Caffi, Andrea

C. nacque a Pietroburgo il 1° maggio 1887. Il padre, un alto funzionario dei teatri imperiali di origine bellunese, gli fece frequentare la “scuola riformata” di Pietroburgo, un liceo di grande prestigio per qualità di docenti e apertura internazionale. Iscritto in seguito all’Università di Berlino. frequentò i corsi di Georg Simmel ed ebbe come condiscepoli Antonio Banfi e Giacomo Perticone. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito francese e, negli anni successivi, fu spettatore in Russia di una rivoluzione che, per i suoi esiti totalitari, finì per deluderlo profondamente. Eguale delusione, di lì a poco, gli avrebbe riservato il paese dei padri – scelto nei primi anni Venti come sua dimora – caduto vittima della dittatura fascista. Riparato in Francia, si stabilì prima a Versailles (1926-1929), dove collaborò al periodico culturale “Commerce” – una rivista che ospitò intellettuali come André Gide, Paul Valéry, André Malraux – e poi a Parigi dove, nel 1932, conobbe Nicola Chiaromonte ed ebbe inizio il sodalizio col movimento di Carlo Rosselli, Giustizia e Libertà, interrotto, per ragioni politiche e culturali, nel 1935. Trasferitosi, l’anno dopo, a La Seyne sur Mer, vi rimase fino al 1938 quando tornò a Parigi, per riprendere, nel 1939, la via del sud. Furono gli anni che lo videro vicino al gruppo dirigente del Partito socialista italiano (PSI) e, in particolare, Giuseppe Faravelli ed Emilio Zannerini, con i quali firmò, nel 1941, la mozione che invitava le forze antifasciste a collaborare, sia pure a certe condizioni, alla guerra degli Stati democratici contro l’Asse. Con l’occupazione tedesca di Tolosa, nel 1942, C. continuò nella clandestinità la sua intensa attività politica e culturale ma non poté evitare nel 1944 l’arresto e le torture della milizia di Darmand.

Nel secondo dopoguerra, seguendo la sua vocazione di tessitore di collegamenti spirituali di confine, intrattenne rapporti con i più rappresentativi esponenti, italiani ed europei, della “repubblica delle lettere”, da Albert Camus a Franco Venturi, da Aldo Capitini a Nicola Chiaromonte. Quest’ultimo continuò a pubblicare sulla rivista “Tempo presente”, anche dopo la morte di C. – avvenuta a Parigi il 22 luglio 1955 – i suoi scritti e appunti, frammenti di una riflessione a tratti geniale e originalissima, incapace, tuttavia, di tradursi in opere compiute. C., infatti, come scrive il suo più autorevole biografo, Gino Bianco, «fu in un certo senso un testimone dell’impossibilità, per l’uomo del nostro tempo, di formulare un pensiero sistematico».

Mettere a fuoco le fonti e le letture di C. è impresa disagevole. Sicuramente influì sulla sua formazione il pensiero anarchico russo, e di esso più la linea che da Aleksandr Herzen porta a Lev Tolstoj che non quella che da Michail Bakunin porta a quel Pëtr Kropotkin che pure C. conobbe ed ebbe in grande stima, nelle prime fasi della rivoluzione russa. Non meno decisive, però, furono le lezioni berlinesi di Georg Simmel e, soprattutto forse, le letture del sociologo Georges Gurvitch che, con ogni probabilità, lo introdusse al pensiero di Pierre-Joseph Proudhon, un autore che avrebbe condizionato in maniera decisiva il suo Federalismo europeista. Se a questi pensatori si aggiungono “i profeti della crisi”, da Friedrich Nietzsche a José Ortega y Gasset, e la nuova letteratura europea, segnata dalla fenomenologia, dal primo esistenzialismo, dalla psicanalisi si può avere un’idea pur se ancora approssimativa dell’orizzonte culturale in cui si muoveva C., profondo conoscitore, tra l’altro, dei classici dell’Occidente antico e moderno.

Avvicinato spesso a figure come Hannah Arendt, Walter Benjamin, Theodore W. Adorno, C. sentì penosamente come loro il “male del secolo” – il totalitarismo – non come una parentesi, un incidente di percorso, bensì come l’approdo di una modernità “deviata” che, in nome dell’emancipazione, stava disseccando le fonti della vita e del mito.

Negli anni passati, gli studiosi hanno evidenziato nel pensiero di C. il nesso tra la critica implacabile dello Stato nazionale e il progetto federalista. «Finché vi sono Stati, era la tesi del saggio del 1935, Semplici riflessioni sulla situazione europea, «il sacro egoismo è la legge suprema, massima intelligenza […] Quello che porta l’Europa alla guerra non è il fascismo, ma l’assetto dell’Europa, divisa in Stati sovrani. Le spartizioni territoriali, i “corridoi”, le minoranze nazionali, la rovina economica creata dalle barriere doganali, non è il fascismo che li ha inventati o creati». Nel brano erano contenuti in nuce una interpretazione del fascismo e della guerra tanto acuta quanto storiograficamente sfortunata ma, insieme, un processo alla formazione dello Stato nazionale – alle origini della rottura col mazziniano Rosselli – che rivelava l’influenza di Proudhon sul suo appassionato lettore.

La presenza dell’anarchico francese, in effetti, si avverte in tutta la produzione di C.: sia nella critica del Risorgimento e dei suoi valori patriottici e nazionali, sia in quella della democrazia rappresentativa, sia, infine, nella denuncia dell’alienante burocratizzazione dei rapporti interpersonali prodotta da qualsiasi tipo di Stato. In uno scritto del dopoguerra, particolarmente significativo e ricco di accenti prefoucaultiani, L’avvenire del romanzo, si legge: «Lo Stato civile uniforme, democratico, laico, è un particolare necessario di quel rimaneggiamento del regime sociale e dello Stato che ha stabilito l’eguaglianza davanti alla legge, la coscrizione, la potenza in certo senso assoluta e impersonale del danaro, la libertà di esercitare una professione e di cambiare. L’intenzione sembrava esser quella di sopprimere per astrazione o d’ignorare radicalmente ogni “qualità intrinseca”, in quell’“unità” i cui caratteri distintivi si esprimevano in “grandezze” di tempo, di spazio, di volume, di livello, eccetera (classe d’età, domicilio, numero del reggimento, anni di servizio, reddito imponibile, diploma, patente, passaporto, “integrazione” in questa o quella colonna di cifre statistiche). Il risultato era, naturalmente, di ribadire la potenza e la supremazia del generale sul particolare, della macchina sociale sull’individuo».

L’attualità di C., tuttavia, non sta tanto nell’aver richiamato l’attenzione su processi di alienazione individuale e collettiva pur indotti dall’avvento della modernità, quanto nell’aver preservato dall’oblio il prodotto più alto della civiltà europea e occidentale, la “società”, intesa – in un’accezione cui non è estranea la lezione di Simmel – come «l’insieme di quei rapporti umani che si possono definire spontanei, e in certo qual modo gratuiti, nel senso che hanno almeno l’apparenza della libertà nella scelta delle relazioni nella loro durata e nella loro rottura: le pressioni non vi si esercitano, che con mezzi “morali”, mentre i moventi utilitari sono o realmente subordinati, oppure mascherati dalla politesse, dal piacere che si ha di trovarsi in mezzo ai propri simili, dalla solidarietà affettiva che si stabilisce naturalmente fra i membri di un medesimo gruppo. Intesa in questo senso, la “società” esclude per principio ogni costrizione, e soprattutto ogni violenza».

In polemica con una lettura materialistica della storia, ma senza indulgenze idealistiche, C. individuava nelle libere associazioni religiose, nei cenacoli dell’illuminismo, nei circoli dotti in cui si sottoponeva il potere alla critica disinteressata della ragione “umana”, la potenza spirituale in grado di minare «l’edificio del dispotismo di Luigi XIV come quello dell’autocrazia di Pietro il Grande». «Nel suo significato primordiale», ricordava C. anticipando la Arendt, «la nozione di politica si ricollega alla città greca, dove lo Stato, la società e il popolo erano (press’a poco) una sola e medesima realtà, e cioè una permanenza di rapporti fra persone coscienti di esistere e le quali volevano esistere il meglio possibile nella sicurezza di un determinato ordine. Aristotele designa tali rapporti col termine di philìa».

Dino Cofrancesco (2010)




Calamandrei, Piero

Giurista, giornalista e politico italiano, C. (Firenze 1889-ivi 1956) è stato esponente di primo piano dell’antifascismo italiano e uno dei padri della Costituzione repubblicana. Protagonista della politica nazionale nel secondo dopoguerra, non trascurò mai le questioni internazionali che vedeva strettamente connesse al futuro dell’Italia e dell’Europa. Convinto sostenitore della federazione europea (v. Federalismo), tra gli anni Quaranta e Cinquanta, C. fu tra i protagonisti del dibattito sull’unità europea che contrassegnò le prime fasi del processo d’integrazione e della storia comunitaria (v. Integrazione, Teorie della; Integrazione, Metodo della).

Laureatosi in Giurisprudenza all’Università di Pisa nel 1912, dopo aver scelto di proseguire la carriera accademica partecipò a vari concorsi ottenendo la cattedra di procedura civile all’Università di Messina nel 1915. Dopo la Prima guerra mondiale, alla quale prese parte come ufficiale volontario, insegnò prima presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e poi in quelle di Siena e di Firenze, dove ottenne la cattedra di diritto processuale civile che occupò fino alla sua scomparsa. Nel campo dell’attività giuridica esercitò anche la professione forense, fondò e diresse “La Rivista di diritto processuale civile” e ricoprì la presidenza del Consiglio nazionale forense dal 1946 fino alla morte; fu altresì membro della regia commissione per la riforma dei codici e membro dell’Accademia dei Lincei. Profondo studioso e autore di una vasta produzione giuridica contribuì ad aggiornare gli studi nel campo della scienza processuale italiana con la sua Introduzione allo studio delle misure cautelari del 1936, opera confluita successivamente nel libro quarto del codice di procedura civile del 1942. La modernità delle tesi e degli studi di C. nell’ambito del diritto influenzarono profondamente la successiva produzione giuridica e la giurisprudenza del secondo dopoguerra.

Politicamente orientato a sinistra e vicino all’area socialista, C. fu tra i primi oppositori di Mussolini. Nel 1925, dopo la Marcia su Roma e la vittoria del fascismo, fece parte del consiglio direttivo dell’Unione nazionale antifascista promossa da Giovanni Amendola e sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Durante il ventennio partecipò insieme a Nello e Carlo Rosselli alla fondazione del Circolo di cultura di Firenze (chiuso nel 1924 per ordine del prefetto) e collaborò con Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi alla pubblicazione del periodico antifascista “Non mollare” e all’associazione “Italia Libera”, che più tardi avrebbe ispirato il movimento Giustizia e libertà. Nel 1931, in qualità di professore universitario, giurò fedeltà al regime fascista, continuando così a insegnare all’Università con l’intento di impedire che molti giovani, privi di strumenti critici culturali e morali, cadessero vittime dell’ideologia fascista; ma fu anche uno dei pochi avvocati che non ebbe né chiese mai la tessera del Partito nazionale fascista.

Durante la dittatura e il consolidarsi al potere del regime tornò agli studi giuridici, pur mantenendo sempre i contatti con il fuoriuscitismo antifascista in Francia, in particolar modo con i fratelli Rosselli, con i quali continuò a collaborare clandestinamente, aderendo nel 1941 al movimento Giustizia e libertà. Nel luglio dell’anno successivo fu tra i fondatori del Partito d’Azione insieme a Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Emilio Lussu e altri con i quali collaborò anche alla pubblicazione clandestina del periodico “Italia libera”, organo ufficiale del Partito. Dopo l’8 settembre 1943, inseguito da un mandato di cattura, si rifugiò in Umbria, da dove seguì la nascita e l’espansione del movimento partigiano, mantenendo contatti con la Resistenza, nella quale militava il figlio Franco.

Nel panorama del pensiero politico antifascista, C. apparteneva all’esperienza di Giustizia e libertà e del Partito d’azione, in cui alle tensioni liberali e socialiste si coniugava l’ideale federativo che aveva negli Stati Uniti d’Europa, da una parte, e nel regionalismo – inteso come federalismo infranazionale –, dall’altra, i suoi obiettivi principali. Per un verso, infatti, il socialismo liberale del giurista fiorentino finì per contrassegnare il suo impegno politico a livello nazionale anche nel secondo dopoguerra: prima nel Partito d’azione come membro eletto dell’Assemblea costituente, poi, quando il partito si sciolse nel 1947, nel Partito socialdemocratico come deputato del nuovo parlamento. Così per un altro verso, anche l’ideale europeo e il federalismo finirono per caratterizzare le scelte di C., avvicinandolo al Movimento federalista europeo (MFE) nel quale militò e con il quale condivise importanti battaglie politiche.

