Gaillard, Félix

G. (Parigi 1919-Jersey 1970), eredita una vocazione politica familiare saldamente radicata nel territorio della Charente. Il bisnonno e poi il nonno hanno esercitato responsabilità locali: il primo è stato sindaco di Barbézieux, consigliere di arrondissement e consigliere generale della Charente, mentre il secondo gli succederà a capo dell’Assemblea dipartimentale. Il padre, sebbene sia meno impegnato in politica, resta attivo negli ambienti radicali.

La sconfitta della Francia nel 1940 risveglia la coscienza esigente del giovane G. Laureato in legge, dopo aver ottenuto il diploma dell’École libre des sciences politiques e, nel 1942, quello di studi superiori in economica politica, conclude il suo brillante corso di studi nel 1943 entrando nell’Ispettorato delle Finanze, a fianco di Jacques Chaban-Delmas. Sedotto in un primo tempo dalle tesi della Rivoluzione nazionale, alla fine si impegna nella Resistenza, diventando collettore di fondi destinati alle organizzazioni clandestine di resistenza. A 25 anni, grazie a quest’impegno, diventa il vice di Alexandre Parodi, delegato generale del Comitato francese di liberazione nazionale, poi suo capo di gabinetto quando quest’ultimo è nominato ministro del Lavoro nel governo provvisorio della Repubblica francese (1944). Tuttavia, è a Jean Monnet, commissario al Piano, che G. riconosce di aver svolto il ruolo più significativo nella sua formazione di uomo di Stato pragmatico e di europeo convinto. Parte con Monnet in missione alla volta degli Stati Uniti come capo di gabinetto (settembre 1944-novembre 1946), acquistando così un’esperienza internazionale. Il suo mentore delineò un ritratto lusinghiero del suo giovane collaboratore: «La sua intelligenza e la sua capacità di assimilazione eccezionale lo destinavano a percorsi rapidi e brillanti. Doveva imboccare ben presto quello della politica, il solo sbocco possibile per la sua ambizione impaziente ed elevata» (v. Monnet, 2007, p. 323).

Nelle elezioni legislative del 10 novembre 1946, in effetti, G. comincia a realizzare la profezia della sua giovinezza («Sarò consigliere municipale, sindaco, poi deputato e ministro»), grazie al sostegno di Jacques Chaban-Delmas e di Henri Queuille, conquistando nello schieramento radicale un seggio di deputato della Charente. A 28 anni, considerato uno degli elementi più promettenti della nuova generazione di tecnici passati al servizio dello Stato, diventa sottosegretario di Stato agli Affari economici (novembre 1947-luglio 1948), chiamato, come il suo amico Maurice Bourgès-Maunoury, da René Mayer, ministro radicale delle Finanze e degli Affari economici nel gabinetto di Robert Schuman. È quindi uno dei principali artefici del Piano Mayer, fedele alla visione liberale, che segna il ritorno all’ortodossia economica e finanziaria. Dal 1949 è membro della delegazione francese alla prima sessione dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa: è un fervente sostenitore del pool carbosiderurgico, immaginato da Monnet e proposto da Schuman nel maggio 1950.

Torna ad assumere responsabilità di governo a partire dall’agosto 1951 come segretario di Stato alla presidenza del Consiglio nei ministeri di René Pleven, Edgar Faure, Antoine Pinay e Mayer. Fra le numerose attribuzioni della sua funzione G. si occupa del Commissariato all’energia atomica. Nel 1949 è intervenuto nell’emiciclo del Palais-Bourbon per difendere il Commissariato e la sua ubicazione a Saclay. Al governo fa adottare, nel luglio 1952, un piano quinquennale di sviluppo dell’atomo. Le sue convinzioni europee e atlantiste lo inducono a sostenere il progetto di Comunità europea di difesa (CED), che gli sembra offrire solide garanzie contro la rinascita della potenza militare tedesca. Deluso e diffidente dopo il fallimento della CED, rifiuta di votare gli accordi di Parigi nel dicembre 1954. Nel corso di questi anni si impegna costantemente nella difesa del nucleare ed è nominato presidente della commissione di coordinamento dell’energia atomica nel marzo 1955. Delegato per la Francia nel Comitato Spaak (v. Spaak, Paul-Henri), costituito nel giugno 1955, contribuisce alla creazione del Mercato comune (v. Comunità economica europea) e dell’Agenzia europa dell’energia atomica, Euratom, un’altra idea di Monnet. Vedendo nello sviluppo della politica nucleare della Francia una rivincita simbolica rispetto alla sconfitta del 1940 e una garanzia per l’avvenire, G. avvia, nell’aprile 1958, la preparazione delle esplosioni atomiche nel Sahara.

Nel giugno 1957 la carriera di G. è segnata da una svolta: diventa infatti il più giovane ministro delle Finanze dopo Joseph Caillaux. Il significativo disavanzo di bilancio e l’inflazione galoppante impongono come priorità il risanamento finanziario. Nella prospettiva del grande mercato e della realizzazione del terzo piano di modernizzazione e di infrastrutture, il ministro delle Finanze prende una serie di provvedimenti – fra cui la sospensione della liberalizzazione dei cambi – destinati a ridurre la domanda interna e a stroncare lo squilibrio delle finanze estere. Il progetto di legge finanziaria del 20 giugno 1957 impone la riduzione dei crediti finanziari e la maggiorazione delle imposte. Nell’agosto 1957 G. decide un prelievo del 20% sull’acquisto delle valute. Trasformata in premio per l’esportatore, questa manovra introduce una svalutazione di fatto. Nel mese di settembre il dibattito sulla legge-quadro dell’Algeria, che prevede un collegio elettorale unico e un esecutivo autonomo ad Algeri, mette fine al governo Bourgès-Maunoury.

Ma G., uomo di governo, dispone ormai di un’esperienza e di una autorità da mettere al servizio della Repubblica e, al termine di 36 giorni di crisi ministeriale, è investito dall’Assemblea nazionale dell’incarico di Presidente del Consiglio. Nel suo governo di “difesa repubblicana” sono rappresentati tutti i gruppi parlamentari a eccezione dei comunisti. Il capo del governo più giovane dopo Bonaparte si applica su diversi fronti: la riforma costituzionale per rafforzare il regime repubblicano, la riduzione del disavanzo di bilancio tramite una politica di austerità, la regolazione del problema algerino, il rispetto degli impegni atlantici della Francia e la prosecuzione della costruzione europea. Iscrivendo la sua politica algerina nella linea di quella di Guy Mollet, fedele al mantenimento dell’integrità del territorio nazionale, ottiene il rinnovo dei poteri speciali in Algeria e il voto della legge quadro, al prezzo di importanti regolamenti favorevoli alla popolazione europea. Nel marzo 1958 lancia un piano di patto mediterraneo destinato ad assicurare la difesa del Mediterraneo occidentale, ma anche la sua prosperità e stabilità. Tuttavia, il bombardamento dell’aviazione francese, l’8 febbraio 1958, sul villaggio tunisino di Sakhiet Sidi Youssef, vicino alla frontiera algerina, mette in difficoltà il governo francese e compromette i suoi progetti. Il Presidente del Consiglio, costretto ad accettare una missione americana di buoni uffici, si impegna per fare approvare le sue conclusioni: è messo quindi in minoranza da una coalizione della destra, dell’estrema destra e di una parte della sinistra.

Così gli affari algerini, dopo aver favorito l’ascesa di G. a capo del governo, alla fine ne provocano la caduta dopo cinque mesi e nove giorni. Per questo radicale di 38 anni è l’inizio di una traversata nel deserto. Fino alla morte conserva vari mandati locali, in modo ininterrotto, che lo rendono un importante notabile della Charente, e dal settembre 1958 all’ottobre 1961 assume la presidenza del Partito repubblicano e radical-socialista, ma la sua adesione alla politica di Charles de Gaulle e alla V Repubblica sarà di breve durata. Passa all’opposizione nel 1962, denunciando nell’esercizio del potere gollista un attentato alla democrazia. Sembra pronto a ritornare al potere dopo il ritiro di de Gaulle e l’elezione di Georges Pompidou, ma muore in un incidente il 9 luglio 1970. Grand commis dello Stato, questo neoradicale impregnato di una cultura politica ereditata dalla III Repubblica, simboleggia adeguatamente il rinnovamento del Partito radicale, che mette i suoi giovani talenti al servizio della costruzione europea.

Sabine Jansen (2012)




Gaitskell, Hugh

G. (Londra 1906-ivi 1963), uomo politico britannico, è stato ministro nel governo laburista (1946-1951); cancelliere dello Scacchiere (1951) e leader del Partito laburista (1955-1963). Spesso soprannominato “il leader mancato”, G. fu per molti versi il precursore del new Labour. Morì in un momento in cui i laburisti sembravano sicuri di vincere le successive elezioni politiche e di potergli affidare la carica di primo ministro. In un periodo in cui il partito era sull’orlo di una guerra intestina, il potere di G. si radicava nell’ala destra e di centro del partito, tra modernizzatori e molti sindacati. Erano gli anni in cui si stava sviluppando l’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) e molti “europeisti” nel partito erano anche sostenitori di G., anche se l’atteggiamento di quest’ultimo verso la nascente Comunità europea era ambiguo. Come molti altri leader politici britannici nell’immediato dopoguerra, egli riteneva che il Regno Unito si muovesse quasi esclusivamente nell’ambito di tre sfere di potere e influenza: Europa, Commonwealth e alleanza atlantica. Per citare le sue parole: «La maggior parte di noi non si sente solo europea, ma anche al centro del Commonwealth, un Commonwealth che include paesi asiatici e africani molto importanti; non vorremmo avvicinarci sempre più all’Europa se ciò comportasse un indebolimento dell’alleanza atlantica». L’idea, seppure espressa in toni più cauti, era in linea di massima simile a quella di Winston Churchill, per il quale cui se la Gran Bretagna fosse stata costretta a scegliere tra l’Europa e il mare aperto avrebbe sempre optato per la seconda.

La posizione di G. fu sempre coerente; il coinvolgimento con la nascente Comunità europea era auspicabile, ma solo a certe condizioni. Tra queste vi erano la tutela dell’agricoltura britannica, del Commonwealth e dei partner dell’European free trade association (EFTA) (v. Associazione europea di libero scambio); la libertà di condurre una politica estera nazionale indipendente; la capacità di introdurre misure di pianificazione socialista ritenute necessarie per la Gran Bretagna. Egli cambiò di volta in volta la forma, ma non i contenuti. A suo avviso era impossibile che la Gran Bretagna aderisse alla Comunità economica europea in quanto le condizioni per tale Adesione non sarebbero mai state soddisfatte (v. anche Criteri di adesione). In larga misura ciò rifletteva la sua visione dell’obiettivo ultimo dei fondatori della CEE, ovvero un’Europa federale (v. Federalismo). Il suo ragionamento era chiaro. Il problema, affermava G., «non è se riteniamo che sia giusto o sbagliato che gli europei si riuniscano nell’Europa occidentale. Questo è affar loro e può anche essere la soluzione ai loro problemi, ma non è necessariamente la nostra. Perché noi non siamo solo parte dell’Europa, almeno non ancora. Abbiamo una storia differente. Abbiamo vincoli e legami in tutto il mondo».

G. aveva condotto battaglie di principio sulle armi nucleari, sull’adesione britannica all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e sulla nazionalizzazione. Non considerò mai alla stessa stregua le relazioni della Gran Bretagna con l’Europa. In linea generale non si trattava di una questione di principio, bensì di esigenze pratiche. Come ha giustamente osservato Philip Williams, il biografo ufficiale di G., la posizione di quest’ultimo aveva dei punti di contatto con quella di Pierre Mendès France, primo ministro francese all’epoca della proposta della Comunità europea di difesa. Entrambi i politici ritenevano che il futuro economico del loro paese sarebbe dipeso dalle politiche interne e non dalla semplice decisione se aderire o meno.

