L’Europa: spartiacque e periodizzazioni

“Resta ancora da vedere se l’Europa riuscirà a trovare una via di mezzo tra l’individualismo del capitalismo americano e l’autoritarismo dell’Asia orientale e a preservare la propria peculiare miscela di solidarietà sociale e libertà politica”.

Con queste parole Mark Mazower esprimeva in The Dark Continent: Europe in the Twentieth Century i suoi dubbi rispetto al successo nel lungo periodo degli esperimenti politici postbellici realizzati nel vecchio continente. Questo volume pubblicato nel 1998, oggi – superata la fase di euroentusiasmo che ha caratterizzato la storia dell’integrazione europea dalla fine della guerra fredda sino all’alba del nuovo millennio – ritorna di grande attualità e spinge gli addetti ai lavori a cercare delle risposte alle questioni poste all’epoca della sua uscita. Poteva quell’area geografica, teatro principale e fulcro di ben due guerre mondiali, superare le radici delle contraddizioni che, sopite, continuavano a ribollire sotto terra? Quanto sarebbe durata? Poteva l’Europa definirsi un continente pacificato, senza che i valori di pace e democrazia fossero condivisi anche nella sua parte orientale?

In termini epocali lo spartiacque identificato nell’anno 1989, dava inizio al nuovo millennio e, avviando il processo di democratizzazione dell’Europa centro orientale, faceva prevalere – anche tra i più scettici – l’interpretazione dell’apertura di una rinnovata stagione positiva. I dubbi sulla tenuta e la stabilità del vecchio continente venivano messi da parte, anche se non superati, alla luce del successo del momento. Siamo, oggi, ancora all’interno di quella fase?

Alcuni analisti sostengono che sia già possibile proporre una nuova periodizzazione temporale il cui termine a quem corrisponderebbe al 2007 e alla crisi economica scatenata in conseguenza del fallimento di una delle principali società di servizi finanziari americana (Zielonka 2014; Tsoukalis 2016). Paradossalmente quando i rapporti intraeuropei sembravano aver recuperato un bilanciamento tra il percorso realizzato nel settore economico e monetario, sin dal lancio della moneta unica, e quello istituzionale, inauguratosi con la firma del Trattato di Lisbona, una crisi geograficamente lontana faceva tremare le basi precarie dell’assetto raggiunto, e metteva l’Europa di fronte alle conseguenze negative della globalizzazione e del mercato finanziario.

Lo stabilizzarsi di una crisi economica – rivelatasi successivamente strutturale – faceva riemergere sentimenti e contrapposizioni in cui lo scontro identitario, nazionale e statuale tornavano a essere tra i principali attori della scena politica. Crisi dello Stato, peso delle minoranze etniche, razzismo, immigrazione non erano fenomeni inediti, tuttavia le garanzie costituzionali e sociali di cui i sistemi politici – soprattutto dell’Europa occidentale – si erano dotati durante la guerra fredda arginavano le previsioni sulla portata delle loro conseguenze rispetto agli anni Trenta. Non vi è dubbio che da un punto di vista istituzionale gli Stati nazione fossero più saldi, tuttavia le dinamiche politiche messe in campo richiamavano da presso quelle del passato.

Oggi, come nel periodo tra le due guerre, le nuove forze sociali, figlie di questa recente stagione politica, costruiscono il loro consenso facendo leva sulle conseguenze della crisi economica, sulla paura della diversità e sulla difesa di un sistema di welfare ormai sgretolato (Taylor, Upchurch, Mathers 2009). Può il 2007 essere considerato una vera cesura storica? È possibile dare una lettura di più lungo periodo della situazione odierna?

Quanti si concentrano sullo scoppio della crisi economica come elemento periodizzante identificano quel momento con la crisi del sistema capitalista e con la necessità di un superamento dello stesso. Altri studiosi, tra cui l’autrice di queste pagine, preferiscono retrodatare l’origine della situazione attuale soffermandosi non solo sugli aspetti economici ma sulla commistione politico-economica determinatasi con la fine dell’era delle ideologie.

