Baeza Martos, Fernando

B.M. (Madrid 1920-ivi 2002) studiò nel collegio dei Marinisti a Madrid, ma nel 1939, alla fine della guerra civile, il padre, repubblicano, fu costretto all’esilio e la famiglia si trasferì in Argentina, dove B.M. si laureò in lettere e filosofia all’Università di Buenos Aires. Tornato in Spagna, proseguì gli studi a Madrid, e nel 1956 partecipò alla protesta degli studenti universitari che provocò la crisi di governo. Nello stesso anno fu tra i fondatori del movimento clandestino Azione democratica, più tardi convertitasi nel Partito sociale di azione democratica (Partido social de acción democrática, PSAD), insieme a Dionisio Ridruejo e a un gruppo di intellettuali antifranchisti. La base programmatica del partito si imperniava sulla unità delle forze di opposizione, sul superamento del passato e sull’impegno attivo per la restaurazione delle libertà democratiche, accettando l’ideologia socialdemocratica aconfessionale e indifferente alle forme di governo. Nel 1957 fu arrestato e condotto nel carcere madrileno di Carabanchel, assieme ad altri membri del PSAD come Ridruejo, Fermin Solana e Antonio Menchaca.

Nel 1962 B.M. prese parte al congresso del Movimento europeo tenuto a Monaco, dove si ebbe l’incontro tra gli esiliati repubblicani e l’opposizione interna al regime franchista, a eccezione dei comunisti. A seguito della dura reazione del governo spagnolo, che arrestò e mandò al confino vari partecipanti, B.M. andò nuovamente in esilio, soggiornando nei mesi seguenti in Colombia, Argentina, Messico e Francia, anche se non poté evitare di essere multato al suo ritorno in Spagna. Nello stesso periodo collaborò attivamente con l’Associazione spagnola di cooperazione europea (Asociación española de cooperación europea, AECE), del cui direttivo fu eletto membro nella giunta generale del febbraio 1967. Durante la seconda metà degli anni Sessanta intervenne in buona parte dei negoziati e delle attività dell’opposizione antifranchista, e nella sua casa si tennero varie riunioni fra i rappresentanti dei diversi partiti clandestini, inclusi i comunisti.

Nel 1972 B.M. aderì al Partito socialista operaio spagnolo (Partido socialista obrero español, PSOE) e fu arrestato ancora una volta nel 1975, poco prima termine della fine della dittatura.

Eletto senatore nelle liste del PSOE nella provincia di Huesca nelle prime elezioni democratiche del giugno 1977 e in quelle successive del 1979, B.M. fu primo vicepresidente della giunta direttiva del Parlamento, dell’Unione parlamentare e della Commissione mista parlamento spagnolo-Parlamento europeo, fino al 1982. Dal 1983 al 1987 fu ambasciatore spagnolo presso il Consiglio d’Europa, sempre in stretta collaborazione con il ministro spagnolo degli Affari esteri, Fernando Morán, amico e compagno di partito dai tempi dell’antifranchismo. Nel Consiglio europeo fece parte della Commissione economica, e fu inoltre vicecommissario nella Commissione politica e membro della Sottocommissione per il Medioriente.

All’interno del PSOE B.M. fu uno dei fondatori del Gruppo socialista de Chamartin (Madrid), della Federazione nazionale di arti grafiche dell’Unione generale dei lavoratori (Unión general de trabajadores, UGT), del gruppo di lavoro “Jaime Vera” e della Fondazione “Pablo Iglesias”, di cui fu membro. Autore del libro Baroja y su mundo (1962), tradusse in spagnolo l’opera di importanti autori stranieri, tra cui George Bernard Shaw e Honoré de Balzac e nel 1955 fondò a Madrid la casa editrice Arion.

Javier Munoz Soro (2009)




Baffi, Paolo

B. (Pavia 1911-Roma 1989) nel 1932 si laurea in economia e commercio alla Università Bocconi di Milano dove, dal 1933, diventa assistente di Giorgio Mortara alla cattedra di Statistica. Nel 1936 entra al Servizio studi della Banca d’Italia, che poi dirigerà dal 1945 al 1956.

In quegli anni diviene membro della Commissione economica presso il ministero per la Costituente, presieduta da Giovanni Demaria. Dopo il 1956 diviene Consigliere economico della Banca d’Italia e della Banca per i regolamenti internazionali. Dal 1960 è nominato direttore generale della Banca d’Italia di cui diviene governatore quando, nel 1975, Guido Carli passa alla guida di Confindustria.

Anche se l’ interesse di B. per la questione della compatibilità fra vari regimi di cambio e la politica economica, in particolare quella monetaria, si sviluppa negli anni Cinquanta e Sessanta (v. Baffi, 1957; Id., Studi, 1965; Id., Considerazioni, 1968), è principalmente nel corso degli anni Settanta (quando diviene anche professore incaricato di Storia e politica monetaria presso la facoltà di Scienze politiche di Roma) e soprattutto nel periodo del governatorato che assume un ruolo importante nel dibattito sul processo di integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Sono gli anni successivi al crollo del sistema monetario internazionale fondato sul dollar-exchange standard ereditato dalla conferenza di Bretton Woods del 1944. Il passaggio a un regime generalizzato di cambi flessibili permette certo di svalutare per risollevare le esportazioni, ma al costo di creare maggiore incertezza, favorendo la speculazione sul mercato internazionale dei capitali, e di accrescere l’inflazione, particolarmente dannosa in un’economia di trasformazione fortemente esposta alle importazioni come quella italiana.

Sono anche gli anni dell’austerità, della crisi della bilancia dei pagamenti, dei prestiti del Fondo monetario internazionale che chiedono come contropartita il controllo di un nuovo aggregato monetario, piuttosto inconsueto per l’Italia: il credito totale interno. Diventa quindi sempre più aspro e diretto il contrasto e l’effetto-spiazzamento reciproco tra finanziamento del settore pubblico e di quello privato. Vincoli monetari esterni e gradi di manovra della politica nazionale si trovano così sempre più ai ferri corti, lasciando spazi di manovra che vengono ancor più schiacciati dalle pressioni espansive di una classe politica che, al di là di spinte clientelari, deve oggettivamente fare i conti con una situazione sociale particolarmente turbolenta (non dimentichiamo che stiamo parlando degli anni più bui dell’esperienza terroristica nazionale).

Proprio nel ruolo di governatore B. si trova quindi ad affrontare in maniera diretta e concreta la propria posizione nei confronti di un progetto di rilancio del processo di integrazione europea, quello del Sistema monetario europeo (SME).

Non v’è dubbio che B. fu tra i maggiori e più coerenti rappresentanti dell’opposizione allo SME, ma si tratta di un giudizio che deve essere qualificato. In quanto rappresentante della già difficile autonomia dell’autorità monetaria in Italia, B. era convinto che un sistema di cambi fissi, anche se con parità aggiustabili, non fosse coerente con l’assetto istituzionale della politica economica in Italia.

Con governi che, in risposta alle tensioni sociali e alle profonde crisi strutturali degli anni Settanta, aprivano il cordone della borsa e con un meccanismo di collocazione del debito pubblico che poneva una responsabilità alla Banca d’Italia come acquirente residuale obbligatorio del Tesoro, era evidente la difficoltà di trovare coerenza fra obiettivi interni (crescita del reddito, piena occupazione, bilanci in ordine) ed esterni (pareggio di bilancia dei pagamenti) di politica economica.

La politica monetaria si sarebbe trovata, in presenza di un vincolo di cambio, a servire due padroni che solo casualmente avrebbero potuto condividere gli stessi obiettivi. Secondo B., in un sistema economico caratterizzato da rigidità istituzionali di varia natura (spesa pubblica governativa e locale, rivendicazioni salariali ecc.) le autorità monetarie avevano il compito di veicolare le aspettative degli agenti economici con azioni discrezionali. Aggiungere un ulteriore grado di rigidità al sistema poteva significare il tracollo: perdita di credibilità, di competitività, di strumenti insomma indispensabili per la conduzione della politica economica.

In tale atteggiamento, B. appare inizialmente in assoluta continuità con lo schema neoricardiano ufficialmente portato avanti da Carli: in presenza di un sistema salariale che fissa le retribuzioni in maniera indipendente dall’andamento della produttività ed anzi perfettamente indicizzate all’inflazione, la politica monetaria era destinata al fallimento, e anche i tentativi di moderazione salariale potevano avere successo solo in presenza di «costanza della spesa pubblica e flessibilità del cambio» (v. Baffi, Disavanzo, 1976, p. 447).

Ma nel corso degli anni lo scetticismo di B. verso ogni disegno di integrazione monetaria in Europa viene argomentato facendo sempre più ricorso alla letteratura sulle aree monetarie ottimali, essenzialmente nella versione originaria (ci riferiamo al noto saggio di Robert Mundell del 1961, A theory of optimum currency areas), peraltro largamente utilizzata nel dibattito (v. Masini, 2004) sullo SME da coloro che avversavano tale scelta. Secondo tali teorie, un’area composta da più Stati poteva passare ad un accordo valutario, o a una moneta unica, solo con un efficiente mercato dei fattori, soprattutto del lavoro. In presenza di shock asimmetrici, se i salari non fossero stati flessibili e il lavoro mobile sul piano territoriale, si sarebbe rischiato di mettere a repentaglio la credibilità e quindi la tenuta del cambio, oltre che alimentare speculazioni sulle valute più deboli.

Su queste basi, B. giudicava la Comunità economica europea un’area monetaria non ottimale. Per sostenere un sistema di cambi sostanzialmente fissi occorreva, come ebbe a ribadire con forza in più occasioni nelle varie “Considerazioni finali” all’assemblea di BankItalia e soprattutto nel corso di un’audizione alla Commissione Finanze e Tesoro del Senato (v. Baffi, I cambi, 1978), aumentare i margini di oscillazione dei cambi bilaterali, istituire e fornire liquidità ad un Fondo monetario europeo a favore delle operazioni di sostegno delle banche centrali, accrescere la dotazione dei fondi strutturali a fini di redistribuzione del reddito.

Senza queste condizioni, un sistema economico pieno di rigidità come quello italiano sarebbe stato spazzato via ai primi venti della speculazione internazionale o di shock asimmetrici, sia quelli comunemente considerati nella letteratura sul lato della domanda, sia sul lato dell’offerta (come gli shock energetici e tecnologici).

Mentre però la maggior parte dell’intellighenzia politica ed economica del paese credeva fermamente nell’effetto benefico dell’integrazione europea come veicolo di comportamenti virtuosi, nel senso che i soggetti responsabili delle rigidità del sistema Italia sarebbero state costretti a rivedere i propri atteggiamenti, B. era pessimista nei confronti della possibilità che il vincolo esterno costituito dall’accordo di cambio potesse scardinare le tare ataviche del sistema istituzionale italiano. Non credeva, in particolare, che avrebbe posto dei freni agli abusi del potere politico su quello economico. Questo suo profondo scetticismo lo etichettò nel tempo in maniera indelebile come un avversario del processo di integrazione europea, come egli stesso ebbe a lamentarsi con Carli (v. Carli, 1993, p. 353).