I temi dell’autonomia e del federalismo accompagnarono costantemente l’attività teorico-pratica del giurista e politico fiorentino, dai primi anni a contatto con Salvemini, alla vicinanza con Carlo Rosselli e ai rapporti con il gruppo torinese di Giustizia e libertà. C. trovò poi un’adeguata corrispondenza di pensiero nell’ambito del Partito d’azione, svolgendo in tal senso un ruolo significativo sia nel MFE, partecipando alla campagna per la convocazione di un’assemblea costituente europea, sia durante i lavori dell’Assemblea costituente nazionale.

Nel gennaio 1945 le forti istanze europeiste presenti all’interno della corrente azionista fiorentina, spinsero C. a fondare, insieme a Paride Baccarini, l’Associazione federalisti europei (AFE), le cui radici ideologiche affondavano nel terreno del federalismo risorgimentale. Per C. il federalismo era la naturale conseguenza storica dell’aggregazione di entità politiche e sociali sempre più ampie e articolate: «alla creazione dello Stato – scriveva – si è giunti attraverso l’aggregazione graduale di nuclei sempre più ampi, dal comune alla regione, dalla regione alla nazione». Un tale processo di aggregazioni progressive costituiva il presupposto teorico e pratico per il superamento dell’entità dello Stato nazionale attraverso la costituzione di una federazione europea inserita in prospettiva mondiale e concepita «non più come un ente isolato, ma come un individuo aggregato in una collettività internazionale» (in “L’idea Federalista”, pubblicazioni divulgative dell’Associazione federalisti europei – Firenze, 27 gennaio 1945, p. 14). Infatti, il giurista fiorentino pensava che il federalismo sopranazionale, unitamente a quello infranazionale, avrebbero garantito sia un corretto funzionamento del sistema democratico, sia una maggiore libertà, in quanto avrebbero creato i presupposti di una realtà politica policentrica capace di incrementare gli spazi di libertà per gli individui oltre che di realizzare una vera giustizia sociale. Il federalismo, spiegava C., «vuol dire limitazione di sovranità e di indipendenza dello Stato nazionale a favore del superstato federale; federalismo vuol dire aumento di diritti civili dei cittadini i quali, godendo di una doppia cittadinanza, parteciperanno in regime democratico non solo alla vita politica dello Stato componente, ma altresì alla formazione della maggioranza che dirigerà il superstato federale» (v. Parri et al., 1947, pp. 30-31).

Il federalismo di C. era, dunque, contrassegnato da una dimensione nazionale e internazionale che era stata la visione di Carlo Rosselli e di Silvio Trentin e che in parte lo allontanava dal federalismo di Altiero Spinelli, meno integrale e proudhoniano, più anglosassone e proiettato verso la sola dimensione europea; inoltre, la centralità delle libertà individuali e l’importanza dell’aspetto sociale orientavano il giurista a individuare nel modello europeo una terza via rispetto ai divergenti sistemi politici ed economico-sociali propri degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Sostenendo tale prospettiva, C. fu uno dei più autorevoli esponenti di quella corrente detta di “Terza forza” che, di fronte alla scelta di campo forzata dalla logica bipolare, tra USA e URSS, frapponeva l’idea di una «federazione occidentale europea, politicamente e militarmente unita e indipendente», né alleata né ostile, «ma mediatrice tra i due blocchi opposti, e capace di conciliare in una sua sintesi di democrazia socialista due esigenze […] preziose e irrinunciabili, quella della libertà democratica e parlamentare, e quella della giustizia sociale» (v. Calamandrei, 1949). In questo senso il federalismo europeo di C. esprimeva, come ha sottolineato Daniele Pasquinucci (v. Pasquinucci, 2005, vol. II, pp. 705-706), il tentativo di «una trasposizione dell’azionismo sul piano sovranazionale», dimostrando altresì di avere una concezione politica attenta a individuare il nesso esistente tra il piano nazionale e quello internazionale. La logica liberalsocialista e “terzaforzista” del federalismo di C., lontana dal federalismo realista di Spinelli, non gli impedì nell’immediato dopoguerra di farsi promotore della fusione tra l’AFE, di cui era membro del Consiglio direttivo, e il MFE di Rossi e Spinelli, contribuendo in maniera significativa alla campagna indetta da quest’ultimo per la convocazione di una Costituente europea.

Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, C., in qualità di rappresentante della cultura, fece parte del Consiglio italiano del Movimento europeo – sezione italiana del Movimento europeo (ME) – ed espressione di tutte le forze democratiche impegnate nel conseguimento dell’unità europea. Proprio in relazione all’aspetto culturale, nello stesso periodo, la riflessione sul federalismo europeo trovò un proprio canale d’espressione nell’illustre rivista mensile di politica e letteratura “Il Ponte”, fondata dall’intellettuale fiorentino nel 1945.

In occasione del Congresso dell’Unione europea dei federalisti (UEF) del novembre 1948, la rivista fiorentina pubblicò la relazione su La convocazione dell’Assemblea costituente europea, presentata a nome del MFE, ma recante la firma di C. Il giurista fiorentino, partendo dall’approfondimento e dal chiarimento di alcuni aspetti trattati dal “Piano” di Interlaken (settembre 1948), aveva redatto in rigorosi termini giuridici un vero e proprio progetto di trattato per la convocazione di un’assemblea costituente europea, nella quale l’esempio della Convenzione di Filadelfia e il modello statunitense venivano esplicitamente richiamati. Nel documento che poneva in risalto la distinzione tra confederazione e federazione, si affrontava il tema dell’assemblea costituente considerato ormai dalle varie correnti federaliste come «l’organo fondamentale per fondare gli Stati uniti d’Europa» mediante un sistema democratico. Per C., l’assemblea avrebbe dovuto raggiungere da una parte la legittimazione a deliberare il testo della Costituzione federale europea con efficacia vincolante, dall’altra ricevere tale potere in conformità alle esigenze dei vari ordinamenti giuridici dei singoli Stati. Nel progetto si prevedeva una conferenza preliminare dei rappresentanti dei governi per accordarsi sullo statuto dell’Assemblea costituente europea e farne oggetto di trattato internazionale da sottoporre alla ratifica dei rispettivi parlamenti. Dopo la stesura dello statuto, il quale avrebbe dovuto chiarire le norme relative al funzionamento dell’organo internazionale composto dai rappresentanti dei popoli europei, la conferenza preliminare dei governi avrebbe dovuto istituire un comitato esecutivo permanente con il compito di procedere alla convocazione dell’Assemblea costituente europea. In seguito, redatta la nuova Costituzione, il testo avrebbe dovuto essere sottoposto all’approvazione dei singoli Stati nelle forme previste dalle costituzioni di ciascuno di essi. Il giurista fiorentino, inoltre, prevedeva che la carta, accettata o respinta e non modificabile, sarebbe entrata in vigore a seguito dell’approvazione di almeno sei Stati.

Malgrado questo progetto non fosse stato accolto favorevolmente dalla maggioranza dell’UEF, la quale si era limitata ad approvare una mozione che richiedeva in termini vaghi la creazione di un’assemblea europea, tralasciando però di indicare la sua funzione costituente, il documento redatto da C. contribuì comunque a suggerire a Spinelli l’opportunità di rilanciare l’idea dell’unità federale dell’Europa attraverso un approccio costituzionalistico.

Nell’aprile 1950 il giurista toscano lanciò un appello a favore dell’unità europea dalle pagine de “Il Ponte”, in cui spiegava come nel mondo, ormai diviso in due emisferi, «l’ultima speranza di pace e di distensione mondiale» fosse riposta negli Stati Uniti d’Europa (v. Calamandrei, 1950, p. 337). Nei primi anni Cinquanta, da convinto sostenitore della linea costituzionalista, C. partecipò sia all’iniziativa del Patto di unione federale avanzata dal MFE, con la quale si voleva promuovere una campagna per la creazione di un governo europeo e l’elezione diretta dei parlamentari europei, sia ai lavori del Conseil des peuples de l’Europe (istituto formato da personalità del mondo politico e culturale e da dirigenti delle organizzazioni europeiste e federaliste), nato con l’obiettivo di far pressione sui membri dell’Assemblea parlamentare di Strasburgo affinché rivendicassero la dignità democratica e il ruolo costituente dell’istituzione europea (v. anche Parlamento europeo). Nel 1951, C., insieme a Fernand Dehousse, Henri Frenay, Hans Nawiasky, Georges Scelle e Spinelli, prese parte – in qualità di membro del comitato giuridico del Conseil – alla redazione di un progetto di trattato per la convocazione della costituente europea. Il documento divenne, in seguito alla conferenza internazionale di Lugano dell’UEF dell’aprile 1951, la piattaforma teorica da cui Spinelli rilanciò l’azione per la costituente europea.

Agli inizi del 1952 C. fu cooptato in qualità di giurista esperto nel Comitato di studi per la Costituzione europea (CECE) del Mouvement européen che affiancava il Comitato d’azione per la costituente europea, voluto dal suo presidente Paul-Henri Spaak. Lo statista belga, infatti, dopo aver accettato il suggerimento di Spinelli, aveva deciso di assumere la guida della campagna per la costituente, condotta fino ad allora dalle organizzazioni federaliste. Il Comitato di studi che aveva il compito di elaborare alcune proposte sulla costituzione federale europea, preparò tra la primavera e l’autunno 1952 nove progetti di risoluzione relativi alla carta costituzionale, toccando aspetti quali la finanza, la difesa e la politica estera della futura comunità politica. Successivamente, nel 1953 tali risoluzioni furono messe a disposizione dell’Assemblea ad hoc – costituita dai membri dell’Assemblea della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) integrati da un numero di delegati per raggiungere il numero previsto dalla futura Assemblea della Comunità europea di difesa (CED) – incaricata di elaborare il progetto di Trattato istitutivo della Comunità politica europea (CPE).

Accanto all’attività federalista che caratterizzò il suo impegno politico, occorre infine ricordare il ruolo avuto da C. nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente nazionale e lo sforzo di inserire nella nuova Costituzione repubblicana quei presupposti giuridici per far sì che l’Italia avesse gli strumenti costituzionali per demandare parte della propria sovranità a un’organizzazione internazionale in grado di garantire più compiutamente la pace. Nominato membro della Consulta nazionale nel settembre 1945 e poi eletto all’Assemblea costituente nel giugno 1946, C. fece subito presente alle diverse forze politiche la necessità che nella Costituzione fosse espressa la volontà dell’Italia di far parte di organismi internazionali, spiegando come fosse importante prevedere nella carta fondamentale delle “ammorzature giuridiche” tali da servire in futuro «di raccordo e di collegamento con una più vasta costruzione internazionale» (v. Calamandrei, 1945). L’esperto giurista fiorentino, facendo sua una proposta del Partito d’azione, fatta anni addietro da Spinelli, sosteneva l’esigenza di inserire nella nuova costituzione la disponibilità italiana a trasferimenti di sovranità a vantaggio di una federazione europea. A tal fine C. pensava a una formula che prevedesse non solo la rinuncia da parte dello Stato nazionale di certe prerogative, come la moneta e l’esercito, ma anche la creazione di un organo costituente supremo – nel caso una costituente europea – in grado di tradurre in atto questa rinuncia per la formazione di una sovranità internazionale superiore a quella dello Stato stesso. Per C., come per Spinelli era importante, dunque, che nella Costituzione vi fossero chiaramente esplicitati la volontà e gli strumenti per indirizzare l’Italia verso il processo costitutivo della federazione europea.

Quando infine nel 1947 si giunse a definire il contenuto dell’art. 11 della costituzione, C. fu costretto ad accettare una vaga formulazione, in cui non venivano menzionate né la federazione europea, né l’Europa, ma si faceva riferimento solo a generiche organizzazioni internazionali; e ciò a causa di un compromesso raggiunto con la sinistra, allora condizionata dall’atteggiamento negativo dell’URSS nei confronti di una federazione europea.

C. non poté vedere la firma dei Trattati di Roma (marzo 1957), ma riuscì comunque ad assistere al rilancio del processo d’integrazione europea avvenuto con la Conferenza di Messina (giugno 1955), grazie alla quale fu possibile superare l’impasse seguita al fallimento della Comunità politica europea e della Comunità europea di difesa.

