Jenkins, Roy

J. nacque l’11 novembre 1920 ad Abersychan nel sudest del Galles. Il padre, Arthur Jenkins, era funzionario del sindacato dei minatori, la madre, Hattie Harris, era figlia di un dirigente di una fonderia. Dopo aver frequentato la Abersychan County School e lo University College di Cardiff, si iscrisse al Balliol College di Oxford, dove si laureò con il massimo dei voti in scienze politiche, filosofia ed economica. Nel corso della Seconda guerra mondiale servì il paese in artiglieria e quindi presso il noto centro dei servizi di informazione di Bletchley Park.

Fin da giovane, anche quale conseguenza dell’influsso esercitato dall’ambiente familiare, J. si avvicinò alla politica con l’adesione al Partito laburista, collocandosi ben presto all’interno della sua ala moderata. Giovane candidato alle elezioni dell’estate del 1945, che segnarono la grande affermazione del partito laburista, J. risultò sconfitto nella circoscrizione di Solihull, ma nel 1948 fece il suo ingresso alla Camera dei Comuni vincendo una by-election a Southwark; in seguito, a causa di una modifica nelle circoscrizioni elettorali, si presentava alle elezioni del 1950 come candidato per Stetchford, ottenendo un chiaro successo; sino al 1977 egli sarebbe stato il rappresentante di tale circoscrizione. Nell’autunno del 1951 i laburisti subivano una sconfitta elettorale che li avrebbe relegati all’opposizione per circa tredici anni; in questo periodo J. rafforzò la sua posizione all’interno sia del Parlamento, sia del partito. Nel 1964 il Labour party sconfiggeva i conservatori e tornava al potere con Harold Wilson.

Nominato dapprima ministro dell’Aviazione, J. diveniva nel 1965 ministro dell’Interno, dicastero di cui sarebbe rimasto alla guida per due anni. In tale ruolo egli si mostrò particolarmente attivo e giocò un ruolo preminente nell’approvazione di una serie di provvedimenti legislativi nell’ambito dei diritti civili, dalla legalizzazione dell’aborto alla facilitazione delle procedure sul divorzio, allo smantellamento delle misure in tema di censura teatrale, ecc. Va notato come fin dagli anni Cinquanta J. avesse mostrato un atteggiamento favorevole nei confronti della costruzione europea, aderendo tra l’altro al movimento Federal Union, di cui divenne vicepresidente. Egli sostenne dunque, ma senza svolgere un ruolo di spicco, la scelta di Londra di presentare la propria candidatura alla Comunità economica europea (CEE), in particolare il secondo tentativo effettuato da Wilson. Nel 1967, a seguito della svalutazione della sterlina e delle dimissioni di James Callaghan, J. veniva nominato cancelliere dello Scacchiere con il non facile compito di fronteggiare la difficile situazione dell’economia inglese attraverso una serie di misure di “austerità”. Egli mantenne questa carica sino al 1970 con alterne fortune. Nel frattempo, con l’uscita dalla scena politica francese di Charles de Gaulle e l’arrivo all’Eliseo di Georges Pompidou, veniva meno il “veto” di Parigi nei riguardi della candidatura britannica alla Comunità, e con il Vertice dell’Aia del dicembre 1969 si apriva in maniera concreta la prospettiva dell’adesione inglese alla CEE. Ma nel giugno del 1970 i laburisti uscivano sconfitti dalle elezioni politiche e i conservatori tornavano al potere con Edward Heath.

Furono dunque i tories a gestire il processo politico-diplomatico che condusse il Regno Unito tra il 1972 e il 1973 a divenire membro a pieno titolo della Comunità europea. Nel luglio del 1970, a conferma del ruolo di spicco conquistato all’interno del partito, J. veniva nominato deputy leader, in rappresentanza dell’ala moderata. Ben presto però la questione dell’adesione inglese alla CEE divenne un elemento di forte contrasto nel Labour party; per quanto la componente di destra, sostenitrice della scelta europea, fosse forte nell’ambito del gruppo parlamentare, si manifestò una forte opposizione alle condizioni a cui il governo conservatore sembrava disposto a far accedere Londra alla Comunità; vi erano infatti forti timori che vi sarebbero state pesanti conseguenze economiche per i ceti meno abbienti e fra i laburisti forte era ancora la tendenza a privilegiare le relazioni con il Commonwealth, in una prospettiva vagamente “terzomondista”; la sinistra laburista, con il determinante sostegno dei sindacati, si schierò dunque contro l’adesione del paese alla CEE, ottenendo una votazione in tal senso del National executive committee laburista. Da parte loro i conservatori decisero che i propri deputati potessero esprimersi liberamente intorno alla questione, lasciando dunque piena autonomia alla scelta della Camera dei Comuni. A dispetto dunque delle pressioni esercitate dalla leadership del partito laburista J., con l’aiuto di altri esponenti della “destra” laburista, decise di porsi alla guida di una “ribellione” che si tradusse in un voto favorevole da parte di 69 deputati laburisti nei confronti dell’ingresso di Londra nel Mercato comune (v. Comunità economica europea). La presa di posizione di J. non parve porre in discussione il suo ruolo all’interno del partito. Ma nel 1972, una volta rese note le condizioni a cui Londra avrebbe aderito alla CEE, l’opposizione da parte laburista parve rafforzarsi e il partito finì con il sostenere l’ipotesi avanzata dai conservatori ostili alla scelta europea affinché la decisione del governo Heath trovasse legittimazione attraverso un referendum popolare. J. ritenne di non poter accettare questa prospettiva e decise quindi di dimettersi dal ruolo di deputy leader.

In occasione delle elezioni del 1974 i conservatori risultavano sconfitti e Harold Wilson ritornava a Downing Street, ove sarebbe rimasto sino al 1976 per essere poi sostituito dal compagno di partito, James Callaghan, fino al 1979. Nel nuovo gabinetto laburista J. veniva posto nuovamente alla guida del ministero degli Interni. Una volta ritornati al potere, i laburisti dovettero confrontarsi con il problema della presenza inglese nella CEE; Wilson parve condurre in porto con abilità la questione, confermando tra l’altro l’ipotesi del referendum, ben sapendo che una maggioranza del mondo politico – e della stessa opinione pubblica – era ormai favorevole alla scelta europea. Lo stesso J. finì con lo schierarsi a favore della consultazione popolare e prese attivamente parte alla campagna referendaria fra i sostenitori della presenza di Londra nel Mercato comune. Nel 1976, all’improvviso, Wilson si dimetteva lasciando aperta la successione alla guida del paese. J. per qualche tempo parve accarezzare l’idea di assumere la leadership del governo, ma finì con l’accantonare questa prospettiva, favorendo la nomina a primo ministro di Callaghan. Nel frattempo, con il primo allargamento della CEE nel 1973 si era assistito a una parziale trasformazione della Commissione europea, della quale erano entrati a far parte tra l’altro due commissari inglesi, mentre presidente dell’organismo europeo era stato nominato il francese François-Xavier Ortoli, uomo vicino a Pompidou.

Sin dalla metà degli anni Settanta si cominciò comunque a ventilare la possibilità che il successivo Presidente della Commissione europea potesse essere un inglese; va d’altronde notato come i due altri più importanti paesi della CEE – la Germania e l’Italia – avessero già avuto un proprio rappresentante in tale funzione, rispettivamente Walter Hallstein e Franco Maria Malfatti. La questione cominciò a essere affrontata in maniera concreta nel corso del 1976 e rapidamente emerse la candidatura di J., il cui curriculum europeista era significativo. L’esponente laburista finì con l’accettare l’offerta, per quanto si rendesse conto di non possedere alcuna esperienza specifica nel contesto delle complesse dinamiche comunitarie; d’altronde sia il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, sia il cancelliere tedesco Helmut Schmidt apparivano favorevoli alla sua nomina. Nel gennaio del 1977 J. diveniva ufficialmente presidente della Commissione europea, che al suo interno annoverava alcuni “veterani” quali lo stesso Ortoli – uno dei vicepresidenti –, Claude Cheysson, Wilhelm Haferkamp e personalità di spicco come gli italiani Antonio Giolitti e Lorenzo Natali e il belga Étienne Davignon. In quegli anni la costruzione europea stava vivendo una fase difficile: da tempo si era esaurita la spinta manifestatasi con il Vertice dell’Aia, alcuni degli esperimenti tentati nei primi anni Settanta si erano conclusi con un fallimento e l’Europa comunitaria non era ancora riuscita a superare il trauma determinato dalla crisi energetica e dalle successive difficoltà economiche. Quanto al ruolo della Commissione, esso appariva ridimensionato dopo l’esperienza di Hallstein a tutto favore della funzione esercitata dai governi, in particolare dopo l’istituzione del Consiglio europeo.