Certo la sua vicenda personale non poteva fornirgli ottimismo nei confronti del tessuto civile, politico e istituzionale italiano: proprio mentre prendeva avvio l’esperimento del sistema monetario europeo, B. pagava in prima persona la colpa di aver disposto un’ispezione bancaria “scomoda” che lo portò a una denuncia alla Procura per abuso di potere e al ritiro del passaporto.

Una vicenda dalla quale fu poi completamente dichiarato estraneo, ma che ormai aveva colpito irrimediabilmente alle fondamenta la fiducia dell’uomo pubblico, il quale accettò probabilmente con disincanto la carica di governatore onorario, l’incarico di professore ordinario di Politica monetaria alla Sapienza e la presidenza della Società italiana degli economisti dal 1980 al 1982. Fu ancora consigliere e poi vicepresidente della Banca dei regolamenti internazionali.

Nei suoi ultimi anni B. fu ancora una volta dalla parte “storicamente perdente” del percorso di integrazione europea. Di fronte alle tesi di coloro che spingevano per un passo istituzionale concreto verso una moneta unica in Europa (che sarebbero sfociate nel Rapporto Delors del 1989 e divenute poi il “manuale” per l’adozione dell’euro), B. aderì alle tesi della concorrenza monetaria (nella versione proposta coi contributi di Hayek degli anni Settanta, riportata alla superficie del dibattito pubblico negli anni Ottanta da Vaubel), come testimoniano articoli sui quotidiani dell’epoca e una lettera a Carli (v. Carli, 1993, p. 358).

Una tesi, quella della concorrenza fra valute e della moneta parallela, che negli anni Settanta aveva avuto il merito di rilanciare il processo di integrazione in Europa, ma che nel 1989 appariva ormai una battaglia di retroguardia e si apprestava infatti a essere utilizzata dal governo inglese per contrastare il progetto di moneta unica proposto dal Comitato Delors (v. Delors, Jacques).

Protagonista nel dibattito e nel potere istituzionale relativo al percorso di integrazione europea, B. potrebbe insomma essere definito un antieroe di quel disegno istituzionale, testimone e latore di timori troppo grandi di fronte a un processo storico di tale portata, che richiedeva (e tuttora richiede) una lucida follia per essere portato a compimento. Una follia che la figura di uno studioso rigoroso come B. certo non poteva che rifuggire.

 Fabio Masini (2010)




Bahr, Egon Karl-Heinz

B. (Treffurt, Turingia 1922), dopo aver combattuto nella Seconda guerra mondiale dal 1942 al 1944, B. inizia la sua attività di giornalista come inviato di “Berliner Zeitung”, “Allgemeine Zeitung” e “Tagesspiegel”; dal 1950 al 1960 è anche caporedattore dell’emittente radiofonica berlinese RIAS. La sua carriera politica è strettamente legata a quella del suo mentore, nonché amico, Willy Brandt. Iscritto alla SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) dal 1956, B. viene nominato nel 1960 dall’allora borgomastro berlinese portavoce al Senato e direttore dell’ufficio stampa e informazione di Berlino Ovest. Nel 1966, quando Brandt diventa ministro degli Esteri, B. viene nominato ambasciatore straordinario (Sonderbotschafter) e, nel 1967, direttore della Commissione di pianificazione presso lo stesso ministero. Al culmine della carriera politica di Brandt, B. riceve nel 1969 il duplice incarico di segretario di Stato presso la cancelleria e di delegato plenipotenziario della città di Berlino e, nel 1972, diventa ministro agli Affari particolari. La sua attività politica prosegue, tuttavia, anche dopo le dimissioni di Brandt da capo del governo. Nel luglio 1974 il neoeletto cancelliere Helmut Schmidt gli affida, infatti, il ministero per la Cooperazione allo sviluppo. Nel 1976 B. lascia il governo e diventa amministratore federale della SPD, incarico che svolgerà fino al 1981. Membro del Bundestag sin dal 1972, resterà parlamentare fino al 1990, l’anno della riunificazione tedesca (v. Germania).

B., o il “Kissinger tedesco”, come è stato una volta definito dal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, è considerato uno dei principali artefici dell’Ostpolitik: egli svolse un ruolo di primissimo piano sia nella fase di elaborazione delle linee guida della politica di normalizzazione e di distensione dei rapporti della Repubblica federale con il blocco comunista, sia nella sua concreta realizzazione. In particolare, il 15 luglio 1963 lo stratega socialdemocratico tenne all’Accademia evangelica di Tutzing, in Baviera, uno dei discorsi più significativi sulle premesse concettuali della futura Ostpolitik. Più precisamente, in quell’occasione B., suscitando peraltro non poche polemiche all’esterno come all’interno del suo partito, affermò che l’evoluzione della Guerra fredda, con particolare riguardo alla cristallizzazione della divisione della Germania e alle strategie distensive prevalenti nel blocco occidentale, rendeva necessario da parte della Repubblica Federale Tedesca (RFT) l’abbandono della tradizionale politica di forza e di isolamento nei confronti dell’Unione Sovietica, dell’Europa orientale e della Deutsche Demokratische Republik (DDR). In quell’occasione, B. riprendeva l’idea espressa da Kennedy (v. Kennedy, John Fitzgerald), all’indomani della costruzione del Muro di Berlino (13 agosto 1961), che solo il riconoscimento dello status quo avrebbe potuto determinarne il superamento e individuava nella formula del “cambiamento attraverso l’avvicinamento” (Wandel durch Annäherung) la nuova strategia entro cui la RFT avrebbe dovuto dispiegare ogni sforzo per la riunificazione del paese. Analoghe considerazioni vennero ulteriormente sviluppate dallo stesso B. in un manoscritto (Was nun?) del 1965-66 che, tuttavia, non fu mai pubblicato (v. Gallus, 2001, pp. 302 e ss.). Sul piano politico le idee di B., che spesso (anche se non sempre) coincidevano con quelle di Brandt, trovarono una prima, sia pure limitata, traduzione politica nel miglioramento dei rapporti tra Berlino Ovest e Berlino Est. Il mutamento di rotta nella politica orientale della Bundesregierung avvenne, infatti, solo negli anni della Grosse Koalition: la tradizionale ostilità verso la Repubblica Democratica Tedesca fu sostituita con un atteggiamento più conciliante nei problemi confinari; allo stesso modo, Bonn stabilì rapporti diplomatici normali con i paesi dell’Europa dell’Est (nel 1967 con la Romania e nel 1968 con la Iugoslavia), prendendo così nettamente le distanze da quello che fino a quel momento era stato uno dei principali dogmi della politica estera tedesca, la dottrina Hallstein (v. Hallstein, Walter). In quegli anni B., in qualità di direttore della Commissione di pianificazione del ministero degli Esteri, elaborò una serie di documenti programmatici sulla sicurezza in Europa e sulla politica estera della futura Bundesregierung, contribuendo così concretamente alla definizione di quelle che sarebbero state le linee guida in politica estera della futura coalizione di governo social-liberale.

D’altra parte, ancora più rilevante fu il ruolo che B. svolse all’inizio degli anni Settanta nel corso dei negoziati che portarono al trattato di non aggressione con Mosca (1970) e al Trattato fondamentale tra le due Germanie (1972), il quale prevedeva relazioni di buon vicinato sulla base dell’eguaglianza dei diritti e dunque il riconoscimento formale della Repubblica Democratica Tedesca come Stato da parte della Repubblica federale. Quale uomo di fiducia di Brandt, B. negoziò personalmente, anche se non sempre attraverso i canali convenzionali o formalmente riconosciuti, con i massimi vertici dell’URSS, da Gromyko a Kossigyn, e della DDR, da Honecker (v. Honecher, Erich) a Stoph, finendo per svolgere un compito che, da protocollo, sarebbe spettato al ministro degli Esteri.

La centralità della questione nazionale per B. è evidente nel suo operato, ma anche nei suoi scritti. D’altra parte, la dimensione internazionale e più specificatamente europea del suo pensiero e della sua azione politica non può essere trascurata. Con il superamento dello status quo B. non si limitava ad auspicare la progressiva normalizzazione e distensione nei rapporti tra le due Germanie, ma indicava anche il contesto entro il quale un tale avvicinamento sarebbe stato, a suo giudizio, favorito. Più precisamente, movendo dalla constatazione che nell’età del terrore nucleare la sicurezza dell’uno non poteva prescindere dalla sicurezza del proprio nemico, egli avanzò, sulla base di quella che egli stesso definiva la dottrina della “sicurezza comune”, la proposta di creare in Europa una “zona di distensione” denuclearizzata (v. Bahr, 1988). Come nel manoscritto non pubblicato del 1965-66, così nel “piano in quattro punti”, esplicitato in un’intervista rilasciata al politologo americano Walter F. Hahn nel 1969, lo stratega socialdemocratico non escludeva, peraltro, la possibilità di pervenire, sempre nel quadro di un sistema di sicurezza europea, al superamento della logica dei blocchi e alla realizzazione di una Germania unita e svincolata da qualsiasi sistema di alleanza militare. Una prospettiva, quella ventilata da B., che gli valse, da più parti, l’accusa di coltivare sentimenti nazional-neutralisti e antioccidentali (v. Gallus, 2001, p. 296 e ss.).

Per quanto riguarda invece il processo d’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) in senso stretto, la posizione di B., almeno fino alla caduta del muro di Berlino, è segnata da una certa ambiguità: pur ritenendola, quanto meno sul piano della retorica, storicamente necessaria e politicamente opportuna, B. rivela, infatti, nelle sue memorie di non aver mai abbandonato la convinzione, sulla scia del pensiero di uomini politici come Kurt Schumacher (SPD) e Jakob Kaiser (CDU, Christlich-demokratische Union Deutschlands), che un’integrazione troppo stretta tra i paesi dell’Europa occidentale potesse seriamente compromettere la possibilità di pervenire a una soluzione nella questione nazionale: «Era una questione di priorità e di direzione: l’integrazione escludeva la riunificazione» (v. Bahr, 1996, p. 175).

Tuttavia, nel contesto di un mutamento complessivo di paradigma storico, reso evidente dall’11 settembre 2001 e dal successivo intervento militare degli USA in Iraq nel 2003, B. ha rivendicato per l’Europa allargata (v. anche Allargamento) un ruolo di maggior rilievo sulla scena internazionale, invocando la costruzione di un’identità europea sulla base di un modello di “potenza civile” non contrapposto, ma comunque alternativo a quello dell’iperpotenza americana (v. Bahr, 2003).