Nel panorama del dopoguerra, della costruzione istituzionale della Repubblica italiana e della battaglia per la federazione europea, la figura di C. si distinse, nel panorama culturale, politico e della scienza giuridica italiano, europeo e internazionale, per la forte idealità e per gli insegnamenti di civiltà e di modernità.

Filippo Maria Giordano (2012)




Callaghan, James

C. (Portsmouth 1912-Lewes 2005) iniziò a lavorare come impiegato all’ufficio delle imposte prima di essere assunto dal Trades union congress (TUC). Durante la Seconda guerra mondiale fu ufficiale nella Royal Navy e nel 1945 divenne deputato dei laburisti per Cardiff. Continuò a rappresentare il collegio di Cardiff fino a quando si ritirò nel 1987 ed entrò alla Camera dei Lord come barone di Cardiff. Ricoprì tutte le alte cariche di Stato: cancelliere, segretario per gli Affari interni, segretario per gli Affari esteri e primo ministro. A parte il suo incarico di segretario per gli Affari interni, nell’ambito di tutte le sue cariche politiche partecipò alle fasi iniziali dell’Adesione del Regno Unito alla Comunità economica europea.

C. era un pragmatico e non un idealista (v. Pimlott, 1992, p. 332), capace di affrontare i periodi politici turbolenti con molta più calma di quanto riuscissero a fare i suoi colleghi. La sua capacità di conciliare le opinioni dei suoi colleghi membri del Gabinetto lo rese popolare agli occhi di Harold Wilson, quando questi era primo ministro, e in seguito tra i suoi ministri quando ricoprì lui stesso tale carica (v. Healey, 1989, p. 431).

In relazione alla Comunità europea, il pragmatismo di C. disorientò e rassicurò allo stesso tempo i suoi colleghi. Le sue opinioni furono sempre condizionate dalle circostanze del momento, risultando così contraddittorie. Nell’ottobre 1966, il cancelliere dello Scacchiere C. si mostrò scettico (v. Castle, 1984, p. 178; Pimlott, 1992, p. 437) sull’ingresso nella CEE, temendo l’impatto che questo avrebbe avuto sull’economia del paese; nel novembre 1966 lo appoggiò, avvertendo la necessità di infondere fiducia in considerazione dell’imminente rottura con la Rhodesia (v. Castel 1984, p. 183; Parr, Pine, 2006, p. 114). A partire dall’agosto 1967, divenne un sostenitore della candidatura, mettendo in gioco la sua carriera garantendo che il paese non ci avrebbe rimesso aderendo alla CEE (ivi, p. 116). Nel 1973, quando il primo ministro conservatore Edward Heath, acconsentì all’adesione del Regno Unito, C. si oppose alle condizioni di ingresso, diventando così il leader della campagna antieuropeista (v. Pimlott, 1992, p. 581; Rogers, 2000, p. 125). Nel febbraio 1974, quando i laburisti ritornarono al governo, C. da ministro degli Affari esteri si batté perché il paese rimanesse nella CEE rinegoziando però le condizioni di adesione (v. Pimlott, 1992, p. 635; Benn, 1995, p. 312). In ogni occasione, la maggior parte dei colleghi di C. si lasciò guidare dai suoi ragionamenti, sebbene ci fossero sempre membri del Gabinetto antieuropeisti in grado di minacciare l’unità del partito su tale questione.

I cambiamenti di opinione di C. convinsero alcuni suoi colleghi che egli non avesse alcuna opinione in merito alla CEE, ma forse a torto. Bernard Donoughue, il suo più importante consigliere politico, riteneva che C. simpatizzasse per il vecchio Commonwealth e che avrebbe perseguito qualsiasi politica che potesse avvantaggiarlo (v. Donoughue, 1987, p. 57). Le spiegazioni fornite dallo stesso C. sembrano supportare questa tesi. Egli affermò che non nutriva alcun interesse per gli aspetti economici dell’adesione alla CEE del Regno Unito: «La salvezza economica della Gran Bretagna dipendeva da noi stessi, che fossimo dentro o fuori la Comunità non avrebbe influito granché sul risultato» (v. Callaghan, 1987, p. 305). Tuttavia, C. sostenne l’adesione alla CEE per motivi politici, nella convinzione che essa avrebbe garantito alle ex colonie britanniche una maggiore considerazione dei loro interessi da parte della Comunità. Verosimilmente fu tale ragionamento che lo portò a modificare così spesso il suo approccio. In alternativa, secondo quanto riferito a Pimlott (v. Pimlott, 1992, p. 635) da un “alto funzionario”, le opinioni di C. furono sempre il riflesso di quelle di Wilson.

Nel 1973, Wilson aveva cercato di tenere unito il suo partito garantendo la rinegoziazione delle condizioni di adesione. Il manifesto laburista del febbraio 1974 affermava che le condizioni da rinegoziare dovevano includere i seguenti punti: modifiche della Politica agricola comune (PAC), in modo da salvaguardare l’accesso dei prodotti agricoli del Commonwealth ai mercati alimentari del Regno Unito, insieme all’estensione delle politiche comunitarie di “commercio e aiuti” a tutti i paesi in via di sviluppo; riforma del bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea); rifiuto dell’Unione economica e monetaria (UEM); nessuna applicazione dell’IVA ai beni di prima necessità e mantenimento dei poteri parlamentari britannici nelle politiche regionali, industriali e fiscali. Le più importanti tra tutte queste questioni erano quelle relative al bilancio e alla PAC. Negli anni Settanta la PAC assorbiva tre quarti del bilancio comunitario e sosteneva i livelli minimi di prezzo dei prodotti alimentari. Questa disposizione era a svantaggio del Regno Unito, che aveva un piccolo settore agricolo e importava metà dei prodotti alimentari dal Commonwealth a prezzi contenuti e quindi non aveva alcun interesse a sostenere la politica comunitaria (v. Griffiths, 2006, pp. 174-175).

C. si aspettava, come riferì all’antieuropeista Tony Benn, di poter trovare un compromesso su parte di questi problemi, e attraversò un anno di difficili riunioni con le controparti degli altri Stati membri. Wilson gli accordò pieni poteri, dal momento che le loro opinioni in linea di massima concordavano. C. prese parte a tutte le riunioni dei ministri degli esteri della CEE pur reputandole inutili poiché, sebbene la questione del bilancio britannico fosse sempre all’ordine del giorno, in realtà non venne mai discussa in quanto utilizzata dagli altri ministri degli esteri come occasione per esprimere le proprie lamentele.

C. fece anche visita al presidente della Commissione europea e ai leader di Francia e Germania. Nessuno di loro fu incoraggiante. La questione del bilancio si scontrò con l’insistenza con cui i leader della CEE sostenevano che le “risorse proprie” della Comunità erano inviolabili. C. e Wilson suggerirono che anziché ridurre il contributo della Gran Bretagna, la CEE aumentasse i trasferimenti dal bilancio comunitario all’isola. In alternativa, proposero che qualsiasi Stato con un PIL inferiore rispetto alla media CEE non avrebbe dovuto essere un contribuente netto. L’idea fu accolta favorevolmente, ma, secondo C., tale correttivo al meccanismo di bilancio non risolse il problema.

Non si raggiunsero molti risultati né riguardo agli scambi con il Commonwealth né riguardo alla PAC. C. affermò che il Regno Unito non era obbligato ad aderire all’UEM (sebbene fosse allora solo un “obiettivo proclamato”), che l’IVA sarebbe rimasta inalterata (sebbene non avesse mai corso il rischio di essere modificata) e che la firma della prima delle. Convenzioni di Lomé avrebbe aiutato le ex colonie britanniche (sebbene quest’ultimo punto non fosse stato incluso nei negoziati di rinegoziazione, il governo britannico si attribuì tale merito). Inoltre, era stato creato un fondo di sviluppo regionale. Anche questo punto non era incluso nelle trattative di rinegoziazione, ma C. sperava che, grazie a tale fondo, il Regno Unito avrebbe potuto recuperare parte della somma versata a titolo di contributo al bilancio comunitario, poiché il paese aveva diverse regioni in declino che potevano beneficiare degli aiuti comunitari.

I risultati si dimostrarono ben poco significativi. I costi della PAC aumentarono, il meccanismo di bilancio non venne mai usato e, a seguito della reazione degli Stati membri alla crisi petrolifera del 1973, le somme del nuovo Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) si dimostrarono troppo basse per poter risultare utili. Bache e George (v. Bache, George, 2006, p. 141) hanno così riassunto la situazione: «[la rinegoziazione] implicò una buona dose di teatralità e di retorica nazionalista da parte del governo britannico. Ciò che non comportò fu un reale cambiamento delle condizioni di adesione».

Ciò nonostante, il governo poté sostenere di aver raggiunto le condizioni per indire il referendum. Dopo le seconde elezioni politiche del 1974, che ridussero la maggioranza di governo, la situazione era difficile. Secondo Pimlott (v. Pimlott, 1992, p. 635) «C., da ministro degli Affari Esteri, condusse un gioco ambiguo con impareggiabile destrezza, pronunciando un discorso aggressivo a Bruxelles il 1° aprile (per accontentare gli anti-europeisti) a cui fece seguire nei mesi successivi parole più tranquillanti». Inoltre, C. convinse Schmidt a partecipare alla Conferenza del Partito laburista del 1974; il discorso che questi tenne fu così efficace che il partito divenne un po’ più conciliante verso l’adesione alla CEE.

C. condusse una campagna a favore del “sì” e il referendum indicò che circa due terzi degli elettori preferiva rimanere nella CEE. C. notò che la campagna a favore del “sì” aveva ricevuto maggiori finanziamenti, era stata meglio organizzata e sostenuta inoltre dagli altri principali partiti politici e da alcuni paesi del Commonwealth. Tuttavia, il risultato non fu schiacciante. Solo il 64% degli elettori si recò alle urne (v. Pilkington, 2000).

Nel 1976 Harold Wilson si dimise da primo ministro e C. venne eletto leader del Partito laburista. Nel ruolo di primo ministro ebbe scarsa influenza sulla Comunità. Era in carica nel 1977, quando fu approvata la legge che stabiliva l’elezione a suffragio diretto del Parlamento europeo (v. Elezioni dirette del Parlamento europeo). A parte questo e fatta salva la sua propensione verso la Cooperazione politica europea, C. mostrò uno scarso spirito comunitario portando il Regno Unito nel Sistema monetario europeo, ma non partecipando al meccanismo di cambio.

Janet Mather (2010)




Calvo Serer, Rafael

C.S. (Valencia 1916-Madrid 1988), studia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Valencia, diventando nel 1935 presidente della Federación regional de estudiantes católicos. L’anno successivo conosce a Madrid José María Escrivá de Balaguer ed entra nell’Opus Dei. Una provvidenziale malattia dalla quale pare essere colpito lo toglie dalla scena nei difficili mesi in cui infuria la guerra civile, periodo che trascorre in ospedale. Alla fine delle ostilità riappare a Valencia, dove, nel 1939, si laurea, addottorandosi l’anno dopo a Madrid con una tesi su Menéndez Pelayo e la decadenza spagnola. Nel 1942 vince la cattedra di Storia universale moderna e contemporanea presso l’Università di Valencia. Sono gli anni in cui, secondo alcuni storici, l’Opus Dei persegue un preciso programma di espansione accademica. Dal 1943 C.S. soggiorna per qualche tempo in Svizzera dove entra in contatto, per indicazione dell’Opus, con Juan di Borbone, che nel 1945 diffonde da Losanna un manifesto nel quale auspica il ritorno della monarchia nel paese iberico. Rientrato in Spagna alla fine del 1945 si trasferisce a Madrid dove gli viene istituita la prima cattedra di Storia della filosofia spagnola e Filosofia della storia. Nel 1948, dopo un anno trascorso a Londra come vicedirettore dell’Istituto spagnolo, entra a far parte della redazione di “Arbor”, pubblicazione del Consejo superior de investigaciones científicas (CSIC).