Nella stagione inauguratasi dopo la guerra fredda venivano meno sia il primato delle scelte politiche su quelle economiche, sia l’autonomia delle prime rispetto alle seconde, determinando di fatto un legame forte tra i due ambiti che rendeva più complessa la scissione del binomio sia nei momenti di auge che in quelli di crisi (Varsori 2010). Letto attraverso questa lente il 1989 rappresentava un momento di trionfo politico e di speranza sociale all’interno del quale, allo stesso tempo, si seminavano i dubbi sulle conseguenze economiche globali della riunificazione tra Est e Ovest.

Così l’Europa riunificata, non ancora consapevole della nuova commistione determinatasi, perdeva quella centralità che era riuscita a mantenere a fatica fino agli anni Sessanta del XX secolo. A sua volta la Germania non esercitava più il ruolo di pivot degli affari del continente, tuttavia in continuità con la politica della Repubblica federale durante la stagione della guerra fredda, rafforzava l’asse con la Francia, e da allora in avanti, insieme, i due paesi – in un nuovo quadro di riferimento internazionale – avrebbero determinato i tempi e i modi dell’Unione economica e monetaria, cercando – allo stesso tempo – di ridisegnare gli assetti istituzionali funzionali al nuovo equilibrio (Dyson, Featherstone  1999; Mazzucelli 1997). I cambiamenti erano di vastissima portata e i tempi per riassestare il terreno dopo il terremoto del 1989 troppo brevi. Come è noto i percorsi si sarebbero divaricati a partire da Maastricht, creando due nuovi binari, l’uno più o meno lineare per il versante economico e monetario, l’altro più accidentato per l’assetto politico e istituzionale, che solo dopo il fallimento della Costituzione europea avrebbe trovato una piena legittimazione con il Trattato di Lisbona.

Intanto nel 1989 durante il passaggio dallo status di continente centrale a periferico l’Europa puntava sul rafforzamento della coesione interna e la cicatrizzazione delle ferite ancora aperte sin dal 1939. All’indomani della Seconda guerra mondiale i miti fondanti a ovest erano stati la pacificazione e la negazione della stagione precedente. Il processo ricostruttivo si era basato sull’oblio dell’era delle tirannie e, nell’immediato,  Francia, Italia, Germania e Benelux avevano rivolto il loro sguardo verso il futuro. L’Italia e la Germania avevano sgretolato le loro identità nazionali; la Francia, e in misura minore i paesi del Benelux, temevano le conseguenze politiche della loro debolezza istituzionale nell’affrontare il tema del collaborazionismo e dell’eredità dell’occupazione tedesca. Un passato ancora troppo presente e il peso di un conflitto che aveva registrato più di 40 milioni di morti non produssero l’elaborazione critica delle ragioni che lo avevano provocato né dell’ordine mondiale scaturito.

Guardare avanti fu lo strumento scelto per proteggersi dal passato e la modernizzazione dei principali settori produttivi – sviluppata su un duplice binario interno e sovranazionale – accompagnò il percorso di pacificazione e riconciliazione tra vincitori e vinti. Gli allargamenti post 1989 si posero in linea di continuità con gli obiettivi delle origini dell’integrazione. La riunificazione tedesca estendeva il processo di pacificazione, mentre il successivo allargamento all’Europa centro orientale vanificava le divisioni sancite a Yalta.

La storiografia sull’integrazione europea consolidatasi come disciplina a sé stante, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, subiva inevitabilmente tanto a livello manualistico che di studi monografici l’influenza del momento storico in cui si era formata ( Varsori 2001). Se sottoposta a uno sguardo di insieme la mole sterminata di studi presenti  può essere ricondotta a  due macroperiodizzazioni. La prima dalla nascita della CECA fino alla riunificazione tedesca e il crollo dell’URSS, e la seconda da allora fino alla crisi odierna.

Oltre ai più noti studi sui cambiamenti istituzionali e politico-economici collegati alla cesura del 1989, tre sono le principali tematiche battute dalla storiografia per sottolineare le rotture determinatesi con la fine della guerra fredda: l’analisi dell’evoluzione delle culture politiche, la relazione euroatlantica e il rapporto tra identità e memoria.