Gabriele D’Ottavio (2009)




Ball, George Wildman

B. (Des Moines, Iowa 1909-New York 1994), laureato in Legge alla Northwestern University nel 1933, ha avuto grande influenza sulla politica estera americana. Iniziò la sua carriera come funzionario governativo lavorando come consigliere legale al dipartimento del Tesoro (1933-1935). Durante la Seconda guerra mondiale collaborò con il segretario di Stato di Franklin Delano Roosevelt, Edward Stettinius, nel General counsel’s office dell’amministrazione della legge affitti e prestiti, che in seguito divenne Foreign economic administration (1942-1944). Nel 1944-45 diresse a Londra l’U.S. Strategic bombing survey, doveva incaricato di studiare la strategia dell’offensiva degli alleati contro la Germania. Subito dopo la guerra fece parte del French supply council a Washington (1945-1946), occupandosi dei progetti di ripresa economica della Francia. A Washington durante la guerra incontrò Jean Monnet, che era stato cooptato alla vicepresidenza della British purchasing commission, e tra i due nacque uno stretto rapporto professionale e di amicizia. B., convinto fautore dell’unificazione europea, collaborò a molte delle iniziative di Monnet, fu consulente della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) e divenne uno degli esponenti di punta della “sponda” americana sulla quale l’esponente francese poté contare per ottenere il sostegno dell’amministrazione americana per i progetti di integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), soprattutto durante gli anni (1961-1966) in cui B. fu sottosegretario di Stato nelle amministrazioni Kennedy (v. Kennedy, John Fitzgerald) e Johnson (v. Johnson, Lyndon Baines). I legami di B. con il partito democratico si erano rafforzati all’inizio degli anni Cinquanta, a seguito dello stretto rapporto di amicizia che lo legava a Adlai Stevenson, con il quale aveva condiviso l’esercizio della professione di avvocato, e che sostenne nelle due campagne presidenziali del 1952 e del 1956. Insieme a Stevenson B. entrò nella ristretta cerchia dei collaboratori di Kennedy, che nel 1961 lo nominò sottosegretario di Stato agli Affari economici. Svolse un ruolo importante nel formulare la politica economica e commerciale degli Stati Uniti e fu uno degli architetti principali del Trade expansion act del 1962. Occupandosi di commercio estero, tariffe, integrazione europea, B. lavorò strettamente con il segretario di Stato Dean Rusk e con lo stesso presidente, ottenendo la promozione a sottosegretario di Stato. Nel periodo in cui ricoprì l’incarico B. partecipò all’inner circle di Kennedy durante la crisi di Cuba, prese parte alle riunioni del National security council, svolse il ruolo di mediatore durante le crisi di Cipro, Pakistan, Congo e della Repubblica Dominicana. Fortemente critico verso il crescente coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Vietnam, nel settembre 1966 B. dette le dimissioni dal dipartimento di Stato e entrò come senior partner presso la Banca di investimenti Lehman Brothers. Nominato dal Presidente Johnson, dal 26 giugno al 25 settembre 1968, ricoprì l’incarico di ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Nel 1969, tornato alla vita privata rientrò presso Lehman Brothers, dove rimase fino al 1982. Negli anni dell’amministrazione Carter (v. Carter, James Earl) fu chiamato a collaborare alla definizione della politica americana nel Golfo Persico durante la crisi iraniana e all’elaborazione dei trattati tra Stati Uniti e Panama per regolamentare lo status di neutralità e il controllo del canale. Membro della Commissione trilaterale, B. è stato anche tra i membri fondatori del Bilderberg group, un club internazionale di leader europei e americani molto elitario e segreto che prendeva il nome da un hotel in Olanda dove si riunì la prima volta nel 1954. Scrittore molto prolifico, B. è autore oltre che di numerosi interventi e articoli su riviste di politica internazionale anche di alcuni importanti volumi sulla politica estera degli Stati Uniti. Tra i più importanti: The discipline of power (1968), Diplomacy for a crowded world: an American Foreign Policy (1976), The past has another pattern: memoirs (1982), The passionate attachment: American involvement with Israel, 1947 to the present (1992). Le sue carte personali sono depositate presso la John Fitzgerald Kennedy Presidential Library per il periodo 1961-1963 e la Princeton University Mudd Library per il periodo 1933-1994. Negli anni in cui svolse la sua attività diplomatica B. appoggiò l’obiettivo dell’unità europea, ritenendolo perfettamente conciliabile con quello di una maggior cooperazione transatlantica. Per unità dell’Europa egli intendeva soprattutto l’unità politica, la sola che avrebbe dato all’Europa la taglia e il peso necessari a assumere la sua parte di responsabilità nella difesa del “mondo libero”. Una maggiore unità europea era anche una sfida per gli Stati Uniti, la cui leadership nella Guerra fredda non doveva certo essere messa in discussione. L’approccio di B. tendeva da un lato a rafforzare il sistema economico multilaterale di scambi per evitare che la Comunità europea sviluppasse un sistema commerciale chiuso, col rischio di un isolamento economico, politico, dell’Europa, certamente contrario agli interessi statunitensi; dall’altro lato, nel campo della difesa, era la Forza nucleare multilaterale, una flotta dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO) armata di missili Polaris, lo strumento per associare gli europei alla tecnologia nucleare americana lasciando agli Stati Uniti il diritto di porre il veto sull’uso delle armi atomiche di proprietà multilaterale. Un progetto che B. sostenne con tenacia, convinto che impedire lo sviluppo di deterrenti nazionali rappresentasse la strada più agevole verso una maggiore unità politica e un’efficace forza europea. La MLF (Multilateral force) non riuscì però a vincere le perplessità degli europei e le esitazioni all’interno della stessa amministrazione americana. La sintonia delle concezioni “euroatlantiche” di B. e Monnet, che causò anche aspre critiche a B. da parte del Senato americano, non fu sempre totale. In comune con Monnet B. ebbe comunque la convinzione che fosse fondamentale evitare che l’Europa ricadesse nelle disastrose rivalità nazionali del passato. Distinguendosi dai cold warriors vicini al Presidente, dal maggio 1964 al 1966 B. divenne uno strenuo oppositore della politica dell’amministrazione Johnson in Vietnam. Dopo l’incidente del Golfo del Tonchino, con ripetuti memoranda cercò di fermare l’escalation del coinvolgimento statunitense nel conflitto vietnamita e di mettere fine ai bombardamenti sul Vietnam del Nord. Il fatto che esprimesse queste critiche mentre pubblicamente difendeva la politica di Johnson, scelta compiuta da B. perché si riteneva legato dagli oneri e dalle restrizioni di una responsabilità pubblica, gli alienò le simpatie di alcuni uomini dell’amministrazione, in particolare del segretario alla Difesa McNamara. B. non auspicò solo di trovare una via d’uscita dalla guerra in Vietnam mediante una soluzione diplomatica alla guerra nel Sud, per perseguire la ricerca di una solida base sulla quale costruire un nuovo sistema di rapporti di forza in Estremo Oriente. Sottolineò anche la necessità per gli Stati Uniti di elaborare una dottrina di extrication, che fornisse un’opportuna via d’uscita da una situazione deteriorata e costituisse allo stesso tempo un’utile guida per evitare di ritrovarsi in un pantano senza fondo. Rimproverato per l’eccessivo eurocentrismo della sua visione di politica estera, accusato di elitismo e ostinazione, B. diede prova di indipendenza intellettuale e acutezza di giudizio sia nei momenti in cui ricoprì incarichi governativi che come analista e commentatore della politica internazionale. Esponente dell’America ufficiale, è tuttavia considerato una figura controversa perché non esitò a andare controcorrente pur di difendere le proprie idee. In particolare, fecero discutere le sue prese di posizione per la cessazione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord, a favore dell’ingresso della Cina alle Nazioni Unite, la critica alla politica mediorientale degli Stati Uniti, ritenuta troppo imperniata sull’alleanza con Israele. Polemista brillante, capace di analisi penetranti delle questioni internazionali ma calato in un realismo privo di utopismo a-storico, B. era convinto che la tecnica della diplomazia non dovesse essere mai disgiunta dal riferimento a principi e valori che ne ispirassero l’azione.

Marinella Neri Gualdesi (2010)




Balladur, Édouard

B. (Smirne 1929) a si trasferisce nel 1934 con la famiglia a Marsiglia, dove compie gli studi elementari e superiori. Si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza a Aix-en-Provence; in seguito, si reca a Parigi per frequentare l’Institut d’Etudes Politiques, presso il quale si diploma in diritto. Nel 1955, dopo aver compiuto il servizio militare in Algeria, entra all’École nationale d’administration (ENA), la scuola che forma gli alti funzionari francesi. Due anni dopo, uscito quinto dall’ENA, sceglie di entrare al Consiglio di Stato.

Nel 1964 B. entra nel gabinetto del primo ministro Georges Pompidou con l’incarico di seguire le questioni sociali, amministrative e giuridiche. Con Pompidou si instaura un rapporto di fiducia che porta B. a diventare uno dei suoi principali collaboratori per i successivi dieci anni. Nel 1967 partecipa alla stesura delle ordinanze sulla “partecipazione”, la sicurezza sociale e l’impiego. Nel maggio del 1968, assieme a Jacques Chirac, affianca Pompidou nei negoziati sociali di Grenelle. Quando, nel luglio di quell’anno, a Pompidou succede Maurice Couve de Murville, B. segue l’ex primo ministro nel suo “ritiro attivo”. Con l’elezione di Pompidou alla presidenza della Repubblica, nel giugno del 1969 il suo fedele collaboratore entra all’Eliseo come vicesegretario generale e dal 1973 come segretario generale. Nel 1974 la morte del Presidente allontana a lungo B. dalla politica: egli sceglie di ritornare al Consiglio di Stato e poi di lavorare nel privato.

B. si riavvicina alla politica negli anni Ottanta. Nel 1986 è nominato ministro di Stato, ministro dell’Economia, delle finanze e della privatizzazione nel governo appena formato dall’amico Chirac. Propone a questo titolo le prime ordinanze sulle privatizzazioni, che egli considera come uno dei suoi successi. Alle elezioni legislative del giugno 1988, che segnano al fine del governo Chirac, B. è eletto deputato (XII circoscrizione di Parigi), seggio che conquista anche alle successive elezioni del 1993. In questi anni di opposizione ai governi socialisti nelle file del Rassemblement pour la République (RPR), B. si dedica alla riflessione scrivendo libri, tra i quali Passion et longueur de temps (1989) e Dictionnaire de la riforme (1992).

In occasione del referendum sul Trattato di Maastricht nel 1992, mentre l’RPR si spacca sulla risposta da dare, B. si schiera, anche se in modo prudente, a favore del “sì”. Nella sua visione, la costruzione di un’Europa più unita deve essere «un mezzo al servizio degli interessi della Francia e della sua perennità». In questa prospettiva, il Trattato di Maastricht rafforza la Francia evitandole la «solitudine»; permette un’associazione che non significa la «perdita della sua identità», ma che al contrario «preserva la capacità di decisione della Francia negli ambiti vitali e mantiene la sua indipendenza». Il Trattato, che secondo B. necessita tuttavia di essere completato, in particolare al fine di assicurare «un controllo più stretto del parlamento francese sulle decisioni legislative e finanziarie della comunità», deve costituire il primo passo verso un’Europa a più velocità. Il nucleo duro di quest’Europa deve essere costituito dal tandem Francia-Germania, attorno al quale ruotano paesi con statuti differenti secondo l’ambito regolato in comune (questioni monetarie, sociali, militari, commerciali, finanziarie) (v. Balladour, 1992, pp. 112-113).

Nel marzo del 1993, all’indomani delle elezioni legislative che vedono una netta vittoria dei partiti di centrodestra, B. è nominato primo ministro dal capo dello Stato, il socialista François Mitterrand. Membro del RPR, B. è gradito anche alla maggior parte dell’Union pour la Démocratie française (UDF), il partito centrista della coalizione, in quanto vicino alla dottrina cristiano-democratica alla tedesca dell’economia sociale di mercato e in quanto riformista pragmatico. Dovendo coabitare con un Presidente della Repubblica di opposto colore politico, B. si trova tuttavia a dover fare i conti con le linee della politica estera di Mitterrand, che non ha alcuna intenzione di delegargli tale ambito decisionale. Infatti, fin dalla nomina del primo ministro, Mitterrand insiste sulla necessaria continuità nella politica estera della Francia, specificamente per quanto riguarda la realizzazione del Trattato di Maastricht, la parità tra franco e marco tedesco e la preservazione del Sistema monetario europeo.