Nel 1949 C.S. pubblica, presso la neonata casa editrice Rialp, legata all’Opus, il suo primo libro, España sin problema, con il quale ottiene il Premio nacional de literatura. Si tratta della replica al libro di Pedro Laín Entralgo, España como problema, uscito lo stesso anno. In quel periodo C.S. era uno degli intellettuali di punta del franchismo e la tesi di fondo del volume si può riassumere nella convinzione che a partire dal 1939 la Spagna non rappresentasse più un problema poiché il regime di Franco aveva posto fine a quella conflittualità permanente che sino a quel momento ne aveva caratterizzato tanto profondamente la storia. Questo assunto non era naturalmente privo di conseguenze sul piano internazionale, dato che in fondo il suo progetto culturale e politico era quello di rivitalizzare il cattolicesimo spagnolo per innervare con esso la cristianità europea colpita dai processi di secolarizzazione. Una rinascita che faceva leva sul pensiero tradizionale spagnolo rappresentato al massimo livello da Menéndez Pelayo e sulla “crociata” combattuta nel 1936-39, contro i presunti cedimenti del pensiero europeizzante di José Ortega y Gasset, Xavier Zubiri e Gregorio Marañón. Di conseguenza la nuova Spagna non avrebbe più dovuto assumere a modello altri paesi europei, bensì preoccuparsi soltanto di giocare un ruolo importante nel continente, poiché, secondo C.S., la sua inferiorità economica era ampiamente compensata dalla superiorità culturale e, in particolare, dalla saldezza delle sue radici cristiane, intese come il miglior antidoto alla corruzione prodotta dal capitalismo e dal marxismo.

Membro del CSIC, C.S. sarà delegato del Dipartimento di relazioni culturali della Spagna con l’Europa occidentale, dirige la rivista “Arbor” e la sezione dedicata all’attualità filosofica dalla madrilena casa editrice Rialp. Su questa linea si collocano i saggi El fin de la época de las revoluciones, apparso su “Arbor” (n. 41, maggio 1949); Teoría de la Restauración (Rialp, Madrid 1952); La configuración del futuro (Rialp, Madrid 1953). Già meno polemiche sono le successive: Política de integración (Rialp, Madrid 1955) dove ripropone l’idea della “monarchia sociale” cattolica e autoritaria come forma naturale del governo in Spagna; La fuerza creadora de la libertad (Rialp, Madrid 1958) e Nuevas formas de democrazia y libertad (Editora Nacional, Madrid 1960). Nell’evoluzione del pensiero di C.S., che andrà via via assumendo posizioni più critiche nei confronti del regime, giocarono un ruolo di primo piano i viaggi compiuti negli anni Cinquanta in vari paesi europei, poiché in tali occasioni egli ebbe modo di constatare personalmente il loro superiore livello di sviluppo in campo economico, sociale e intellettuale. Di qui l’approdo a un tiepido europeismo, che lo avrebbe allontanato da Franco negli anni successivi, analogamente a quanto successo agli ex ministri José Larraz e Joaquín Ruiz-Giménez.

Nonostante i rapporti con Franco fossero diventati più difficili, secondo alcuni fu proprio C.S. a consigliare al Caudillo la scelta di Juan Carlos come futuro sovrano. Nel 1966 divenne presidente del Consiglio di amministrazione del quotidiano “Madrid” che contribuì a orientare verso posizioni liberali e la critica radicale del corporativismo franchista. Rompendo con i suoi collaboratori (tra i quali il finanziere legato all’Opus Dei, Luis Valls Taberner) s’impadronì poi del quotidiano che portò a 100 mila copie di tiratura nel 1969, lo stesso anno in cui pubblicò, firmandolo, un articolo dal titolo Retirarse a tempo, apparentemente rivolto a Charles de Gaulle, ma in realtà indirizzato a Franco. Chiuso d’autorità nel 1971 “Madrid” e condannato dal Tribunal de orden público, C.S. si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’opposizione antifranchista. Presso le edizioni del Ruedo Ibérico, che utilizzarono lo stratagemma di non far figurare apertamente la casa editrice, pubblicò dapprima Franco frente al rey. El proceso al regimen (1972) nel quale cerca di svincolare le responsabilità della corona da quelle del franchismo, poi La dictadura de los franquistas: 1. El “affaire” del “Madrid” y el futuro político 2. El endurecimiento y la salida (1973) nel quale si esaminano gli avvenimenti degli ultimi quattro anni della dittatura e si prospettava un programma politico per la transizione alla democrazia. In rappresentanza dei settori monarchici liberali prese parte alle trattative che portarono alla costituzione della Junta Democrática, coalizione di forze antifranchiste della quale facevano parte i comunisti di Santiago Carrillo ma non i socialisti spagnoli che venne presentata a Parigi il 30 luglio 1974.

Morto Franco, C.S. rientrò in Spagna nel giugno del 1976. I suoi ultimi lavori sono: Mis enfrentamientos con el poder, (Plaza & Janés, Barcelona 1978); La solución presidencialista (Plaza & Janés, Barcelona 1979); Eurocomunismo: presidencialismo y cristianismo (Unión Editorial, Madrid 1982. Tra gli affiliati all’Opus Dei della sua generazione C.S. fu uno dei pochi, se non l’unica personalità di qualche spicco, ad evolvere verso posizioni democratiche e antifranchiste. Su di lui, si rinvia in particolare all’intervista di J. Martí Gómez e J. Ramoneda Calvo Serer: el esilio y el reino, Laia, Barcelona 1976.

Alfonso Botti (2012)




Calvo Sotelo, Leopoldo

C.S. (Madrid, 1926-Pozuelo de Alarcón, 2008) proviene da una famiglia originaria della Galizia, regione che ha fornito più di una figura di spicco alla politica spagnola. Il nonno materno, Ramón Bustelo, fu per molti anni deputato liberale per la circoscrizione di Ribadeo, mentre lo zio paterno, Joaquín Calvo Sotelo, fu uno dei principali dirigenti dell’opposizione monarchica durante la Seconda repubblica, fino al suo assassinio avvenuto alla vigilia della guerra civile. I cognomi Calvo e Sotelo, che la madre di Leopoldo volle associare, gli avrebbero dato una grande notorietà nella Spagna di Franco, nella quale suo zio Joaquín era considerato un martire.

Orfano di padre dall’età di cinque anni, C.S. trascorse gli anni della guerra civile con la madre e i nonni nella piccola località galiziana di Ribadeo. Dopo la guerra civile la famiglia si trasferì a Madrid e C.S. concluse gli studi liceali in una scuola pubblica della capitale, l’Instituto Cervantes. In seguito, proseguì gli studi nella prestigiosa Escuela de Ingenieros de Caminos, Canales y Puertos fino alla laurea. Mostrò interesse per la politica già durante gli studi, legandosi agli ambienti dell’opposizione monarchica e del cattolicesimo politico. Nel 1946 aderì alle Juventudes monárquicas, allora animate da Joaquín Satrústegui. Entrò quindi a far parte del Circolo giovanile della Asociación católica nacional de propagandistas.

Per molti anni la carriera professionale di C.S. si sviluppò nel settore privato, dove egli occupò posizioni importanti in diverse imprese legate a una delle grandi banche spagnole, l’Urquijo (che in seguito sarebbe stata incorporata nell’attuale Banco Santander-Central-Hispano). Il suo primo lavoro lo ottenne nel Servicio de estudios industriales promosso dal Banco Urquijo e nel 1954 assunse la direzione dell’impresa Perlofil, pioniera in Spagna nella produzione dei tessuti sintetici. Dieci anni dopo fu nominato direttore di un’importante azienda chimica, la Unión de explosivos riotinto. Assunse le sue prime responsabilità nel settore pubblico come presidente della RENFE (Red nacional de los ferrocarriles españoles), incarico che ricoprì tra il 1967 e il 1968. In seguito, nel 1972, assunse la presidenza di un’altra impresa pubblica, la Sociedad para el desarrollo industrial de Galicia. Nel 1974 entrò a far parte del consiglio d’amministrazione del Banco Urquijo.

Nel 1971 fu nominato procuratore alle Cortes in rappresentanza degli imprenditori dell’industria chimica, ma la sua carriera politica vera e propria ebbe inizio soltanto alcuni anni più tardi, durante la transizione verso la democrazia. Nel 1975 aderì all’associazione politica Federación de estudios independientes (FEDISA), costituita da alcune personalità di spicco, tra cui Manuel Fraga Iribarne, che intendevano promuovere una liberalizzazione del regime di Franco. Dopo la scomparsa di quest’ultimo, avvenuta il 20 novembre 1975, entrò a far parte del primo governo della monarchia come ministro del Commercio. Il presidente di quel governo, Carlos Arias Navarro, che aveva presieduto anche l’ultimo governo franchista, si rivelò incapace di promuovere la necessaria riforma politica e pertanto, nel luglio 1976, il re Juan Carlos impose la sua sostituzione con Adolfo Suárez. Nel primo governo Suárez, C.S. fu ministro dei Lavori pubblici.

Nel maggio 1977 Suárez gli affidò un compito politico di grande rilievo, la preparazione delle liste elettorali della Unión de centro democrático (UCD), di recente creazione, una coalizione alla quale aderirono politici provenienti dal settore riformista del franchismo insieme ad altri esponenti dell’opposizione moderata di differenti tendenze, democratici cristiani, liberali e socialdemocratici inclusi. L’UCD trionfò nelle elezioni di giugno di quello stesso anno, le prime elezioni libere che si tenevano in Spagna dal 1936, tuttavia non ottenne la maggioranza assoluta. A quanto pare ciò fu rimproverato a C.S., che era stato il coordinatore della campagna elettorale. È invece certo che egli non ricoprì alcun ruolo nella direzione del partito, né entrò a far parte del nuovo governo che Suárez aveva costituito dopo la vittoria elettorale. Il suo nuovo incarico fu quello di presidente del gruppo parlamentare dell’UCD alla Camera.

Rientrò a far parte del governo nel febbraio 1978, come ministro per le Relazioni con la Comunità economica europea (CEE). Il fatto che fosse stata assegnata a un ministro la responsabilità dei negoziati per l’ingresso nella Comunità dimostra l’enorme importanza che la Spagna attribuiva a questo tema. La richiesta di adesione era stata presentata all’indomani di quelle elezioni del 1977 che avevano democratizzato il sistema politico spagnolo, e godeva dell’appoggio unanime di tutte le forze politiche. Si prevedeva, tuttavia, che l’adeguamento dell’economia spagnola alle esigenze comunitarie sarebbe stato difficile. Il presidente Suárez non mostrò, del resto, un eccessivo interesse a svolgere un ruolo di primo piano nelle relazioni con l’Europa; era necessaria, quindi, una figura che avesse al tempo stesso un peso politico importante e una solida preparazione economica, sia per assumere la direzione dei difficili negoziati sia per convincere della necessità dell’adesione i settori imprenditoriali che avrebbero potuto sentirsi danneggiati dalle condizioni di ingresso.

I negoziati, avviati nel febbraio 1979, si svolsero in un clima economico avverso, a causa dell’inizio della seconda crisi del petrolio che aveva provocato una grave recessione internazionale. L’importanza dell’agricoltura spagnola, inoltre, faceva ritenere che l’integrazione della Spagna avrebbe potuto seriamente pregiudicare gli interessi di paesi come la Francia, un problema che invece non si poneva per gli altri due paesi allora candidati, cioè il Portogallo e la Grecia. Nonostante ciò, l’atteggiamento del presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, che nel giugno 1980 aveva dichiarato che l’integrazione non sarebbe stata ancora possibile, rappresentò per gli spagnoli una sgradevole sorpresa. Il consenso europeista diminuì e gli imprenditori cominciarono a mettere in discussione l’opportunità di esigere a qualunque prezzo l’ingresso nella CE. Sebbene C.S. fosse riuscito a ottenere l’appoggio di altri soci comunitari, il governo francese si mantenne inflessibile.

Nel rimpasto del governo effettuato da Suárez nel settembre 1980, C.S. fu sostituito da Eduardo Punset come ministro per le Relazioni con la CE e in cambio assunse la vicepresidenza della commissione per gli Affari economici. In quel periodo anche la coesione dell’UCD, che peraltro non era mai stata particolarmente forte, cominciò a deteriorarsi a causa sia dalle divergenze ideologiche sia dalle dispute relative alla spartizione interna del potere, una situazione che si tradusse nella perdita della leadership da parte di Suárez. Così. mentre l’UCD subiva un’aggressiva campagna di opposizione da parte del Partito socialista (Partido socialista obrero español, PSOE), alcuni settori conservatori ritennero che la politica del governo avesse deviato eccessivamente a destra. L’offensiva terrorista dell’ETA aggravava ulteriormente la situazione e il recente colpo di Stato militare in Turchia aveva dato luogo a speculazioni su un possibile colpo di Stato anche in Spagna. In circostanze così critiche Suárez scelse di dimettersi il 28 gennaio 1981.