Rispetto alle culture politiche il nuovo millennio svolgeva un ruolo centrale (Bonfreschi, Orsina, Varsori 2016). Il crollo dell’URSS permetteva alla sinistra a est e a ovest di superare la fedeltà al programma di realizzazione di una società socialista, sdoganando quindi la possibilità di condividere tout court il progetto dell’integrazione europea senza venir meno ai principi costitutivi di un programma comunista (Varsori 2016). In seno alla famiglia cattolica e, in misura più critica, in quella conservatrice, non era tanto il riferimento valoriale attribuito all’Europa a essere interpretato in modo nuovo, quanto il fallimento del modello collettivistico a spronare un cambiamento. Questo permetteva a est di conoscere e sperimentare e a ovest di diffondere e rafforzare il modello neoliberale – già affermatosi nel corso degli anni Ottanta nel mondo anglosassone (Ther 2016).

Il tema delle relazioni euroatlantiche a partire dal 1989 si intersecava anche con la fine di un’altra costante della storia dell’integrazione europea. Nel corso della guerra fredda si era sempre riusciti a fondere in modo compatto, da un lato la salvaguardia degli obiettivi nazionali con quelli europei, dall’altro la difesa degli ideali occidentali contro la minaccia sovietica. Questa saldatura del blocco atlantico aveva garantito un’attiva partecipazione americana negli affari europei dal lancio del Piano Marshall fino alla riunificazione tedesca. Non a caso questo schema iniziava a entrare in crisi – sul versante economico, anche se non si arrivava a una vera rottura – negli anni Settanta, in concomitanza del combinato disposto del lancio della Ostpolitik e dell’effetto della prima crisi energetica.

Dopo il 1991, venuto meno il nemico sovietico, gli USA  progressivamente spostavano i loro interessi geopolitici verso la Cina e l’Asia e il sostegno americano al vecchio continente, pur non venendo meno, non era  più  scontato, soprattutto nell’ambito della difesa, come negli ultimi quarantasei anni. Da allora in poi la linea del primato degli interessi geostrategici americani prendeva il sopravvento rispetto all’antico vincolo di alleanza attivo fino alla fine della guerra fredda e le scelte, più volatili, si  realizzavano sulla base di interessi contingenti e di più breve periodo.

Il venir meno della coesione euroatlantica aveva delle conseguenze anche in chiave intraeuropea. Ciò metteva in moto una forza centrifuga che rendeva più netta la differenza tra gli interessi di politica estera dei vari paesi membri e scardinava antiche alleanze come quella italo-tedesca associata al duo De Gasperi-Adenauer delle origini o a quella consolidatasi negli anni Ottanta tra i rispettivi ministri degli esteri Colombo e Genscher.

Il principale elemento di continuità con il passato era determinato dall’asse franco-tedesco. Esso dimostrava la sua tenuta e, una volta venuta meno la coesione euroatlantica, si arrogava la paternità delle scelte europee, spingendosi fino a definire contrario agli interessi del vecchio continente il sostegno dei governi italiano e spagnolo all’intervento in Iraq promosso dall’amministrazione Bush. La sovrapposizione di ideali antieuropei e filoatlantici, inaugurava una inedita  associazione sconosciuta fino ad allora ai sei paesi fondatori della Comunità europea.

Anche nell’ambito del significato della memoria storica della guerra e dei totalitarismi la cosiddetta stagione del “post Muro” rappresentava un ferreo spartiacque rispetto al passato. La memoria del conflitto da de Gaulle a Mitterrand, da Adenauer a Kohl, da De Gasperi ad Andreotti, così come per molti altri leader dell’Europa occidentale, era stata in modo diretto o indiretto uno strumento utilizzato per arginare il risorgere del nazionalismo. L’obiettivo condiviso delle leadership europee era pacificare ed evitare il riproporsi delle condizioni sociali, politiche e istituzionali che avevano fatto ricadere il mondo in un secondo conflitto mondiale.

Non si vuole in queste pagine sostenere il radicamento e la coesione di un’identità europea postbellica. Essa proprio allora era debole in quanto strettamente legata all’esperienza dell’antifascismo e pertanto con un peso diverso all’interno dei singoli Stati nazione. Durante la stagione costituente in alcuni casi l’antifascismo si era sovrapposto all’anticomunismo, in altri il peso valoriale del secondo aveva scalzato il primo (Quagliariello 2006). Le differenze identitarie tra i vari Stati membri permanevano, ma erano offuscate dal primato dell’obiettivo di girare pagina rispetto alla guerra e trasformare il “continente oscuro” in uno spazio comune di prosperità e democrazia (Garton Ash 2012).