Dopo che il governo conservatore presentò la prima candidatura alla CEE, il Partito laburista all’opposizione assunse gradualmente una posizione antieuropeista. Durante la sua leadership, G. era stato contestato dall’ala sinistra del partito. Fino al 1962 tutte le battaglie di principio erano state vinte; un partito unito poteva sperare di vincere le imminenti elezioni politiche e di ritornare al governo per la prima volta dal 1951. G. non voleva in alcun modo mettere a repentaglio tale prospettiva per una questione che non riteneva essenziale. Ciò spiega in parte natural tenore del discorso che tenne alla conferenza del Partito laburista del 1962. Il dibattito sul Mercato comune (v. Comunità economica europea) ruotava intorno a una dichiarazione di compromesso costruita accuratamente dal Comitato esecutivo nazionale. Nel suo discorso introduttivo G. prevedeva l’evoluzione di un’Europa federale con una Gran Bretagna che non sarebbe stata più uno Stato indipendente. Anche il Commonwealth britannico sarebbe svanito così come un millennio di storia.

G. morì all’improvviso e prematuramente pochi mesi dopo la conferenza. Possiamo solo supporre come si sarebbe evoluta la sua posizione riguardo all’Europa se nel 1964, anziché Harold Wilson fosse diventato lui primo ministro del governo laburista. La posizione di G. riguardo all’adesione alla CEE fu per lo più pragmatica, ma egli riuscì anche a capirne i principi intrinseci e a riconoscerli pubblicamente, soprattutto l’obiettivo di un’Europa federale. Un obiettivo che non fu riconosciuto né quando la Gran Bretagna alla fine aderì alla CEE né in seguito da nessun leader del governo britannico.

Stanley Henig (2010)




Gaja, Roberto

G. (Torino 1912-Roma 1992) entrò in diplomazia nel 1937, assolvendo i primi incarichi all’estero a Hannover e Bastia. Rientrato a Roma nel febbraio 1943, raggiunse, dopo l’8 settembre, il ministero che si ricostituiva a Salerno, ove divenne collaboratore del segretario generale, Renato Prunas. Dopo la guerra, fu chiamato a far parte della Rappresentanza italiana presso il territorio libero di Trieste, poi a Tripoli, per prepararvi la costituzione del regno senussita, a Parigi e a Sofia. Ricoprì le cariche di direttore degli Affari politici (1964-1969), segretario generale (1969-75) e Ambasciatore a Washington, dove concluse la carriera nel 1977. Fu successivamente direttore della rivista “Affari esteri”, dal 1978 alla scomparsa, docente di relazioni internazionali, editorialista di politica estera e scrittore (tra le sue opere spicca la biografia di un grande diplomatico suo conterraneo, che guidò per un quindicennio la politica del regno sardo e ne rinnovò l’amministrazione: Il marchese d’Ormea, pubblicato nel 1988).

Nel ricordo di quanti collaborarono con lui, G. era per molti versi il diplomatico della belle époque, dai modi riservati e cortesi. Ma fu soprattutto un caparbio sostenitore dell’ancoraggio dell’Italia all’Europa e all’Occidente. Non si può capire un uomo e un funzionario della sua generazione senza riandare alla crisi dell’8 settembre 1943, su cui scrisse in tarda età pagine rivelatrici. L’auspicio di un ritorno dell’Italia nel consesso delle nazioni libere e democratiche contribuì a far superare a G. il duplice trauma della disfatta e della fine della monarchia che per lui, “sabaudo di cappa e spada”, rappresentò un momento molto difficile. Ma G. era uomo che sapeva distinguere i sentimenti dalla ragione e si rivelò uno dei grands commis più efficaci che la nuova diplomazia italiana potesse annoverare sul palcoscenico internazionale.

G. non fu, in senso stretto, uno degli artefici della politica europeista dell’Italia, come lo furono, nella stessa generazione, il suo “eterno rivale” Roberto Ducci, o ancora Attilio Cattani, Giorgio Bombassei, Eugenio Plaja, Francesco Guazzaroni, e i più giovani Renato Ruggiero, Raniero Vanni d’Archirafi e Pietro Calamia. Non si trovò mai in sede a Bruxelles e la sua carriera fu quella di un classico “bilateralista” e un “atlantista”, con una tarda ma importante missione a Washington, che non sfigurò dopo quelle, di ben maggiore durata, di Manlio Brosio, Sergio Fenoaltea ed Egidio Ortona, precedendo altri colleghi, due dei quali, Boris Biancheri e Ferdinando Salleo, avrebbero anche seguito le sue orme quali segretari generali del ministero. G. apparteneva a una tradizione per la quale diplomazia era ancora sinonimo di cultura umanistica, non solo di arido tecnicismo. Era inoltre permeato di valori cristiani, a cominciare dalla pace (anche se non disarmata). Si spiega così la dedica di un suo libro a Giorgio La Pira.

Eccellente organizzatore, G. fu uno degli artefici della prima, fondamentale riforma dell’ordinamento dell’amministrazione degli Affari esteri (D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 18). Vi era già adombrata la necessità di preparare i funzionari italiani ai compiti di una diplomazia europea, come ora previsto espressamente dall’art. III-296 c. 3 del Trattato costituzionale (servizio europeo per l’azione esterna) (v. Costituzione europea; Trattato di Lisbona). G. si batté anche per la creazione di una scuola di formazione del ministero e fu tra i promotori dell’odierno Istituto diplomatico.

La vocazione europeista di G. nacque da tre fattori congiunti: il collasso della nozione di grande potenza sul continente, che aveva alimentato in trent’anni due guerre civili europee divenute guerre mondiali e risolte solo dall’intervento extraeuropeo; la conseguente subordinazione dell’Europa nelle sfide strategiche della Guerra fredda ormai dominate dal confronto nucleare; l’allontanamento dall’Europa, quale entità di riferimento, delle ex colonie dell’Africa e del mondo arabo. Concettualmente, il punto di partenza era per lui «la decadenza politica dell’Europa» (v. Gaja, 1986, pp. 48 e ss.), che poteva trovare un correttivo solo attraverso l’unità del nostro continente. Il paradosso del secondo dopoguerra era infatti che un’Europa sempre più ricca e dinamica, ormai grande potenza anche finanziaria e commerciale, aveva dovuto registrare una perdita d’influenza nei confronti di Stati Uniti, Russia e, un domani non lontano, anche Cina. Anche per questo, G. fu uno dei sostenitori del riconoscimento italiano della Cina comunista, nonostante certe perplessità d’oltre Atlantico, intuendo il potenziale di scambi tra l’Europa e il mercato cinese: tema, come si vede, oggi nuovamente di attualità.

Ma fu essenzialmente sui problemi strategici e sul fattore nucleare che G. si cimentò come studioso e protagonista della diplomazia, in una serie di saggi che furono tra i primi dedicati in Italia a questa materia (pubblicati sotto lo pseudonimo di R. Guidi: v., 1959 e 1964). Il ridimensionamento postbellico dell’Europa comportava per gli stati del vecchio continente, in particolare per l’Italia, una scelta di campo atlantica, che andava tuttavia attuata nella consapevolezza che «L’Italia è una potenza esclusivamente europea e la nostra importanza è legata all’importanza collettiva dell’Europa», come scrisse trenta e più anni fa (v. Serra, 1970). Deterrente regionale e ancorato alle strategie dell’Alleanza atlantica; tale, nondimeno, da restituire agli europei il senso di una missione comune e non più da “debitori netti” di sicurezza nel confronto Est-Ovest.

Questa ipotesi subì una netta inversione con il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) di cui G. fu uno dei principali negoziatori per l’Italia, per quanto negoziatore sofferto in quanto le sue convinzioni non collimavano sempre con le istruzioni che riceveva. L’adesione del nostro paese al trattato, nel gennaio 1969 rappresentò una scelta difficile, che corrispondeva però a un’ampia convergenza politica interna: non per nulla, fu presa dal governo di centro-sinistra, con l’apporto del Partito comunista italiano. Il trattato riconosceva in larga misura gli interessi convergenti delle potenze nucleari, di fatto USA e URSS, rispetto alle prospettive di una deterrenza nucleare europea, che l’Italia aveva precedentemente perseguito, sia pure con varie attenuazioni, insieme con Francia e Germania. È vero che l’opzione europea era diventata meno realistica da quando il generale Charles de Gaulle aveva avviato il programma della “force de frappe”, ed era probabilmente tramontata a Nassau, nel dicembre 1962, quando, con grave irritazione del generale, John Kennedy e Harold Macmillan si accordarono per la fornitura di missili Polaris al Regno Unito. Nondimeno, mancava un atto internazionale che sancisse l’irreversibilità per gli altri europei della rinuncia all’arma atomica e non vi era, secondo G., ragione di farlo, perlomeno in mancanza di adeguate contropartite.

Anni dopo, tornando a riflettere su quella vicenda, G. riconobbe che il TNP era «obiettivamente un accordo anti-europeo» (v. Gaja, 1986), che vanificava quella “clausola europea” che l’Italia (ossia, il negoziatore G.) si era battuta per far inserire nel testo. In tal modo, la sicurezza dell’Europa veniva affidata definitivamente alle armi nucleari americane. Ma ciò comportava il pericolo che l’URSS potesse accedere prima o poi all’obiettivo di “denuclearizzare” e controllare il vecchio continente. Una strategia che si delineò, subito dopo l’entrata in vigore del TNP, nel 1970, con la lunga battaglia degli euromissili.

Con la fine del confronto Est-Ovest e l’avvio della “bipolarità zoppa”, come la definì G., l’idea di un’Europa quale potenza nucleare regionale era destinata a perdere qualsiasi significato residuo. Molto più rilevante diventavano, ai suoi occhi, la collaborazione europea nel campo della ricerca spaziale, soprattutto nei settori più innovativi dell’energia applicata allo spazio, dalle incalcolabili conseguenze anche sulla tutela e lo sviluppo dell’ambiente: «L’Europa, se vuol sopravvivere, deve realizzare al più presto una sua dimensione spaziale di tale impegno, grandezza e sofisticazione da rendere inevitabile la sua partecipazione a qualsiasi trattativa fra Stati Uniti e Russia in proposito» (ibid.). Occorreva, insomma, evitare di ripetere l’errore già compiuto sul nucleare.

Questo messaggio riappare, con una nota di preoccupazione in una raccolta di scritti che G. non poté ultimare, per la morte improvvisa (v. Gaja, 1995). Come molti diplomatici che avevano attraversato dall’inizio alla fine l’esperienza della Guerra fredda, con le sue dure ma in buona misure prevedibili realtà, G. aveva salutato con molte speranze ma anche con realismo il nuovo scenario aperto dalla caduta del muro di Berlino (v. Germania). Ne intuiva le inedite aperture, ma temeva il risorgere violento del nazionalismo e la crescita dell’anarchia internazionale. Intuiva anche la deriva che avrebbe portato dal mondo bipolare alla “bipolarità zoppa” fino all’unilateralismo. Il rischio che un’Europa, unita “ma non troppo”, avviata al federalismo, ma percorsa da refoli sciovinisti, prospera ma restia a pagare per la propria sicurezza, non sapesse cogliere le opportunità offerte dal dopo Guerra fredda e dalla “de-ideologizzazione” della politica estera è il punto finale della riflessione di G. Egli vedeva in principio con favore l’Allargamento dell’Unione europea all’ex Europa comunista, di cui conosceva il potenziale, sin dai tempi della missione a Sofia; ma era meno attratto dalla realizzazione di un’Unione a più velocità, che avrebbe reso più difficile la formazione di un’identità comune di politica estera e di difesa (v. anche Politica estera e di sicurezza comune; Politica europea di sicurezza e difesa). Nella sua lunga ed esemplare carriera, aveva visto l’Europa soccombere troppo spesso ai nemici esterni e interni, per non sentirsi autorizzato a rivolgere questo monito alla nuova generazione destinata a tradurre in realtà la costituzione per l’Europa.