In realtà, il primo ministro si trova in sintonia con il presidente sulla necessità di proseguire il processo innescato da Maastricht. Non a caso, il suo governo è composto in maggioranza da favorevoli al Trattato. Nel suo discorso di politica generale davanti ai deputati (8 aprile 1993), B. afferma che Francia e Germania, coppia dalla cui solidità dipende il futuro dell’Europa, devono condurre una politica di bilancio, monetaria e fiscale tale da evitare le divergenze nell’evoluzione delle economie. Per questo è necessario mantenere la parità tra il franco e il marco tedesco, «fondamento del sistema monetario europeo», e rendere autonoma la Banca di Francia, affinché essa possa dialogare con le altre Banche centrali (in particolare con la Bundesbank) in vista dell’unione monetaria. In ottemperanza alle sue promesse, nell’agosto del 1993 la Banca di Francia viene dotata di uno statuto che la rende indipendente. Più difficile, invece, è il compito di difendere il franco dagli attacchi speculativi che colpiscono alcune monete europee proprio nell’estate di quell’anno senza stravolgere il Sistema monetario europeo.

Nei due anni del suo governo (1993-1995), l’Unione europea (UE) deve affrontare due questioni principali, condizionate dallo sfaldamento del blocco sovietico: le nuove domande d’adesione di Austria, Finlandia, Svezia e Norvegia, i cui negoziati, iniziati già all’inizio del 1993, procedono rapidamente e si concludono con il trattato di allargamento firmato al Consiglio europeo di Corfù nel giugno del 1994; i conflitti regionali nei Balcani, in particolare la guerra che lacera la Bosnia-Erzegovina. Al Consiglio europeo di Copenaghen del 21 e 22 giugno 1993, B. propone una conferenza internazionale per la stabilizzazione delle frontiere dell’Europa centrale e orientale, che il governo francese ritiene costituisca una condizione all’adesione di nuovi stati all’UE (v. anche Criteri di adesione). La conferenza inaugurale sulla stabilità in Europa si tiene a Parigi nel maggio 1994 e, nel 1995, l’UE adotta il Patto di stabilità il cui obiettivo è incitare tali paesi a firmare trattati bilaterali per la regolamentazione delle dispute dei confini e sulla presenza di minoranze.

Nel frattempo, a livello politico B. può vantare il successo ottenuto nei difficili negoziati finali dell’Uruguay Round nell’ambito dell’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT), affrontati nel corso del 1993. Il governo francese ottiene dai partner europei di non cedere sull’“eccezione culturale”, ossia di escludere la produzione culturale (cinematografica in particolare) dagli accordi di libero scambio, e negli accordi finali strappa alcune concessioni in materia di agricoltura, tali da temperare l’accordo di Blair House del novembre 1992 tra la Commissione europea e il governo americano.

Le elezioni per il Parlamento europeo del 1994 segnano una sconfitta per la lista comune che RPR e UDF hanno deciso di presentare uniti assumendo il rischio di ignorare le fratture interne rivelate dal dibattito sul referendum sul Trattato di Maastricht di due anni prima: la lista comunque ottiene solo il 25,6% dei voti e deve affrontare il successo delle liste della destra antifederalista (v. Federalismo) di Philippe de Villiers e di Jean-Marie Le Pen, che insieme ottengono quasi il 23%.

Il primo gennaio 1995 la Francia assume la presidenza dell’UE. Alla fine del 1994 B. traccia le linee guida di tale presidenza partendo dalla constatazione che «l’organizzazione dell’Europa è per la Francia un elemento supplementare di forza e influenza». A suo parere il governo «ha dimostrato che l’Europa può servire gli interessi della Francia, nel momento in cui la volontà politica di questa si esprime senza ambiguità». Nella prospettiva di un allargamento dei confini dell’UE, che non deve spingersi però oltre la Polonia e la Romania, il primo ministro francese auspica l’adozione di «formule elastiche» di cooperazione, in grado di «organizzare la diversità e gestire il gigantismo». Per evitare la diluizione dell’UE in una zona di libero scambio, l’Europa allargata necessita di una riforma istituzionale che preceda l’allargamento a Est. Tale riforma deve tenere conto del fatto che i paesi dell’Unione non possono progredire allo stesso ritmo in tutti gli ambiti e deve sviluppare pertanto istituzioni per un’Europa a più velocità, che permetta collaborazioni più strette in determinati ambiti. B. propone un nuovo Trattato dell’Eliseo, poiché a suo parere la nuova Europa dipende dalle risposte comuni che Francia e Germania daranno in tutti gli ambiti (politico, economico, diplomatico e militare). Tuttavia, egli non è disposto a seguire gli impulsi del governo tedesco che spera di riformare le istituzioni comunitarie in senso più federale e di sviluppare un nucleo europeo Francia-Germania-Benelux. Infine, lo sviluppo di una difesa comune dell’Unione europea, unico mezzo affinché essa pesi sulla scena internazionale, è fortemente auspicata dalla presidenza dell’unione europea francese (v. anche Politica europea di sicurezza e difesa).

Tuttavia, il programma per l’Europa è presto messo in secondo piano dall’impegno di B. come candidato alle elezioni presidenziali dell’aprile di quell’anno. Al primo turno, però, è solo terzo con il 18,58 dei voti espressi e non passa al II turno. In settembre ritrova il seggio di deputato in un’elezione suppletiva. È rieletto all’Assemblea nazionale nel 1997 e ancora cinque anni dopo. Nel 2002 diventa presidente della Commissione per gli Affari esteri dell’Assemblea nazionale.

Ancora nel 2006 B. sostiene l’idea dei tre cerchi dell’Europa: il primo è il cerchio di diritto comune, corrispondente all’Unione europea; il secondo è il cerchio delle cooperazioni specializzate in seno all’UE; il terzo è il cerchio del partenariato con alcuni paesi vicini (v. Balladour, 2006) (v. anche Europa a “cerchi concentrici”). Nel 2007 viene nominato dal Presidente Nicolas Sarkozy presidente del Comitato di riflessione e di proposta sulla modernizzazione e sul riequilibrio delle istituzioni della V Repubblica.

Lucia Bonfreschi (2009)




Bangemann, Martin

B. (Wanzleben, Sassonia 1934) studia giurisprudenza a Tubinga e a Monaco e nel 1964, ottiene a Metzinger (Baden-Württemberg) l’abilitazione alla professione di avvocato. Il nome di B. diventa noto al grande pubblico in seguito al suo impegno come avvocato della sinistra giovanile e dei membri dell’Opposizione extraparlamentare (Außerparlamentarische Opposition, APO) nell’ambito dei processi contro i responsabili delle dimostrazioni della primavera del 1968.

B. dà inizio al suo impegno politico già durante gli studi tra le fila dell’Unione degli studenti liberali (Liberale Studenten Deutschlands, LSD) e, in seguito dei Giovani democratici/Sinistra giovanile (Jugend demokratische/Junge Linke, JD/JL). Nel 1963 entra a far parte della FDP (Freie demokratische Partei) e diventa in fretta portavoce della sua ala progressista. Nel 1969 è eletto vicepresidente regionale e prende parte alla commissione programmatica del partito dalla quale saranno elaborate le cosiddette “tesi di Friburgo” (momento di forte rinnovamento politico per il partito, dopo la sconfitta elettorale del 1969). Nel 1972 è il candidato sindaco della città di Mannheimer per la FDP, ma come previsto, senza successo. Nello stesso anno però è eletto al Bundestag e fa parte della Commissione esteri. Dal 1973 è membro del Parlamento europeo (lo sarà fino al 1984) in cui, dal 1975, è capogruppo parlamentare per il suo partito (v. anche Gruppi politici al Parlamento europeo). Nel gennaio 1974 B. è eletto presidente regionale del partito per il Baden-Württemberg e, qualche mese più tardi, in occasione del rinnovamento dei vertici della FDP, su proposta del presidente. Hans-Dietrich Genscher succede a Karl-Hermann Flach come segretario generale del partito. La sua strategia politica trova, però, immediatamente grande opposizione e, appena un anno dopo la sua elezione, rinuncia all’incarico. Nel gennaio 1977 B. è confermato alla presidenza regionale della FDP per il Baden-Württemberg, ma il risultato elettorale documenta una crescente opposizione alla sua politica anche a livello regionale e, già nel 1978, decide di presentare le proprie dimissioni. Suo successore sarà Jürgen Morlock.

In seguito B. si concentra sul suo mandato europeo, ma resta attivo anche al Bundestag, del cui presidium fa parte dal novembre 1978 (B. rinuncia definitivamente al suo incarico al Bundestag nel 1988).

In occasione delle prime Elezioni dirette del Parlamento europeo, nel giugno del 1979, svolge un ruolo centrale nell’elezione a presidente dell’assemblea di Strasburgo della francese Simone Veil. La medesima tornata elettorale lo vede candidato di punta della FDP. Ottiene ottimi risultati: è eletto infatti capogruppo parlamentare della FDP e fa della sua fazione politica un gruppo molto attivo all’interno dell’istituzione europea (v. anche Istituzioni comunitarie).

Nel 1980 è nominato vicepresidente del Movimento europeo e acquista sempre maggiore autorità come relatore della commissione bilancio a Strasburgo. Nel 1982 B. assume l’incarico di presidente, per la FDP, della commissione esteri e di quella per la sicurezza.

In occasione delle elezioni europee del 1984 la FDP raccoglie solo il 4,8% dei consensi non riuscendo a superare lo sbarramento del 5%. In seguito a questa nuova sconfitta elettorale anche B. perde il suo mandato europeo e il presidente del partito Genscher annuncia le proprie dimissioni. Questi, a sorpresa, indica come suo possibile successore proprio B. che durante il congresso del luglio 1984 è eletto a grande maggioranza. Già un mese prima (giugno 1984), inoltre, B. ottiene il mandato di ministro dell’Economia, ma la sua politica non viene accolta con grande favore e gli scarsi risultati registrati nella risoluzione dei problemi più pressanti dell’economia tedesca fanno moltiplicare i dubbi sulla sua competenza in materia economica. Sebbene durante il congresso della FDP del maggio 1986 ottenga nuovamente a larga maggioranza il mandato di presidente di partito, la sua immagine politica all’interno dello stesso appare fortemente danneggiata. Nel 1988, infatti, viene sostituito da Otto Graf Lambsdorff. Nel dicembre dello stesso anno è costretto a rassegnare le sue dimissioni da ministro dell’Economia. Gli succederà Helmut Haussmann.

