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Trattato di TREVI

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Il Trattato di TREVI (acronimo di Terrorismo, radicalismo, estremismo, violenza internazionale, i principali settori d’intervento previsti dal trattato) venne firmato a Roma nel 1975 nel corso di un convegno dei ministri degli Interni europei. Può essere considerato il più efficace e duraturo trattato nell’ambito della Comunità europea in materia di politica di sicurezza e ordine pubblico.

La cooperazione formale tra i rappresentanti delle forze di polizia degli Stati membri iniziò nel 1976 con la creazione di gruppi di lavoro, nella forma di sottocomitati, che assunsero la denominazione di “gruppi TREVI”. Si trattava essenzialmente di una collaborazione nella Lotta contro il terrorismo e per la risoluzione di problemi di carattere organizzativo, in alcuni casi legati alla formazione dei servizi di pubblica sicurezza. Il gruppo TREVI divenne il primo esperimento di fattiva collaborazione fra le polizie dei diversi paesi della Comunità in materia di terrorismo politico e spionaggio civile. Negli anni successivi, anche grazie all’esperienza maturata nella collaborazione tra i differenti organi di sicurezza, la sua sfera di competenza venne ampliata fino a includere la totalità del settore sicurezza e ordine pubblico, comprendendo di conseguenza anche la lotta contro la criminalità internazionale e contro la droga. Nel 1989 esistevano quattro gruppi di lavoro, operanti sotto la guida di un team di alti funzionari, cui venne assegnato il compito di predisporre gli strumenti di analisi su cui basare le successive delibere in materia di sicurezza adottate dal Consiglio dei ministri. Questo schema di lavoro costituì una base di partenza per la formazione della struttura intergovernativa successivamente posta in essere con gli accordi di Schengen e il Trattato di Maastricht. Particolarmente significativo è il fatto che al gruppo TREVI aderirono tutte le nazioni europee, compresa la Svizzera, con l’unica rilevante eccezione costituita dall’Irlanda. Ciò risulta tuttavia facilmente comprensibile alla luce della complessa situazione generata dalle attività terroristiche dell’Irish republican army (IRA) nel periodo in questione. Rilevante fu la scelta di aderire maturata da Israele, che rese disponibili le strutture d’appoggio del servizio segreto israeliano (il Mossad) in Europa. Il piano Trevi riassumeva in sé tutte le preesistenti strutture europee di cooperazione nel settore della pubblica sicurezza, fra cui il Club di Berna e il Gruppo Pompidou. Il 1979 divenne un anno cruciale, segnando l’adesione al “piano TREVI” di altre importanti strutture internazionali di polizia, come il Club di Vienna. I gruppi operativi sono: TREVI I (terrorismo e politica), TREVI II (ordine pubblico), TREVI III (criminalità organizzata). Nel 1986 venne istituito un nuovo gruppo di lavoro: il TREVI 92, sorto per valutare le implicazioni per la sicurezza interna dopo l’istituzione del Mercato unico europeo, con l’incarico di gestire le problematiche relative all’immigrazione e alla Libera circolazione delle persone. La denominazione contiene un riferimento temporale al Trattato di Schengen, identificato quale momento decisivo nella liberalizzazione delle frontiere.

Dall’analisi della sua evoluzione e delle sue strutture, il piano TREVI appare come l’elemento fondamentale e la base costitutiva sui quali è stata ideata e costruita l’idea della struttura della polizia europea, l’Europol (v. Ufficio europeo di polizia), prevista nel Trattato di Maastricht e formalmente costituitasi nel 1998. L’impatto delle attività svolte dai sottocomitati forse non può essere pienamente valutato, in considerazione delle ragioni di sicurezza che ne hanno spesso nascosto l’effettiva rilevanza. Rimane tuttavia significativo l’impulso fornito dal gruppo TREVI nel senso di una progressiva cooperazione di polizia in ambito comunitario (v. anche Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale).

Andrea  Carteny (2009)