I primi mesi trascorsi da J. a Bruxelles non furono segnati da particolari iniziative, e d’altronde per l’esponente politico inglese era necessaria una fase di adattamento ai meccanismi e al funzionamento delle istituzioni comunitarie. Ben presto l’attenzione del leader laburista si concentrò sulla difficile situazione economica e sulla necessità di affrontare tale problema con un’iniziativa di carattere comunitario. Nell’estate del 1977 prese così forma il progetto che il presidente della Commissione avrebbe poi esposto in due occasioni pubbliche, la prima in ottobre in un discorso tenuto all’Istituto universitario europeo di Firenze, la seconda in dicembre in una dichiarazione resa a Bonn. J. individuava nel disordine monetario una delle ragioni della crisi economica vissuta dall’Europa occidentale e avanzava dunque il progetto per la creazione di un un’unione monetaria (v. anche Unione economica e monetaria), che tra l’altro tenesse conto della passata esperienza del “Serpente monetario”. A questo proposito J. parve trarre profitto dei consigli fornitigli dall’economista belga Robert Triffin, il quale era stato vicino a Jean Monnet. Una volta lanciata l’iniziativa, J. mirò a convincere della validità del progetto i leader dei maggiori paesi della CEE. Numerosi furono tra la fine del 1977 e gli inizi del 1978 i suoi contatti con il presidente francese Giscard d’Estaing e con il cancelliere tedesco Schmidt. L’azione del presidente della Commissione sembrò avere successo perché entrambi i leader finirono con il ritenere valida la proposta. Maggiori difficoltà J. incontrò nei rapporti con la leadership del proprio paese. Sin dall’inizio infatti il primo ministro Callaghan mostrò scarso entusiasmo nei confronti dell’ipotesi di Sistema monetario europeo (SME), essendo dell’opinione che questa scelta non fosse utile per la Gran Bretagna; egli era inoltre preoccupato della situazione economica del paese e della persistente opposizioni di ampi settori del partito laburista nei riguardi della scelta europea.

Nel corso del 1978 l’ipotesi di unione monetaria, tradottasi nel progetto dello SME divenne una questione di prevalente competenza dei governi; Giscard d’Estaing e Schmidt finirono così con il giocare una parte fondamentale nel condurre in porto il progetto delineato l’anno prima dall’esponente laburista; quanto alla Commissione e al suo presidente, essi svolsero un’utile funzione di supporto, ma la creazione dello SME fu in ampia misura il risultato delle scelte compiute dai governi di Bonn e di Parigi. J. dovette soffrire inoltre della delusione rappresentata dalla decisione del gabinetto britannico di inserire sì la sterlina nel paniere delle monete che avrebbero formato l’Unità di conto europea (European currency unit, ECU), ma di escluderla dallo “exchange rate mechanism” (ERM), che avrebbe finito con il rappresentare l’elemento centrale del Sistema monetario europeo. D’altro canto, nell’inverno 1978-1979 le difficoltà vissute dall’economia britannica si acuirono ulteriormente, ponendo in una situazione delicata il Labour party; nel maggio del 1979 si tenevano le elezioni politiche, che sancivano la sconfitta dei laburisti e la vittoria dei conservatori guidati da Margaret Thatcher. Qualche settimana più tardi si tenevano le prime Elezioni dirette del Parlamento europeo, e anche in questo ambito il partito laburista, il quale aveva assunto un atteggiamento scettico nei confronti di questo evento subiva una seria débacle.

Gli sviluppi di natura interna non potevano essere ignorati da J., il quale d’altronde aveva modo di porli in rapporto alle vicende europee, che con la nascita dello SME e le elezioni per l’assemblea di Strasburgo sembravano segnare un punto di svolta, nonché il riemergere di una stretta collaborazione franco-tedesca. Alla fine di novembre del 1979 a J. fu offerta l’opportunità di tenere un discorso alla BBC per la Dimbleby Lecture annuale. Il leader laburista diede a tale discorso il significativo titolo di Home thoughts from abroad. Nel suo intervento, J. ritenne di individuare la causa principale del disagio economico e sociale vissuto dalla Gran Bretagna nelle disfunzioni del suo sistema politico, in particolare nella polarizzazione determinata dal tradizionale bipartitismo. Egli inoltre si dichiarò favorevole alla nascita di un nuovo “centro radicale” e di politiche di coalizione. Sebbene nel suo discorso egli non citasse le questioni europee, era evidente che le proposte lanciate da J. nascevano dalla sua esperienza europea e miravano, attraverso la creazione di una nuova formazione politica, a far sì che la Gran Bretagna uscisse da una posizione di isolamento e, grazie a una trasformazione radicale del suo sistema politico, potesse prendere parte attiva alle dinamiche politiche ed economiche del continente.

Nel corso del 1980 J. proseguì nelle sue funzioni di presidente della Commissione, occupandosi quindi di una serie di importanti problemi: dalla nuova crisi energetica alle gravi difficoltà incontrate dalla siderurgia, dai non facili rapporti con il Parlamento europeo alla questione del bilancio posta dal nuovo primo ministro inglese, Margaret Thatcher (v. anche Bilancio dell’Unione europea). Ciò nonostante l’attenzione di J. cominciava ormai a concentrarsi sulla situazione interna inglese. Con gli inizi del 1981 l’esponente laburista lasciava l’incarico ricoperto a Bruxelles e nel gennaio di quell’anno, con il sostegno di Lord David Owen, Bill Rodgers e Shirley Williams – la cosiddetta gang of four – egli fondava una nuova formazione politica, il Social democratic party (SDP), il quale intendeva proporsi quale alternativa ai due partiti che avevano caratterizzato il panorama politico britannico. Va sottolineato come una delle caratteristiche del SDP fosse la sua scelta a favore della costruzione europea e di un più forte impegno della Gran Bretagna all’interno della Comunità. J. assunse anche la guida del partito.

In realtà, per quanto alcuni ambienti intellettuali mostrassero simpatie verso lo SDP e il partito laburista stesse attraversando una fase di grave crisi, la nuova formazione politica non riuscì a scalfire il tradizionale sistema bipartitico inglese e, soprattutto, non fu in grado di conseguire un ampio consenso. Le elezioni politiche del 1983, nel cui ambito Margaret Thatcher poté sfruttare abilmente gli entusiasmi patriottici derivanti dalla vittoria inglese nella guerra delle Falkland, si tradussero in un trionfo per i tories e in una sconfitta sia per i laburisti, sia per la cosiddetta alliance formata dallo SDP e dai liberali. Nel 1983 J. lasciava la guida del Social democratic party, pur restando sino al 1987 membro del parlamento per la circoscrizione di Glasgow Hillhead. In quell’anno egli veniva nominato dalla regina Lord J. of Hillhead, ed entrava di diritto a far parte della Camera alta, dove negli anni successivi sino al 1997 avrebbe assunto la leadership dei liberaldemocratici. Sempre nel 1987 veniva nominato cancelliere dell’Università di Oxford e qualche anno più tardi veniva insignito dell’Ordine al merito. Egli fu inoltre posto alla guida di una commissione indipendente con il compito di elaborare progetti di riforma del sistema elettorale. Nell’ottobre del 1998 la Commissione J. rese noto un rapporto che auspicava l’adozione di un sistema elettorale misto. I lavori di questo organismo non condussero però ad alcun risultato pratico. Nel frattempo J. sviluppava un’intensa attività letteraria che si traduceva nella pubblicazione di numerose biografie su importanti figure della storia inglese, da Stanley Baldwin a William Gladstone, a Winston Churchill, opera, quest’ultima, destinata a riscuotere un forte successo. Lord J. of Hillhead spirava nel 2003.

Antonio Varsori (2010)




Johnson, Lyndon Baines

Nato e cresciuto nel Texas, J. (vicino a Stonewall, Texas 1908-Johnson City, Texas 1973) si laureò nel 1930 al Southwest Texas State Teachers College, cominciò a insegnare in una scuola superiore di Houston e, dal 1932 al 1934, lavorò per il deputato Richard Kleberg. Assunta nel 1935 la direzione per il Texas della National youth administration, uno degli organismi creati nell’ambito del New Deal rooseveltiano, si avviò verso una brillante carriera politica, mentre la moglie, acquistando una stazione radiofonica ad Austin, creava le basi di una sicura posizione finanziaria per la famiglia. Corse per il Congresso nelle file dei democratici e, ottenuto un seggio alla Camera nel 1937, lo conservò fino al 1949. Dopo un primo tentativo di elezione al Senato, nel 1941, J. combatté nel Pacifico meridionale fino all’estate del 1942, guadagnandosi una decorazione al valore. Eletto al Senato nel 1948, vi assunse cariche di crescente responsabilità grazie a un’abilità di manovra non comune: capogruppo dei democratici nel 1951, leader della minoranza nel 1953 e, dopo le elezioni del 1954 che restituirono il controllo ai democratici, leader della maggioranza. In questa posizione, che ricoprì dal 1955 al 1961 con notevole influenza e capacità, J. gestì tra l’altro l’approvazione dei due Civil rights acts del 1957 e del 1960. Sconfitto da John Kennedy per la nomination democratica alle presidenziali, accettò la sua offerta di correre per la vicepresidenza e, dopo la vittoria elettorale, ne assunse l’incarico dal 1961 al 1963. Mai a suo agio nelle vesti di “secondo”, J. svolse gli incarichi collegati al ruolo, presiedendo tra l’altro il Comitato per le pari opportunità e il Consiglio consultivo per il Peace corps. Subito dopo l’assassinio di John Kennedy (Dallas, 22 novembre 1963), giurò sull’Air force one che ne riportava la salma a Washington e gli successe nella carica come trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti.

