al referendum sul Trattato di Maastricht in Francia (20 settembre 1992). A questo proposito è interessante notare che gli articoli importanti del “Nouvel Observateur” sull’integrazione europea sono pubblicati tutti in occasione di consultazioni popolari democratiche e non al momento del lancio di politiche decise dalla Commissione europea o ispirate unicamente da esperti. La rivista ritiene da sempre che la consultazione democratica sia la sola valida pedagogia per l’integrazione europea. Per questa ragione, essendo consapevole delle poste in gioco, si pronuncia senza ambiguità a favore del “sì” al Trattato di Maastricht: Laurent Joffrin avverte gli eurofobi di sinistra che a forza di invocare il particolarismo francese avrebbero dato libero corso ad un nazionalismo sfrenato (cfr. Aux Cyranos de Maastricht, 17 settembre 1992), mentre Julliard smonta le argomentazioni dei “sovranisti” dimostrando che la sovranità non coincide con la democrazia e che lo Stato non coincide con la nazione (Lettre à un Français qui hésite encore, 10 settembre 1992). Il “Nouvel Observateur” individua le potenzialità politiche dell’Unione europea proprio nella sua capacità di non essere né uno Stato nazionale, né una federazione, ma una nuova entità politica. Pur non essendo perfetto, il Trattato incarna agli occhi dei redattori della rivista il progresso sociale e un ampliamento dello spirito pubblico verso poste in gioco maggiori di quelle strettamente nazionali.

La volontà di credere nell’integrazione europea viene palesemente disillusa e l’inizio degli anni 2000 è segnato per il “Nouvel Observateur” dal ritorno a un più marcato pessimismo. La realizzazione dell’Euro è considerata un successo, ma le divisioni dell’Europa messe in luce dal Vertice di Nizza nel dicembre 2000 e poi emerse di fronte alla guerra in Afghanistan vengono riscontrate con amarezza: «Da pensiero globale com’era stata in procinto di diventare ad un dato momento, l’Europa sta per ripiombare allo stato di espressione geografica. […] A forza di giocare coi pezzi del meccano deformabili, le strutture modulabili, le cooperazioni rafforzate e altri gadget diplomatici l’Europa non è più che un burattino disarticolato, adatto al trasformismo dei Fregoli e dei Brachetti. C’è l’Europa di Bruxelles, quella del Lussemburgo, di Strasburgo, di Maastricht, di Schengen, di Saint-Malo, ecc.» (J. Juillard, L’Europe du bricolage, 3 gennaio 2002). I timori suscitati da una politica economica comune minimalista, simboleggiata dall’unificazione della politica monetaria senza un’unificazione della politica economica, risorgono con forza nel settimanale, sempre collocato in area socialista.

Nel marzo 2004, di fronte alle importanti poste in gioco rappresentate dall’allargamento a dieci nuovi membri e dal progetto di Costituzione europea, il “Nouvel Observateur” lancia il dibattito per “uscire dall’‘euro-impasse’”, per riprendere le parole di Joffrin in un articolo in cui invita – contro un progetto di Costituzione eccessivamente liberale – ad aggiungere un risvolto sociale al progetto e, più in generale, a riconciliare i popoli con l’Europa (Pour sortir de l’“euro-impasse”, 18 marzo 2004). Il settimanale apre anche il dibattito sull’opportunità di avviare i negoziati per l’adesione della Turchia. In generale, a questo proposito, la rivista considera positivo l’allargamento a nuovi membri, nella misura in cui l’ansia di aderire all’Europa significa il suo trionfo e quello della pace e della prosperità. Il problema, nel 2004, consiste nel sapere a quale Europa aderiscano questi paesi e se – secondo Julliard – è questo il suo punto debole: l’integrazione europea non sa dove sta andando e rischia fortemente di fallire. Di conseguenza la rivista nel 2004 si trova alle prese con un dilemma simile a quello affrontato per il Trattato di Maastricht: un “no” alla Costituzione europea è considerato catastrofico e per questo motivo il “Nouvel Observateur” non asseconda Laurent Fabius; tuttavia gli dà la parola in un’intervista pubblicata nel settembre 2004 (Si le non l’importe…, 16 settembre 2004) e inoltre ospita un dibattito fra due socialisti, Jack Lang favorevole al “sì” e Arnaud Montebourg favorevole al “no”, esprimendo così nel suo impegno europeo una concezione dell’Europa sempre fondata, fin dagli anni Cinquanta, sul socialismo e la partecipazione democratica.

Anne-Sophie Nardelli (2005)