Maurizio Serra (2010)




García, Julián Gómez (Gorkin)

Julián Gorkin, pseudonimo di Julián Gómez G. (Benifairó de les Valls, Valencia 1901-Parigi 1987). Politico, scrittore e giornalista, figlio di un carpentiere aragonese di idee repubblicane e anticlericali, si trasferì molto presto assieme alla propria famiglia nella città di Valencia. Qui G. si accostò al socialismo attraverso la lettura dei classici europei e, influenzato dal libro I tre di Maksim Gor’kij, decise di cambiare il suo cognome, molto comune in Spagna, in Gorkin. Affascinato dal repubblicanesimo di Vicente Blasco Ibáñez, nel 1917 entrò nel sindacato degli impiegati dell’anarchica Confederación nacional del trabajo (CNT) e un anno più tardi era già Segretario generale dei Giovani socialisti di Valencia e direttore del loro giornale “La Revuelta”. In un contesto storico segnato dalla Rivoluzione sovietica, nel 1921 si verificò una scissione all’interno del Partido socialista obrero español (PSOE), dalla quale sarebbe nato il Partido comunista de españa (PCE). Nel nuovo partito G. ricoprì una funzione rilevante tramite la Federación comunista de Levante, da lui stesso fondata e associata al PCE, e la direzione del settimanale “Acción Sindacalista”, che sarebbe stato per alcuni mesi l’organo ufficiale dell’Internazionale comunista in Spagna e che da quest’ultima era anche finanziato. In quegli anni G. portò a termine un intenso lavoro di propaganda in tutta la regione valenciana approfittando della sua attività di rappresentante di commercio, anche se la sua adesione all’Internazionale comunista lo condusse inevitabilmente a scontrarsi con molti vecchi compagni socialisti. A causa della sua attività politica contro la guerra in Marocco, nel 1921 fu denunciato e costretto perciò a fuggire a Bilbao, da dove, con passaporto falso, raggiunse poi la Francia.

A Parigi G. entrò in contatto con i comunisti spagnoli esiliati dopo il colpo di Stato del generale Primo de Rivera del 1923, così come anche con italiani, polacchi e rifugiati di altre nazionalità. A questo punto egli era già, come avrebbe affermato in seguito nelle sue memorie, un “rivoluzionario di professione” e un agente dell’Internazionale comunista. Fondò vari periodici in castigliano, di esistenza effimera, tra cui “El Proletariado”, “Vida Obrera”, “La Luz” e “La Verdad”, collaborò con il giornale comunista “L’Humanité”, partecipò a varie cospirazioni contro il dittatore Primo de Rivera, viaggiò in vari paesi europei e nel 1924 assistette alla sessioni dell’esecutivo allargato dell’Internazionale, svoltesi a Mosca. Nella capitale sovietica fu testimone dello scontro tra Stalin, Zinov’ev e Kamenev con Lev Trockij, ed entrò in contatto con dirigenti del comunismo internazionale come lo spagnolo José Bullejos, l’italiano Antonio Gramsci e, in particolare, con l’aragonese Joaquín Maurín e il catalano Andreu Nin: entrambi sarebbero diventati compagni inseparabili di G. nel corso della sua successiva evoluzione politica. Arrestato in due occasioni dalla polizia francese, dietro pressioni del governo spagnolo fu espulso a Bruxelles, dove trovò un altro numeroso gruppo di esiliati e fondò il quindicinale “Adelante”. Di nuovo a Parigi con passaporto falso – durante la sua vita utilizzò oltre quello di G., vari nomi fittizi, tra cui Juan Fernández, Luis Sellier, Jean Gall, Ernesto Jungmann e Félix Cuenca – nel 1930, dopo la caduta di Primo de Rivera, gli venne concesso di poter ritornare in Spagna con documenti in regola.

Sempre più vicino alla posizione di Trockij, durante questi anni si produsse il distacco e la definitiva rottura di G. con Mosca, e successivamente alla sua partecipazione al Congresso antifascista di Berlino del 1929, in qualità di rappresentante della delegazione spagnola, egli fu espulso dall’Internazionale comunista. Lavorò quindi per varie case editrici, tradusse in spagnolo La rivoluzione fallita di Trockij e il Teatro della rivoluzione del suo amico Romain Rolland, pubblicò Stefan Zweig, André Gide e numerosi autori progressisti russi, tedeschi, francesi, americani e italiani, tra questi ultimi Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti e Pietro Nenni. Collaborò inoltre al settimanale “Monde” di Parigi, insieme con Angelo Tasca e Henri Barbusse, scrisse le sue prime opere di teatro sociale (Una familia e La corrente), racconti, romanzi (Dias de bohemia) e saggi politici (Capitalismo y Comunismo). Esiliato di nuovo a Parigi dopo il fallimento del tentativo rivoluzionario del dicembre 1930, tornò in Spagna nel maggio 1931, subito dopo la proclamazione della Repubblica.

A Madrid G. riprese la sua attività politica nell’ambito del comunismo dissidente, sebbene i suoi rapporti con Trockij si andassero facendo sempre più difficili. Entrò a far parte della Agrupación comunista madrileña, che aveva una posizione critica nei confronti del PCE, ma in seguito al rientro della maggior parte dei suoi militanti nella linea ufficiale, nell’ottobre 1932 fondò la sezione madrilena della Federación comunista ibérica, affiliata al Bloc obrer i camperol (BOC) di Maurín, il principale partito comunista indipendente dal PCE. Entrato nel BOC nel 1933, tornò a Valencia per dirigere il suo organo “La Batalla” e per contribuire alla grande crescita del partito nella regione levantina. Dopo il fallimento dello sciopero generale dell’ottobre 1934, G. fuggì nuovamente in Francia, dove organizzò e poi diresse la Segreteria generale del Comitato dei rifugiati politici, comitato che era formato da BOC, PSOE, PCE e dall’Unión general de trabajadores (UGT); inoltre G. pubblicò il periodico “Adelante” e redasse, insieme a Manuel Grossi, il libro La Insurrección de Asturias. Tornato a Valencia a metà del 1935, partecipò all’Unione del BOC e della trockijsta Izquierda comunista de España di Nin, che diede vita al Partido obrero de unificación marxista (POUM), e difese inoltre l’alleanza con il resto delle forze antifasciste, alleanza che avrebbe portato alla formazione del Fronte popolare, trionfatore nelle elezioni del febbraio 1936. Durante la guerra si trasferì a Barcellona per dirigere “La Batalla” e guidò la Segreteria internazionale del partito, dedicandosi a far conoscere all’estero le posizioni del POUM attraverso la promozione di attività politiche e la diffusione di testate come “La Révolution espagnole”. Dopo i drammatici fatti del maggio 1937, per la pressione esercitata in tal senso dai comunisti G. fu arrestato, processato e condannato, e solamente grazie alla liberazione da parte dei suoi custodi un’ora prima dell’ingresso a Barcellona delle truppe franchiste riuscì a raggiungere la Francia.

A Parigi diresse la Segreteria generale del POUM e quella del Centro marxista internazionale, costituita da partiti comunisti indipendenti, prima di dirigersi in Messico agli inizi del 1940. Nella capitale messicana tornò a occuparsi di giornalismo e saggistica politica, diresse la rivista POUM e fondò le riviste “Análisis. Revista de hechos e ideas” e “Mundo. Socialismo y Libertad”, oltre ad alcune case editrici. L’esperienza della guerra civile, con la repressione portata a termine dal PCE, lo segnò profondamente e determinò la sua evoluzione verso la socialdemocrazia negli anni del dopoguerra, che si svolse parallelamente a quella di altri leader del POUM come, ad esempio, Maurín. L’antistalinismo divenne allora il principale obiettivo politico di G., che lo denunciò in vari libri come Caníbales políticos: Hitler y Stalin en España (1941), La GPU prepara un nuevo crimen (con Gustav Regler, 1942), Los problemas del socialismo en nuestro tiempo (con Paul Chevalier, 1944), Europa ante el socialismo o la muerte (1946), La vie et la mort en URSS. Temoignage du général “El Campesino” (1950), e soprattutto, Así asesinaron a Trockij (1948 in francese, inglese, italiano, svedese, tedesco e olandese, e nel 1950 in castigliano), nel quale rivelò le circostanze e la vera identità dell’assassino: il comunista spagnolo Ramón Mercader.

Nel 1948, nella speranza che gli alleati provocassero la caduta di Franco, G. tornò a Parigi e con un altro vecchio dirigente del POUM, Enrique Adroher Gironella, costituì il Movimento socialista per gli Stati Uniti d’Europa. Nel 1953 fu tra i fondatori del Congreso por la libertad de la cultura e passò a dirigere il suo periodico, “Cuadernos del congreso por la libertad de la cultura”, propiziando l’avvicinamento degli intellettuali liberali dell’esilio, come Salvador de Madariaga, forse il più noto tra gli europeisti spagnoli di quegli anni, Ferrater Mora o Américo Castro, con quelli dell’interno che si erano nel frattempo allontanati dal franchismo, come Dionisio Ridruejo, José Luis L. Aranguren o Camilo José Cela. Queste iniziative, rivolte specialmente all’America Latina, dove era molto forte la presenza di partiti comunisti, si caratterizzavano per il loro netto anticomunismo e per il sostegno ricevuto da parte di alcune fondazioni statunitensi, cosicché G. venne accusato da alcuni gruppi di esiliati di essere finanziato dagli USA e, persino, di essere egli stesso un agente della CIA, accusa quest’ultima che egli sempre respinse sdegnosamente. Fra il 1954 ed il 1960 realizzò varie visite in America Latina, pubblicò De Lenin a Malenkov. ¿Coexistencia o guerra permanente? (1954), Marx y la Rusia de ayer y de hoy (1956) ed España, primer ensayo de democracia popular (1961), il romanzo La muerte en las manos (1956) e il volume Teatro histórico-político (1961).

Nella primavera del 1962 G. fu inoltre, insieme ad Adroher Gironella e José María Gil-Robles y Quiñones, uno dei principali organizzatori del Congresso di Monaco del Movimento europeo, nonostante il suo apporto rimanesse un po’ in ombra. L’anno seguente fondò il Centro di documentación y estudios, presieduto da Madariaga, che più tardi gli sarebbe servito da base per lanciare, insieme a Ridruejo, la nuova rivista “Mañana. Tribuna democrática española”, pubblicata a Parigi tra il 1965 ed il 1966. Nonostante la sua breve esistenza, la rivista si trasformò in una delle principali pubblicazioni dell’opposizione, e dalle sue pagine G. propugnò la riconciliazione tra gli spagnoli, l’avvicinamento tra l’esilio esterno e il dissenso interno e una via d’uscita democratica e pacifica dalla dittatura franchista che, allo stesso tempo, allontanasse il pericolo comunista e collocasse la Spagna a pieno titolo nel quadro di un’Europa unita, federale e socialdemocratica (v. anche Federalismo). Nel 1971 entrò nel PSOE.

Javier Muñoz Soro (2012)




Gaudet, Michel

G. (Parigi 1915-ivi 2003) dopo gli studi alla facoltà di giurisprudenza della Sorbona e all’École libre de Sciences politiques, nel 1942 inizia la carriera al Consiglio di Stato entrandovi come uditore. Nel 1945 è nominato consigliere giuridico del Protettorato francese in Marocco. Tre anni dopo torna al Consiglio di Stato come maître de requêtes (relatore sui ricorsi). Dal 1949 al 1950 è direttore del gabinetto del segretario di Stato alle Finanze e agli Affari economici, Lionel de Tinguy du Pouët. Diventa consigliere di Stato nel 1964, Consigliere di Stato onorario nel 1973.