Giunto al vertice, J. seppe fronteggiare senza esitazioni le circostanze tragiche dell’avvicendamento alla Casa Bianca, assicurando continuità e stabilità al paese tanto in politica interna quanto sulla scena internazionale. Nell’attesa della campagna elettorale del 1964, cui erano affidate le sue probabilità di conferma in carica, J. richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di completare il programma di riforme avviato dal suo predecessore e, su più ampia scala, di riprendere nello spirito e nella sostanza il cammino tracciato dal New Deal negli anni Trenta. Alcuni obiettivi centrali vennero identificati nell’espansione generale della prosperità nel paese e nella garanzia di opportunità più sostanziali per gli strati meno abbienti della società: di qui la “guerra alla povertà”, dichiarata nel messaggio sullo stato dell’Unione nel gennaio 1964 («Questa amministrazione – oggi, qui e subito – dichiara guerra incondizionata alla povertà in America»), e l’appello al Congresso perché si adoperasse a favore dei «diritti civili più che nell’insieme di tutte le ultime cento sessioni», lanciasse «il più efficace ed efficiente programma di aiuti per l’estero di tutti i tempi» e promuovesse la costruzione di «più case, più scuole, più biblioteche e più ospedali che in qualunque singola sessione del Congresso nella storia della Repubblica». Si delineavano, così, i primi passi costruttivi della great society: un obiettivo e uno slogan che avrebbero costituito la trama di sfondo di tutta la presidenza. Già nel corso del 1964 furono approvati il Civil rights act e una serie di misure per il contenimento della povertà sfociate nella creazione dell’Ufficio per le opportunità economiche.

In politica estera J. seppe instaurare rapporti di fiducia e di collaborazione con i consiglieri più importanti ereditati da Kennedy (tra gli altri, il segretario di Stato Dean Rusk, il segretario alla Difesa Robert McNamara e l’assistente speciale per gli Affari di sicurezza nazionale, McGeorge Bundy), si adoperò nel segno della continuità nelle relazioni atlantiche con gli alleati europei e affrontò con vigore le scelte complesse che si imponevano sia nell’America latina, dove occorreva valutare in modo realistico la possibilità di raggiungere gli obiettivi della “Alleanza per il progresso”, sia soprattutto nella complessa situazione vietnamita, nella quale J. identificò un test critico della forza decisionale statunitense a fronte della sfida globale sovietica e cinese. Nell’agosto 1964, a seguito dell’incidente nel golfo del Tonchino, chiese e ottenne dal Congresso una risoluzione (adottata all’unanimità dalla Camera e con 88 voti contro due al Senato) che lo autorizzava ad adottare ogni misura necessaria per proteggere le forze armate statunitensi impegnate sul campo.

Dopo aver trionfato alle urne, battendo il candidato repubblicano Barry Goldwater in 44 Stati su 50, con 43 milioni di voti contro 27, cioè con la percentuale più alta mai ottenuta sino allora da un presidente nella storia del paese, J. si dedicò alla realizzazione delle riforme interne, cercando di accentuare il controllo della Casa Bianca sulle scelte del Congresso per superare le fondamentali tappe legislative connesse ai contributi federali per l’istruzione, all’assistenza sanitaria pubblica del programma Medicare, all’integrazione razziale tramite la garanzia dei diritti civili ai neri (con il fondamentale Voting rights act del 1965, che triplicò in tre anni il numero dei neri registrati per il voto), alla “crociata” contro la povertà nel paese. I successi ottenuti nelle riforme non trovarono corrispondenza adeguata nei risultati complessivi dell’azione internazionale promossa dall’amministrazione, che si alienò gradualmente il consenso interno. Nonostante le sorti incerte del conflitto, il presidente e i suoi consiglieri si orientarono infatti verso l’escalation dell’impegno bellico nel Vietnam, assumendo decisioni sempre più gravi (bombardamenti sul Vietnam del Nord e aumento graduale della presenza di truppe statunitensi impegnate nel teatro operativo, fino a superare il mezzo milione di unità alla fine del 1966) che risentirono in parte della personalità competitiva di J. – determinato a emulare e superare i successi di Franklin Roosevelt come grande presidente di pace e di guerra – e non furono sottoposte in modo adeguato al vaglio progressivo dell’opinione pubblica.

Un tentativo significativo, ma non decisivo, in tal senso fu il discorso sullo stato dell’Unione del 12 gennaio 1966, che il presidente dedicò in parte alla questione vietnamita e in parte alla realizzazione della great society, sfidando il paese a collegare i due temi: a riconoscere, cioè, nel Sudest asiatico un punto critico per la posizione complessiva degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali e, nel contempo, a sostenere la prosecuzione a pieno ritmo degli ambiziosi programmi per la salute, l’istruzione e la riduzione della povertà. Dati i costi imposti dalla guerra nel Vietnam, le risorse finanziarie non erano però sufficienti a battere entrambe le strade con pari efficacia. I democratici subirono una sconfitta alle elezioni di mid-term del novembre 1966, pur mantenendo la maggioranza in entrambe le Camere, e, nel corso dell’anno successivo, si allargò sempre più il dissenso sulla guerra all’interno dell’opinione pubblica e, via via, della stessa amministrazione. La svolta militare del conflitto, segnata nel gennaio 1968 dall’offensiva del Tet, diffuse ulteriori motivi di pessimismo nel paese e spinse il presidente alla ricerca di una soluzione: in un discorso tenuto il 31 marzo, J. annunciò la riduzione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord per agevolare l’apertura di negoziati per la pace e dichiarò che non si sarebbe candidato alla Casa Bianca per un secondo mandato. La decisione, molto sofferta, gli permise di dedicare gli ultimi mesi di presidenza alle riforme interne, così come alla soluzione del problema vietnamita e ad altri grandi temi di politica estera, quali il dialogo nucleare con i sovietici, sfociato nella firma del trattato di non proliferazione nel luglio 1968 (preceduto, nel gennaio 1967, dal trattato sullo spazio extraterrestre).

Nella prospettiva storica e storiografica, la gestione della crisi nel Sudest asiatico e le critiche agli Stati Uniti che essa suscitò nell’opinione pubblica e in alcuni ambienti governativi di molti paesi alleati hanno oscurato a lungo il bilancio delle relazioni tra Washington e l’Europa occidentale negli anni di J.: un bilancio che fu invece, nel complesso, positivo. Il presidente e i suoi collaboratori seppero infatti sviluppare con abilità, pazienza e flessibilità l’eredità kennedyana, tributando la debita attenzione a quelle relazioni, nelle quali essi ravvisavano, in piena continuità con le scelte compiute sotto Harry Spencer Truman negli anni Quaranta, l’asse portante di un solido multilateralismo a guida statunitense, capace di superare lo scontro con l’Unione Sovietica e di stabilizzare in prospettiva l’ordine mondiale. Nel 1967 giunse a compimento, in seno all’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT) (v. Organizzazione mondiale del commercio), il “Kennedy round” per la riduzione degli ostacoli tariffari al commercio. Nello stesso anno si conclusero in modo soddisfacente nuovi accordi offset a tre con la Germania occidentale e con il Regno Unito per una soluzione complessiva delle questioni militari e finanziarie correlate alla presenza delle forze britanniche e statunitensi sul suolo tedesco. Alterna fortuna ebbero invece gli sforzi di Washington per stimolare una riforma appropriata e concertata del sistema monetario internazionale che salvasse e aggiornasse il sistema di Bretton Woods.

Per cinque anni, con toni e misure variabili a seconda delle circostanze e delle reazioni degli interlocutori, l’amministrazione continuò a sostenere la necessità dell’unificazione economica e politica allargata alla Gran Bretagna e ad altri candidati come obiettivo finale della costruzione europea e come via maestra verso lo sviluppo di una comunità atlantica a due pilastri. Finché fu possibile, venne perseguito l’obiettivo di costituire una Forza multilaterale atomica e, una volta fallito il disegno, a Washington ci si adoperò con discreto successo per trovare soluzioni alternative per il nuclear sharing in seno all’Alleanza atlantica. Smorzando l’inclinazione alla rappresaglia di alcuni collaboratori, J. guidò una ripresa vigorosa della leadership statunitense all’interno dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) dopo il colpo formidabile sferrato all’organizzazione dal generale Charles de Gaulle nel marzo 1966, quando la Francia, in linea con la politica estera ambiziosa dispiegata dal suo presidente, annunciò il ritiro militare dai comandi integrati, senza peraltro abbandonare l’Alleanza. Il rafforzamento della NATO, legato anche all’approvazione dello “Studio Harmel” (v. Piano Harmel) nel dicembre 1967, permise agli Stati Uniti di sviluppare su basi consolidate il dialogo con l’Est europeo e con l’Unione Sovietica, e di fronteggiare la crisi cecoslovacca del 1968.