Lo stesso Suárez propose C.S. come suo successore, forse contando sul fatto che il nuovo governo non sarebbe stato particolarmente duraturo e che in futuro, in circostanze più favorevoli, avrebbe potuto tornare al potere. È indubbio, comunque, che il governo di C.S. nasceva debole. Non era infatti legittimato da alcun voto popolare, ma era frutto di una decisione presa dalla direzione dell’UCD, un partito che, tra l’altro, era in quel momento molto diviso. Essendo stato proposto da Suárez, ed essendo egli stato ministro e vicepresidente in diversi suoi governi, C.S. non era in condizione di consolidare la sua leadership assumendo un atteggiamento critico verso la politica seguita dal suo predecessore e neppure di assumere il controllo del partito. Nel congresso organizzato dall’UCD subito dopo le dimissioni di Suárez, fu eletto segretario generale Agustín Rodríguez Sahún, un uomo fedele a Suárez, ma l’opposizione interna riuscì a fare in modo che il suo candidato, Landelino Lavilla, ottenesse il voto del 39% dei delegati.

Il governo di C.S. cominciò sotto i peggiori auspici. Il 23 febbraio 1981, mentre si procedeva alla votazione per la sua investitura, la Camera dei deputati fu presa d’assalto da membri della Guardia civil in uniforme al comando di un tenente colonnello. Il tentativo di colpo di Stato naufragò rapidamente una volta attestata la fedeltà dei comandi militari alla Corona, e il 25 febbraio C.S. ricevette l’investitura come presidente con i voti dell’UCD, della conservatrice Alianza popular (AP) e dei nazionalisti catalani. Il nuovo governo era composto esclusivamente da ministri dell’UCD e fu molto simile all’ultimo governo Suárez. Il contesto, tuttavia, era cambiato. Dopo il fallito colpo di Stato si era infatti verificata una notevole mobilitazione popolare in favore della democrazia; comunque questo rinnovato entusiasmo democratico non giocò a favore del nuovo governo bensì dell’opposizione socialista, mentre l’UCD continuava a indebolirsi, vittima soprattutto delle sue tensioni interne.

Durante i quasi due anni del suo governo, dal febbraio 1981 al dicembre 1982, C.S. riuscì tuttavia a portare a termine un’importante opera di consolidamento della democrazia. In primo luogo si accertarono in sede giudiziaria le responsabilità del fallito colpo di Stato. Il processo si celebrò in prima istanza presso il Consejo supremo de justicia militar, che nel giugno 1982 emise alcune sentenze considerate in generale eccessivamente benevole. Ma il governo fece ricorso contro alcune di queste condanne al Tribunale supremo, che in diversi casi aumentò la pena, confermando così il principio della supremazia del potere civile. In tal modo si mise fine ad oltre un secolo e mezzo di pronunciamenti militari in Spagna. Significativamente, il governo di C.S. fu anche il primo a non comprendere alcun militare nella lista dei ministri, e fu un civile, Alberto Oliart, ad avere il portafoglio della Difesa. I servizi segreti, che non avevano fornito informazioni sufficienti sui retroscena del colpo di Stato, furono riorganizzati rapidamente dopo la designazione del generale Emilio Alonso Manglano come direttore del Centro superior de información de la defensa (CESID).

Per far fronte alla crisi economica C.S. sostenne il dialogo con imprenditori e sindacati; il risultato fu l’Accordo nazionale sull’occupazione del giugno 1981, sottoscritto dal governo, dalla Confederación española de organizaciones empresariales (CEOE) e dalle due grandi organizzazioni sindacali, cioè l’Unión general de trabajadores (UGT) e le Comisiones obreras (CCOO), che accettarono di moderare le loro rivendicazioni salariali. Ciò nonostante il 1982 fu un anno molto negativo dal punto di vista economico, il che contribuì a pregiudicare le possibilità elettorali della UCD.

Il governo di C.S. si propose anche di dare maggior coerenza al processo di costruzione dello Stato delle autonomie, che stava allora attraversando una fase un po’ caotica, essendo state superate le aspettative create inizialmente dalla Costituzione del 1978 a causa delle aspirazioni all’autogoverno che si manifestavano non solo nelle regioni in cui esisteva un forte sentimento nazionalista, come in Catalogna e nei Paesi Baschi, ma anche in altre regioni spagnole. Per razionalizzare lo Stato delle autonomie, C.S. trovò un accordo con il PSOE che portò all’approvazione, nel luglio del 1982, della Ley orgánica de armonización del proceso autónomico (LOAPA), con il voto favorevole dei due principali partiti spagnoli e l’opposizione dei nazionalisti catalani e baschi. In seguito la Corte costituzionale dichiarò incostituzionali alcuni degli articoli della LOAPA, ma non c’è dubbio che il consenso bipartitico permise la rapida approvazione degli statuti di autonomia ancora in sospeso, in buona parte già durante il governo di C.S. Le elezioni amministrative che si tennero allora ebbero, tuttavia, un esito disastroso per il partito di governo: in Galizia trionfò l’AP, il partito conservatore di Fraga, mentre in Andalusia vinse il PSOE.

C.S. si differenziò dal suo predecessore soprattutto in materia di politica estera. Suárez non aveva infatti mostrato un particolare interesse per le questioni internazionali e aveva evitato di cercare il confronto con l’opposizione su questo terreno. Al contrario, C.S. sin dal suo discorso di insediamento annunciò l’intenzione che la Spagna entrasse a far parte dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), un passo al quale la sinistra si opponeva decisamente. La proposta non corrispondeva a un desiderio del proprio schieramento, e meno ancora alla volontà dei cittadini spagnoli, ma si trattava sostanzialmente di una iniziativa personale di C.S. Probabilmente egli riteneva che l’ingresso nella NATO, che comportava una maggior integrazione nella difesa occidentale, avrebbe facilitato a sua volta i negoziati con la CE. In ogni caso, nel 1981 la Camera dei deputati approvò l’ingresso della Spagna nella NATO con i voti favorevoli di UCD, AP, nazionalisti catalani e baschi: così, il 16 febbraio 1982, la Spagna divenne il sedicesimo paese membro dell’Alleanza atlantica. Questo risultato ebbe ripercussioni favorevoli sulla modernizzazione delle Forze armate spagnole e sulla loro identificazione con il sistema democratico. Da parte sua il Partito socialista fece di questo tema un elemento di mobilitazione contro la UCD, anche se una volta salito al potere esso stesso avrebbe contribuito a mantenere la Spagna all’interno dell’Alleanza atlantica.

I negoziati per l’ingresso nella CE invece procedettero con lentezza, frustrando così le speranze di C.S. di poter presentare un bilancio soddisfacente in quest’ambito. La sostituzione di Giscard con François Mitterrand alla presidenza della Repubblica francese non mise infatti fine alle riserve di Parigi ed è anche possibile che il governo socialista francese abbia preferito attendere la probabile vittoria dei socialisti in Spagna prima di sbloccare la situazione.

Le prospettive elettorali del governo non erano buone, ma fu la crisi interna dell’UCD a farle crollare definitivamente. Un settore del partito chiedeva una grande alleanza di centrodestra con AP, ma questa soluzione difficilmente avrebbe potuto portare a una vittoria elettorale, poiché molti elettori dell’UCD si mostravano, in realtà, più vicini al PSOE che ad AP. Nel corso del 1982 l’UCD subì una serie di scissioni sia a destra che a sinistra, ma probabilmente il fatto più grave fu l’abbandono del suo carismatico fondatore, Adolfo Suárez, avvenuto dopo che C.S. si era rifiutato di sostenere il suo ritorno alla guida del partito. Frattanto, nel novembre dell’anno precedente C.S. era stato eletto presidente dell’UCD e aveva affidato la segreteria generale al democristiano Iñigo Cavero, ma il deterioramento del partito appariva ormai irreversibile. Nell’estate 1982 C.S. scelse di sciogliere le Cortes e di convocare elezioni anticipate, ma non ritenne opportuno presentarsi come candidato a capo della moribonda UCD. Questo compito spettò a Landelino Lavilla, vecchio dirigente dell’opposizione interna. Le elezioni dell’ottobre 1982 decretarono una vittoria schiacciante del PSOE e una devastante disfatta per l’UCD, che poco dopo si sarebbe sciolta.

Nel 1982 C.S. fu eletto deputato nella circoscrizione di Madrid; l’anno seguente fu nominato membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, nel 1986 divenne membro del Parlamento europeo, l’ultimo traguardo significativo della sua carriera politica. In campo economico C.S. è invece stato consigliere del Banco Central Hispano dal 1985 al 1998, anno del suo pensionamento al compimento dei settant’anni d’età. In ambito culturale è stato infine presidente della Fondación José Ortega y Gasset dal 1993 al 1997.

Juan Avilés Farré (2012)




Campagnolo, Umberto

  1. (Este 1904-Venezia 1976) dopo la laurea in filosofia teoretica conseguita a Padova nel 1931, intraprese l’attività d’insegnante nel liceo Tito Livio della stessa città. Nel 1933 l’iscrizione al Partito nazionale fascista (PNF) divenne obbligatoria per insegnare e C. lasciò l’Italia per Ginevra. In Svizzera fu allievo del filosofo del diritto Hans Kelsen presso l’Institut universitaire de hautes études internationales. Si addottorò in scienze politiche nel 1937 all’Università di Ginevra e dal 1938 al 1940 vi fu libero docente di Filosofia del diritto. In questo periodo di studi, l’attenzione di C. si diresse verso il diritto internazionale ed ebbe come obiettivo polemico la Società delle Nazioni. Nell’articolo La paix, la guerre et le droit, pubblicato nel 1938 sulla “Revue général de droit international public”, C. denunciava la fatale debolezza della Società delle Nazioni, alla quale veniva sottratta qualsiasi autorità nel momento stesso in cui lo statuto le imponeva il rispetto della sovranità degli Stati. Il tema era più ampiamente argomentato nella sua tesi di dottorato, che fu pure pubblicata nel 1938 col titolo Nations et droit, le développement du droit international entendu comme développement de l’Etat. Vi si trova la confutazione della teoria kelseniana della superiorità del diritto internazionale sul diritto statale. Lo Stato, sosteneva C., è per definizione un’autorità sovrana, non può di conseguenza accettare la sottomissione ad un’organizzazione superiore, che ne limiterebbe la sovranità. Il diritto internazionale, come comunemente inteso, è dunque intimamente contraddittorio, perché si fonda sull’idea errata che sia possibile costruire un sistema di norme sovraordinato al diritto interno. A un ordine internazionale stabilmente pacifico si può giungere di conseguenza solo tramite l’estensione dell’ordinamento statale stesso, attraverso due possibili vie: l’imperialismo e il federalismo.

Nel 1941 C. tornò in Italia accettando la proposta di Adriano (Olivetti, Adriano) e Massimo Olivetti, conosciuti durante l’esilio svizzero, di occuparsi delle pubbliche relazioni nella loro industria di Ivrea e di costituire una biblioteca di fabbrica. Gli Olivetti gli affidarono anche la progettazione delle “Nuove Edizioni di Ivrea”, che diventeranno poi le milanesi “Edizioni di Comunità”. C. continuava intanto i suoi studi e curava una traduzione commentata del Federalist, che non giunse mai alle stampe, ma che costituì probabilmente per lui un’esperienza intellettuale decisiva. La sua analisi degli articoli di James Madison, John Jay e Alexander Hamilton non rispondeva a curiosità puramente speculative, ma anche all’esigenza pratica di verificare le possibilità di trasferimento del federalismo nel vecchio continente. Che questo fosse il quesito di maggior interesse per C. era confermato anche dal Saggio sulla Costituzione dell’Europa e dalla bozza di Costituzione dell’Europa, scritti tra gli ultimi mesi del 1943 e gli inizi del 1945, ma pubblicati postumi soltanto nel 2003. Nel Saggio, C. presentava la sua interpretazione dialettica della storia europea. Al momento dell’affermazione degli Stati-nazione faceva seguito una crisi prodotta dallo stesso esaurirsi di questo modello di organizzazione politica, che poteva essere risolta solo con la creazione di una federazione continentale, all’interno della quale le nazioni avrebbero potuto riprendere il loro cammino di sviluppo culturale e materiale senza costituire una minaccia l’una per l’altra. Nel progetto di Costituzione, C. tentava di immaginare i tratti fondamentali di una carta costituzionale per l’auspicato Stato delle nazioni europee, definendone i valori fondanti e riprendendo, per gli aspetti istituzionali, il modello americano.

Dopo la caduta di Benito Mussolini, il rettore Concetto Marchesi chiamò C. all’Università di Padova a insegnare Storia delle dottrine politiche e successivamente Filosofia della politica. Dopo la Liberazione, il Comitato di liberazione nazionale (CLN) e il governo militare degli Alleati lo nominarono commissario dell’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano (ISPI). Nel 1950 fu chiamato a insegnare Filosofia e poi Storia della filosofia a Venezia, insegnamento che mantenne, assieme a quello di Padova, fino al 1974.