La sua carriera al Consiglio di Stato registra una svolta nel 1952 quando Jean Monnet, presidente dell’Alta autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), su raccomandazione di Maurice Lagrange lo chiama in Lussemburgo. Infatti, nel periodo di fondazione delle strutture della CECA, il presidente dell’Alta autorità ritiene che sia molto importante creare immediatamente una vera e propria équipe in grado di lavorare coesa al suo fianco. Il nucleo originario degli stretti collaboratori di Monnet, a cui si aggiungono molti negoziatori del Trattato della CECA per i sei paesi membri (v. Trattato di Parigi), si arricchisce di nuovi componenti, tra i quali il giurista G.

G. ed il suo omologo tedesco Robert Krawielicki sono nominati a capo del servizio giuridico dell’Alta autorità; per la durata del loro incarico essi lavorano a stretto contatto (perfino nello stesso ufficio). Le domande di pareri da parte dei membri dell’Alta autorità e delle diverse divisioni sono numerose e i pareri forniti dal servizio giuridico costituiscono un elemento essenziale per le decisioni finali del Collegio. «Punto di passaggio obbligato della maggior parte delle note destinate all’Alta autorità, questo servizio, competente, obiettivo, gioca un ruolo sempre più importante» (v. Spierenburg, Poidevin, 1993, p. 96).

Il parere di Monnet sul loro operato è ampiamente positivo: egli ritiene che, nonostante il duetto dei giuristi limiti normativamente le decisioni dell’Alta autorità, il lavoro di questa guadagni «in chiarezza e forza, perché questi spiriti intimamente legati e di uguale elevatezza [fanno] progredire il diritto europeo che essi [concepiscono] come un processo dinamico» (v. Monnet, 1976, p. 564].

In seguito alla nascita, nel 1958, della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea dell’energia atomica (CEEA o Euratom), le tre Comunità creano un Servizio giuridico comune al fine di garantire un’interpretazione coerente dei Trattati e di confrontare i problemi di ordine giuridico posti dalla loro applicazione (v. anche Diritto comunitario). Tuttavia, l’assenza di una sede comune all’Alta autorità della CECA e alle Commissioni di CEE ed Euratom porta a suddividere il Servizio giuridico in tre rami collegati ad ognuno dei tre organi (v. anche Commissione europea). In quell’anno G. diventa così il direttore generale del servizio giuridico degli esecutivi europei specializzato negli Affari del Mercato comune (v. Comunità economica europea), a capo del quale rimane fino al 1969.

Dopo la conclusione della sua vicenda presso la Commissione CEE, l’esperienza a livello internazionale di G. riprende alla fine degli anni settanta: tra il 1978 ed il 1982 G., all’epoca presidente della Federazione francese delle società d’assicurazioni (1970-1981), è presidente del Comitato europeo delle Assicurazioni; dal 1977 al 1988 è presidente (onorario dal 1989) della Corte d’Arbitrato della Camera di commercio internazionale.

Lucia Bonfreschi (2010)




Gazzo, Emanuele

Dopo una serie di viaggi avventurosi compiuti in giovanissima età, G. (Genova1908-Bruxelles 1994) consegue la laurea in Scienze economiche all’Università di Genova. In seguito, assecondando una grande passione personale per la letteratura e la poesia, fonda una piccola casa editrice, la cui conduzione eccessivamente “liberale” gli procura però qualche problema con la censura del regime. Chiamato alle armi nel 1940 come ufficiale di Marina, nel 1943 G. entra nella Resistenza, aderendo agli ideali del socialismo liberale di Carlo Rosselli ma mostrando anche forte simpatia per le idee federaliste (v. Federalismo), allora in fase di diffusione crescente.

Nell’immediato dopoguerra, grazie a numerose esperienze di collaborazione con quotidiani e riviste, ottiene un posto da redattore presso l’agenzia di stampa ANSA, allora presieduta da Lodovico Riccardi. Quando, nel 1952, entra in vigore il trattato sulla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e a Lussemburgo le sue istituzioni entrano in funzione, Riccardi decide di fondare nel Granducato una nuova agenzia di stampa dedicata esclusivamente alle questioni comunitarie ed europee.

Nella nuova “Agence Europe”, il cui primo bollettino esce nel marzo 1953, G. ricopre inizialmente la carica di redattore capo, per divenire in seguito direttore generale e, più tardi, vicepresidente delegato. Dopo una prima fase caratterizzata da qualche difficoltà, in particolare per la generale diffidenza incontrata presso le Istituzioni comunitarie, l’agenzia comincia ad assumere un’autorevolezza crescente come organo d’informazione sulla politica europea. A ciò contribuisce notevolmente la figura di G., vera e propria “anima” dell’agenzia, che riesce a instaurare rapporti sempre più stretti con gli ambienti comunitari senza però rinunciare al proprio rigore professionale e alla necessaria obiettività di cronista. Questo insieme di caratteristiche, che gli varranno una lunga serie di riconoscimenti, faranno progressivamente di “Agence Europe” una fonte imprescindibile per chiunque si debba orientare nei sempre più intricati meandri della vita politica comunitaria.

È comunque negli editoriali, che scrive con assiduità (anche quattro volte per settimana) fino agli ultimi anni della sua vita, in modo rigorosamente separato dal suo ruolo di giornalista informatore, che G. dà spazio alle proprie convinzioni, espresse sempre in modo schietto e senza risparmio di critiche neanche agli aspetti più vistosi e popolari del processo di costruzione europea. Ne è un esempio l’energia con cui nel febbraio 1992 bolla l’“assurda struttura” a 3 pilastri (v. Pilastri dell’Unione europea) del trattato sull’Unione europea firmato a Maastricht (v. Trattato di Maastricht), che definisce come un vero e proprio «mostro giuridico e politico» (“Agence Europe”, 6 febbraio 1992); o, più in generale, l’intransigenza con cui difende costantemente i suoi ideali federalisti, il cui obiettivo non è la creazione di un super Stato centralizzato europeo, ma piuttosto la realizzazione dei principi democratici a un livello più alto e più solido rispetto a quanto avviene negli stati nazionali.

Per tutto il corso della sua vita G. riesce insomma a conciliare una grande passione politica (che peraltro non si limita alla militanza federalista, ma si esprime anche nella partecipazione a battaglie civili di diversa natura, come quella lanciata dal partito radicale nel 1991 per l’abolizione della pena di morte nell’URSS), con il più assoluto rigore professionale, fatto che alla sua morte spinge l’Associazione europea dei giornalisti (un’organizzazione fondata nel 1961 da giornalisti degli allora sei paesi membri della Comunità economica europea) a istituire un premio europeo di giornalismo intitolato a suo nome.

Lorenzo Mechi (2010)




Genscher, Hans-Dietrich

G. nasce il 21 marzo 1927 a Reideburg (Saalkreis) nei pressi di Halle, nel Sachsen-Anhalt, uno dei Länder Orientali. Durante il secondo conflitto mondiale milita, sia pure per pochi mesi, nella Wehrmacht, prima di cadere prigioniero degli alleati. Al termine della guerra ritorna a Halle, dove s’iscrive al Partito liberaldemocratico (LDPD). Nel 1949 consegue la laurea in giurisprudenza e tre anni dopo abbandona la Repubblica Democratica Tedesca per rifugiarsi nella Germania Ovest (v. Germania). Anche nella Repubblica federale G. resterà liberale: dal 1952 in poi sale tutti i gradini della carriera politica all’interno della Freie demokratische Partei (FDP), fino ad assumere la carica di presidente federale (1974-1985). Eletto al Bundestag nel 1965, G. è uno dei fautori della prima svolta politico-programmatica della FDP che la porterà a non rinnovare l’accordo di coalizione con i cristiano-democratici e, successivamente, dopo l’esperienza della Grosse Koalition, a orientare le sue scelte di coalizione al perseguimento di obiettivi di politica estera, e quindi all’alleanza con i socialdemocratici.

Nel periodo 1969-1974 G. è chiamato a ricoprire l’incarico di ministro degli Interni nella coalizione social-liberale guidata da Willy Brandt. Tra gli avvenimenti più significativi che lo vedono in primo piano si ricordano: il tragico sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco nel 1972 e nel 1974 l’affaire Guillaume, allorché venne in luce come Günther Guillaume, stretto consigliere del cancelliere Willy Brandt, fosse una spia dei servizi segreti della Germania Est. In questa vicenda, che costerà a Brandt le dimissioni da cancelliere. G. gioca un ruolo poco trasparente che, tuttavia, non comprometterà la sua successiva carriera politica. Salito Walter Scheel alla presidenza della Repubblica, G. passa, infatti, nel 1974 al ministero degli Esteri, dove rimarrà per ben diciotto anni, prima a fianco del cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt e poi, dal 1982 in avanti, dopo aver contribuito in prima persona all’avvicendamento al potere della Christlich demokratische Union-Cristlich soziale Union (CDU-CSD), del cristiano-democratico Helmut Josef Michael Kohl.

Il 27 aprile 1992, due mesi dopo la firma del Trattato di Maastricht, G. annuncia, tra lo stupore di molti, le dimissioni dal suo duplice incarico di ministro degli Esteri e di vicecancelliere del governo Kohl. Resterà membro del Bundestag fino al 1998.

È ben nota la rilevanza storica di G.: egli è stato il ministro degli Esteri che per più tempo ha ricoperto questo incarico nella storia della Repubblica federale e che, al contempo, ha guidato il paese verso la riunificazione. D’altra parte, è nel suo operato, nella quantità e nella qualità delle sue azioni, nella linearità e nella coerenza di fondo espressa dalla sua politica, che va ricercata l’essenza più profonda di quella che, retrospettivamente, può essere definita l’“era del genscherismo”. Osservando le diverse tappe in cui lo sviluppo della politica estera tedesca sotto la sua guida si è articolato, è comunque possibile suddividere il periodo della sua attività all’Auswärtiges Amt in due fasi: una prima fase iniziale, segnata dall’impegno di G. per una politica europea di distensione e di sicurezza nei rapporti tra Est e Ovest, culminata con l’adozione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) nel 1975, e una seconda, per molti aspetti più matura, che lo ha visto tra i principali artefici della riunificazione tedesca e del cammino verso una più stretta integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Con particolare attenzione al processo di costruzione dell’Europa comunitaria, si può ben dire che il ministro degli Esteri G. promosse, con sostanziale continuità durante i suoi diciotto anni di attività, un orientamento inequivocabilmente integrazionista, sia dal punto di vista dell’Allargamento che da quello dell’approfondimento, adoperandosi in prima persona per l’ingresso nella Comunità economica europea dei paesi mediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo), per il potenziamento delle Istituzioni comunitarie che tuttora incarnano la logica sopranazionale (il Parlamento europeo e la Commissione europea) e, contestualmente, per il rafforzamento del livello di cooperazione tra i paesi membri nei settori della Politica estera e di sicurezza comune.

Tuttavia, fu soprattutto a partire dagli anni Ottanta e, in particolare, dopo la svolta del 1982, segnata dall’avvicendamento al potere della CDU-CSU guidata da Kohl, che la figura e l’azione di G. acquisirono un significato e un risalto di primissimo piano in tutte le tappe più importanti che segneranno il processo d’integrazione europea fino alla firma del Trattato di Maastricht. Il neodesignato Cancelliere Helmut Kohl e il riconfermato ministro degli Esteri G. mostrarono, d’altra parte, sin dalle prime relazioni programmatiche, di avere una particolare sintonia nella concezione della politica europea tedesca e di condividere il medesimo ordine delle priorità da seguire negli anni a venire. Significativo il fatto che lo stesso G. definirà nelle sue memorie la politica europea come un vero e proprio “anello di congiunzione” (Bindeglied) della coalizione cristiano-liberale (v. Genscher, 1995, p. 368). Più precisamente, sia G. che Kohl consideravano la politica europea prima di tutto come un elemento centrale e costitutivo della politica estera tedesca, nonostante la sua implementazione non sempre avvenisse in settori e con strumenti di politica estera. Tale concezione veniva giustificata da un lato alla luce della consapevolezza storica che la partecipazione della Germania Ovest al processo d’integrazione europea aveva contribuito in maniera determinante alla sua “riabilitazione” e alla sua, sia pure parziale, “emancipazione” sulla scena internazionale, dall’altro con la definizione dell’obiettivo prioritario che veniva ripetutamente identificato nella realizzazione dell’Unione europea.