In un discorso tenuto il 3 maggio 1966, J. aveva sottolineato la convinzione statunitense che «la spinta verso l’unità nell’Europa occidentale non è solo auspicabile ma anche necessaria. […] Ogni lezione che il passato può insegnarci e ogni prospettiva rivolta al futuro dimostrano che le nazioni dell’Europa occidentale possono svolgere il ruolo che loro compete nella comunità mondiale solo agendo sempre più di concerto. […] Una difesa atlantica integrata è la prima necessità e non il risultato ultimo della costruzione dell’unità nell’Europa occidentale, in vista dell’ampliamento della partnership tra le due rive dell’Atlantico e della composizione delle divergenze con l’Est». Affermazioni di questo genere furono ripetute in ogni occasione utile dal presidente e dai membri dell’amministrazione, dal 1963 al 1968. A volte si confusero concetti distinti come integrazione e costruzione (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), unità e unificazione, comunità, confederazione e federazione (v. Federalismo); ma fu sempre convogliato agli europei con sufficiente precisione il messaggio che Washington auspicava il progresso della costruzione europea all’interno di una più ampia comunità atlantica, in vista di una gestione condivisa del campo occidentale. Tale costruzione, a patto che gli alleati si dimostrassero disponibili a correggerne gli sviluppi finanziari e commerciali più direttamente dannosi per gli Stati Uniti, rientrava in una prospettiva di enlightened self-interest americano, cui l’amministrazione intendeva continuare a ispirarsi. Un polo unico europeo avrebbe infatti costituito l’alter ego o il socio di minoranza ideale per un sistema egemonico di potenza volto nel medio periodo a contenere l’avversario esterno, cioè l’Unione Sovietica, ma destinato a consolidarsi nel lungo periodo, e a scongiurare lo scatenarsi di nuove crisi belliche generali, solo se le tensioni intraeuropee avessero trovato un’adeguata camera di compensazione pacifica nella costruzione istituzionale comune.

Su questo sfondo – che J. non volle modificare fino al termine del suo mandato, anche quando, come nel caso dell’abbandono del progetto di Forza multilaterale nucleare, le circostanze e il calcolo del rapporto tra costi e benefici imposero decisi colpi di timone – non mancarono dubbi e critiche, all’interno dell’opinione pubblica e in seno alla stessa amministrazione, sull’opportunità di continuare ad appoggiare l’integrazione europea in nome di obiettivi strategici di lungo periodo, anche in presenza di comportamenti degli alleati direttamente dannosi per l’interesse nazionale statunitense. Come affermò il segretario al Tesoro, Henry Fowler, in un documento inviato a J. alla fine del maggio 1967: «I paesi del Mercato comune hanno mancato di assumersi la giusta quota di responsabilità che dovrebbe accompagnarsi all’incremento della forza economica e finanziaria. Hanno dato minori contributi alla difesa comune di quanto dovrebbero; hanno continuato ad accumulare riserve internazionali […]. In breve, quei paesi cercano di accrescere la propria influenza senza accollarsi il carico di responsabilità più forti […]. Non dovremmo quindi incoraggiare un ulteriore rafforzamento dell’Europa, e soprattutto della CEE [Comunità economica europea], finché proprio la CEE non dimostri di sapersi accollare le responsabilità di un’area caratterizzata da bilancia dei pagamenti in surplus».

Questo ritorno polemico sul tema del burden sharing, che aveva costituito peraltro il nocciolo dell’approccio kennedyano alle tematiche europee, ripreso in pieno da J., si sommava ai dissidi aperti dalla questione vietnamita e, sullo sfondo di una disillusione americana rispetto alla capacità europea di percepire quel conflitto e altri temi globali in termini di equa condivisione di responsabilità, apriva la via alla tentazione unilateralista: perché, in fondo, non inaugurare un nuovo corso in politica estera più libero e creativo nell’ordine delle priorità, considerando l’Europa occidentale una regione al pari delle altre nel globo, non più come l’interlocutrice fondamentale delle iniziative statunitensi, tanto nel confronto con Mosca quanto nella competizione per convincere i paesi in via di sviluppo a scegliere il mercato anziché il modello di crescita proposto dall’Est socialista? Vinte le presidenziali nel novembre 1968, Richard Nixon avrebbe impostato nuove coordinate per la politica europea degli Stati Uniti, portando per gradi a maturazione, d’intesa con il suo Consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Alfred Kissinger, quel processo di disincanto rispetto alle prospettive di corresponsabilità e cogestione del campo occidentale che avevano ancora animato la presidenza di J.

Nel gennaio 1969 J., che era riuscito a garantire al suo vicepresidente, Hubert Humphrey, la nomination per le elezioni ma non la vittoria, si ritirò nel suo ranch a Johnson City, in Texas. Nei quattro anni successivi attese alla stesura di un volume di memorie e contribuì all’organizzazione della biblioteca presidenziale dedicata al suo nome. Morì di un attacco cardiaco nel gennaio 1973, subito prima della firma degli Accordi di Parigi per la pace nel Vietnam.

Massimiliano Guderzo (2010)




Jonas, Hans

J. nacque il 10 maggio 1903 a Mönchengladbach (Nordrhein-Westfalen), secondo di tre figli. Il padre, Gustav Jonas, possedeva una fabbrica tessile; la madre, Rosa, musicista, era figlia del rabbino liberale Jakob Horowitz. Gustav Jonas non era un ebreo ortodosso, essendo, al contrario, favorevole all’assimilazione ebraica alla società civile tedesca. Per molti anni egli rimase alla guida della sezione locale dell’Associazione centrale dei cittadini tedeschi di fede ebraica.

Durante gli anni del liceo J. cominciò ad interessarsi di filosofia, accostandosi a Platone e Kant, mentre a casa lesse avidamente le opere di Schopenhauer, Goethe, Schiller e Kleist che trovava nella biblioteca paterna. Risalgono a questo periodo alcune letture determinanti per la sua formazione culturale – I discorsi sull’ebraismo di Martin Buber, la Fondazione della metafisica dei costumi di Emmanuel Kant e la Bibbia, di cui cominciò a studiare per conto proprio il Pentateuco e i Libri dei Profeti – che risvegliarono il suo interesse per lo studio della filosofia e della teologia.

Nel corso dell’ultimo anno di liceo J. maturò la propria fede sionista. Al giovane J., di carattere risoluto e dinamico e orientato al pragmatismo, fu da subito chiaro come il sionismo si imponesse come compito pratico-politico. A spingerlo in questa direzione furono l’acuta consapevolezza della propria identità ebraica, l’inasprirsi della situazione politica contemporanea e la virulenza e la diffusione generalizzata dell’antisemitismo nel periodo in cui andava crollando il secondo impero tedesco. L’adesione al sionismo e la ferma convinzione che il proprio destino sarebbe stato di trasferirsi e stabilirsi in Palestina (da lui identificata con la propria patria) per poter così collaborare alla fondazione di una nuova comunità ebraica, segnarono una frattura nei confronti delle idee moderate del padre.

Nel gennaio del 1921 J. si iscrisse all’università di Friburgo, attirato dalla fama di Edmund Husserl, di cui ebbe modo di seguire le lezioni nel semestre estivo del 1921. Egli frequentò inoltre il seminario per principianti tenuto dal giovane docente Martin Heidegger.

Desiderando approfondire i propri interessi per le scienze religiose, cosa impossibile per un ebreo in una facoltà teologica come quella di Friburgo, a partire dall’autunno del 1921 J. si trasferì a Berlino, dove frequentò tre semestri accademici alla Scuola superiore per la scienza dell’ebraismo. Frequentò contemporaneamente la Facoltà teologica evangelica dell’Università Friedrich-Wilhelm, dove ebbe occasione di seguire direttamente le lezioni di docenti di spicco, tra cui Hugo Gressmann, Ernst Troeltsch ed Eduard Spranger.

A Berlino J. strinse amicizia con Leo Strauss e con Günther Stern (che in seguito utilizzò lo pseudonimo di Günther Anders), figlio di un accademico amico di Husserl. Inoltre, in quegli anni di crescenti tensioni sociali e politiche, si impegnò nell’associazione sionista Makkabäa e nell’Unione delle associazioni ebraiche (Kartell Jüdischer Verbindungen, KJV). Tuttavia, convinto che la risoluzione della questione ebraica richiedesse la mobilitazione di competenze pratiche, tra il marzo e l’ottobre del 1923 J. lavorò, insieme ad altri ebrei, in una fattoria a Wolfenbüttel, nella Bassa Sassonia, in vista del l’emigrazione in Palestina. Per l’affermazione politica del sionismo, difatti, i mestieri pratico-manuali gli sembravano più utili degli studi filosofici, ai quali però si dedicò nuovamente alla fine di questo periodo.