Nel gennaio 1989 B. riprende la sua carriera politica in seno alle istituzioni europee. Dal 1989 al 1993 è, infatti, uno dei sei vicepresidenti della Commissione europea, responsabile del mercato interno, e gioca un ruolo importante nell’ammissione della Germania dell’est all’interno Comunità economica europea. Nel 1992 perora un cambiamento del diritto d’asilo tedesco e l’elaborazione di un diritto d’asilo europeo. Dal 1993 al 1994 è membro della Commissione, responsabile per gli affari industriali, per l’informazione e le telecomunicazioni. A questo proposito, fondamentale è il ruolo da lui svolto nella liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni in Europa (v. anche Politica europea delle telecomunicazioni).

Nel 1999 B. sorprende l’allora presidente in carica della Commissione europea Jean Jaques Santer dimettendosi da tutti i suoi incarichi di commissario europeo, a causa di una sua imminente collaborazione in qualità di consulente presso la compagnia telefonica spagnola Telefónica. Le dimissioni sono accettate, ma le reazioni della commissione sono dure. Nonostante l’impegno dell’ex commissario a non fornire alcuna informazione che possa favorire la Telefónica creando così le condizioni per una concorrenza sleale sul mercato, si apre un caso di conflitto di interessi e viene istruito un procedimento alla Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea) contro B. La testata giornalistica “Die Welt” riferisce che l’ex commissario europeo si insedierà nella sua nuova carica presso la società Telefónica solo dopo un periodo di aspettativa (luglio 2000), così come auspicato dalla Commissione.

Il 30 luglio 2001 un’agenzia riferisce della conferma di B. presso la società spagnola Telefónica.

Agata Marchetti (2009)




Barcia Trelles, Camilo

Giurista e docente universitario, B.T. (Vegadeo, Oviedo 1888-Ribadeo, Lugo 1977) è stato uno degli analisti di politica internazionale più importanti della Spagna del XX secolo.

Dopo aver frequentato i corsi di diritto nelle Università di Oviedo e di Madrid, fra il 1912 e il 1917 grazie a varie borse di studio approfondì la branca del diritto internazionale nelle Università di Bruxelles, Berlino e Berna. Nel 1919 ottenne la cattedra di Diritto internazionale nell’Università di Murcia, passando in seguito all’Università di Valladolid (1920) e a quella di Santiago de Compostela (1939), dove fu preside della facoltà di Diritto.

Di ideologia cattolica, fondò la Asociación Francisco de Vitoria e dedicò il suo insegnamento alla diffusione delle dottrine della scuola classica spagnola di diritto delle genti, che riteneva all’origine sia del diritto internazionale moderno che del suo ideale europeista. A questi giuristi e teologi spagnoli del XVI secolo B.T. dedicò numerosi cicli di conferenze nella prestigiosa Accademia di diritto internazionale dell’Aia tra il 1927 e il 1939.

Durante la guerra civile spagnola B.T. fu perseguitato a causa della carica di ministro della Repubblica del fratello Augusto, tuttavia conservò la cattedra universitaria e fu nominato membro del Consejo superior de investigaciones científicas e della Real academia de ciencias morales y políticas. Insignito della laurea honoris causa dalla Universidad Católica di Quito e dalla Universidad de Sao Paulo, fu anche membro numerario dell’Istituto di diritto internazionale.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’assenza della Spagna dai principali organismi internazionali e l’isolamento politico e diplomatico del regime di Francisco Franco ebbero come conseguenza un trattamento molto restrittivo e ideologizzato delle informazioni sulla nuova realtà internazionale. In questa situazione l’opera di B.T. mantenne il rigore scientifico dell’analisi e, pur senza giungere allo scontro con il regime, sostenne la validità del diritto internazionale.

Membro dell’Instituto de estudios políticos, fu autore dell’importante serie di cronache di politica internazionale pubblicate con il titolo El ayer, el hoy y el mañana internacionales nella “Revista de de Estudios Políticos” dal 1947 al 1960. In questa stessa linea, nel 1950 partecipò alla creazione dei “Cuadernos de Política Internacional” come analista e membro del comitato di redazione. Parallelamente a questi impegni tenne numerosi corsi e conferenze in centri quali la Escuela de funcionarios internacionales o la Universidad internacional Menéndez Pelayo. Attraverso queste collaborazioni fece conoscere al pubblico spagnolo la complessità delle relazioni internazionali nell’era della Guerra fredda e l’evoluzione del progetto di costruzione europea.

Pur non essendo propriamente un europeista, B.T. riteneva che il processo di integrazione continentale potesse ridare un ruolo all’Europa il suo ruolo storico di protagonista nello scenario internazionale (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). A suo avviso la crisi sociale ed economica del dopoguerra, il Piano Marshall e la minaccia sovietica, esemplificata nella guerra di Corea, avevano determinato la necessità di organizzare una politica comune sul piano economico, militare e politico.

Tuttavia, malgrado la sua insistenza sul tema della difesa nei confronti del blocco comunista, fedele all’ideale ecumenico cattolico B.T. sostenne che la costruzione europea non avrebbe dovuto fondarsi su una concezione reattiva ed episodica, bensì su una volontà organica che avrebbe portato all’integrazione permanente in una sovrastruttura di carattere federale (v. anche Federalismo). In questo senso, egli criticava quelli che considerava anacronismi di fronte alla nuova realtà europea, per esempio la difesa del concetto di sovranità nazionale, all’origine della mancata ratifica del Trattato della Comunità europea di difesa, il persistere del sistema coloniale o il mantenimento di alleanze in funzione antitedesca ispirate dalla dottrina dell’equilibrio politico.

Nicolas Sesma (2010)




Barnier, Michel

B. (La Tronchère 1951) studia al liceo Jean Moulin di Albertville e poi al Lycée du Parc di Lione, prima di essere ammesso alla prestigiosa École supérieure de commerce de Paris (ESCP), dove si laurea nel 1972.

Si impegna in politica giovanissimo, a 14-15 anni, militando nel movimento gollista. I suoi mandati elettivi lo portano a lavorare per la sua regione, la Savoia, prima come consigliere generale (1973-1999), poi come deputato del RPR (Rassemblement pour la République) per la circoscrizione di Albertville (1978-1993). Infine, è eletto vicepresidente del Consiglio regionale della regione Rhône-Alpes (1982-1986), presidente del Consiglio generale della Savoia (1982-1999) e poi senatore della Savoia (1995-1999). B. si adopera a favore di una Savoia dinamica, che sia una terra di progetti. A questo titolo partecipa, in particolare, all’organizzazione dei XVI Giochi olimpici di Albertville nel 1992. Rivolge un’attenzione speciale alla salvaguardia del patrimonio culturale, sostenendo la creazione dei “percorsi del barocco”, che riuniscono 50 chiese e cappelle di Maurienne e Tarantasia, ed ecologico, promuovendo dalla metà degli anni Ottanta una politica volontarista di protezione dell’ambiente in Savoia. Il suo rapporto parlamentare pubblicato nel 1990, Chacun pour tous, le défi écologique, contiene un centinaio di proposte a favore dell’ambiente.

Il suo impegno politico regionale e le sue preoccupazioni ambientaliste lo portano sulla ribalta nazionale, con la nomina a ministro dell’Ambiente nel marzo 1993. Nel 1995 può creare la prima Commission nationale du débat public per i grandi progetti infrastrutturali e lancia il primo dibattito nazionale sull’energia.

Ma le idee europee di B. potranno esprimersi solo a partire dal 1995, quando è nominato ministro delegato agli affari europei. In questa posizione negozia per la Francia il Trattato di Amsterdam e appoggia il consolidamento della presenza francese nell’Europa dell’Est. Abbandona questa funzione nel 1997, ma le sue responsabilità europee continuano, in quanto viene eletto presidente dell’Association française du Conseil des communes et régions d’Europe (1997-1999) e nominato presidente della delegazione del Senato per l’Unione europea (1998-1999). Infine, nel settembre 1999, B. è promosso commissario europeo con l’incarico della politica regionale e della riforma delle istituzioni. Quindi rappresenta la Commissione europea alla conferenza intergovernativa del 2000 che deve risolvere i problemi legati alla riforma delle istituzioni dell’Unione europea prima dell’allargamento e che preannuncia il Trattato di Nizza. Nel Consiglio europeo di Laeken, nel dicembre del 2001, è designato con il collega António Vitorino per rappresentare la Commissione all’interno del Presidium della Convenzione europea sull’avvenire dell’Unione presieduta da Valéry Giscard d’Estaing. Inoltre, dirige i lavori del gruppo istituito sulla questione della difesa europea.

Nominato ministro degli Esteri nel marzo 2004, promuove nella diplomazia francese le sue idee europee, ma insiste anche sul tema dello sviluppo durevole e sul rafforzamento della cooperazione internazionale. Lascia nel 2005 la funzione ministeriale, dopo l’insuccesso del «sì» nel referendum sulla Costituzione europea, ma il suo impegno europeo prende la forma di un saggio, Sortir l’Europe des idées reçues, e prosegue come consigliere particolare del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso nel 2006. In questa veste presenta nel maggio 2006 un rapporto che propone la creazione di una «forza europea di protezione civile: Europe Aid». Nello stesso periodo B. diventa consigliere politico dell’UMP (Union pour la majorité présidentielle) e fa della presenza della Francia in Europa e nel mondo un tema di lavoro essenziale. Le sue prese di posizione a livello europeo e internazionale si manifestano infine nella sua nuova funzione ministeriale: dal giugno 2007 fa parte del governo di François Fillon come ministro dell’Agricoltura e della pesca e deve cercare di equilibrare gli interessi agricoli francesi e gli imperativi della Politica agricola comune.

Émilie Willaert (2008)




Barón Crespo, Enrique Carlos

B.C. (Madrid 1944), avvocato ed economista già presidente del Parlamento europeo e vicepresidente dell’Internazionale socialista, attualmente è membro del Gruppo parlamentare del Partito socialista europeo (PSE), nonché membro della commissione per gli Affari costituzionali e della Delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti al Parlamento europeo.

Nato in una famiglia della media borghesia nel quartiere madrileno di Salamanca, ha studiato nel Colegio Calasancio de las Escuelas Pías, si è laureato in Legge nella Universidad Complutense di Madrid e in Amministrazione di imprese presso l’Instituto católico de alta dirección de empresas (ICADE) di Madrid, oltre a diplomarsi presso l’École supérieure de sciences economiques et commerciales (ESSEC) di Parigi. Durante gli studi universitari cominciò la sua militanza nell’opposizione alla dittatura di Franco, dal 1962 all’interno della Federación Universitaria de estudiantes de España (FUDE), fondata l’anno precedente in clandestinità da studenti di sinistra avversi al Sindicato español universitario (SEU), di orientamento falangista, all’epoca l’unico ammesso.

Nel 1964 entrò a far parte della Unión sindical obrera (USO), fondata in clandestinità nel 1960 da militanti operai provenienti da organizzazioni apostoliche, come le Juventudes obreras católicas (JOC) e la Hermandad obrera de acción católica (HOAC), allo scopo di colmare il vuoto delle organizzazioni sindacali storiche e organizzare il nuovo movimento operaio. La USO traeva ispirazione da un umanesimo laico, socialista e autogestito, fortemente influenzato dalla CFDT (Confédération française démocratique du travail) francese e dalla FIM-CISL (Federazione italiana metalmeccanici-Confederazione italiana sindacati dei lavoratori) italiana; rispetto alla vecchia Unión general de trabajadores (UGT) poneva l’accento sull’autonomia sindacale nei confronti dei partiti politici e difendeva la partecipazione alle elezioni ufficiali del Sindicato vertical franchista per promuovere l’organizzazione tra le nuove generazioni di lavoratori. B.C. entrò a far parte del comitato nazionale formato, tra gli altri, da Eugenio Royo, Ramón Gaitero, Agapito Ramos, José Domingo Martínez Badiola, Gregorio Cristóbal, Esteban Caamaño e Juan Orellana, incarcerati per “associazione illecita” nel dicembre 1966 e processati di fronte al Tribunal de orden público (TOP). Durante la dittatura B.C. fu detenuto complessivamente sei volte e dovette affrontare altri tre processi.