Anche in questo ambito le prime avvisaglie dell’incrinarsi dell’equilibrio fissatosi a partire dal 1945 si realizzavano all’inizio degli anni Settanta. In particolare nel 1973 durante un vertice svoltosi a Copenaghen il tema dell’identità europea approdava in seno al Consiglio europeo. Il richiamo al suo mantenimento era il segno della sua debolezza. Ciò che i paesi membri ravvisavano era la perdita della compattezza del nucleo originario di fronte alla duplice sfida che veniva loro lanciata in quegli anni: da un lato l’allargamento ai paesi settentrionali e dall’altro l’inizio della prima crisi economica che avrebbe ridimensionato il ciclo espansionista iniziato nel decennio precedente (Olivi 1993). Il tema identitario da allora in poi non avrebbe più abbandonato l’agenda europea e, soprattutto in concomitanza degli ulteriori allargamenti a metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, avrebbe subito nuove scosse e si sarebbe imposto tra i punti in agenda dei successivi vertici ( Girault 1994; Frank 2004).

Oggi, durante il sessantesimo anniversario dell’integrazione, identità e memoria del passato hanno modificato il loro termine a quo. Quanto si è detto sulla divisione in due blocchi periodizzanti per lo studio dell’integrazione europea dal 1950 al 1989 e dal 1989 al 2016 nel caso della memoria non ha solo una valenza storiografica ma investe anche la sfera  pubblica. Il focus europeo odierno su questo aspetto non è più rivolto al ricordo della ripresa che il vecchio continente realizzò nel lontano 1945, ma postdata lo statu a quo al varo della moneta unica. Oggi, in una stagione di crisi che partendo dal versante economico ha colpito anche quello politico e identitario, guardare la storia di cui siamo figli non richiama alla mente delle generazioni europee a ovest – e ancor meno a est – la memoria della ricostruzione, ma al contrario la speranza e l’euforia suscitate dalla moneta unica e dagli allargamenti che caratterizzavano lo scenario europeo dopo la caduta del Muro.

L’Euro dopo una fase di coesistenza con le valute nazionali era riuscito a eguagliare il valore del dollaro negli scambi internazionali, aveva risolto il problema delle fluttuazioni dei tassi di cambio all’interno dell’eurozona, e aveva favorito un aumento indiretto della mobilità ( Garton Ash 2017)[1]. Se fino a metà degli anni Novanta il demos europeo interpretava il processo di unificazione come una serie ininterrotta di successi, dal Mercato comune, alla politica agricola, alle politiche sociali e regionali, fino ad arrivare all’unione monetaria, lo faceva a partire dalla riflessione sul “lungo percorso” che sin dalla Seconda guerra mondiale aveva favorito quei risultati, e traeva una grande forza dal ricordo della maggior parte dei protagonisti dell’epoca. In assenza del tramandarsi di una memoria collettiva, il ricordo oggi appare meno nitido. Esso   ha sperimentato una elaborazione di “breve periodo”, si è formato a partire da elementi più effimeri quali la speranza di tenuta dei risultati raggiunti dalla riunificazione del vecchio continente, dal crollo della cortina di ferro e dalla nascita dell’eurozona.

Le aspettative sono state tradite a ovest come a est. E partendo da una stagione di successo e di speranza, la crisi sta minando ancora più fortemente non solo il mercato unico ma anche la capacità delle generazioni future di poter attingere a una memoria storica da utilizzare come esempio per costruire l’Europa di domani. Due sono i maggiori elementi di condivisione odierna: da un lato la necessità e l’urgenza dell’apertura di un nuovo progetto di riforma e, dall’altro, la paura del collasso dell’eurozona. Paradossalmente entrambi gli aspetti costituiscono il punto di partenza dei sostenitori di programmi a favore di “più Europa” e di quelli che, alla luce dei fallimenti registrati, preferiscono puntare su “meno Europa”.