Così, nell’autunno del 1923, J. fece ritorno all’università di Friburgo, trasferendosi poi all’università di Marburgo per seguire le lezioni di Heidegger, che andava lavorando all’opera che avrebbe segnato una delle principali rivoluzioni filosofiche del XX secolo, Essere e tempo (1927). Pur confrontandosi intensamente con il pensiero di Heidegger, J. prese le distanze dall’atteggiamento di venerazione incondizionata che la cerchia dei discepoli manifestava nei confronti del maestro.

A Marburgo J. conobbe il teologo protestante Rudolf Bultmann, il quale non si rivelò solo un punto di riferimento essenziale per il suo pensiero, ma anche un amico e un modello di comportamento etico nei successivi, difficili anni della guerra. Cosa inusuale per un ebreo, J. decise di frequentare il seminario tenuto da Bultmann sull’esegesi del Nuovo testamento. Qui conobbe un’ebrea diciottenne di Königsberg con la quale avrebbe stretto una delle amicizie più profonde e importanti della propria esistenza: Hannah Arendt. J. si trovò immediatamente in sintonia con l’esegesi e la lettura della Bibbia di Bultmann, che privilegiava il carattere reale e storico-esistenziale della narrazione biblica.

Il 29 febbraio 1928 J. conseguì la laurea con il massimo dei voti discutendo una tesi sul tema della conoscenza di Dio. Dopo la laurea, decise di trascorrere un periodo di studio a Heidelberg, dove collaborò con Karl Jaspers e si interessò alla sociologia grazie agli insegnamenti di Max Weber e di Karl Mannheim. Proseguiva intanto la militanza sionista di J., che prese parte al sedicesimo Congresso del sionismo, tenutosi nell’estate del 1929 a Basilea.

Nel 1930 J. portò a termine due pubblicazioni. La prima era una rielaborazione della tesi di laurea sul concetto di gnosi, per la quale J. trascorse periodi di studio alla Sorbona (inverno 1928-29), a Bonn, a Francoforte sul Meno e a Colonia, dove si trovava all’avvento al potere di Hitler. Il secondo scritto, pubblicato per interessamento di Bultmann e intitolato Agostino e il problema paolino della libertà, era l’approfondimento di un lavoro svolto nell’ambito del seminario tenuto da Heidegger nel 1927 sul concetto di volontà. A partire dal 1933 J. optò per la carriera accademica, lavorando a una dissertazione sulla problematica gnostica per conseguire il titolo di libero docente.

Con l’avvento al potere di Hitler J. si rese conto però che gli era impossibile restare in Germania. La nomina di Heidegger a rettore dell’Università di Friburgo (21 aprile 1933), la sua adesione al partito nazionalsocialista (1° maggio) e il suo discorso rettorale del 27 maggio significarono non solo l’irrimediabile allontanamento dal maestro, ma «il fallimento della filosofia intera», come lo stesso J. ebbe ad affermare. Così, con l’approvazione dei propri genitori e avvalendosi di un visto ottenuto, tra l’altro, grazie al sostegno di Bultmann, nell’estate del 1933 J. lasciò la Germania facendo la solenne promessa di non farvi ritorno se non dopo la “distruzione dell’hitlerismo” ed emigrò a Londra. Qui continuò a intrattenere fitti rapporti epistolari con il proprio paese, anche per via della propria ricerca sulla gnosi, la cui prima parte fu pubblicata nel 1934, ancora una volta per interessamento di Bultmann, con il titolo Gnosi e spirito tardo-antico. A causa dell’espatrio non poté tuttavia sostenere l’esame di abilitazione.

Nel 1935 J. realizzò il proprio sogno di trasferirsi in Palestina. Qui sperimentò direttamente la resistenza araba al programma sionistico di insediamento, cui prese parte attiva aderendo all’organizzazione difensiva Haganah e addestrandosi alle armi. Nel frattempo cercò di avere un insegnamento all’Università ebraica di Gerusalemme, ma vi riuscì solamente tra il 1938 e il 1939. In quegli anni intrattenne rapporti con Hans-Jakob Polotsky, Hans Lewy, Gershom Scholem, Shmuel Sambursky e George Lichtheim, il cui padre era stato cofondatore del sionismo tedesco.

Nel 1937 J. conobbe Eleonore (Lore) Weiner, la cui famiglia, anch’essa ebrea, era emigrata da Regensburg. I due si sarebbero sposati nel 1943. Dall’autunno del 1937 J. soggiornò nell’isola di Rodi per scrivere la seconda parte della sua ricerca sulla gnosi e lo spirito della tarda antichità. Alla morte del padre (7 gennaio 1938), la madre manifestò l’intenzione di raggiungere il figlio in Palestina. Ma per salvare il fratello minore di J., Georg, imprigionato e internato a Dachau durante la “Notte dei cristalli” (9-10 novembre 1938), Rosa rinunziò alla partenza cedendogli il proprio visto. Inutilmente J. tentò di ottenere attraverso le autorità britanniche un altro visto per la madre: nel 1942 Rosa venne internata nel ghetto di Lodz/Litzmannstadt e poi deportata ad Auschwitz, dove trovò la morte.

Allo scoppio della guerra J. si convinse che anche gli ebrei dovessero partecipare attivamente al conflitto. Egli infatti riteneva che l’intera nazione ebraica dovesse condividere la lotta contro il nazismo mediante la costituzione di un’unità combattente da destinarsi al fronte occidentale. La proposta di J. suscitò un animato dibattito, e solo nel settembre del 1944 fu costituito il Jewish brigade group grazie all’intervento della Jewish agency e poi direttamente di Winston Churchill.

Il 7 settembre 1939 J. decise di arruolarsi nell’esercito britannico, ma nessuno dei suoi amici ne condivise la scelta. Effettuò le prime missioni in Palestina, partecipando successivamente a spedizioni in diversi paesi, tra cui Italia, Belgio e Olanda (v. Paesi Bassi).

Alla fine della guerra J. si trovava a Udine, ma il suo impegno di combattente non terminò che nel novembre del 1945. Nel mese di luglio giunse in Germania al seguito della propria unità, realizzando con ciò la promessa fatta a se stesso 12 anni prima.

Tornato in Palestina nel dicembre 1945, lavorò all’Università ebraica di Gerusalemme e all’Istituto di studi superiori del consolato britannico. Il termine del mandato britannico in Palestina, unitamente alla decisione di costituire due Stati, uno arabo e l’altro ebraico, determinò però lo scoppio della guerra. Ancora una volta J. si sentì in dovere di fornire il proprio contributo alla causa israeliana prestando per un altro anno servizio nell’esercito. Nel 1949 vinse una borsa di studio offerta dalla Lady Davis Foundation e si trasferì a Montreal, insegnando alla McGill University di Montreal.

Nel 1950 passò a insegnare filosofia al Carleton College di Ottawa, dove strinse amicizia con lo scienziato e filosofo della biologia Ludwig von Bertalanffy, fondatore della teoria generale dei sistemi. Nello stesso periodo J. ebbe la possibilità di effettuare numerosi viaggi a New York, Chicago e Cincinnati e poté così rivedere vecchi amici (Arendt, Anders, Löwith).

Nel 1952 fu chiamato a insegnare presso l’università di Gerusalemme, ma decise di rifiutare, deludendo l’amico Scholem, che si era adoperato in tal senso e accusò J. di aver tradito il sionismo. Parimenti, J. rifiutò anche un’altra chiamata universitaria, questa volta a Kiel. Non se la sentiva infatti di rientrare in Germania dopo quanto qui era capitato alla madre.

La riflessione filosofica di J. si andava intanto focalizzando sulla nozione di valore, nel tentativo di darne un’interpretazione che non prescindesse dalla centralità della vita organica e del corpo vivente e che mettesse capo ad un’ontologia radicalmente nuova. A questo ambizioso tentativo era dedicata l’opera The phenomenon of life (1966), la cui prima stesura intitolata Organism and freedom veniva terminata già nel 1954.

Nel 1953 J. fu nominato docente di filosofia presso la prestigiosa Graduate faculty of political and social science della New school for social research di New York, incarico che poté però svolgere effettivamente soltanto a partire dal 1955 (e fino al 1976). Qui J. sperimentò un’autentica libertà del pensiero, avendo modo di entrare nel vivo del dibattito socio-politico-culturale statunitense ed europeo, dato il grande numero di esuli ivi confluiti dal vecchio continente. Con i sociologi Karl Mayer ed Albert Salomon, J. sarà incluso dalla generazione di studenti del dopoguerra tra i “tre grandi” della Graduate faculty. Successivamente, insieme a Hannah Arendt, approdata a New York nel 1967, si impegnò a salvaguardare la qualità della ricerca ivi condotta, oltreché il suo carattere interdisciplinare orientato alle scienze sociali. J. ebbe intensi rapporti con altri docenti della scuola, tra cui Alfred Schütz, Leo Strauss, Adolph Löwe, Aron Gurwitsch e Paul Tillich. Frequentò inoltre gli studiosi della scuola di Göttingen emigrati anch’essi negli Stati Uniti. Nel 1959, a seguito del conferimento di una borsa di studio della John Simon Guggenheim memorial foundation di New York, trascorse un anno sabbatico a Monaco e tenne una serie di conferenze in Germania.