Fra il 1968 e il 1972 la USO conobbe un’evoluzione durante la quale andarono configurandosi due tendenze interne: una linea più sindacalista, in cui si prospettava una fusione con la UGT, e una linea più strettamente politica, favorevole ad assumere un partito come referente per il sindacato. B.C. fu una figura di spicco di questo secondo orientamento e promosse un progetto per “ricostruire il movimento socialista”, poi sfociato nella fondazione di Reconstrucción socialista (RS). Tuttavia, prima del fallimento dei colloqui con la UGT e il Partido socialista obrero español (PSOE), il gruppo di RS diretto da B.C. insieme a Eugenio Royo e Agapito Ramos lanciò il cosiddetto “progetto zero” finalizzato alla creazione di un raggruppamento indipendente, seppure ispirato dall’ideologia della USO, che fu alla base di Convergencia socialista de Madrid (CSM), nella quale B.C. assunse la carica di segretario. Nel 1974 contribuì inoltre alla creazione della Federación de partidos socialistas (FPS), che propugnava un rinnovamento del socialismo spagnolo su basi federative. Dopo la morte di Franco, con l’inizio della transizione verso la democrazia e di fronte alla prospettiva di libere elezioni nel giugno 1977, si intensificarono le trattative con il PSOE, che in seguito ad un accordo raggiunto con parte della FPS, e specialmente del Partido de los socialistas de Cataluña (PSC), approdarono all’integrazione della CSM nella Federación socialista madrileña (FSM), con B.C. in terza posizione nella lista dei candidati per Madrid.

Oltre alla militanza politica, tra il 1966 e il 1970 B.C. fu docente di Economia agraria nell’Instituto nacional de Economía agraria (ENEA) di Valladolid e di Struttura economica presso l’Universidad Complutense di Madrid. Lasciò l’insegnamento universitario per aprire, insieme ad Agapito Ramos, uno studio di consulenza giuridica ed economica, esercitando la professione di avvocato in difesa di leader operai, militanti antifranchisti e membri della Unión militar democrática (UMD). Fece parte del comitato di redazione della rivista di opposizione “Cuadernos para el Diálogos”, collaborò anche con le riviste progressiste “Triunfo”, “España Económica” e “Cambio 162”, e pubblicò le opere Población y hambre en el mundo (1966), El final del campesinado (1970) e La civilización del automóvil (1971). Risale a questi anni anche la sua partecipazione alla Asociación española de cooperación europea (AECE) e al Movimento europeo.

Come deputato del PSOE nelle legislature del 1977, 1979 e 1982, e portavoce per l’Economia e il bilancio del Gruppo parlamentare socialista, B.C. prese parte attiva all’elaborazione dei Patti della Moncloa, della Costituzione, degli Statuti dell’autonomia e della riforma fiscale, come pure all’opposizione parlamentare. Nel 1978 presentò per il gruppo socialista un emendamento contro il cosiddetto “privilegio di menzione” della Chiesa cattolica nella Costituzione, in quanto avrebbe portato ad una “confessionalizzazione subdola dello Stato”. Dopo la vittoria del PSOE alle elezioni del 1982 B.C. fu nominato ministro dei Trasporti, del turismo e delle comunicazioni. Durante il suo mandato ha promosso la modernizzazione della politica per il turismo e del sistema del traffico aereo, e la riforma della rete ferroviaria nazionale (RENFE); malgrado abbia dovuto affrontare diversi scioperi e due disastri aerei nell’aeroporto di Madrid, nel 1983, la sua condotta è stata giudicata positivamente dalle due commissione di indagine delle Cortes.

L’uscita dal governo nel 1985 segnò l’inizio della sua lunga carriera nel Parlamento europeo, in un primo tempo, e più precisamente dal gennaio 1986, come deputato del gruppo parlamentare socialista europeo (v. anche Gruppi politici al Parlamento europeo), (in tale veste presiedette la commissione che ha preparato il manifesto elettorale dei socialisti nel 1989), poi come vicepresidente del Parlamento europeo fra il luglio 1986 e il gennaio 1989 e, infine, come presidente fra il luglio 1989 e il gennaio 1992, ossia nel periodo caratterizzato dalla caduta del Muro e dalla riunificazione tedesca (v. Germania). Durante la sua presidenza B.C. si adoperò per garantire la massima partecipazione del Parlamento europeo ai dibattiti finalizzati all’elaborazione del Trattato di Maastricht: «Nella mia posizione di presidente del Parlamento europeo ho avuto l’opportunità di essere coprotagonista privilegiato e testimone d’eccezione della gestazione del Trattato dell’Unione europea, dato che la sorte ha voluto che il mio mandato cominciasse con l’inizio del disgelo nell’estate del 1989 e si concludesse con l’approvazione del Trattato. […] Così arrivammo al Consiglio di Maastricht, in una mattina fredda e soleggiata in cui dovetti congedarmi da presidente rivolgendo un appello al Consiglio affinché sostenesse il progetto di un’Unione europea di tipo federale, con un Trattato unitario e coerente, fondato su una doppia legittimità democratica, con una filosofia di fondo condivisa, una personalità giuridica e procedure analoghe per l’assunzione di decisioni, una chiara definizione della codecisione legislativa, la legittimazione dell’esecutivo comunitario, la comunitarizzazione della Politica estera e della sicurezza comune (PESC), e un’Unione economica e monetaria (UEM) associata all’Unione politica, in cui si tenesse conto della coesione e della dimensione sociale». In seguito, dal gennaio 1992 al luglio 1994, B.C. fu presidente della commissione Affari esteri e sicurezza, e dal 1994 al 1999 membro di questa stessa commissione. Attualmente è tra l’altro membro titolare della commissione Affari costituzionali e supplente della commissione per i problemi economici e monetari.

Il pensiero di B.C. sulla costruzione europea è sviluppato soprattutto nelle opere Europa ’92: el rapto del futuro (1989) ed Europa en el alba del milenio (1994), pubblicate in varie lingue. La prima è caratterizzata dalla preoccupazione, dominante in quel periodo, su come procedere per portare a termine il mercato interno con gli strumenti dell’Atto unico europeo, e su come organizzare un nuovo modus vivendi con l’URSS della perestrojka che alla fine si era decisa a riconoscere l’esistenza della Comunità economica europea (CEE) con la Dichiarazione di Lussemburgo del giugno 1988. La seconda, nella nuova edizione del 1999, è dedicata alla nascita del Trattato di Maastricht e alla sua riforma, concordata ad Amsterdam nel 1997 (v. Trattato di Amsterdam), all’Unione economica e monetaria e all’Euro. Si trattava inoltre, come dichiara l’autore, «di dare risposta alle critiche formulate da Giuliano Amato nella sua prefazione all’edizione italiana del libro», per cui «ho ritenuto opportuno inserire un capitolo dedicato all’“Agenda 2000”, nella sua duplice dimensione: quella del nuovo patto finanziario di cui è stato avviato il negoziato, facendo riferimento alle politiche fondamentali comunitarie e specialmente alla coesione economica e sociale, e quella dell’Allargamento all’Europa centrale e orientale». Secondo il giudizio dell’ispanista Paul Preston, «le sue spiegazioni sia degli ideali sia degli obiettivi concreti che hanno ispirato l’evoluzione dal Piano Schuman all’Unione europea sono efficaci e utili. Senza dubbio è difficile immaginare una storia del progetto di unità europea e dello sviluppo dalla CEE alla CE e, in seguito, alla UE, strutturata più chiaramente e scritta più piacevolmente. Se anche fosse solo per questo, il libro sarebbe già di enorme utilità per gli studenti: è una guida importante e critica, al tempo stesso appassionata e brillante, del complesso labirinto dell’Unione e delle sue istituzioni» (v. Piano Schuman).

Entrambe le opere prendono le mosse da una tesi centrale: l’Unione europea è, fin dai suoi esordi, un progetto con motivazioni e obiettivi politici che è andato concretizzandosi maggiormente sul piano economico. La sua finalità politica e la sua affermazione democratica sono rimaste per lungo tempo implicite, tuttavia si trattava fin dall’inizio di un processo costituente aperto il cui obiettivo finale era la UE, che di fatto si va configurando come un sistema federativo. La lentezza apparente del processo è solo una questione di percezione storica: chi legge i Federalist papers del 1787 e li confronta con l’attuale realtà nordamericana potrà verificare che, in termini comparativi, l’Europa in quarant’anni è andata più avanti rispetto agli Stati Uniti nei primi cent’anni della loro esistenza. In realtà è stata la vertiginosa accelerazione della storia, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, ad aver fatto saltare la strategia dell’avanzamento passo dopo passo, che partiva dalla realizzazione del Mercato interno per avviare l’Unione economica e monetaria e approdare infine all’Unione politica.

L’elemento più importante, per B.C., è rappresentato dall’innegabile realtà di una cultura comune europea e, citando l’Ortega y Gasset (v. Ortega y Gasset, José) della Rebelión de las masas, egli ricorda che «se oggi facessimo il bilancio del contenuto della nostra mente – opinioni, norme, desideri, congetture – noteremmo che la gran parte di tutto ciò non proviene al francese dalla sua Francia, né allo spagnolo dalla sua Spagna, ma dal fondamento comune europeo». Il progetto di B.C. ha un’ampia prospettiva storica, quella di un’Europa unita che rappresenta una via d’uscita e di superamento di un passato non rimpianto di guerre mondiali e civili, dato che «non abbiamo la possibilità di vivere delle nostre memorie».

Nella sua configurazione attuale la UE è una forma di unione stabile e cooperativa tra 27 Stati, con elementi comunitari che funzionano secondo una logica federativa e, in realtà, sono stati compiuti maggiori progressi sul piano del Federalismo de facto che nella teoria. Il Trattato di Unione europea (TUE) (v. Trattato di Maastricht) rappresenta un salto qualitativo che definisce il fine ultimo del processo, con due vettori o idee-forza che svolgono il ruolo di motori in tutto questo processo: la cittadinanza (v. Cittadinanza europea) nella dimensione politica e la moneta in quella economica. Entrambe hanno il pregio di rivolgersi alle persone concrete, “al loro cuore e al loro stomaco”, per cui non sorprende la loro ripercussione immediata. Ciò nonostante, si tratta di un duplice impegno scaglionato e rigoroso nelle sue fasi per quanto concerne la moneta unica, meno definito rispetto all’unione economica e ancor più indeterminato e impreciso per il progetto di unione politica.