La visione dell’Unione europea, e con questa la prospettiva di una vera e propria Revisione dei Trattati istitutivi di Roma (v. Trattati di Roma), G., in realtà, l’aveva già rilanciata con il suo discorso (divenuto poi celebre) pronunciato in occasione dell’incontro del Partito liberale tedesco, il 6 gennaio del 1981, quando all’epoca era ancora ministro degli Esteri del governo Schmidt: «L’Europa ha bisogno di un nuovo impulso politico. Essa ha bisogno di un passo visibile in direzione dell’Unione europea. E chiedo: Non è forse giunto il momento finalmente per un trattato sull’Unione europea?» (discorso pronunciato a Stoccarda il 6 gennaio 1981; v. Auswärtiges Amt, 1995, p. 480). Da questo discorso prendeva le mosse anche la prima, importante iniziativa integrazionista di G. per un “Atto europeo”, anche nota come “Piano Genscher-Colombo” in seguito all’adesione del collega italiano Emilio Colombo; un’iniziativa che avrà un ruolo affatto irrilevante nell’ambito del successivo processo di riforma del sistema comunitario, come lo stesso G. avrà modo di ricordare nelle sue memorie: «L’iniziativa ha messo in moto una specie di missile a tre stadi: primo stadio, la solenne dichiarazione di Stoccarda nel giugno del 1983; secondo stadio: l’Atto unico europeo sottoscritto dal Consiglio europeo a Lussemburgo nel dicembre del 1985; terzo stadio: i Trattati di Maastricht del 1991» (v. Genscher, 1995, p. 368).

Il piano Genscher-Colombo conteneva una serie di dichiarazioni di principio sulla necessità di rafforzare la Cooperazione politica europea e l’integrazione economica tra i paesi membri e di perseguire in una prospettiva di lungo periodo l’obiettivo di un’Unione europea. L’iniziativa non era dunque adeguata, data l’assenza di obblighi precisi, a risolvere i problemi che gravavano sulla Comunità europea, con particolare riferimento all’insostenibilità finanziaria del bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea), al problema della condizione di “contribuente netto” della Gran Bretagna (v. Regno Unito), agli effetti distorsivi della Politica agricola comune (PAC) e all’inadeguatezza di un sistema decisionale basato sul principio dell’unanimità (v. Voto all’unanimità), in stretta connessione con il possibile allargamento della Comunità economica europea (CEE) a Spagna e Portogallo, né tanto meno costituiva un documento compiuto da un punto di vista tecnico, tale da poter offrire una base programmatica sufficiente per procedere a una modifica sostanziale dei trattati esistenti. D’altra parte, esso rappresentava comunque un primo importante e, soprattutto, autorevole tentativo di risposta alla situazione di crisi generale in cui versava la CEE all’inizio degli anni Ottanta.

Il piano Genscher-Colombo veniva presentato ufficialmente davanti al Parlamento europeo nel novembre 1981. L’iniziativa cadeva, dunque, ancora nel periodo del cancellierato Schmidt (1974-1982); tuttavia, fu solamente con l’avvento al potere del leader cristiano-democratico Kohl, nell’ottobre 1982, che essa acquisiva, insieme a un sostenitore di primissimo ordine, un maggior peso politico a livello comunitario. Al di là del riferimento contenuto nel discorso d’inizio mandato del cancelliere cristiano-democratico, ben più importante fu la decisione della nuova coalizione di governo di adottare l’iniziativa genscheriana del 1981 come documento programmatico per i lavori del semestre europeo sotto la presidenza tedesca (gennaio 1983-giugno 1983). Nel corso del Consiglio europeo di Stoccarda del giugno 1983, tuttavia, gran parte dei contenuti e degli aspetti più qualificanti dell’iniziativa Genscher-Colombo andarono perduti. Ad iniziare dal termine “Atto” che, dietro pressioni britanniche, veniva sostituito con la dizione ben meno impegnativa di “Dichiarazione solenne sull’Unione europea” (v. Dichiarazione di Stoccarda). Con l’“Atto” veniva eliminata anche la prospettiva di un trattato, dal momento che la “Dichiarazione” non conteneva che un semplice “impegno politico” senza alcun valore giuridico.

Tuttavia, al di là del disappunto per la mancata realizzazione del piano “italo-tedesco”, o più precisamente, per il suo, per certi aspetti, prevedibile ridimensionamento, il lavoro della presidenza tedesca, sotto la guida del ministro G., produceva comunque qualche risultato da non sottovalutare. In primo luogo, confezionava un “pacchetto” (Stuttgarter Packet) contenente tutte le principali questioni di crisi: dall’insostenibilità finanziaria del budget della CEE al problema del contributo britannico, dalla riforma della PAC all’allargamento verso sud, dalle riforme istituzionali all’estensione delle Competenze comunitarie, ecc. Un “pacchetto” che aveva sicuramente il pregio di dare una visione complessiva delle varie disfunzioni della CEE e, soprattutto, di riflettere il forte grado di interrelazione esistente tra le diverse questioni. In secondo luogo, la stessa “Dichiarazione solenne di Stoccarda”, seppur ridimensionata rispetto ai progetti iniziali e nonostante il suo scarso valore vincolante, costituiva pur sempre un documento politico, con il quale i capi di Stato e di governo rinnovavano «il loro impegno a progredire sulla via di un’unione sempre più stretta fra i popoli e gli stati membri della Comunità europea». Si trattava di semplici dichiarazioni di principio che, tuttavia, come auspicato da G., avrebbero potuto fornire utili stimoli per uscire dalla crisi.

I successivi Accordi di Fontainebleau del giugno 1984, che vennero raggiunti soprattutto grazie all’azione sinergica di Germania e Francia, spianavano la strada sia all’allargamento che all’approfondimento dell’Europa comunitaria. Tuttavia, se da un lato il passaggio a una Comunità a dodici risultò relativamente agevole dopo il vertice di Fontainebleau (v. anche Vertici) – l’atto di adesione veniva solennemente firmato il 12 giugno 1985 – dall’altro ben più complesse furono le dinamiche che portarono all’Atto unico europeo, ossia alla prima grande revisione dei Trattati istituivi della Comunità europea (v. anche Trattati). Si consideri che la resistenza dei paesi cosiddetti “contrari” (Danimarca, Gran Bretagna e Grecia) fu tale, che solo in extremis, l’ultimo giorno del Vertice di Milano, e perlopiù con la semplice maggioranza dei paesi membri, venne adottata l­a decisione di convocare una Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative) per la riforma dei trattati.

Anche in questo caso, il ministro degli Esteri G. svolse un ruolo di primissimo piano, dal momento che fu proprio lui a ispirare questa vera e propria “forzatura delle regole del gioco” con un documento, sottoscritto successivamente anche da Francia, Italia e dai paesi del Benelux, che aveva voluto sottoporre, con il consenso del cancelliere, ma senza essersi consultato precedentemente con gli altri funzionari tedeschi, all’attenzione del Consiglio europeo il 29 giugno 1985: «L’Unione europea ha inizio: i paesi membri decideranno sull’organizzazione di questo trattato. Si convocherà una conferenza intergovernativa, che avrà il compito di elaborare entro il 31 ottobre 1985 un progetto di trattato. Questo verrà discusso e approvato al Consiglio europeo di Lussemburgo» (documento presentato da G. al Consiglio Europeo di Milano, citato in Gaddum, 1994, p. 257). Ancora più importante fu l’impegno di G. per favorire l’attuazione concreta dell’Atto unico europeo, soprattutto perché il ministro degli Esteri, sia pure spalleggiato dal cancelliere, si vide costretto non solo a negoziare la propria politica integrazionista con i colleghi degli altri paesi europei, ma anche a superare le forti resistenze esistenti al proprio interno.

Alcuni ministri della Bundesregierung si erano, infatti, fortemente opposti nel corso del 1987, prima ancora che si fosse concluso il processo di ratifica dell’Atto unico, a larga parte delle proposte contenute nel piano di ristrutturazione finanziaria “Portare l’Atto unico al successo”, che era stato presentato della Commissione Delors (v. Delors, Jacques) per consentire il completamento del mercato comune (v. Comunità economica europea). Il ministro tedesco dell’Agricoltura Ignaz Kiechle era arrivato, persino, a definire l’iniziativa della Commissione come una vera e propria «dichiarazione di guerra» (Kriegserklärung) alla Repubblica Federale Tedesca (discorso di Kiechle il 24 febbraio 1987 a Bruxelles, cit. in Garthe, 1987, p. 336). Tale ostilità era dovuta principalmente da un lato alla percezione che la Repubblica federale fosse chiamata dalla riforma del bilancio comunitario a pagare un prezzo relativo troppo elevato, dall’altro al timore di perdere il potenziale elettorale legato al mondo dell’agricoltura. Ciononostante, nel 1988, G., a cui anche in quest’occasione il cancelliere Kohl aveva affidato la conduzione dei lavori, decideva di dedicare il semestre da lui presieduto all’adozione del “primo pacchetto Delors”, esattamente come cinque anni prima aveva orientato la politica della sua presidenza alla realizzazione del piano Genscher-Colombo.

Tuttavia, diversamente da quanto avvenuto a Stoccarda, in occasione della seduta straordinaria del Consiglio europeo di Bruxelles del febbraio 1988 la presidenza tedesca (v. anche Presidenza dell’Unione europea) conseguiva un risultato visibilmente più concreto: qui, nella fattispecie, i capi di Stato e di governo dei paesi membri riuscivano a varare una vera e propria riforma del sistema finanziario della CEE, come auspicato dalla Commissione. Sempre nel corso del semestre europeo sotto la sua presidenza, G. decideva inoltre di rilanciare il progetto dell’Unione economica e monetaria. Sin dalla sua relazione programmatica, nel gennaio del 1988, G. aveva voluto ribadire l’importanza storica dell’Unione economica e monetaria, lasciando al contempo intendere che la Bundesregierung riteneva maturi i tempi per rilanciare il dibattito in sede comunitaria (discorso del 20 gennaio 1988 davanti al Parlamento europeo di Strasburgo, “Programma della presidenza tedesca nella Comunità europea”, pubblicato in “Bulletin des Presse – und Informationsamts der Bundesregierung”, n. 9 del 22 gennaio 1988, pp. 61-67).

A poche settimane di distanza da questa prima presa di posizione, G. pubblicava un memorandum con il quale suggeriva al Consiglio europeo di incaricare un gruppo di saggi, con il compito specifico di formulare delle proposte per «la creazione di un’area monetaria europea e di una banca centrale europea» (memorandum del 26 febbraio 1988; v. Auswärtiges Amt, 1995, pp. 560-563). Quest’iniziativa veniva legittimata da G. principalmente sulla base di considerazioni di natura politica, in vista dell’opportunità di imporre una svolta integrazionista sulla via dell’unificazione europea (v. Staack, 2000, p. 360).