Il dibattito si dipana oggi intorno alla necessità di trovare alternative alle politiche di austerity riproponendo sotto nuove spoglie l’antica disputa sul ruolo della sovranità già avviato tra federalisti e confederalisti nei primi anni Cinquanta. Questi temi – soprattutto quale modello l’integrazione dovrà seguire e in quale misura gli Stati membri dovranno cedere la loro sovranità – non sono tuttavia sufficienti per suscitare l’interesse delle  opinioni pubbliche europee, né per spingere queste ultime a schierarsi a favore del mantenimento dell’Unione. Le divisioni appaiono dicotomiche e la distanza tra i membri dell’eurozona e quelli fuori da essa si accompagna a un gap sempre maggiore tra nord e sud all’interno della zona Euro.

È necessaria una nuova forza trainante e  una riflessione storiografica attenta puo’ essere d’aiuto alle istituzioni europee e a quelle nazionali. Essa può servire soprattutto all’opinione pubblica a rileggere il progetto europeo dalle origini a oggi come un continuum e ad abbandonare quest’immagine scissa in due tempi che paradossalmente ha preso forma proprio in concomitanza della riconciliazione tra ovest ed est portata dal 1989.

Il Dizionario storico dell’integrazione europea

Proprio con questo obiettivo è nato il progetto dedicato al processo storico dell’integrazione europea. Il Novecento aveva calato il sipario d’improvviso, senza anticipazioni capaci di farci cogliere la portata epocale della riunificazione del vecchio continente. La fine della guerra fredda non spazzava via il progetto europeo, ma inevitabilmente cambiava le regole del gioco, il peso degli Stati, schieramenti e alleanze, nonché il balance of power all’interno delle istituzioni europee.

Il nostro progetto iniziava in concomitanza della fine dei lunghi e complessi negoziati che permettevano “il ritorno all’Europa” degli otto paesi candidati dell’Europa centro orientale ai quali si aggiungevano Cipro e Malta. Ripartire dal modo in cui i paesi dell’Europa centro orientale guardavano all’integrazione, ovvero come un ricongiungimento a un processo dal quale erano rimasti esclusi, così come dal Piano Marshall, a causa dell’imposizione e del controllo esercitato dalla politica sovietica da Stalin fino a Gorbačëv, ci ha spinto a cercare di dare, attraverso il nostro Dizionario, una lettura unitaria della storia dell’integrazione e a interpretarla come una sorta di recupero del tempo e di una identità perduta a partire dal 1947.

Attraverso un’analisi dettagliata del progetto europeo, realizzata in più di duemila pagine dedicate agli uomini, alle istituzioni e ai paesi che hanno fatto la storia dell’integrazione, vogliamo promuovere anche un dibattito sul significato dell’europeismo oggi. Ai tempi della costituzione della nostra redazione l’europeismo, a est associato ai processi di modernizzazione, liberalizzazione e democratizzazione che avevano caratterizzato gli anni Novanta, risultava in parte affievolito, e già allora la propensione alla partecipazione all’Alleanza atlantica e il primato assegnato alla sicurezza ci mostravano come – dopo più di quarant’anni di dittatura – la dimensione della difesa prevalesse su quella economica.

In linea di continuità con quanto avvenuto già durante l’allargamento all’Europa meridionale, l’Unione europea da un lato sosteneva gli sforzi dei paesi candidati, dall’altro però non poteva passare sotto silenzio il gap di sviluppo sociale e di modernizzazione esistente tra i paesi già membri e i nuovi arrivati. Non tutti i nuovi si muovevano alla stessa velocità e i prodromi dell’euroscetticismo di allora si legavano più che a un rigurgito nazionalista – che caratterizza l’Europa di oggi – al bisogno di un riconoscimento, di una legittimazione esterna dei loro processi di democratizzazione. Il passaggio dal collettivismo alle politiche neoliberali non era stato indolore e la rinuncia al meccanismo della condizionalità politica ed economica era richiesta a gran voce da paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca anche in chiave di politica interna per garantire il consenso politico alle classi dirigenti che avevano guidato le transizioni interne.