D’altra parte, la giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea) ha fondato la UE come comunità di diritto, formulando tre principi fondamentali: l’effetto diretto, cioè l’idoneità delle norme comunitarie al fine di creare situazioni giuridiche direttamente nei cittadini o nelle persone giuridiche, senza la necessità di un complemento di diritto in ciascun paese; la preminenza del diritto comunitario sul diritto interno di qualsiasi grado e la sua autonomia, essendo creato e applicato dalle istituzioni comunitarie. Parallelamente, negli ultimi anni, la democrazia sta diventando la preoccupazione principale della UE, espressa attraverso temi come la libertà, la sicurezza e la giustizia (v. Spazio di libertà, sicurezza e di giustizia); le relazioni tra la Comunità e i cittadini; una politica estera efficace e coerente (v. Politica estera e di sicurezza comune); una cooperazione più stretta e una maggiore flessibilità delle istituzioni europee. Tutto questo rendendo possibile, al tempo stesso, la semplificazione e il consolidamento dei Trattati e dei testi giuridici dell’Unione: «Con la ratifica del Trattato di Maastricht e la sua entrata in vigore il 1° novembre del 1993, è stata compiuta una tappa difficile ed è innegabile che la proposta di “dotare la costruzione europea di una costituzione democratica ed efficace, comprensibile ai cittadini e in grado di permettere l’allargamento dell’Unione”, come propone il Parlamento europeo, può apparire come un invito a cadere in bocca al lupo. Indubbiamente è necessario compiere un lavoro di rifondazione, di redazione e di approfondimento concettuale. Con un atto tardivo, gli estensori del Trattato di Amsterdam hanno inserito una sezione VI sulla semplificazione e il consolidamento dei Trattati» (v. anche Semplificazione legislativa; Consolidamento dei testi legislativi).

Tutto questo rappresenta inoltre un appello alla divulgazione e alla partecipazione della società civile europea (v. anche Società civile organizzata) al processo: «Dopo l’esperienza vissuta con il dibattito del TUE, deve essere considerata conclusa la tappa del processo costituente “a porte chiuse”. Se si pretende di continuare con il metodo di provare ad attenuare e minimizzare la portata di quanto è stato stabilito, si corre il serio pericolo di fomentare reazioni di rifiuto nelle opinioni pubbliche, come si è dimostrato nel processo di ratifica, e al tempo stesso di fornire agli analisti politici più assidui, ossia agli operatori e agli speculatori finanziari, l’opportunità di approfittare dell’occasione».

Finora la riflessione si è concentrata in maniera preponderante sugli aspetti istituzionali della gestazione e dell’applicazione del TUE, però secondo B.C. l’aspetto più originale della costruzione europea consiste nella sua dimensione di “rivoluzione sociale”: «In effetti, i passi decisivi della Comunità europea sono rappresentati dallo smantellamento de facto delle barriere di confine, doganali, e anche psicologiche e culturali che gli europei occidentali sono andati edificando e sovrapponendo nel corso dei secoli. Tale metodo, più che eliminare i confini della carta geografica ne ha annullato gli effetti, trasformando in realtà le quattro libertà fondamentali: quella di residenza e di circolazione dei cittadini (v. Libera circolazione delle persone), come pure quella di movimento dei beni (v. Libera circolazione delle merci), dei servizi (v. Libera circolazione dei servizi) e dei capitali (v. Libera circolazione dei capitali). Ciò implica l’allargamento decisivo del campo d’azione degli agenti sociali, individui o imprese, generando di conseguenza un gigantesco processo di riassegnazione di risorse e di funzioni sia a livello geografico che di settore».

Per questo una delle grandi sfide che oggi deve affrontare l’Unione europea è il fatto che il riconoscimento della cittadinanza, insieme all’eliminazione delle barriere, pone importanti interrogativi sul benessere e sulla dimensione sociale nell’orizzonte politico futuro: «La sicurezza e la protezione sociale sono incluse nella Carta sociale come questioni su cui il Consiglio decide all’unanimità. L’ipotesi non è puramente teorica, perché è operativa sin da ora per oltre cinque milioni di cittadini comunitari residenti in uno Stato diverso da quello d’origine. Fra loro non vi sono soltanto emigranti tradizionali, i cui diritti non si possono garantire soltanto sulla base di accordi bilaterali, ma anche molti pensionati del Nord della Comunità che usufruiscono degli ospedali della previdenza sociale e delle loro Unità di vigilanza intensiva (UVI) sulla costa mediterranea spagnola, tanto per fare un esempio». Anche se non c’è dubbio che, al di sopra di ogni altro, il grande problema che preoccupa gli europei è la creazione di posti di lavoro, e l’Europa in questo campo registra due debolezze preoccupanti: il calo di competitività e la minore capacità di creare occupazione.

B.C. ha inoltre scritto numerosi articoli su temi relativi alla costruzione europea. Tra i più recenti: Un naufragio globalizado, sull’affondamento della petroliera Prestige, i problemi della sicurezza marittima internazionale e le pericolose conseguenze del funzionamento di un’economia globalizzata senza regole né autorità chiare; Quién teme la ampliación?, a sostegno dell’allargamento della UE; La UE en la difícil postguerra, contro la guerra in Iraq e a favore di una politica europea di difesa (v. anche Politica europea di sicurezza e difesa), di interposizione e di aiuti umanitari; La Convención y España, in cui critica la politica estera del governo Aznar (v. Aznar López, José María), il negoziato del Trattato di Nizza e la posizione spagnola in merito al problema della rappresentanza nazionale nelle istituzioni europee; La agenda europea, sulle principali questioni a breve termine: riforma istituzionale e Costituzione europea, politica economica comune e politica estera e di sicurezza dopo la rottura causata dalla guerra in Iraq.

B.C. è stato anche presidente del Movimento europeo internazionale fra il 1987 e il 1989, dell’Instituto universitario Eurofórum (El Escorial, 1992-1997) e del Patronato del Parque nacional de Doñana (1992-1994). Presidente della Fundación Yehudi Menuhin sino al 2004, oggi è al vertice della Fondazione europei nel mondo ed è vicepresidente dell’Istituto internazionale per l’opera e la poesia, recentemente istituzionalizzato dall’United Nations educational, scientific and cultural organization (UNESCO).

Javier Muñoz Soro (2009)




Barre, Raymond

B. (Saint-Denis de La Réunion 1924) appartiene ad una famiglia borghese cattolica. Compie i suoi studi prima alla Réunion e in seguito a Parigi, dove studia diritto ed economia all’Institut d’Etudes Politiques. Alla facoltà di Scienze politiche segue i corsi dell’economista François Perroux e, sotto la sua influenza, aderisce alle idee del cattolicesimo sociale. Nel 1950 vince il concorso per l’insegnamento di scienze economiche ed è nominato professore all’Università di Tunisi.

B. intraprende dapprima la carriera universitaria. Durante il soggiorno a Tunisi scrive un manuale di economia politica che fa testo in materia e che sarà usato da molte generazioni di studenti. Ben presto viene chiamato all’Università di Caen. Qui, nel 1959, il suo collega Jean-Marcel Jeanneney, professore di scienze economiche all’Università di Parigi, nominato ministro dell’Industria dal primo ministro Michel Debré, gli propone di diventare direttore del suo gabinetto. Per tre anni, dal 1959 al 1962, B. confronta le sue conoscenze teoriche di economia con la loro attuazione concreta sotto la supervisione del generale Charles de Gaulle. In questa veste acquista la reputazione di esperto economista. Anche quando, dopo le dimissioni del governo Debré nell’aprile 1962, torna alla sua cattedra universitaria, questa volta a Parigi, dividerà il suo tempo fra l’attività di docente e le missioni che gli vengono affidate, con il consenso di de Gaulle, dal governo Pompidou (v. Pompidou, Georges). Nel 1962, dopo l’indipendenza dell’Algeria (e mentre il suo amico Jeanneney è ambasciatore ad Algeri), è incaricato di gettare le basi delle relazioni economiche e finanziarie tra la Francia e la sua ex colonia. Fra il 1963 e il 1967 è consulente del governo per la politica di investimenti, poi per la politica fiscale.

B. si sente a suo agio nella Francia del generale de Gaulle. Benché la sua cultura politica sia essenzialmente democratico-cristiana – circostanza che lo fa propendere per l’apertura europea verso la quale i gollisti restano diffidenti – B. apprezza la concezione delle istituzioni messa in opera dal generale de Gaulle, vale a dire la preminenza presidenziale e l’efficacia politica che ne consegue. Quindi si comprende come il generale nomini nel 1967 membro della Commissione delle Comunità europee (v. Commissione europea) questo esperto d’economia sul quale sa di poter contare. Designato come vicepresidente di questa commissione incaricata di questioni economiche e monetarie, B. vi resterà per cinque anni, fino al 1972, acquisendo in queste funzioni la statura di grande economista riconosciuto a livello internazionale e portando a compimento un’opera importante sia a Bruxelles, come commissario europeo, sia a Parigi dove continua ad essere un consigliere economico molto ascoltato.

Il soggiorno a Bruxelles fa di B. un europeista convinto, che si adopera con passione per approfondire la costruzione europea, ma nel quadro delle concezioni golliste. Se pure auspica la costituzione di un’entità europea capace di acquistare un’autentica omogeneità grazie all’attuazione di politiche comuni, non aderisce tuttavia alle visioni sovranazionali dei padri fondatori dell’Europa e pensa ad un’Europa degli Stati entro la quale si possano delineare convergenze che consentano ai membri della Comunità di distinguersi dalle due grande potenze mondiali. Nel 1969 e nel 1970, nell’ambito delle sue attribuzioni, redige alcune proposte destinate a realizzare l’Unione economica e monetaria. Al tempo stesso partecipa nel quadro delle sue funzioni europee a riunioni di economisti internazionali, come quelle che si tengono a Davos, dove incontra i decisori finanziari, economici e politici dei grandi paesi industriali del mondo liberale. Parallelamente, a Parigi, continua a svolgere un ruolo molto importante. Dietro suo consiglio de Gaulle, nel novembre 1968, si oppone a una svalutazione del franco richiesta dal padronato per compensare l’aumento dei salari che ha dovuto concedere dopo la protesa del maggio 1968.

Dopo le dimissioni del generale, B. si mostrerà ostile, come vicepresidente della Commissione europea, alla decisione di Georges Pompidou di aprire i negoziati che consentono di allargare il Mercato comune (v. Comunità economica europea) al Regno Unito. Come de Gaulle, ritiene che Londra non sia affatto disposta ad accettare le regole comunitarie e a prendere le distanze dagli Stati Uniti. Propone di sottoporre la candidatura britannica ad una serie di condizioni rigorose che permettano di valutare quanto il Regno Unito sia realmente a impegnarsi nel cammino europeo. Non sarà seguito dal nuovo Presidente della Repubblica, deciso a favorire quest’allargamento per equilibrare il peso della Germania all’interno del Mercato comune, e assisterà senza entusiasmo, allo scadere del suo mandato comunitario, alla trasformazione dell’Europa dei Sei in Europa dei Nove, in seguito all’adesione del Regno Unito, dell’Irlanda e della Danimarca.

Nel 1972, di ritorno da Bruxelles, B. riprende a Parigi l’insegnamento di economia politica e il suo ruolo di esperto del governo, chiamato a dare consigli sulla riforma dell’insegnamento superiore, sui problemi degli alloggi o dell’energia.