Dalla primavera del 1945, C. si dedicava all’impegno federalista militante. Aveva scritto il saggio-manifesto Repubblica federale europea ed era entrato nel Movimento federalista europeo (MFE). Il primo congresso nazionale del MFE (Venezia, ottobre 1946) lo elesse segretario generale e approvò lo statuto redatto a partire da una sua bozza. Nel saggio Repubblica federale europea l’unione federale era presentata come l’unica soluzione ai problemi sociali, economici e politici del vecchio continente; per questo andava attuata al più presto con la convocazione di un’assemblea costituente che avrebbe dovuto redigere la carta fondamentale di un nuovo Stato europeo unitario. L’azione del MFE doveva rivolgersi principalmente a diffondere la coscienza della necessità dell’unificazione. Alla base della creazione del nuovo Stato europeo sovranazionale doveva esserci un forte consenso popolare, che richiedeva un’operazione di educazione delle masse. Solo attraverso la mobilitazione di una forza popolare di pressione si poteva sperare di convincere i governi a cedere la loro sovranità. Un ruolo decisivo era affidato in quest’azione di propaganda agli uomini di cultura, che C. cercò di avvicinare diffondendo in tutti gli atenei italiani nel corso del 1946 un Manifesto degli universitari italiani per la federazione delle nazioni d’Europa. Alla fine della campagna il Manifesto conterà le sottoscrizioni di tutti i rettori e di 266 docenti. Nel testo, redatto da C. e dagli altri docenti universitari attivi nel MFE, si auspicava l’istituzione di un’assemblea «costituente europea quale strumento giuridico capace di completare la maturazione in senso federalista della coscienza europea e di portare, quindi, le istanze federaliste dal terreno dell’utopia a quello del possibile».

Oltre ai contributi teorici, C. curò in particolar modo la propaganda federalista e il confronto con i movimenti federalisti attivi negli altri paesi europei. Rappresentò il MFE nelle riunioni federaliste di Basilea del 27 maggio 1946, alla Riunione dei popoli europei del 15-22 settembre 1946 a Berna e Hertenstein, alla Conferenza internazionale federalista del 13-16 ottobre 1946 a Lussemburgo, e agli incontri del dicembre 1946 che portarono alla fondazione dell’Union européenne des fédéralistes (UEF) (v. Unione europea dei federalisti).

Nell’aprile del 1947 C. lasciò la guida del MFE, che sotto la sua direzione si era numericamente rafforzato e diffuso in tutte le regioni italiane, per divergenze col resto del direttivo del movimento sul ruolo del segretario e per la constatazione che il quadro politico si andava facendo sempre più ostile a un’azione autenticamente federalista. Continuò per un certo periodo a partecipare al dibattito del MFE promovendo la pubblicazione del foglio interno “Repubblica federale europea”, di cui apparvero cinque numeri tra il dicembre del 1947 e il luglio del 1948. Non condividendo la linea di Altiero Spinelli del “cominciare in Occidente”, ovvero di restringere la proposta federale ai soli Stati europei sotto l’influenza americana, approvata nel corso del II Congresso nazionale del MFE di Milano del febbraio 1948, C. lasciò l’impegno federalista. Preoccupato che l’integrazione economica della sola metà occidentale del continentale avrebbe condotto a nuove, pericolose tensioni tra i blocchi, ritenne prioritario mantenere aperto il confronto tra Est e Ovest attraverso gli intellettuali. A questo scopo fondò nel maggio 1950 a Venezia la Société européenne de culture (SEC). Con questa iniziativa C. intese richiamare gli uomini di cultura all’impegno politico. Politica e cultura erano infatti per C. legate e in tempi di crisi e trasformazioni spettava agli intellettuali interpretare gli sviluppi del corso storico. La missione dell’intellettuale nell’età della Guerra fredda diventava riaffermare l’importanza del dialogo tra Est e Ovest per contribuire al raggiungimento di una pace autentica. Sono queste le linee direttive di quella “politica della cultura” che ispira ancora oggi la SEC e l’organo di questa, la rivista “Comprendre”, dirette entrambe da C. fino alla morte.

Moris Frosio Roncalli (2010)




Campilli, Pietro

In un articolo scritto alla fine degli anni Settanta, Gabriella Fanello Marcucci descriveva C. (Frascati 1891-Roma 1974) come «un industriale di grido al servizio del paese». Nel corso della sua carriera politica, tanto in Italia quanto all’estero, C. avrebbe, in effetti, messo al servizio dei suoi incarichi le proprie competenze professionali.

Proveniente da una famiglia di agricoltori, dopo aver conseguito il diploma di ragioneria e la laurea in Economia e commercio, C. iniziò ad interessarsi del mondo economico-produttivo assumendo cariche direttive prima nelle Federazioni nazionali degli impiegati e dei commessi e nelle cooperative di produzione e lavoro, poi nelle organizzazioni bancarie. Fu segretario e presidente della Federazione bancaria italiana, consigliere d’amministrazione della Federazione delle casse rurali e direttore del Credito nazionale, braccio finanziario della Federazione bancaria italiana.

L’impegno professionale non lo avrebbe distolto dall’interesse sempre nutrito nei confronti della politica. Militante nelle organizzazioni giovanili di Azione cattolica e presidente del circolo romano della Federazione universitaria cattolica (FUCI), nel novembre del 1918 partecipò alla “piccola costituente” che avrebbe dato vita al Partito popolare italiano (PPI) di Sturzo. La particolare attenzione per i problemi del lavoro e dello sviluppo economico portarono C. a conquistare il ruolo di membro della direzione romana del partito, da cui fu espulso un anno dopo per le posizioni troppo avanzate, soprattutto in materia agricola. I dissidi interni non gli impedirono, tuttavia, di proseguire nella carriera politica, mantenendo la carica di consigliere nazionale del partito, di consigliere provinciale e presidente del gruppo consiliare popolare. L’avvento del fascismo e la messa al bando delle opposizioni lo costrinsero ad abbandonare la politica attiva e a dedicarsi pienamente alle attività imprenditoriali.

L’esperienza acquisita sul campo consentì a C., al momento della nascita della Democrazia cristiana, di offrire il proprio contributo alla definizione delle linee economiche enunciate nei programmi fondativi del partito. La lotta alla disoccupazione, gli interventi di riforma nel settore industriale, agricolo e nel regime tributario, la promozione di un sistema di economie integrate sarebbero stati alcuni dei punti che avrebbero caratterizzato la sua azione politica come “tecnico” di partito.

Membro della direzione del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana (DC) e della commissione economica per la Costituente, fu eletto deputato nel 1948 e nel 1953. La vicinanza con Alcide De Gasperi e la condivisione della strategia di ricostruzione del sistema politico ed economico italiani lo portarono ben presto ad affiancare il leader trentino negli incarichi di governo: ministro del Commercio estero, vicepresidente del Comitato interministeriale per la ricostruzione, ministro del Tesoro e delle finanze, ministro senza portafoglio per lo sviluppo del Mezzogiorno, ministro dell’Industria e del commercio.

Negli anni trascorsi alla guida dei dicasteri economici fu sempre uno il principio che orientò le scelte politiche di C.: la convinzione che la ricostruzione economica nazionale passasse inevitabilmente per l’adesione al Piano Marshall e il sostegno americano all’integrazione europea. Pur ritenendo che gli aiuti dall’estero andassero incrementati con l’afflusso di capitali privati destinati agli investimenti e non solo all’assistenza, non abbandonò mai la convinzione che le sorti dell’Italia fossero legate a filo doppio allo sviluppo di un sistema economico internazionale in cui si tendesse ad eliminare i vincoli e le barriere frapposti al libero svolgersi degli scambi e delle collaborazioni tra le imprese. Convinto sostenitore del liberismo, avrebbe appoggiato De Gasperi e Luigi Einaudi nella lotta contro lo spettro dell’inflazione sostenendo la necessità di intervenire sul taglio delle spese pubbliche, anche a costo di sacrificare gli ammortizzatori sociali. Durante i suoi mandati avrebbe più volte difeso una linea di politica economica di “inflazione aperta”, pur senza escludere interventi congiunturali di programmazione. Soprattutto nella seconda fase della sua attività politica in Italia, C. non poté fare a meno di constatare che la ripresa e la stabilizzazione economiche richiedevano anche corposi interventi dirigisti che, almeno in parte, bilanciassero gli effetti depressivi della “linea Einaudi”. Interventi certamente pesanti che, tuttavia, avrebbero incontrato il favore dei pianificatori dell’Ente comunale di assistenza (ECA).

Nel corso degli anni il legame sempre più stretto con De Gasperi avrebbe dato a C. modo di svolgere un ruolo decisivo nella stabilizzazione italiana. Nel gennaio del 1947, insieme a Domenico Menichella e Guido Carli, avrebbe fatto parte della delegazione italiana che avrebbe accompagnato il Presidente del Consiglio nel viaggio a Washington per trattare con la Eximbank il prestito di 100 milioni di dollari e definire con il governo americano le condizioni per la concessione diretta di aiuti per lo sviluppo di rapporti economici e politici preferenziali con gli Stati Uniti. Qualche mese più tardi, nel maggio del 1947, C. sarebbe stato a fianco dello statista trentino nella denuncia dell’azione dei «seminatori di panico e delle speculazioni incontrollate» che precludeva l’estromissione delle sinistre dal governo e lanciava l’invito alla collaborazione ai principali centri del potere economico e finanziario.

Già vicepresidente del Comitato interministeriale per la ricostruzione (CIR), nel luglio del 1947 C. veniva nominato capo della delegazione italiana alla Conferenza per la cooperazione economica europea, incaricata di definire le procedure di concessione e di impiego dei fondi stanziati dal Piano Marshall. Pochi mesi dopo assumeva la rappresentanza dell’Italia presso l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE). La breve, ma significativa, esperienza ai vertici dei primi organismi di cooperazione, embrioni del processo di integrazione dell’Europa, lo avrebbero visto ancora una volta sostenitore di un progetto di economie integrate da attuarsi sotto la totale copertura degli Stati Uniti (v. anche Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Le urgenze della ricostruzione imponevano scelte orientate alla promozione della liberalizzazione degli scambi, alla riduzione delle tariffe, alla eliminazione di posizioni di privilegio tra gli Stati in un’ottica di finanziamento coordinato dei programmi generali di sviluppo europeo. Il metodo lo avrebbe più volte richiamato nel corso dei suoi interventi: creazione di un ambiente economico adatto ad incentivare gli investimenti, eliminazione dello squilibrio tra i fattori della produzione, impostazione degli aiuti su base intergovernativa, integrazione tra investimenti pubblici e investimenti privati.

In quest’ottica l’integrazione diventava razionale divisione dei compiti produttivi tra i vari paesi e più efficiente utilizzazione delle risorse e delle capacità finalizzate a una concreta integrazione dei mercati. L’Europa, dunque, come necessità intrinseca dell’Europa stessa, come conseguenza inevitabile del progresso produttivo.

Fu questa la linea che C. sostenne anche al rientro in Italia, tanto dai banchi dell’esecutivo, quanto dall’esterno.

Abbandonati gli incarichi di governo C. avrebbe, infatti, continuato ad interessarsi alle relazioni commerciali dell’Italia e allo sviluppo delle zone depresse, guidando per quasi un decennio programmi di sostegno al Mezzogiorno. Nel 1958 assunse la presidenza della Banca europea per gli investimenti (BEI); l’anno successivo quella del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), che abbandonò solo nel 1970 per guidare la Montedison.

Vera Capperucci (2012)




Camus, Albert

C. (Mondovì, 7 novembre 1913-Villeblevin, 4 gennaio 1960) è stato uno scrittore e attivista franco-algerino, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1957. Dotato di una grandissima versatilità ha contribuito in maniera decisiva alla temperie artistica e intellettuale del XX secolo con un insieme di scritti che spaziano dal romanzo, alla drammaturgia, dalla saggistica filosofica a quella politica. In qualità di attivista e di intellettuale – di testimone che giudica “dall’interno” l’epoca a cui appartiene, accettando allo stesso tempo con gioia «la capacità di creare e l’onore di vivere» – si è battuto con forza contro i totalitarismi, contro l’avvilimento umano in ambito sociale e politico, contro la pena di morte, in favore della democratizzazione della vita internazionale, di una soluzione federale per la questione algerina e, a varie riprese, per un’unificazione politica dell’Europa. In tal senso è bene notare come quest’ultimo sforzo vada di pari passo con lo sviluppo di una riflessione originale sul concetto di “civiltà europea” che C., nato in Algeria e profondamente influenzato dal suo rapporto con lo spazio mediterraneo, non ha mai smesso di alimentare.