L’amicizia di J. con Hannah Arendt entrò in crisi allorché questa pubblicò il celebre volume La banalità del male (1963) sul processo ad Adolf Eichmann a Gerusalemme, nel quale si esprimeva una posizione critica verso il comportamento di alcuni gruppi ebraici (ad esempio, dei consigli ebraici dei ghetti), che venivano addirittura ritenuti in certo modo corresponsabili della Shoah. Di parere ovviamente opposto era J., il quale ruppe pertanto i rapporti con l’amica. Solo grazie alla profondità del legame e alla mediazione di Lore Jonas i due si poterono riconciliare.

Intanto nell’aprile del 1964 J. era stato invitato a tenere la relazione inaugurale di un convegno internazionale alla Drew university del New Jersey, dedicato all’influsso della filosofia del tardo Heidegger sulla teologia protestante. La scelta era ricaduta su J. in quanto egli aveva vissuto a Marburgo, in qualità di allievo di Heidegger, l’importante stagione del rapporto tra filosofia heideggeriana e teologia protestante bultmanniana. Inaspettatamente, J. presentò una relazione particolarmente critica nei confronti del maestro, in particolare dell’ultima fase del suo pensiero. Il tardo Heidegger secondo J. aveva smarrito la fondamentale e concreta dimensione pratica dell’esistere umano, approdando a un rassegnato indifferentismo etico in cui J. identificava la radice profonda dell’adesione al nazismo del filosofo.

Proseguiva intanto l’impegno culturale pubblico di J. negli Stati Uniti. Nel 1969 fu tra i soci fondatori del centro interdisciplinare The Hastings center on Hudson (Garrison, New York). A partire dal 1967 aveva cominciato a occuparsi di questioni di bioetica, quali la morte cerebrale e i trapianti d’organi. Nel 1971, 1976 e 1977 intervenne in comitati etici del Senato americano e dello Stato della California su questioni di genetica (ad esempio la manipolazione del DNA) e sulla relazione tra sapere scientifico e interesse pubblico.

Negli anni successivi videro la luce Il principio responsabilità (1979) e Tecnica, medicina ed etica (1985), in cui partendo dal riconoscimento del rapporto di dipendenza dell’uomo dalla tecnologia, J. intendeva proporre un’etica fondata sulla responsabilità nei confronti del vivente, indicata come principio guida anche per l’azione politica. Il principio responsabilità, che ebbe vasta eco, affrontava questioni delicate, quali la sostenibilità dello sviluppo tecnologico umano, il pericolo rappresentato dalle utopie politiche, la ricerca di un fondamento per un’etica planetaria, la necessità che la politica tornasse ad assumersi la responsabilità di guidare l’umanità.

La Repubblica Federale Tedesca (RFT), all’epoca impegnata nell’Ostpolitik di avvicinamento e conciliazione con la Repubblica Democratica Tedesca, non poteva non interpretare con favore la veemenza con cui J. si scagliava contro il sistema capitalistico, esprimendo invece un giudizio meno critico nei confronti della pianificazione economica (J. successivamente ritrattò questo preciso punto). Tuttavia, il nucleo di maggior interesse dell’opera consisteva, per ammissione dello stesso Helmut Schmidt, all’epoca cancelliere della RFT, nel coraggio con cui J. andava contro tendenza a proposito di questioni quali i diritti individuali. Con ciò J. non intendeva negare la libertà dell’individuo, quanto piuttosto affermare che all’umanità nel suo complesso si pone il dovere di autolimitare il proprio potere e di adottare un principio etico precauzionale, al fine di non lasciare alle generazioni future problemi per loro letali o troppo ardui da risolvere. Alla questione, caratteristica dell’odierno mondo globalizzato, della “dispersione di sovranità”, affrontata da J. dal punto di vista ecologico-etico-politico, egli forniva una risposta che pareva non discostarsi molto dall’idea, attualmente al centro del dibattito politico-istituzionale europeo, che fosse necessario procedere in direzione dell’autolimitazione del potere degli Stati membri.

A partire dagli anni Ottanta J. ottenne il pubblico riconoscimento del proprio impegno di uomo di cultura. Tra il 1982 e il 1983 venne nominato primo Eric-Voegelin-Gastprofessur presso l’Università Ludwig-Maximilian di Monaco. Nel 1984 ottenne il Premio Leopold Lukas della Facoltà teologica evangelica dell’Università Eberhard-Karl di Tubinga. In occasione della premiazione tenne il discorso sul tema Il concetto di Dio dopo Auschwitz, in cui affermava che un evento come Auschwitz esige una profonda rivisitazione del concetto stesso di Dio.

L’11 ottobre 1987 J. ricevette il prestigioso Premio per la pace degli editori tedeschi per aver contribuito a porre la questione politica della gestione dell’allargamento del campo dell’azione umana, all’approfondimento del pensiero sulla vita e sulla sopravvivenza dell’uomo e della natura, e all’individuazione di una nuova dimensione della responsabilità.

Tra i riconoscimenti ricevuti spiccano, in questi stessi anni, la Gran croce al merito della Repubblica Federale Tedesca, la laurea honoris causa presso l’Università di Konstanz (2 luglio 1991) e la libera Università di Berlino (11 giugno 1992) e il premio Nonino (30 gennaio 1993).

J. morì il 5 febbraio a New Rochelle, e venne sepolto nel settore ebraico del cimitero ecumenico di Hastings, New York.

Sebbene J. non possa essere annoverato tra gli artefici diretti dell’integrazione europea (v. anche Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), ebbe comunque il merito di apportare, soprattutto con Il principio responsabilità e Tecnica, medicina ed etica, un contributo determinante alla riflessione socio-politica e filosofico-culturale in direzione di un ripensamento del concetto di responsabilità: contributo che nell’ambito politico-istituzionale europeo per certi versi è già stato recepito, mentre per altri resta una sfida aperta e stimolante.

Roberto Franzini Tibaldeo (2010)




Jospin, Lionel

J. (Meudon, Hauts-de-Seine 1937), secondogenito di quattro fratelli, trascorse l’infanzia nella regione parigina, a eccezione di una parentesi durante l’occupazione tedesca. Anche il padre Robert, nato nel 1889 e morto nel 1990, si era occupato di politica; membro della Section française de l’Internationale ouvrière (SFIO) dal 1924, si era presentato alle elezioni legislative del 1936 nell’Indre. Durante l’occupazione tedesca, aveva aderito alla Ligue de la pensée française, un movimento pétainista di sinistra. Nel 1944 Robert aveva accettato di essere nominato consigliere municipale di Meudon e per questa ragione, dopo il 1945, era stato escluso per dieci anni dalla SFIO. Ma in seguito era rientrato nell’organizzazione per occupare la carica di segretario generale in Seine-et-Marne. Pacifista convinto, amico di René Dumont, il pioniere dell’ecologia politica, Robert proveniva da una famiglia protestante e aveva ricevuto un’educazione “rigorista”, come sua moglie Mireille Dandieu, ostetrica, poi infermiera e infine assistente sociale nell’Educazione nazionale.

Nel 1956 J. si presenta al concorso di ammissione all’Institut d’études politiques, dove si diplomerà nel 1959. I fatti di Suez e di Budapest influenzeranno profondamente il corso della sua vita. Comincia a militare nell’Union nationale des étudiants de France (UNEF) e si impegna contro la guerra di Algeria; nel 1960, aderisce al Parti socialiste unifié (PSU). Nel novembre 1961 supera il concorso per l’ammissione all’École nationale d’administration (ENA). Fa quindi il servizio militare a Treviri e frequenta la Scuola ufficiali di riserva a Saumur; raggiunge poi la Germania come sottotenente in un reggimento di blindati.

Dopo l’ENA, dove uno dei suoi compagni di corso è Ernest-Antoine Sellières, entra, nel 1963, al Quai d’Orsay come segretario agli Affari esteri. Due anni più tardi è assegnato alla Direzione degli Affari economici, nel servizio per la cooperazione e gli aiuti allo sviluppo. Quest’incarico lo porta a viaggiare in tutto il mondo.

Alla fine degli anni Sessanta il fratello Olivier lo mette in contatto con l’Organizzazione comunista internazionale (OCI), struttura clandestina nata da una scissione della IV Internazionale socialista che ricalca per tipo di organizzazione e funzionamento una struttura tipica della Resistenza (segretezza permanente, sorveglianza dei militanti, controllo della purezza del pensiero, finanziamento in liquidi, nome di battaglia per ogni membro, addestramento di diversi mesi). Alla testa del gruppo di matrice trockijsta, i cui membri sono per la maggior parte insegnanti, c’è Pierre Bossel, detto Pierre Lambert, con cui J. afferma di aver rotto politicamente nel 1982, e sul piano dell’amicizia personale quattro anni dopo. A contatto con Bossel J. perfeziona la sua formazione politica, intellettuale e personale tanto che, secondo Elisabeth Dannenmuller, «il trozkismo è la sua scuola domenicale». Fino al 1999, questo passato trockijsta viene taciuto e, quando emergono le prime testimonianze, J., all’epoca primo ministro, nega tutto, adducendo a pretesto una supposta confusione con il fratello Olivier, ma più tardi riconosce i suoi legami con l’OCI. A posteriori, alcuni hanno voluto trovare in questa esperienza la spiegazione per lo scarso interesse dimostrato da J. verso la costruzione europea.