Le ragioni di natura economica, comunque, non venivano ignorate. Il ministro degli Esteri tedesco, infatti, metteva in chiaro sin dall’inizio anche le condizioni alle quali, secondo lui, si sarebbe dovuto pervenire alla realizzazione dell’Unione economica e monetaria: «La creazione di un’area monetaria unitaria con una banca centrale europea è un’integrazione economica necessaria al Mercato unico europeo. Costituisce, inoltre, il catalizzatore per la convergenza necessaria delle politiche economiche dei paesi membri, senza la quale non può esistere un’unione monetaria […]. Gli elementi fondamentali dello statuto della Bundesbank e gli obiettivi stessi dello statuto, volti alla promozione della stabilità e della crescita nell’economia, dovrebbero costituire i fondamenti di una Magna Carta europea per la politica di stabilità» (memorandum del 26 febbraio 1988, cit., pp. 560 e ss.). Condizioni che erano anche le sole alle quali il ministero delle Finanze, la Bundesbank, ma anche i principali attori impegnati nella vita economica e sociale della Repubblica Federale Tedesca sarebbero stati, verosimilmente, disposti ad acconsentire alla realizzazione del progetto; ritenendo questi ultimi insensato e pericoloso, soprattutto per la stabilità interna della valuta e del livello dei prezzi, compiere dei passi in direzione di un’unione monetaria prima ancora che i paesi membri avessero raggiunto una sostanziale convergenza nei principali parametri macroeconomici (soprattutto in termini d’inflazione), così come dover rinunciare ai capisaldi e, in particolare, alle caratteristiche istituzionali della loro politica monetaria. Le perplessità, soprattutto dell’autorevole Bundesbank, sulla maturità dei tempi e sulle modalità con cui tale impresa si sarebbe dovuta realizzare restarono forti anche nel periodo successivo; ma alla fine queste riserve dovettero cedere il passo dinanzi al primato della scelta integrazionista di cui proprio G., in particolare, si era fatto paladino.

Gli eventi successivi alla caduta del muro di Berlino (v. Germania) determinarono un’importante accelerazione del processo d’integrazione europea nel suo complesso. Un’accelerazione che alcuni paesi europei, in primis la Francia, ritennero inequivocabilmente opportuna al fine di inquadrare la Bundesrepublik all’interno di una più solida struttura prima dell’eventuale, poi inevitabile, riunificazione tedesca. Un’accelerazione che, d’altra parte, la stessa diplomazia tedesca decideva di promuovere attivamente, soprattutto con riferimento al progetto di un’unione politica: da un lato per realizzare l’obiettivo storico di una Germania riunificata e integrata in maniera irreversibile all’interno di una salda struttura europeo-occidentale, dall’altro per rispondere efficacemente ai problemi legati all’imminente disgregazione degli stati multinazionali dell’Europa dell’Est.

È in questo contesto che si collocano i considerevoli sforzi dispiegati da G. per dotare la costituenda Unione europea di un’“identità di sicurezza” (Sicherheitsidentität). In particolare, il 4 febbraio 1991, il ministro degli Esteri tedesco presentava, insieme al suo collega francese Roland Dumas, un piano molto ambizioso che contemplava, sia pure in prospettiva, la creazione di una vera e propria politica di difesa autonoma (documento comune franco-tedesco sulla politica estera e di sicurezza comune dell’Unione politica; v. Auswärtiges Amt, 1994, pp. 338-341). Più precisamente, in questo “documento comune” i due ministri degli Esteri non si limitarono a rinnovare la proposta, che era già stata avanzata nell’iniziativa franco-tedesca del 6 dicembre 1990, di procedere a una progressiva comunitarizzazione nei settori della politica estera e di sicurezza da estendere a tutti i settori pertinenti, ma giunsero a identificare l’Unione dell’Europa occidentale (UEO) con il possibile «braccio armato» dell’Unione europea.

Tuttavia, le massime aspirazioni del ministro G. andarono in gran parte deluse, soprattutto a causa dell’indisponibilità di alcuni paesi membri (in primis la Gran Bretagna) a rinunciare a uno degli aspetti più qualificanti della sovranità nazionale da una parte e a considerare l’UEO come qualcosa di più di una semplice colonna dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO) dall’altra.

Anche al proprio interno c’era chi non condivideva le posizioni, considerate troppo eurocentriche, del ministro degli Esteri G. In particolare, il ministro della Difesa Gerhard Stoltenberg, anche in reazione alle pressioni esercitate dagli americani, aveva voluto, a distanza di due mesi dalla presentazione dell’ultimo documento di matrice franco-tedesca, esplicitare la sua contrarietà nei confronti dell’ipotesi che si potesse pervenire alla creazione di una struttura di sicurezza europea autonoma e potenzialmente concorrenziale alla NATO, ipotesi che effettivamente non veniva esclusa nel documento del 4 febbraio 1991 (Nato für die Sicherheit unentbehrlich. Stoltenberg warnt in Washington vor Risiken in der UdSSr, in “Die Welt” del 15 aprile 1991, p. 6, cit. in Stark, 2000, p. 422). Lo stesso Kohl, sia pure favorevole all’idea di rafforzare l’identità di sicurezza europea, aveva sposato una posizione comunque più attenta alle sensibilità atlantiche esistenti all’esterno, come al proprio interno (discorso del cancelliere Helmut Kohl a Washington del 20/5/1991, in Auswärtiges Amt, Deutsche Aussenpolitik nach, 1994, pp. 46-52).

Molto controverso è stato, invece, l’operato di G. nel corso della prima crisi iugoslava. In particolare, la determinazione con cui G. cercò di imporre, soprattutto a partire dal novembre 1991, la strategia dell’immediato riconoscimento di Slovenia e Croazia contribuì ad alimentare le mai sopite perplessità sull’affidabilità dell’“elemento tedesco”. D’altra parte, come emerge chiaramente anche dalle sue memorie, G. giustificò la sua linea politica su una duplice, sia pure discutibile, ma sincera convinzione: da un lato che il principio dell’autodeterminazione che aveva funzionato per la riunificazione tedesca potesse essere applicato anche in altre situazioni geopolitiche, dall’altro che la guerra in atto in Iugoslavia dovesse essere considerata come una guerra di aggressione della Serbia e non come una guerra civile, valutazione che, successivamente, sarebbe stata riconosciuta come corretta anche dalla Comunità internazionale.

La decisione della diplomazia tedesca di procedere nel dicembre 1991 al riconoscimento delle due repubbliche secessioniste di Slovenia e Croazia prima del termine stabilito dalla CEE e senza attendere il verdetto della Commissione Badinter, che avrebbe dovuto accertarne le condizioni di accettabilità, sollevò comunque, a torto o a ragione, molte perplessità.

L’impegno personale di Hans-Dietrch G. per la realizzazione di un’Europa politica, tuttavia, non può essere messo in discussione alla luce della quantità e della qualità delle iniziative e delle decisioni che hanno contraddistinto il suo lungo percorso europeo.

Gabriele d’Ottavio (2009)




Geremek, Bronisław

G. è nato a Varsavia da genitori ebrei. Da bambino visse l’esperienza della prigionia nel ghetto di Varsavia, ma scampò con la madre al destino di morte ad Auschwitz. Egli descrive la sua infanzia come quella di «un bimbo che vedeva scomparire di fronte a sé il mondo che era in procinto di scoprire» (v. Vidal, 1997).

Dopo la guerra, G. studiò storia all’Università di Varsavia e seguì un corso di specializzazione presso l’École pratique des hautes études della Sorbona. Nel 1955 divenne ricercatore presso l’Istituto di storia dell’Accademia polacca delle scienze, dove rimase fino al 1985. Nei suoi primi lavori, G. si concentrò sull’analisi delle classi artigiane, dei poveri e degli emarginati (v. Geremek, 1968), influenzato dall’interpretazione umanistica della lotta di classe come motore fondamentale della storia. Di fatto, l’analisi di G. sulle classi svantaggiate del Medioevo si iscrive nella storiografia marxista. La maggior parte di queste pubblicazioni è stata tradotta in varie lingue. L’attività di ricerca di G. era coerente con l’adesione al Partito operaio unificato polacco (Polska Zjednoczona Partia Robotnicza, PZPR) a partire dall’inizio degli anni Cinquanta. Analogamente ad altri intellettuali sostenitori dei partiti comunisti nell’Europa centrale e orientale, egli ruppe con il partito quando i sovietici invasero Praga nel 1968.

Nel 1978 G. fu cofondatore di un’organizzazione per l’istruzione clandestina, nella quale insegnò fino al 1981. Nell’agosto 1980 divenne consigliere del Comitato interaziendale di sciopero di Solidarność, in cui presiedette la Commissione di programma. Nel 1981 diventò uno dei delegati alla commissione nazionale di Solidarność a Danzica-Oliwa. Quando venne proclamata la legge marziale, nel dicembre 1981, fu condannato agli arresti domiciliari fino al dicembre 1982. Nel maggio 1983 fu accusato di attività politica illegale e quindi arrestato. Venne poi liberato lo stesso anno in seguito a pressioni internazionali. Quando Solidarność diventò un movimento clandestino, dal 1983 al 1987, G. divenne uno dei consiglieri del suo comitato provvisorio e del suo leader, Lech Wałesa.

Nel 1988 Solidarność riemerse in una condizione di semilegalità e G. divenne consigliere del comitato esecutivo nazionale, dirigendo il comitato per le riforme politiche. La descrizione di Solidarność delineata da G. mette in risalto il particolare assetto ideologico e gli obiettivi del movimento, derivati dalle radici marxiste di una parte dell’élite intellettuale del sindacato. «Solidarność, è stata una rivoluzione anti-totalitaria capace di mobilitare le masse. Una rivoluzione in nome dei valori comuni fondati su un’eredità religiosa. Una rivoluzione per ristabilire la libertà d’espressione, eliminare la censura e creare associazioni. Aveva una propria visione del futuro, vale a dire una società civile capace di auto-organizzarsi fuori dalle strutture statali, composta da gruppi e associazioni e cementati dalla solidarietà» (v. Geremek, 2005).

G. fu anche uno dei promotori e organizzatori del ciclo di negoziati tra Solidarność e il partito comunista, che ebbe luogo nel 1988 e 1989. In quegli anni straordinari, G. appariva in televisione ogni sera dopo le sedute della tavola rotonda, spiegando alla popolazione gli obiettivi di Solidarność.

Dal 1989 G. divenne membro del Parlamento (Sejm), e dal 1989 al 1997 fu a capo della Commissione per gli affari esteri. Quando Solidarność, si sciolse come movimento politico, divenne uno tra i fondatori dell’Unione democratica (Unia Demokratyczna, UD) e, nel 1994, del partito che gli succedette, l’Unione liberale (Unia Wolności, UW).

Nell’autunno 1997, quando la UW divenne un’alleata minore dell’Azione elettorale di Solidarność (Akcja Wyborcza Solidarność, AWS), G. divenne ministro degli Esteri. Ricoprì tale carica fino al 2000, quando la coalizione di governo si sciolse e l’AWS costituì un governo di minoranza. In qualità di ministro degli Esteri, G. fu al centro dell’elaborazione della politica estera e continuò il precedente orientamento favorevole all’integrazione della Polonia nell’Unione europea, in un momento in cui la questione era piuttosto controversa tra la coalizione di governo e sempre meno popolare tra i cittadini. Nel 1988 G. divenne il presidente in carica dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), e in questa veste presiedette ai negoziati tra Abkazia e Georgia e alle trattative tra Armenia e Azerbaijan per il conflitto nella Repubblica di Nagorno-Karabakh. Dopo la rottura della coalizione AWS-UW, G. presiedette la Commissione parlamentare per il diritto europeo (v. anche Diritto comunitario) e nel 2001 venne eletto successore di Leszek Balcerowicz come presidente dell’Unione liberale (UW). Nel 2004 divenne membro del Parlamento europeo.