In una celebre conferenza ateniese del 1955 – L’avenir de la civilisation européenne – la civiltà europea appariva a C. come «il luogo della diversità di opinioni, delle contrapposizioni, dei valori contrastanti e della dialettica che non arriva mai a una sintesi». In tal senso, questa “civiltà pluralista” era prodotta da una persistente tensione. Non a caso, qualche anno prima, lo scrittore franco-algerino aveva creduto d’individuarne l’essenza in uno scontro sempre rinnovato tra due opposti principi: quello della dismisura nichilistica/assolutistica e quello della rivolta che dice no alla stessa in nome di una comune umanità. Per dirla con un celebre passo dell’Homme révolté (1951), «L’Europa non è mai esistita al di fuori di questa lotta tra il meriggio e la mezzanotte», lì dove il “meriggio” incarna l’esigenza di un criterio di valutazione dell’esistente – misura – connesso alla “natura umana” – ovvero alla capacità unica dell’uomo di rifiutare «di essere ciò che è» – mentre la “mezzanotte” rappresenta l’adesione a una visione fondata sulla totale disponibilità, strumentalità e plasmabilità – o dismisura – dell’uomo da parte dell’uomo. Il primo concetto viene a più riprese inteso tramite la metafora del Mediterraneo, di uno spazio e di una cultura che grazie alla sua luce vitale è capace di riconciliare gli uomini nel loro rapporto universale con la natura, nella loro fondamentale eguaglianza esistenziale, lì dove il secondo è invece concepito nei termini di un Settentrione in cui l’uomo, divinizzatosi, combatte contro la natura, nel discorso di una “ideologia tedesca” che riduce il mondo a un “deserto” e che, tramite il culto della conquista, divide l’uomo dall’uomo. In tal senso per C. – non essendo ancora terminata la lotta – sono possibili diverse idee d’Europa e, con esse, restano aperte diverse prospettive future per la civiltà del vecchio continente. Non a caso – nelle sue Lettres à un ami allemand, 1945 – ricorderà al suo interlocutore nazista che «noi non parliamo lo stesso linguaggio, la nostra Europa non è la vostra», per sottolineare come «io so che quando voi dite Europa […] voi non potete esimervi dal pensare a una coorte di nazioni docili guidate da una Germania di feudatari verso un avvenire favoloso e insanguinato […] l’Europa è a vostro avviso questo spazio circondato di mari e di montagne, tagliato da dighe, scavato dalle mine, coperto di messi nel quale la Germania gioca una partita in cui il suo solo destino è in gioco. Ma essa è per noi quella terra della ragione dove da venti secoli si persegue la più incredibile avventura dello spirito umano. Essa è quell’arena privilegiata in cui la lotta dell’uomo occidentale contro il mondo, contro gli dei, contro se stesso, raggiunge oggi il suo momento più difficile. Come vedete, non abbiamo una comune misura». Questa incommensurabilità ideale spiegava l’impegno di C. contro il nazionalsocialismo a fianco della Resistenza francese. Allo stesso tempo – proprio nella misura in cui l’Europa veniva descritta come la terre de l’esprit della lotta esistenziale dell’uomo, della rivolta – lo scrittore franco-algerino si rendeva conto che essa non poteva rinunciare alla lotta stessa senza far venire meno quella tensione che la caratterizzava come civiltà.

Proprio per questo, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il problema denunciato da C. diveniva quello di un’Europa che si degradava, rischiando di morire a causa di un pigro e cinico appiattimento sull’esistente. Un continente spirituale che finiva per disertare «questa lotta, facendo eclissare il giorno dalla notte», ovvero per accettare la legittimità del mondo coevo così com’era secondo i dettami di quanti pensavano che in Russia si fosse realizzato il socialismo e in America il liberalismo. A partire da questa premessa storicistica, questi ultimi sostenevano che fosse necessario scegliere tra i due campi dati in vista di un inevitabile conflitto finale. Ad avviso dello scrittore franco-algerino, piuttosto che prendere partito tra queste due opzioni totalizzanti, occorreva invece riaffermare la possibilità di un compromesso vitale tra giustizia sociale e libertà, una tensione generatrice che poteva alimentarsi pacificamente solo in Europa. Occorreva quindi – come scriveva in L’exil d’Helene, 1948 – lottare per fare sì che l’Europa scegliesse la creazione al posto dell’inquisizione, la misura al posto della dismisura, la costruzione di un nuovo ordine pacifico al posto dell’ennesima guerra mondiale che il nuovo spirito teocratico sembrava imporre come un destino per il vecchio continente. In tal senso gli europei dovevano manifestare ancora una volta la volontà di rivoltarsi contro l’esistente, di rifiutare la deriva barbarica che, fille de la desmesure, spingeva la società dell’epoca verso la bruttezza e la disperazione. Ma esisteva una tale volontà nel contesto occidentale del secondo dopoguerra, segnato dal coesistere di ideologie totalizzanti e dalla scarsa tendenza vitale di classi borghesi inclini a “vegetare”? A riguardo di quest’“Europa borghese”, nella conferenza ateniese precedentemente citata, C. affermava «vedo solo un nichilismo individualista, quello che consiste nel dire “noi non vogliamo né romanticismo né eccessi, non vogliamo vivere ai confini, né conoscere la sofferenza”. Se non volete vivere ai confini né conoscere la sofferenza, non vivrete, e, in particolare, la vostra società non vivrà». Contro il rischio di questo “fallimento morale” C. affermava la necessità di una rinnovata azione politica volta a far rinascere, con la sua estenuante tensione, la civiltà europea.

L’attenzione dell’intellettuale franco-algerino al riguardo era rivolta, sin dagli anni Trenta, a una rilettura dell’“internazionalismo”. Quest’ultimo, in una conferenza dedicata alla “Nuova cultura mediterranea” (1937), era indicato come quella forza che stava cercando di restituire alla civiltà occidentale «il suo autentico significato e la sua vera vocazione» contrapponendosi al nazionalismo di marca fascista. Contro le divisioni particolaristiche e le mitologie gerarchiche sostenute da quest’ultimo occorreva infatti promuovere un nuovo principio politico capace di unire l’Occidente rilanciandone la cultura comune. Si univa a questa presa di posizione la convinzione, affermata già nelle pagine di Le Soir républicain (1939-1940), che il federalismo fosse la soluzione giusta per creare un nuovo ordine internazionale democratico, giusto e stabile. Gli sviluppi della Seconda guerra mondiale lo avrebbero portato ad approfondire siffatta tematica. La guerra, secondo C., mostrava chiaramente come il mondo dello Stato nazione fosse definitivamente tramontato. La sfida, per la Francia e per l’Europa, diveniva allora, come scriveva in Combat il 3 novembre del 1944, quella di «creare una nuova civiltà o perire». Sfida inevitabile nella misura in cui l’Europa si trovava in una condizione di piena interdipendenza economica che rendeva indispensabili, dinnanzi all’inefficacia delle politiche nazionali, delle soluzioni internazionali che andassero nella direzione di una crescente solidarietà e integrazione tra gli europei. In tal senso occorreva procedere al più presto verso una federazione economica europea che tenesse conto di questa interdipendenza di fatto. Quest’ultima avrebbe messo le basi per un’indispensabile federazione politica che avrebbe sostituito gli Stati nazione con una nuova entità politica. Infatti, come affermava sempre su Combat (3 dicembre 1944), «Il giorno in cui saranno gettate le basi di una federazione economica dell’Europa, allora la federazione politica sarà possibile». D’altronde, considerate le nuove dinamiche della politica mondiale, non si poteva restare prigionieri del modello del passato. La Seconda guerra mondiale aveva definitivamente aperto il campo all’azione delle potenze extraeuropee che, organizzate su scala continentale, conducevano una politica che era ben al di là delle forze dei singoli Stati nazione. In un articolo del maggio 1945 – Remarques sur la politique internationales – C. denunciava l’attitudine di quegli europei dalla mentalità nazionalista che si ostinavano a vivere «nella confortante idea della loro superiorità culturale» mentre i russi e gli americani pensavano e agivano “su scala mondiale”, finendo così per vivere da soli nel presente al contrario degli europei che si attardavano nel loro passato. In tali frangenti la Francia trovava nel suo fondamentale compito europeo l’unica possibile via attraverso cui ricostituirsi dopo la tragedia della guerra e le sue devastanti conseguenze. Siffatta azione, finalizzata alla nascita di una federazione europea, avrebbe nel tempo – come sottolineato in L’Espagne continue d’être pour nous une plaie qui ne se ferme pas (dicembre 1945) – contribuito a rafforzare la prospettiva di una futura “federazione mondiale”.

Sulla base di queste idee, C. tra il 1944 e il 1945 avrebbe preso contatto con Altiero Spinelli, collaborando attivamente al Comité français pour la fédération européenne (CFFE). In particolare avrebbe contribuito all’organizzazione e alla promozione della “Conferenza federalista di Parigi” del marzo 1945 e alla redazione della Déclaration dello stesso CFFE (giugno 1944) in cui si affermava la priorità dell’azione per la federazione europea – «il primo degli obiettivi» – ai fini della rinascita della democrazia, della pace, della libertà e della giustizia sul vecchio continente. Fondare la democrazia su una nuova base capace di portare quest’ultima oltre la dimensione nazionale era, secondo l’intellettuale franco-algerino, l’unica possibile via per quanti non volevano piegarsi a scegliere tra eguaglianza e libertà. Lo ribadiva nel 1946 – in Ni victimes ni bourreaux – dove spiegava come per far venire meno il regime di dittatura internazionale che si era creato con la Guerra fredda occorresse dare vita a un nuovo ordine democratico su base mondiale, che solo avrebbe potuto far venire meno la logica vittima/carnefice che stava contrassegnando il Novecento, da lui non a caso definito come “il secolo della paura”. Era necessario quindi istituire un “nuovo contratto sociale” che risolvesse il problema di un nuovo ordine internazionale. La democrazia infatti – come ribadiva C. nella prefazione a L’Espagne libre, 1946 – «non ha frontiere» e «se minacciata in un posto è minacciata dappertutto». Proprio per questo non si poteva chiudere il discorso sulla stessa all’interno dei singoli spazi nazionali. A sua volta la pace, secondo la stessa logica, non poteva essere difesa in un’Europa divisa «in un ammasso di nazioni miserabili». Proprio per questo C. non esitava – ancora nel 1947 – a firmare un Premier appel à l’opinion internazionale per l’unità dell’Europa che, oltre a contenere la definizione di cui sopra, raccoglieva l’adesione di altre figure importanti quali Simone De Bevoir, Jean-Paul Sartre, Maurice Merleau-Ponty ed Emmanuel Mounier. Su questa scia il suo impegno sarebbe continuato anche nel corso della collaborazione con il Rassemblement démocratique révolutionaire (RDR), nato nel 1948 con l’esplicito intento di rifiutare la politica dei “blocchi” sovietico e americano. Durante i diversi eventi del RDR C. avrà modo, insieme ad altri, di ricordare l’importanza degli “Stati Uniti d’Europa” e la necessità di un’unione del vecchio continente ai fini di un’effettiva pacificazione dello stesso. Si trattava, come si è visto, di una prospettiva che era andata crescendo nel corso di tutti gli anni Quaranta insieme a una critica ferma e complessiva di quanti ritenevano necessario schierarsi entro quella divisione del mondo in Est e Ovest che spaccava l’Europa esattamente a metà. Come ricordava in una polemica contro i sostenitori occidentali della Spagna franchista, «noi siamo di quelli che non vogliono tacere su niente. È la nostra società politica nel suo insieme che ci rivolta lo stomaco. Non ci sarà salvezza se non quando tutti coloro che valgono ancora qualcosa l’avranno ripudiata in tutto e per tutto, per ricercare una via di rinnovamento al di fuori delle sue contraddizioni insolubili».