A ovest l’europeismo aveva una tenuta maggiore. La classe politica e l’opinione pubblica associavano ancora il percorso europeo con il boom economico, e anche i successivi piani di riforma istituzionale formulati nell’ottica di un maggiore coinvolgimento dei cittadini alle riforme come sancito dalla Convenzione europea, non facevano che limitare la portata dell’euroscetticismo.

Nella nostra opera ripercorreremo i passaggi sopraccennati in modo dettagliato, con l’obiettivo appunto di favorire una lettura di più lungo periodo in grado di spiegare il continuum che lega il 1950 al 1989 e al nuovo millennio.

L’Europa di oggi – avvilita dalla crisi economica, dall’immigrazione e dal risorgere del nazionalismo, divisa tra debitori e creditori interni all’eurozona e paesi esterni a essa – si trova anche privata di una memoria collettiva. Proveremo a dar voce non solo al presente ma anche al passato attraverso il Dizionario storico dell’integrazione europea. Cercheremo di riattualizzare il messaggio delle tre generazioni di uomini e leader delle istituzioni che hanno tramandato il loro pensiero e la loro azione a favore dell’integrazione, collegandole alle diverse stagioni della storia internazionale in cui questi si sono trovati a dispiegare la loro azione.

Ciò che tutti i nostri lemmi hanno in comune è proprio un carattere dinamico e dialogante tra le tre sezioni che compongono l’opera, che tende ad approfondire ma anche a inserire le singole voci all’interno di un contesto più ampio. Rispetto ad altre opere già presenti sul mercato editoriale privilegiamo questo collegamento con un quadro di riferimento globale e lo facciamo avvalendoci di più di trecento esperti di cui più della metà appartiene geograficamente e culturalmente a tutti i paesi dell’Unione.

Non vogliamo disegnare solo delle icone o spiegare il significato del ruolo delle istituzioni e dei paesi membri. Non vogliamo offrire una breve cronologia di accadimenti. Vogliamo rendere i lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni, consapevoli della travagliata storia recente del vecchio continente e vogliamo creare una sinergia capace di entrare all’interno della storia del progetto europeo intersecando la storia dei paesi, delle istituzioni e degli uomini che gli hanno dato vita.

Maria Elena Cavallaro


Bibliografia

  • Bonfreschi L., Orsina G., Varsori A., Political Parties and the European Integration Process, Peter Lang, Bruxelles 2016.
  • Cruciani S. (a cura di), Il socialismo europeo e il processo di integrazione, Franco Angeli, Milano 2016.
  • Dyson K., Featherstone K., The road to Maastricht negotiating Economic and Monetary Union, Oxford University Press, Oxford 1999
  • Frank  R., (a cura di), Les identités européennes au XX siècle, Publication de la Sorbonne, Paris 2004.
  • Garton Ash T.,   Is Europe disintegrating?, in “The New York Review of Books”, 19 January 2017.
  • Garton Ash T., The crisis of Europe, Foreign Affairs, vol. 91, n. 5, September-October 2012.
  • Girault R., (a cura di), Identité et conscience européennes au XX siècle, Hachette, Paris 1994;
  • Mazzucelli C., France and Germany at Maastricht. Politics and Negotiations to Create the European Union, Garland, New York-London 1997.
  • Olivi B., L‘Europa difficile, il Mulino, Bologna 1993, pp. 149-154.
  • Quagliariello G., Il declino dell’Europa in età contemporanea, in “Nuova Storia Contemporanea”, anno X, n. 2, 2006.
  • Taylor G., Upchurch M., Mathers A., The crisis of social democratic trade unionism in Western Europe: the search for alternatives, Ashgate, Aldershot 2009.
  • Ther P., Europe since 1989: a history, Princeton University Press, Princeton 2016.
  • Tsoukalis L., In Defence of Europe. Can the European project be saved?, Oxford University Press, Oxford 2016.
  • Varsori A., La Cenerentola d’Europa? L’Italia e l’integrazione europea dal 1947 a oggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, pp. 1-29.
  • Varsori A., La storiografia sull’integrazione europea, in “Europa Europe”, n. 1, 2001, pp. 69-93.
  • Zielonka J., Is the EU doomed?, Cambridge Polity Press, Cambridge 2014