Nel 2003, G. ottenne la cattedra di civiltà europea al campus di Varsavia del Colléged’Europe. Il suo pensiero politico è orientato all’analisi delle correnti storiche che hanno portato alla creazione di una civiltà europea (v. Geremek, 1995). Alle radici di questa analisi e del suo contributo ai dibattiti sulla cultura europea vi è la concezione umanistica da cui prende le mosse l’impegno politico e intellettuale di G. Nel corso del dibattito sul preambolo della Costituzione europea, G. sostenne che la tradizione umanistica comprendeva anche quella religiosa dell’Europa e che le due tradizioni erano strettamente connesse: «La dignità umana è all’origine di concetti quali la libertà dell’uomo, le idee di giustizia, di solidarietà, di libertà di scelta e dei diritti umani. Il duplice fondamento nell’antropocentrismo dell’identità europea rende possibile trascendere quel conflitto tra religione e laicità che ha accompagnato la recente discussione sulle basi ideologiche della Costituzione». Secondo G., pertanto, l’identità europea dovrebbe essere costituita facendo riferimento ai Diritti dell’uomo, e sia la politica estera che quella nazionale dovrebbero mirare al rispetto della Carta europea dei diritti umani (v. anche Convenzione europea dei diritti dell’uomo e Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea). G. invoca il perseguimento dei diritti umani non soltanto in senso politico, ma invocando la solidarietà economica internazionale come strumento per raggiungere la giustizia economica.

L’appello di G. per un ordine politico cosmopolita nel continente europeo si basa anche su una concezione dell’umanità come fondamentalmente legata all’ordine politico. Al centro del pensiero di G. vi è la fede nella sacralità dell’essere umano, una nozione che ai suoi occhi riconcilia la tradizione umanistica e quella religiosa. Egli sostiene la necessità di un’identità europea fondata su un ordine morale universale che superi le identità nazionali: «Ora che abbiamo l’Europa, si potrebbe dire, ci vogliono gli europei. In altre parole, abbiamo bisogno di pensare all’Europa nei termini di una comunità». Sebbene ritenga che la formazione di Stati nazione sia stato un fenomeno necessario per la creazione di un ordine europeo e una condizione per il dominio europeo nel mondo, G. è convinto che la fase degli Stati nazione europei debba lasciare il posto a una comune identità europea. La sua missione, come quella di altri intellettuali è di “oltrepassare le colonne d’Ercole”, per produrre idee e visioni sufficientemente potenti da mostrare realisticamente quale direzione prendere e da stimolare l’immaginazione al fine di costruire un’Europa forte, coraggiosa e lucida (v. Geremek, 2003).

Madalena Pontes-Resende (2008)




Giacchero, Enzo

Di famiglia cattolica di origine astigiana, G. (Torino 1912-ivi 2000) frequentò a Torino il liceo classico Massimo D’Azeglio, dove ebbe per insegnante Augusto Monti. Dopo la maturità si iscrisse al Politecnico di Torino, dove nel 1934 si laureò in ingegneria civile. Fu assistente di Gustavo Colonnetti alla cattedra di Scienza delle costruzioni fino al 1940, quando fu chiamato alle armi nel Genio ferrovieri e inviato in Albania e in Iugoslavia. Nel 1942 seguì un corso alla scuola di paracadutismo militare di Tarquinia e fu inserito nella divisione Folgore. Inviato in Africa settentrionale nella zona di El Alamein come comandante di compagnia, rimase ferito nel corso di una azione bellica e dovette subire l’amputazione di una gamba.

Risvegliatosi dall’anestesia in una tenda ospedale del deserto africano, si trovò a fianco un prigioniero inglese cui erano stati amputati i piedi. Per farsi coraggio l’un l’altro si presero per mano, confortandosi a vicenda. «Quel giorno», disse G. rievocando l’episodio alla Camera dei Deputati, «in cui ebbi una grande disgrazia, ringraziai il cielo che mi aveva dato questa grande luce di verità di comprendere che quell’uomo, che poche ore prima credevo un nemico, ora lo ritrovavo fratello per sempre» (“Atti parlamentari”, Camera dei deputati, seduta del 4 dicembre 1948, pp. 5109-5110). Fu allora che G. comprese appieno che gli europei, «nati e cresciuti nello spirito cristiano», potevano unirsi e si ripromise di fare quanto poteva per contribuire a raggiungere questo risultato.

Decorato di medaglia d’argento al valor militare, rimpatriato e congedato, dopo l’8 settembre G. prese parte attiva alla Resistenza nella VI divisione alpina “Asti”, che operò sulla riva sinistra del Tanaro. All’indomani della liberazione fu nominato prefetto di Asti, carica che detenne fino al 28 febbraio 1946, quando fu sostituito da un prefetto di carriera. La buona prova data in qualità di prefetto favorì sua elezione all’Assemblea costituente nelle file della Democrazia cristiana per il collegio Cuneo II con 21.687 preferenze.

All’Assemblea costituente l’attività di G. fu volta prevalentemente alla diffusione dell’ideale europeista. Entrato in contatto con Richard Coudenhove-Kalergi, costituì il Comitato parlamentare italiano per l’Unione europea (29 maggio 1947), di cui fu nominato presidente provvisorio. Al Comitato aderirono più di duecento parlamentari italiani di tutti i partiti rappresentati all’Assemblea costituente, ad eccezione di quello comunista. Dei socialisti nenniani aderì un solo parlamentare, Gino Pieri, che però si ritirò ben presto. G., cha aveva aderito poco prima al Movimento federalista europeo, partecipò al convegno di Gstaad (4-5 luglio 1947) durante il quale fu fondata per impulso di Coudenhove-Kalergi l’Unione parlamentare europea (UPE), di cui il Comitato parlamentare divenne la sezione italiana.

Socialisti e comunisti non avevano aderito all’iniziativa di Coudenhove-Kalergi perché la consideravano antirussa e funzionale alla politica degli Stati Uniti. In realtà, diceva G., Coudenhove-Kalergi si era rivolto esclusivamente ai parlamentari dell’Europa occidentale, in quanto l’adesione era riservata alle assemblee liberamente elette. I paesi che avevano assemblee espressione di un partito unico erano quindi automaticamente escluse. Tra questi paesi G. citava l’Unione Sovietica e i suoi satelliti, ma anche la Spagna franchista.

Dall’8 al 10 settembre 1947 G. fu ancora a Gstaad per il primo congresso dell’UPE, durante il quale fu nominato tra i vicepresidenti. Nell’occasione sostenne che proprio in Italia erano sorte le uniche due esperienze di unione europea, l’impero romano e il cristianesimo «che ancora oggi è l’unico cemento spirituale dell’Europa» (Discorso d’apertura, 8-10 settembre 1947).

Il 14 novembre 1947 G. presentò all’Assemblea costituente una interpellanza (che non venne però discussa in aula), firmata da altri 32 parlamentari di tutti i gruppi, sempre con la eccezione dei comunisti, con la quale si invitava il governo a dare rapida attuazione ai voti formulati dal Congresso di Gstaad, auspicando la rapida costituzione di una forma federale di unione europea (v. anche Federalismo). In seguito fece mettere all’ordine del giorno della Commissione esteri dell’Assemblea costituente la questione dell’Unione europea (25 gennaio 1948), sostenendo l’opportunità di procedere nella via parlamentare suggerita dall’UPE. Presentò anche una proposta al ministro delle poste per l’emissione congiunta in diversi paesi di un francobollo a favore dell’unione dell’Europa. L’iniziativa, che sarebbe stata poi attuata a partire dal 1956, non ebbe allora seguito.

Tra le altre iniziative prese da G. all’Assemblea costituente si possono ricordare la proposta di proibire agli ufficiali e ai sottufficiali dell’esercito di iscriversi a partiti politici (22 maggio 1947) e il voto contrario all’articolo che prevedeva l’intangibilità della forma repubblicana.

Alle elezioni del 1948 G. fu eletto deputato ancora per il Collegio di Cuneo II, con un numero maggiore di preferenze (39.395). Prima delle elezioni aveva sottoscritto l’impegno richiesto dal Movimento federalista europeo ad adoperarsi perché il Piano Marshall facilitasse l’unificazione politica ed economica dell’Europa e venisse convocata in tempi rapidi una Assemblea costituente europea.

Grazie alla sua intensa attività europeistica fu eletto vicepresidente del gruppo parlamentare della Democrazia cristiana e nominato segretario della Commissione esteri della Camera (11 giugno 1948). Poco dopo fu eletto presidente della sezione della Camera del Gruppo parlamentare per l’Unione europea, a cui aderivano 169 deputati.

Il 30 novembre 1948 G. presentò una mozione (che fu approvata il 4 dicembre) con la quale si invitava il governo italiano a dare applicazione all’art. 11 della Costituzione, rinunciando a una parte della propria sovranità – che doveva essere conferita ad un organismo politico europeo – e favorendo la costituzione di una Europa democratica e federale

G. fu cooptato nel Comitato esecutivo del Consiglio italiano del Movimento europeo (CIME), assieme, tra gli altri, a Francesco Carandini e Giovani Benvenuti. Fu poi eletto tra i rappresentanti italiani all’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa. Nella sua attività parlamentare incitò spesso il governo a perseguire finalità federalistiche nella politica estera. Nel giugno 1952 fu designato come rappresentante italiano presso l’Alta autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), dove rimase fino al 1959, e dovette dimettersi da deputato.

Ricoprì la carica di presidente onorario (1955-1957) e poi effettivo (1957-1960) del Comitato centrale dell’Unione europea dei federalisti. Al suo ritorno in Italia dopo l’esperienza alla CECA preferì, anche a seguito di divergenze sulla linea politica della Democrazia cristiana, dedicarsi alla professione di ingegnere. Fu direttore generale della SATAP, che costruì, tra l’altro, l’autostrada Torino-Piacenza. Negli anni Sessanta fu anche presidente dell’Institut européen des hautes études internationales di Nizza.

Anticomunista convinto, a metà degli anni Settanta G. si avvicinò agli ambienti monarchici e neofascisti, divenendo presidente della Costituente di destra con Mario Tedeschi e Armando Plebe e poi presidente d’onore della Destra nazionale, venendo espulso dal Movimento federalista.

Alfredo Canavero (2010)




Gil-Robles y Gil-Delgado, José María

G.-R. (Madrid 1935) è stato deputato, e poi presidente del Parlamento europeo, nonché presidente del Movimento europeo internazionale. Figlio dell’ex segretario della Confederación española de derechas autónomas (CEDA), sostenitore del colpo di Stato del 1936 ma in seguito oppositore del franchismo, a causa dell’esilio del padre, G.-R. visse per diciassette anni in Portogallo, poi studiò due anni nell’Università dei Gesuiti a Deusto (Biscaglia), partecipò al seminario di studi europei organizzato a Madrid da José Miguel de Azaola e si laureò in legge nell’Università di Salamanca nel 1957. L’anno seguente divenne il responsabile editoriale del “Boletín de Legislación Extranjera”, nel 1959 vinse il concorso come avvocato nelle Cortes e si iscrisse al relativo Ordine professionale. Inoltre, fra il 1964 e il 1968, insegnò Diritto politico presso l’Università Complutense di Madrid. La forte personalità del padre fu senz’altro determinante per le sue prime attività politiche all’interno della Asociación española de cooperación europea (AECE), dal 1957, e del partito clandestino Democracia social cristiana (DSC), dal 1962, del cui Comitato esecutivo entrò a far parte nel 1972. Nel 1964 presenziò come delegato al Congresso mondiale della Democrazia cristiana, tenutosi a Lima, in Perù, e fra il 1977 e il 1979 fu membro del Consiglio direttivo della Unión europea demócrata cristiana (UEDC).