Nel 1969, qualche mese dopo i movimenti di protesta del maggio 1968, J. rinuncia alla carriera di alto funzionario e diplomatico che gli si apre davanti e per undici anni è docente di Economia all’Università Parigi-XI a Sceaux, dove dirige l’Institut de technologie. Nel 1971, sotto l’influenza di Pierre Joxe, aderisce al Partito socialista (PS), rifondato da François Mitterrand a Epinay. Entra a far parte, come responsabile delle relazioni Est-Ovest, del gruppo di esperti che lavora a fianco del primo segretario. È il momento in cui i socialisti francesi elaborano il nuovo messaggio europeo del partito nel quadro del programma “Changer la vie”, in cui affermano il loro attaccamento a un’Europa democratica e sociale. L’attuazione di questo tipo di Europa presuppone, ai loro occhi, l’armonizzazione delle legislazioni nazionali. Secondo il Partito socialista francese, la Comunità deve essere per l’Europa il mezzo per affermarsi sulla scena internazionale, in particolare nei confronti dell’egemonia economica degli Stati Uniti, e tale concezione subirà solo alcune modifiche congiunturali nei tre decenni successivi. Si può affermare che J. aderisca ufficialmente alle posizioni del Partito socialista sulla questione europea, ma che, in fondo, essa non gli stia particolarmente a cuore.

Numero due del Partito socialista, nel 1975, diventa segretario nazionale per il Terzo mondo e nel 1979, l’ex funzionario del Quai d’Orsay è responsabile per il partito delle relazioni estere e frequenta Willy Brandt, Olof Palme e Bruno Kreisky.

Militante nel XV arrondissement, membro del “gruppo del XVIII”, al quale appartengono anche Daniel Vaillant e Bertrand Delanoë, J. approfitta, nel 1977, dell’“onda rosa” delle elezioni municipali. La fedeltà di J. a Mitterrand, con il quale condivide anche la visione di un’Europa costituita da Stati nazione, viene ripagata, il 24 gennaio 1981, con l’elezione di J., durante il Congresso straordinario di Metz che designa Mitterrand candidato alle elezioni presidenziali, primo segretario del Partito socialista. Alle successive elezioni legislative è eletto deputato, nel XVIII arrondissement parigino e, ben presto, guida la lista socialista alle elezioni europee. In questa occasione, il giovane dirigente elabora la sua prima autentica analisi della questione europea. Da candidato socialista auspica una campagna sul campo e opta per l’organizzazione di quindici meeting interregionali da svolgersi fra il 15 maggio e il 15 giugno.

Il manifesto del Partito socialista, pubblicato nell’aprile 1984, si richiama all’attaccamento del partito alla Comunità europea (v. anche Comunità economica europea) e traccia il quadro di una crisi che richiede un rilancio. «Esso passa innanzitutto attraverso la lotta per l’occupazione e, più precisamente, un rilancio economico europeo concertato, l’attuazione di una politica industriale e della ricerca, di una strategia energetica, di una reale politica regionale […], una protezione rafforzata del Mercato comune e un’accresciuta cooperazione monetaria […]. Bisogna lanciare l’Europa delle libertà, della cultura e dell’istruzione». I socialisti rifiutano qualsiasi evoluzione istituzionale che sia sinonimo di prospettive a lungo termine e si limitano a ribadire la necessità di applicare il Trattato di Roma (v. Trattati di Roma). Il 17 giugno 1984, il risultato del Partito socialista alle elezioni europee è inferiore a quello del 1979 (v. anche Elezioni dirette del Parlamento europeo).

Due anni dopo, nel marzo 1986, le elezioni legislative segnano il ritorno della destra. Eletto a Parigi, a settembre J. è sollecitato dalla federazione della Haute-Garonne a candidarsi per un’elezione legislativa parziale che si preannuncia difficile. È eletto deputato della VII circoscrizione e due anni più tardi consigliere generale del cantone di Cintegabelle, nello stesso dipartimento. Rinuncia quindi ai suoi mandati parigini e si radica nella provincia, una tappa quasi obbligata nella carriera degli uomini politici francesi che abbiano vocazioni presidenziali.

L’uomo forte di Cintegabelle resta primo segretario del PS fino alla nomina a ministro dell’Educazione nazionale, della gioventù e dello sport, nel maggio 1988, all’interno del governo Michel Rocard. Per quattro anni porta avanti un’ambiziosa politica di riforme che investe tutti i livelli dell’insegnamento. Per rivalorizzare la condizione degli insegnanti e la loro formazione, il ministro modifica i programmi, istituisce nella scuola materna e primaria i cicli di tirocinio, rilancia la politica delle “zone di educazione prioritaria” e quella del decentramento, che si esprime nella concessione di maggiori poteri ai consigli scolastici. Avvia la riforma dei licei e promuove il piano “Université 2000”. In un paese con due milioni di giovani scolarizzati, in cui ogni ministro dell’Educazione vuole legare il proprio nome a una riforma “decisiva”, l’azione di J. appare un successo. Per quanto riguarda le misure a favore della diffusione della conoscenza dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) tra i giovani, esse sono limitate all’avviamento alle lingue straniere nell’insegnamento primario e allo sviluppo degli scambi universitari.

J. si dimette dal suo ministero nel 1992. Le elezioni del 1993 segnano il regresso della sinistra francese, confermato l’anno seguente dalle consultazioni europee. J. abbandona il comitato direttivo e l’esecutivo del PS e per due anni si adopera per animare e promuovere le Assises de la transformation sociale lanciate da Michel Rocard. Questi forum forniscono agli uomini politici, ai sindacalisti e ai movimenti associativi di sinistra di diverse sensibilità, l’opportunità di discutere i problemi di base della società francese.

Il 4 gennaio 1995, l’ex primo segretario riprende servizio nel partito e annuncia, di fronte al direttivo nazionale, la sua candidatura alle elezioni presidenziali e, un mese dopo, viene ufficialmente designato dal Congresso straordinario. Nelle sue dichiarazioni, il candidato J. ribadisce la propria adesione a un’Europa sociale. «La moneta unica non diverrà un ostacolo a politiche sociali avanzate. Ritengo che, al contrario, ci darà nuovi margini di manovra. In questo contesto c’è anche un costo della non-Europa […]. L’instabilità monetaria è sempre un rischio per i più deboli. Fra Stati e anche all’interno di ciascuno Stato». Queste considerazioni pubblicate nella rivista “Politics”, il 23 marzo 1995, sono sintomatiche delle convinzioni di J. e del suo modo di esprimersi in quel periodo. La sua visione è universalista e umanistica, il suo approccio è tecnico, spesso difensivo. A proposito della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 a Nizza, J., divenuto primo ministro, si oppone all’eventuale menzione dell’“eredità religiosa”: «Il riferimento all’ispirazione religiosa dell’Unione […] solleverebbe per la Francia difficoltà di ordine costituzionale e metterebbe in discussione il carattere universale dei valori e dei diritti». Il politico, di cui la stampa ricorda regolarmente l’educazione protestante per fustigare il suo orgoglio o ammirarne il rigore, si professa «laico ma allo stesso tempo sensibile al fattore religioso».

Seppur in testa al primo turno delle elezioni presidenziali con il 23,3% dei voti, alla fine, il 7 maggio 1995, ottiene solo il 47,3% dei suffragi; si tratta comunque di una sconfitta onorevole.

Tornato alla direzione del PS, lo porta alla vittoria alle elezioni comunali e comincia a rinnovarlo dall’interno, concedendo ai militanti maggiori strumenti di partecipazione. Nell’autunno seguente un movimento sociale mobilita i francesi contro i provvedimenti del governo di Alain Juppé. Le manifestazioni di novembre e dicembre preludono a un’opposizione che sfocerà, nell’aprile 1997, nello scioglimento dell’Assemblea nazionale da parte del Presidente della Repubblica Jacques Chirac. Le elezioni legislative anticipate segnano il trionfo della sinistra e, il 2 giugno, J. è chiamato a formare il nuovo governo. Inaugura un nuovo modo di governare: il suo metodo dà grande spazio al discorso sull’etica e alle relazioni contrattuali fra i concittadini e il governo del quale è capo. Impone lo stile di un uomo che lavora per riformare il paese in modo duraturo. Il bilancio riportato dal periodico “Challenges”, il 2 maggio 2003, è eloquente: il governo J. è riuscito a conciliare progresso economico (ripresa della crescita) e progresso sociale (copertura malattie universale, 35 ore lavorative, ecc.), 900.000 disoccupati hanno ricominciato a lavorare, 4,8 milioni di persone hanno accesso alla copertura malattie, 650.000 al sussidio personalizzato di autonomia, 390.000 al sussidio di solidarietà specifico, per non parlare della creazione degli emplois-jeunes (occupazione per i giovani). Quanto alle riforme della società, la Francia deve a questo governo il cosiddetto PACS (Pacte civil de solidarité) e il congedo per paternità.