Questa duplice carriera è segnata da una improvvisa svolta quando il Presidente della Repubblica Valéry Giscard d’Estaing, che stima B. come teorico ed esperto di economia, in occasione del rimpasto del governo del gennaio 1976 decide di nominare ministro del Commercio estero del governo Chirac (v. Chirac, Jacques) l’uomo che è diventato un perfetto conoscitore degli ambienti di Bruxelles e un interlocutore apprezzato degli ambienti economici e finanziari internazionali (dal 1973 fa parte della Commissione trilaterale). Qualche mese più tardi, nell’agosto 1976, si dimette all’improvviso in disaccordo con il Presidente della Repubblica e il 23 agosto 1976 B., quasi sconosciuto al grande pubblico, è nominato primo ministro.

Questa scelta sorprendente si spiega con la priorità data dal capo dello Stato alla soluzione della questione economica. Dopo lo choc petrolifero del 1973, considerato in un primo tempo come una semplice crisi congiunturale, la Francia è entrata nel ciclo della “stagflazione” in cui si coniugano “stagnazione” (addirittura regresso) della produzione ed un’inflazione galoppante. Il numero dei disoccupati è raddoppiato dopo l’elezione di Valéry Giscard d’Estaing nel 1974. La Francia è stretta in una impasse: la lotta contro la disoccupazione presuppone il rilancio dell’economia il cui effetto consiste nell’aggravare l’inflazione; la diminuzione dell’inflazione tramite il risanamento economico presuppone una politica di austerità il cui risultato è l’aumento della disoccupazione. La missione di B. consiste nel far uscire il paese da questo circolo vizioso e il Presidente della Repubblica lo legittima accreditandolo come il “primo economista di Francia” o anche “il Joffre dell’economia” (alludendo al generale Joffre, che aveva saputo fermare l’invasione tedesca in Francia nella battaglia della Marna del 1914).

Il nuovo primo ministro si presenta del resto come esperto di economia più che come uomo politico, senza dissimulare la sua scarsa considerazione per il “microcosmo” politico e assommando le sue funzioni con quelle di ministro dell’Economia e delle finanze. Per cinque anni, dal 1976 al 1981, B. si dedica al compito impossibile di risanare l’economia francese duramente colpita dalla crisi e intralciata dalla politica keynesiana seguita dal 1974 al 1976. Tre piani successivi contrassegnano la sua azione economica, che mirano al tempo stesso alla riduzione dell’inflazione, al ritorno agli equilibri esterni e al sostegno all’occupazione e all’attività economica. Il primo ministro si sforza di riportare l’economia francese nei binari di un liberalismo moderato fondato sulla legge del mercato, sul ritorno ai grandi equilibri, sull’abolizione dei numerosi controlli che ostacolano la libertà delle imprese, sull’alleggerimento degli oneri che gravano sulla loro liquidità. Ma questi sforzi sono vanificati dal secondo choc petrolifero del 1979, conseguente alla rivoluzione iraniana, che costringe il governo ad adottare misure di rigore, mentre la disoccupazione nel 1981 colpisce quasi due milioni di francesi.

Mentre tenta senza successo di risanare l’economia francese, il primo ministro partecipa anche, al fianco del Presidente della Repubblica, come lui europeista convinto, a decisioni che si riveleranno capitali per la costruzione europea. Da una parte il suo governo dà attuazione alla decisione presa nel luglio 1976 dai Nove e approvata dal Consiglio dei ministri il 15 luglio 1976 – che svolgerà un ruolo significativo nelle dimissioni di Chirac – di far eleggere a suffragio universale il Parlamento europeo (v. Elezioni dirette del Parlamento europeo). Se Chirac e i gollisti vedono in questa decisione un rafforzamento della sua legittimità con il timore che possa approdare a un esautoramento delle sovranità nazionali, Giscard d’Estaing, con il totale appoggio di B., la considera indispensabile per radicare la legittimità democratica delle Istituzioni comunitarie e consolidare l’adesione dei francesi all’Europa, in cui tendono a vedere soltanto l’azione dei tecnocrati di Bruxelles. Contro questa decisione Chirac insorgerà facendo leva contro il capo dello Stato e il governo B. sul sentimento nazionalista. Nel dicembre 1978, dall’ospedale Cochin di Parigi dove è ricoverato in seguito ad un incidente, Chirac lancia “l’appello di Cochin” opponendo un triplo “no” all’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale: «alla sovranazionalità, all’asservimento economico e all’oscuramento internazionale della Francia», accusando così implicitamente Giscard d’Estaing e B. di assoggettare la Francia all’influenza americana. E per meglio stigmatizzare la loro politica denuncia «il partito degli stranieri con la sua voce pacata e rassicurante».

La seconda decisione europea importante assunta dal governo B. nel marzo 1979 e connessa più direttamente alle attribuzioni economiche del primo ministro è l’attuazione del Sistema monetario europeo. Ormai le monete dell’Europa dei Nove sono legate reciprocamente da margini fissi e possono fluttuare l’una in rapporto alle altre solo all’interno di limiti molto stretti. Si tratta di una prima tappa verso la creazione di una moneta unica che rimane un obiettivo essenziale da raggiungere per gli europei, ma che verrà rinviato ad una data ulteriore a causa delle conseguenze della crisi economica e delle misure prese in ordine sparso dai diversi Stati, senza che venga delineata una politica economica comune contro la crisi.

Deciso a condurre, a capo del suo governo, un’azione puramente tecnica “al di sopra delle parti”, in un’ottica senz’altro gollista, B. finisce per trovarsi riagguantato dalla politica alla quale sperava di potersi sottrarre. Durante il suo primo governo, fra l’agosto 1976 e il marzo 1977, viene a trovarsi in certo qual modo sotto la tutela dei partiti della maggioranza i cui rappresentanti hanno il titolo di ministri di Stato e gestiscono i rapporti fra la maggioranza e il capo dello Stato. Se il rimpasto del marzo 1977 lascia a B. maggior libertà, deve ormai fare i conti con l’ostilità di Jacques Chirac. Alla testa del partito che ha creato nel settembre 1976, il Rassemblement pour la République (RPR), Chirac, che resta in linea di principio membro della maggioranza, conduce una guerriglia permanente contro il governo, mirando in realtà, al di là di B., al Presidente della Repubblica che aspira a rimpiazzare all’Eliseo. Il RPR è il partito più importante della maggioranza di destra e tale resterà dopo le elezioni del 1978. Senza di lui il governo non ha più la maggioranza. Allo stesso tempo il governo B. non sfugge alla paralisi e riesce a far adottare al Parlamento le leggi e il budget finanziario solo servendosi della disposizione legislativa dell’art. 49-3 della Costituzione, il cui utilizzo consente di considerare come adottato un testo governativo tranne nel caso in cui una mozione di censura non raccolga contro di esso la maggioranza. Il voto di una mozione di censura con l’opposizione di sinistra è la sola frontiera che il RPR rifiuta di varcare nella lotta senza quartiere che conduce contro il governo B.

Alla vigilia delle elezioni del 1981 B. appare come un uomo politicamente logorato. La sua politica economica di rigore, la crescita della disoccupazione, i fallimenti delle imprese che si rifiuta di sostenere se non appaiono redditizie, il suo scarso spirito politico, gli fanno battere ogni record di impopolarità. A diverse riprese viene posta la questione della sua sostituzione alla testa del governo. Ma Giscard d’Estaing alla fine conferma alla carica di primo ministro l’uomo la cui lealtà nei suoi confronti appare inattaccabile. Tuttavia lo esclude dall’organizzazione della campagna presidenziale, ritenendo che la sua impopolarità costituisca un handicap per la sua rielezione. Giscard d’Estaing sarà ugualmente battuto da François Mitterrand il 10 maggio 1981.

B. dunque lascia l’Hôtel Matignon e ormai non è altro che un deputato di Lione, mentre la disfatta di Giscard d’Estaing fa di Chirac il capo dell’opposizione di destra alla maggioranza socialista. Rifiutando la politica di opposizione sistematica condotta da Chirac contro il governo con l’aiuto di giovani deputati eletti, B. appare ben presto come il capofila dei gruppi centristi che Giscard d’Estaing aveva riunito all’interno dell’UDF (Union pour la democratie française) e che si riconoscono in un approccio liberale, centrista ed europeo. La sua popolarità cresce dentro l’opposizione, che in lui vede un uomo di Stato compito, moderato, competente, più rassicurante dell’ambizioso, attivista ed eccessivo Chirac. Anche la maggioranza socialista si mostra attenta alle sue critiche argomentate. E quindi appare rapidamente una figura presidenziale credibile, più capace di Chirac di battere Mitterrand nel 1988. Ma due elementi giocheranno a sfavore di B., entrambi legati al suo allontanamento dalla “politica dei politicanti”. Il primo è l’assenza al suo fianco di un partito organizzato ed efficiente come il RPR di Chirac. Anche le elezioni del 1986 che vedono la disfatta dei socialisti fanno nuovamente del RPR il principale partito della maggioranza, designando di fatto il suo capo Chirac per le funzioni di primo ministro. Per la prima volta nella storia della Quinta repubblica il Presidente della Repubblica e il primo ministro sono di opinioni opposte: è la prima esperienza di “coabitazione”. Ed è questo il secondo fattore di debolezza per B., che vede nella coabitazione una formula da politicanti, che volta le spalle alla logica gollista delle istituzioni rimettendo in discussione la preminenza presidenziale. Ai suoi occhi la nuova maggioranza avrebbe dovuto costringere alle dimissioni Mitterrand per dare luogo a nuove elezioni presidenziali. Una posizione mal compresa dall’opinione pubblica, che non accetta la prospettiva di una crisi di regime, e respinta da Chirac e dal RPR.

Senza dubbio B. sarà candidato alle elezioni presidenziali del 1988, poiché i fallimenti di Chirac a Palazzo Matignon fanno del deputato del Rodano una risorsa per la destra. Ma una volta di più la goffaggine politica sarà fatale a B. Se nell’opinione pubblica il consenso nei suoi confronti è reale (alla fine del 1987 si stima l’intenzione di voto a suo favore al 25%), sarà rapidamente sorpassato dal professionismo politico dei suoi avversari. Mitterrand, che teme la presenza al secondo turno di questo centrista rassicurante e competente che rischia di far convergere sul suo nome i voti della destra e del centro, fa di Chirac il suo principale avversario, al quale riserva tutti gli attacchi, risparmiando B., i cui elettori diffidano del presidente del RPR che si richiama alla politica ultraliberale di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher. Quanto a Chirac, conduce una attiva campagna appoggiandosi all’efficiente macchina elettorale del RPR. Superato al primo turno da Chirac che raccoglie il 19,9% dei suffragi contro il suo 16,5%, B. si ritira in favore di Chirac. Mitterrand avrà la meglio agevolmente al secondo turno grazie ai voti degli elettori centristi sedotti dalle promesse di apertura del presidente uscente.

È la fine della grande carriera nazionale di B. Rieletto deputato del Rodano, sindaco di Lione fino al 2001, si accontenta ormai di osservare la vita politica nazionale con oggettività e senza spirito di parte, approvando i passi avanti compiuti nella costruzione europea dai governi successivi di sinistra e di destra e intervenendo con gli scritti e i discorsi per sostenerli.

Serge Berstein (2007)