Battendosi per questo rinnovamento C. si trovò, anche negli anni Cinquanta, a sostenere l’idea di un’Europa unita politicamente ed economicamente secondo una logica che non corrispondeva a quella fissata dalla Guerra fredda. La sua era una rivolta nei confronti di un mondo che agiva secondo logiche nichilistiche, alimentate da dottrine totalizzanti e incapaci di tenere conto della complessità della loro epoca. Sottolineava a riguardo – L’avenir de la civilisation européenne, 1955 – come le ideologie dell’epoca fossero «in ritardo di cento anni» ed era per tale ragione che esse reagivano «così male alle proprie innovazioni», avvitandosi in una spirale viziosa che le conduceva verso il ritorno alla dimensione assoluta della teologia. «Non c’è niente di più convinto della propria verità, – affermava – di un’ideologia andata a male». Contro questa deriva che coinvolgeva l’intero mondo della Guerra fredda si proponeva di difendere l’ideale di un’Europa pluralistica capace di andare oltre le chiusure provincialistiche e sovranistiche che allora la caratterizzavano. Siffatto ideale si sarebbe realizzato tramite una lotta ben precisa, volta a «superare gli ostacoli e a fare l’Europa, l’Europa finalmente, dove Parigi, Atene, Roma, Berlino, saranno i centri nervosi di un impero di mezzo […] che in un certo qual modo potrà svolgere il suo ruolo nella storia di domani». Un’Europa che non si sarebbe potuta fare solo sulla, pur necessaria, buona volontà dei popoli europei ma tramite delle istituzioni comuni in quanto l’armonia tra gli europei non sarebbe durata per sempre. Istituzioni che, come abbiamo già visto, nel corso della sua opera erano state immaginate come espressioni una federazione democratica capace di andare oltre la ristrettezza politica dello Stato nazione. Il fine a cui avrebbe dovuto rispondere tale visione federalista, come scriveva nel 1947, restava per lui quello di dare vita a «una società dei popoli libera dai miti della sovranità, una forza rivoluzionaria che non si appoggia sulla polizia e una libertà umana che non sia di fatto asservita al denaro».

C. non si nascondeva le difficoltà insite in tale azione, che considerava necessaria ai fini della piena riuscita dell’auspicata rivolta contro il mondo nichilistico che lo circondava. Ricordava che, restando tale Europa toujours à faire, occorreva intanto dare un contenuto ai valori europei, senza per questo tralasciare la lotta politica. Si proponeva, quindi, di fare il possibile per influire sulla storia sostenendo che il compito di un intellettuale fosse quello di preparare il terreno sul piano culturale in modo che, al momento voluto, i “valori necessari” potessero servire “come fermenti” per una nuova creazione. Tale lavoro, da svolgere all’interno del dibattito pubblico europeo, era a suo avviso indispensabile. Infatti, come sottolineava, «il principale nemico di una civiltà è generalmente se stessa».

Tommaso Visone (2017)




Cañellas i Balcells, Anton

C. (Barcellona 1923-Sant Cugat del Vallès 2006) si laureò in Diritto presso l’Università della capitale della Catalogna. Nel 1946, clandestinamente, fu uno dei fondatori della Juventud catalana demócratica e l’anno successivo delle Juventudes de Unió Democrática de Catalunya (UDC), uno storico partito nazionalista di ideologia democratico-cristiana. Fece poi parte del primo Segretariato del Consiglio catalano del Movimento europeo, costituito a Parigi nel giugno 1949 insieme a Enrique Adroher detto Gironella, Joan Sauret, Josep Sans, Josep Rovira ed Heribert Barrera. Attivo militante dell’opposizione democratico-cristiana al franchismo, dopo il Congresso di Taormina del 1965, che rappresentò l’atto di nascita dell’Unione europea dei democratico-cristiani (UEDC), ricoprì varie cariche nell’esecutivo del nuovo soggetto politico internazionale e nel contempo partecipò alla formazione in Spagna di un gruppo democratico-cristiano. In quegli anni collaborò inoltre a diverse iniziative culturali promosse dall’opposizione cattolica catalana, e in particolare con la casa editrice Nova Terra e la rivista “Oriflama”, e intervenne nella fondazione della Societat catalana d’estudis iúridics, econòmics i socials, filiale del Institut d’estudis catalans e del Centro de estudios europeos, di cui fu nominato segretario. Dapprima in veste di segretario e poi in qualità di presidente della Asociación de amigos de las Naciones Unidas, C. si recò negli Stati Uniti, dove fu ricevuto dal Presidente John F. Kennedy e da altre personalità del mondo della politica e dell’università. Nel 1976 fece parte della delegazione spagnola che firmò, nella sede dell’ONU, i Patti politici ed economici in tema di Diritti dell’uomo; fu inoltre membro dell’associazione cattolica Justicia y paz, particolarmente attiva nella difesa dei diritti umani durante gli ultimi anni del franchismo.

Al termine della dittatura, C. guidava la UDC, partito che rappresentò nel 1976 durante i negoziati con il governo sulla Legge di riforma politica, cercando di attrarre i settori moderati della democrazia cristiana e della borghesia professionale catalana, come il Centre Catalá. Alle elezioni del giugno 1977 C. capeggiava invece la lista della coalizione Unió del centre i la Democràcia cristiana catalana (UCDCC). Benché fosse stato eletto nell’occasione deputato nell’Assemblea costituente, inserendosi in Parlamento all’interno della minoranza regionalista basco-catalana, i risultati negativi della coalizione, che aveva ottenuto un modesto 5,6% dei voti e due soli seggi, portarono a una grave crisi interna. Così, durante i lavori del VI Congresso della UDC, celebrato nell’ottobre 1977, la proposta di C. di dar vita in Catalogna a un “grande centro”, comprendente anche la Unión de centro democrático (UCD), partito di governo, si scontrò con l’opposizione della maggioranza del suo partito, più favorevole a un’unione nazionalista di centro-sinistra. La rottura avvenne nel novembre del 1978: la UDC formalizzò l’accordo elettorale con Convergència democràtica de Catalunya (CDC), che avrebbe portato alla formazione di Convergència i unión (CiU), e il VII Congresso della UCD approvò l’espulsione di C. dal partito. Con la ex minoranza della UCD egli fondò quindi la Unió democràtica-centro ampli (UDCA), che, dopo poche settimane, sarebbe entrata nella coalizione elettorale Centristes de Catalunya-UCD. Alle elezioni legislative del marzo 1979 la nuova coalizione ottenne un buon risultato, con il 19% dei voti, e nel dicembre dello stesso anno un congresso tenutosi nella città di Girona unificò la UCD, la Unión de centro de Cataluña (UCC) e la UDCA: C. venne eletto presidente della nuova formazione.

Come deputato del Parlamento spagnolo C. avrebbe poi presieduto la commissione di Presidenza del governo, e avrebbe fatto parte delle commissioni Affari esteri e Competenze legislative. Inoltre, avrebbe partecipato all’attività della commissione di parlamentari catalani incaricata di negoziare e redigere lo Statuto di autonomia della Catalogna. Alle prime elezioni catalane del marzo 1980 ottenne il seggio come deputato, nonostante gli scarsi risultati ottenuti dalla sua coalizione CC-UCD, e, a sua volta, il Parlamento della Catalogna lo designò senatore nazionale. L’anno seguente, dopo la scomparsa della coalizione CC-UCD, C. abbandonò l’attività politica per andare a dirigere prima il Consiglio sociale dell’Università autonoma di Barcellona e poi l’Ospedale generale della Catalogna.

Nel febbraio 1993 C. fu eletto Sindic de Greuges de Catalunya (una sorta di Difensore civico), incarico che gli venne rinnovato nel febbraio 1998 e che lo condusse, tra il 2000 e il 2002, alla presidenza dell’European ombudsman institute. Nell’ambito di questa attività, si impegnò per un effettivo riconoscimento e per la salvaguardia dei diritti dei cittadini dell’Unione europea (UE), con carattere vincolante per tutte le Istituzioni comunitarie e i paesi membri, sia mediante una semplificazione dei trattati vigenti, sia attraverso l’inclusione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel testo della Costituzione europea. Inoltre, egli propose di inserire tra questi diritti anche i servizi pubblici di interesse generale, in modo da garantire sia l’uguaglianza d’accesso per tutti i cittadini della UE, con speciale attenzione verso i settori più svantaggiati, sia l’adattamento di tali servizi alle nuove esigenze e ai progressi tecnologici. Per quanto riguarda poi le effettive modalità di intervento a salvaguardia di suddetti diritti, C. propose uno studio sulla possibilità di far sì che l’Ombudsman, o Difensore civico europeo, fosse legittimato a presentare un ricorso alla Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea) nel caso in cui ritenesse che le istituzioni comunitarie o gli Stati membri, nella loro applicazione del diritto comunitario, avessero trasgredito i diritti fondamentali riconosciuti dai trattati o dalla Costituzione europea: qualcosa di simile, cioè, alla possibilità di ricorso al Tribunale costituzionale contemplata dalla Costituzione spagnola del 1978. A suo avviso si sarebbe trattato, insomma, di offrire ai cittadini della UE la possibilità di accedere direttamente alla Corte di giustizia, al Parlamento europeo tramite la sua Commissione delle petizioni (v. Diritto di petizione), e al Difensore civico dell’Europa o di uno degli Stati membri, in difesa dei propri diritti individuali.

Javier Munoz Soro (2012)




Capotorti, Francesco

C. (Napoli 1925-ivi 2002) conseguì a Napoli nel 1945 la laurea in Giurisprudenza. Nominato assistente presso la cattedra di Diritto internazionale, seguì l’abituale cursus honoris della carriera universitaria ottenendo la titolarità della cattedra di Istituzioni di diritto pubblico nel 1954. Docente presso le università di Cagliari, di Bari e successivamente di Napoli, si trasferì finalmente a Roma nel 1974 come professore di Diritto internazionale privato rimanendo in ruolo sino al 1994. La versatilità della sua formazione è testimoniata anche dai suoi impegni didattici, che oltre alle discipline del diritto internazionale hanno spaziato sui versanti del diritto pubblico, costituzionale, della storia dei trattati e della politica internazionale, della dottrina dello Stato.

L’attenzione verso uno spettro non unilaterale di problematiche giuridiche si rifletteva sulla sua produzione scientifica. Se i primi lavori, condensati nel volume L’occupazione nel diritto di guerra (1949), erano rivolti allo studio del diritto bellico, l’interesse si spostava subito dopo sul diritto statale e comunitario, al quale C. avrebbe rivolto col passare del tempo la maggior parte del suo impegno non accademico. Dopo aver licenziato un volume su La nazionalità delle società (1953), egli si dedicava a circoscrivere il campo d’azione del diritto internazionale privato (Premesse e funzioni del diritto internazionale privato, del 1961), per poi approfondire singoli aspetti ed organismi del diritto internazionale (si consideri per esempio Le prospettive d’azione delle Nazioni Unite in materia di libertà di informazione, del 1964). Ma l’impegno scientifico si intersecava sin dai primi anni cinquanta con la contingenza politica, che sollecitava gli studiosi del diritto internazionale a rivolgere l’attenzione ai problemi della nascente comunità europea (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio). C. fu tra i primi a inoltrarsi nel terreno del diritto comunitario, con una serie di studi descrittivi su istituzioni e fonti giuridiche, ma anche analitici in merito a problematiche specifiche, dalla concorrenza al diritto delle società.

La pur ragguardevole produzione giuspubblicistica era tuttavia posta in ombra dal ruolo di consulente ricoperto da C. per conto del governo italiano presso i principali organismi internazionali, che ne fecero uno dei più attivi protagonisti dell’integrazione comunitaria (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Fu tra il 1960 e il 1973 il rappresentante italiano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e successivamente membro del Comitato speciale delle Nazioni Unite per la questione della definizione dell’aggressione e componente della sottocommissione delle Nazioni Unite per la lotta contro le misure discriminatorie e la protezione delle minoranze. Ma soprattutto ricoprì dal febbraio 1976 la funzione di giudice presso la Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea) e dall’ottobre dello stesso anno, e sino al 1982, di avvocato generale presso la medesima Corte.

Apprezzato per l’equilibrio dei suoi giudizi e la competenza dell’impostazione dottrinaria, in Lussemburgo C. avuto ebbe modo di lavorare a stretto contatto con gli artefici del progetto di integrazione europea, in particolare con il presidente della Commissione istituzionale Altiero Spinelli, del quale divenne uno dei più assidui collaboratori. Nel 1983 curò, insieme ai giuristi Meinhard Hilf, Francis Jacobs e Jean-Paul Jacqué, la stesura definitiva del progetto di trattato di Unione europea portato all’approvazione del Parlamento europeo dallo stesso Spinelli. In quella circostanza, che rappresentò un passaggio fondamentale nella costruzione dell’edificio politico-costituzionale dell’Unione europea, il suo contributo fu apprezzato come decisivo da Spinelli, che ne auspicò la candidatura per le successive elezioni al parlamento europeo (v. anche Elezioni dirette del Parlamento europeo) in qualità di indipendente per la lista del partito comunista. C., da sempre vicino al partito socialista, preferì proprio in quel momento allontanarsi dalla ribalta politica, tornando a occupare la postazione a lui più consona e defilata dello studioso.

Paolo Varvaro (2010)