Il 20 febbraio 2002 – la data non è casuale – J. annuncia la propria candidatura alle elezioni presidenziali, pensando di prendersi una rivincita su Chirac. Nel corso della campagna elettorale torna sul suo “desiderio d’Europa”, proponendo l’adozione di una carta d’identità comunitaria che presenti una facciata nazionale e una europea, sul modello delle monete dell’Euro. Avanza anche la proposta di collegare direttamente il ministro degli Affari europei al primo ministro, in modo da potenziarne il ruolo.

Il 21 aprile 2002 le sue ambizioni presidenziali muoiono definitivamente. Il leader dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen lo scalza per il secondo turno. Dopo aver conosciuto i risultati (ottiene il 16,18% dei suffragi, Le Pen il 16, 86%), Jospin, ancora primo ministro in carica, annuncia il suo ritiro definitivo dalla vita politica. Questo gesto suscita l’ammirazione di coloro che vi scorgono un segnale di dignità e di maturità, mentre altri lo considerano un tradimento, ritenendo che un leader debba condividere fino all’ultimo le prove difficili con il proprio campo politico. Nell’autunno 2002, il militante J. fa ritorno alla sezione parigina del PS nel XVIII arrondissement. Ormai si propone solo di “essere utile”, dando sostegno sul campo ai candidati socialisti durante le campagne e usando la propria autorità morale in una serie di lunghi articoli pubblicati da “Le Monde”, in particolare sull’avvenire delle relazioni franco-americane.

Il contributo più autentico di J. nel campo dell’europeismo è esposto in un discorso, pronunciato il 28 maggio 2001, in cui il primo ministro invita i francesi a discutere dell’avvenire dell’Unione europea, in conformità con la decisione presa dai capi di Stato e di governo riuniti a Nizza nel 2000: «L’Europa è innanzitutto un progetto politico, un “contenuto” prima di essere un “contenitore”. L’Europa non è fatta solo di regolamenti, direttive e contenziosi. È innanzitutto un’opera dello spirito, un modello di società, una visione del mondo. L’idea europea iscritta nella realtà: ecco quel che conta per me. L’Europa che amo, quella che voglio costruire con tanti altri, ha un progetto di società, una visione del mondo, un’architettura politica». Se le parole di questa sintesi esprimono maggior convinzione rispetto al passato, nondimeno non si può negare che J. abbia rifiutato l’idea di un vero Stato federale europeo (v. anche Federalismo). Senza dubbio perché nella sua mentalità un simile esito avrebbe consacrato la vittoria della concezione tedesca nell’organizzazione comunitaria. Diviso fra le sue ascendenze nazionaliste e pacifiste, da un lato, e la sua visione internazionale e umanistica, dall’altro, J., come uomo di Stato, ha fondamentalmente trascurato il progetto europeo.

Fabrice D’Almeida (2006)




Jouvenel, Bertrand de

J: (Parigi 1903-ivi 1987) apparteneva a una celebre dinastia di giornalisti e uomini politici. Il padre Henry fu redattore capo del quotidiano “Le Matin” e sposò in seconde nozze la scrittrice Colette; solo la morte prematura lo sottrasse a un possibile destino politico di primo piano nella III Repubblica. Lo zio Robert, redattore capo de “L’Oeuvre”, autore del celebre pamphlet La République des camarades (1914), fu l’“educatore politico” di J. Egli stesso rivendicò la sua appartenenza a una generazione che spaziava da Alfred Fabre Luce, nato nel 1899, a Pierre Mendès France, nato nel 1907.

J. ebbe formazione frammentaria (studi di diritto, di matematica e di biologia) e il suo percorso scolastico regolare cominciato iniziò solo a partire dalla prima classe del liceo Hoche di Versailles. Tuttavia, grazie alla sua rete familiare, egli poté beneficiare fin dalla prima giovinezza di un’esperienza internazionale. La madre Claire Boas, molto legata al segretario generale del Quai d’Orsay Philippe Berthelot, animava un salotto sul boulevard Saint-Germain, luogo d’incontro dell’élite internazionale, in cui si discutevano i problemi della pace e della nuova geopolitica dell’Europa centrale. A ciò si aggiungeva la rete di relazioni del padre e dello zio: nel 1922 J. accompagnò a Ginevra il padre, delegato per la Francia alla Società delle Nazioni (SDN), un’esperienza che si rivelò fondamentale nella carriera del giovane. A vent’anni divenne segretario particolare di Edouard Benès, poi di Albert Thomas al Bureau international du travail (BIT).

Oppositore dell’occupazione della Ruhr nel 1923, J. militò precocemente assai presto a favore di un riavvicinamento franco-tedesco soprattutto grazie alla SDN; così partecipò nel 1924 al Groupement universitaire pour la Société des Nations (GUSDN), un movimento di giovani militanti favorevoli all’istituzione ginevrina, e nello stesso anno creava a Praga la “replica internazionale” del movimento, la Fédération universitaire internationale pour la Société des Nations (FUISDN), destinata a raccogliere universitari e intellettuali per la promozione degli ideali di sicurezza collettiva.

L’inclinazione di J. per lo studio delle questioni internazionali e il suo interesse per un’unione europea erano inscindibilmente legati all’attenzione per i problemi economici e sociali, che nel periodo fra le due guerre rappresentarono il principale nucleo delle sue riflessioni. Dall’Economie dirigée (1928) – un titolo destinato a un grande avvenire – agli Etats Unis d’Europe (1930), a La crise du capitalisme américain (1933), J. affrontò una stessa tematica ricorrente: i problemi economici avrebbero dovuto essere affrontati come fattore di integrazione europea e di pace (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). «Nessuna politica economica razionale è possibile senza una collaborazione internazionale, che è anch’essa una garanzia positiva di pace», scriveva nell’Economie dirigée.

In veste di giornalista J. portò avanti la sua battaglia per il rinnovamento dei costumi politici, diventando nel 1928 redattore capo de “La Voix”, settimanale che esprimeva le aspirazioni della corrente “realista” dei giovani radicali di cui J. fu uno dei portavoce. Egli volle collocare questa pubblicazione al crocevia dei “gruppi giovanili” per farne un polo di convergenza intergenerazionale. J. divenne il promotore del riavvicinamento franco-tedesco, della riforma dello Stato e della nazionalizzazione dell’economia. Apostolo della solidarietà europea come altri membri della generazione “realista” degli anni Venti e Trenta, J. militò per un’Europa pacificata e unita e per l’instaurazione di una società internazionale “organizzata”. Il suo biografo Eric Roussel pubblicò i Fragments d’une histoire européenne, scritti nel 1940, in cui J. spiegava come l’unità europea sarebbe stata illusoria se fosse stata il risultato del dominio di una grande nazione. Dopo la Seconda guerra mondiale l’interesse di J. per la costruzione europea non subì flessioni. Divenne amico di Pierre Uri, uno degli artefici dei Trattati di Roma, e da lungo tempo frequentava Jean Monnet che aveva anche nello stesso palazzo di suo padre Henry, in rue Condé.

La carriera di J. divenne movimentata dopo l’impasse del 6 febbraio 1934 e la creazione di un settimanale, “La lutte des jeunes”, che terminò con l’abbandono del Partito radicale. Tra gli autori di questa rivista figuravano Pierre Andrei, Sammy Berracha, Pierre Drieu de la Rochelle e Georges Izard. Nel frattempo J. continuò a scrivere articoli per “Marianne” di Emmanuel Berl. Riferendosi agli scritti de “La lutte des jeunes”, il politologo Zeev Sternhell etichettò J. come “fascista”. Senza dubbio la sua intervista a Hitler per “Paris-Midi” (26 febbraio 1936), “passo falso” o scoop inopportuno, il suo impegno per il PPF (Parti populaire français) di Jacques Doriot fino al 1938, poi l’esilio in Svizzera nel 1943 rendono meno nitida la direzione di un percorso sino ad allora lineare. Tuttavia, la pubblicazione delle sue memorie nel 1980, Un voyageur dans le siècle, “vera discesa all’inferno”, come pure il processo intentato contro Sternhell, dimostravano che queste accuse erano infondate (sentenza del TGI di Parigi del 1° febbraio 1984).

Negli anni Sessanta l’autore di Du pouvoir (1945), considerato un grande classico del pensiero politico del XX secolo, conquistò notorietà internazionale. Abbandonato il giornalismo in favore dell’insegnamento della sociologia politica (fu professore associato alla facoltà di diritto e di scienze economiche di Parigi dal 1967), J. divenne uno dei padri dell’ecologia e della battaglia ambientalista. Sviluppò una nuova disciplina, la futurologia, e fondò una rivista, “Futuribles”, attualmente diretta dal figlio Hugues. Nei paesi anglosassoni J. è considerato oggi uno dei più importanti filosofi politici francesi alla pari con Raymond Aron.

Christine Manigand (2010)