Nel 1968 entrò a far parte del comitato di redazione della rivista d’opposizione “Quadernos para el Diálogo”, alla quale collaborò come editorialista e con articoli sulla politica nazionale e internazionale, fra cui Expedientes disciplinarios a los funcionarios (1969); Ley sindical: principios básicos y regulación efectiva; 1971, año elctoral: análisis de una legislación ed Elecciones a procuradores (1971); Adiós a las armas; Europa: ¿cultura de cristiandad?; Elecciones USA ’72: la molicie americana e Los cimientos de Europa (1972), El movimiento europeo (1973), Democracia cristiana y clases medias e Proyecto de ley del régimen local (1974); Los sucesos de Oporto; Consejo Nacional: la cámara de la fidelidad e Fútbol y derechos humanos (1975). In questi articoli criticò la legislazione e i meccanismi corporativi di rappresentanza del regime franchista, e approfondì due temi abituali trattati dalla rivista: l’eredità culturale cristiana del movimento europeo e l’importanza di quest’ultimo nel garantire i Diritti dell’uomo e la democrazia, soprattutto in rapporto al futuro della Spagna. Come G.-R. stesso avrebbe poi dichiarato, «per noi spagnoli di allora costruire la libertà europea significava conquistare la libertà della Spagna».

In particolare, preparò un numero della serie speciale “Los Suplementos” dal titolo Paz y fueros. El problema del regionalismo en Europa (1974), in gran parte dedicato alla Spagna, in cui sosteneva la necessità di realizzare una politica comunitaria regionale a favore delle regioni meno favorite. G.-R. si avvaleva nelle sue argomentazioni di ragioni morali, ambientali, economiche e politiche per caldeggiare una ridistribuzione regionale della ricchezza e delle risorse attraverso un fondo per lo sviluppo, come quello accordato due anni prima dalla Conferenza di Parigi, e un avanzamento del processo europeo di “regionalizzazione”. L’efficacia tecnocratica del decentramento amministrativo, la democratizzazione politica che avrebbe dovuto avvicinare il governo ai cittadini e il riconoscimento culturale degli antichi particolarismi regionali si combinavano in un «Federalismo integrale, che rivendica l’articolazione dello spazio politico europeo in una molteplicità di livelli (comune, provincia, regione, Stato nazionale, comunità sovranazionale)», perché «risulta difficile, in effetti, difendere la personalità giuridica degli Stati nazionali e i loro valori culturali in un’Europa unita e non rispettare questa stessa personalità e cultura a livello regionale». Come era consueto fra gli europeisti dell’opposizione antifranchista, anche G.-R. criticava le resistenze della Francia verso un’integrazione sovranazionale europea, mettendola in relazione con il suo marcato centralismo interno, e caldeggiava nel caso spagnolo un maggior rispetto per le differenze regionali come unico mezzo per ottenere in futuro la pace e per «poter esigere questo stesso rispetto per i nostri valori il giorno in cui l’Europa sarà politicamente unita» (v. anche Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Arrestato durante una riunione clandestina nel 1975, nella fase di transizione democratica dopo la dittatura G.-R. partecipò ai negoziati fra opposizione e governo e, alla fine del 1976, fece parte della commissione d’opposizione che elaborò il documento contenente le varie condizioni per accettare il referendum sulla Legge di riforma politica. Nel 1977 fu eletto segretario generale della Federación popular democrática (FPD), nuovo nome della DSC, che confluì nell’Equipo democráta cristiano del Estado español, grande sconfitto alle elezioni legislative del giugno di quello stesso anno. In seguito aderì al Partido popular (PP), del cui Consiglio direttivo nazionale entrò a far parte dal 1990. Nelle sue liste fu eletto deputato europeo nel 1989 e nel 1994, poi vicepresidente del Parlamento europeo dal 1994. Durante questo periodo fece parte delle Commissioni per le petizioni, controllo del bilancio, occupazione e affari sociali, fu presidente della Commissione parlamentare istituzionale e membro della delegazione Unione europea (UE)-Federazione russa, in cui difese la necessità di arrivare a un’associazione economica, commerciale, culturale, di sicurezza e addirittura politica con la Russia prima dell’Allargamento delle frontiere orientali della UE.

Dal 1997 al 1999 fu presidente del Parlamento europeo. Negli anni della sua presidenza si tenne la Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative)del gennaio 1997 in cui si decise di rivedere i Trattati dell’Unione, migliorare la trasparenza, semplificare i documenti, dare maggiore flessibilità alle procedure e approfondire il Diritto comunitario con l’obiettivo avvicinare le Istituzioni comunitarie ai cittadini, e inoltre rafforzare la cooperazione e l’integrazione, abolire la norma del Voto all’unanimità ed estendere quindi il principio di Codecisione. Come dichiarò durante una conferenza stampa nel Club Siglo XXI di Madrid, nel maggio 1997, i suoi obiettivi consistevano nel migliorare l’informazione dei cittadini sul Parlamento europeo, dare maggior visibilità ai suoi dibattiti rivedendo il regolamento degli interventi nelle riunioni plenarie e accrescere la sua capacità legislativa, ponendola allo stesso livello del Consiglio dei ministri in ambiti legislativi di speciale interesse per gli europei, come la salute pubblica, l’ambiente o la protezione dei consumatori. G.-R. voleva inoltre che fosse stabilito un codice di condotta per le lobby e le organizzazioni non governative (ONG) presenti a Bruxelles, e rendere più diretto il rapporto fra gli eurodeputati e i loro elettori mediante un sistema elettorale misto, «formule che permettano cioè di combinare al tempo stesso la rappresentanza intesa come riflesso – ossia il suffragio proporzionale con liste di candidati – e la rappresentanza come identificazione, vale a dire l’elezione di una parte dei deputati in circoscrizioni uninominali». Una volta approvato il Trattato di Amsterdam, G.-R. ottenne che il Parlamento avesse facoltà di dare o di negare la sua fiducia al presidente e a tutti i membri della Commissione europea, secondo un sistema di doppia fiducia, e di porre una mozione di censura all’esecutivo.

Alla luce di quest’impegno per democratizzare le istituzioni europee G.-R., nel corso del primo vertice europeo (v. Vertici) delle regioni e delle città organizzato ad Amsterdam nel maggio 1997, sostenne non solo l’avanzamento in direzione di un’unità “verso l’alto”, con organi sovranazionali, ma anche “verso il basso”, nel senso di un crescente decentramento politico o amministrativo, senza rinunciare al principio di solidarietà che avrebbe potuto concretizzarsi in un Comitato delle regioni. Molto critico nei confronti delle progressive restrizioni alla libera circolazione delle persone contenute nell’Atto unico europeo, determinate da motivi di sicurezza e realizzate mediante procedure intergovernative, difese il trasferimento di questa e di altre sfere di decisione all’ambito comunitario rappresentato dal Trattato di Maastricht. Nello stesso senso, caldeggiò una maggior autonomia del Tribunale europeo di giustizia (v. Tribunale di primo grado) contro qualsiasi limitazione giurisdizionale dei diritti fondamentali dei cittadini. Indicò come riforme improrogabili l’avvicinamento delle differenti procedure elettorali vigenti per le Elezioni dirette del Parlamento europeo, un dialogo più fluido tra il Parlamento e i rispettivi parlamenti nazionali, la rappresentanza delle regioni e degli enti locali, l’elaborazione di uno statuto dell’eurodeputato e la soluzione del conflitto interistituzionale tra Parlamento e Consiglio. La sua gestione fu segnata da altre importanti sfide: il finanziamento della Politica estera e di sicurezza comune (PESC), il controllo parlamentare degli orientamenti economici cruciali attraverso ECOFIN, lo sviluppo del diritto comunitario e il potenziamento del Tribunale di giustizia e, infine, l’Unione economica e monetaria, l’allargamento della UE verso Est e l’elaborazione della Costituzione europea. Per quanto concerne quest’ultimo punto, ha sostenuto che «deve essere un testo breve, anzi il più breve possibile, che qualsiasi cittadino possa prendere, leggere e capire», secondo il modello della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

La gestione di G.-R. si è sempre ispirata all’ideologia democratico-cristiana, a suo giudizio fondamento del principio di solidarietà, di un’“Europa coesa” che «ha fra le sue mani quello che potrà essere il grande patto della pace mondiale». Quindi egli ritiene che la Costituzione europea debba menzionare l’importanza della tradizione giudaico-cristiana nella formazione del sostrato della “civiltà occidentale”, dei diritti umani, e della democrazia come organizzazione della vita politica. In numerose occasioni ha sottolineato inoltre l’importanza della famiglia come “scuola di questi valori” e ha invitato a «rafforzare questo strumento, a facilitare il suo lavoro, in modo da favorire la fioritura e la proliferazione di questi valori».

Presidente del Consiglio federale spagnolo del Movimento europeo dal 1996, nel 1999 ha rinnovato il suo mandato di eurodeputato. Nel Parlamento europeo è stato membro del direttivo del Gruppo del Partito popolare europeo e democratici europei (v. anche Gruppi politici al Parlamento europeo), dell’ufficio di presidenza del Parlamento europeo, membro titolare delle commissioni per gli Affari giuridici e per il Mercato interno, supplente della commissione per gli Affari costituzionali e, dal 2002, presidente della delegazione parlamentare mista UE-Bulgaria. Ha inoltre fatto parte della Conferenza dei presidenti di delegazione e della Commissione provvisoria sulla genetica umana e altre nuove tecnologie della medicina moderna, è presidente dell’Intergruppo per la Protezione degli animali e membro degli Intergruppi Quarto mondo, Persone disabili e Costituzione europea. Presidente del Movimento europeo internazionale, nonché presidente onorario del Consiglio federale spagnolo del ME. Nel 2001 è stato eletto presidente del Consiglio universitario europeo per l’Azione Jean Monnet e in qualità di avvocato è membro dell’Associazione indipendente degli avvocati europei (AIEL).

G.-R. è fondatore (1980) e vicepresidente (1984) del Centro de estudios comunitarios e della Fundación humanismo y democracia (1985). È stato insignito della Cruz del Mérito Agrícola dal governo spagnolo (1981), della medaglia Robert Schuman dal Parlamento europeo (1995), della Gran Cruz de la Orden de Francisco Morazán dai Parlamenti centroamericani (1997), della Gran Cruz de la Orden de Mérito de Chile (1998), della Gran Cruz de la Orden del Libertador San Martín de Argentina (1998), della Medalla de la República Oriental de Uruguay (1998), della Gran Cruz de la Orden de Antonio José Irizarri de Guatemala (1998), della Gran Medalla de Oro de Isabel la Católica (2000), della medaglia d’oro del Parlamento europeo (2000) e della Legione d’onore francese (2000). Ha ricevuto inoltre la laurea honoris causa dall’Istituto nazionale di relazioni internazionali di Mosca (1998) e dall’Università di Sofia (Bulgaria) nel 1999. È autore di numerosi lavori giuridici sul diritto parlamentare, la legislazione agraria, il regionalismo e il pensiero cristiano, come pure sulla costruzione e il futuro dell’Unione europea. Tra le sue opere: Derecho de huelga (1961), Los parlamentos de Europa y el Parlamento europeo: leyes electorales (1969), Comentarios a la Ley deArrendamientos Rústicos (1981 e 1982), El parlamento y la vida politica (1982), Unidad jurisdiccional y atribución de facultades arbitrales a órganos de la administración (1983), El derecho parlamentario y el funcionamiento de los órganos deliberantes de las entidades locales (1985), El profesional de la agricultura y el cultivador personal en la Ley de Arrendamientos Rústicos (1985), Legislación agraria básica (1986), Control y autonomías (1986), La familia y el Concilio Vaticano II (1987), Los reglamentos de las cámaras (1987), Los reglamentos parlamentarios de las Comunidades Autónomas (1987), El Senado en la Constitución española (1988), Control de la actividad de las Comunidades Autónomas por órganos del Estado (1988), El control extraordinario de las Comunidades Autónomas (1988), Familia y sociedad (1992), Los derechos del europeo (1993), La protección del medio ambiente en las regiones, un ejercicio de subsidiaridad (1995), La evolución de poderes en la UE (1996).

Javier Muñoz Soro (2012)