La Malfa, Ugo

L.M. (Palermo 1903-Roma 1980), come Alcide De Gasperi e altri uomini politici italiani che furono protagonisti nel secondo dopoguerra della ricostruzione italiana e della scelta occidentale, maturò il suo europeismo nel vivo dei problemi politici di quegli anni, a cui lo portava la sua formazione politica liberal-democratica e antifascista e soprattutto economica, negli anni Trenta, tra crisi del libero scambio e intervento statale nelle economie nazionali.

Da queste esperienze aveva maturato, come altri, la convinzione che le politiche di sviluppo debbano tener conto delle dimensioni del mercato, in quanto queste definiscono la competitività e la capacità produttiva delle imprese, valutando in primo luogo le potenzialità di un sistema economico, organizzato su scala continentale europea. L’avvio del Piano Marshall confermava questo indirizzo.

Seguì con attenzione l’avvio della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), alla cui istituzione partecipò come rappresentante italiano. Nel 1951, come ministro del Commercio con l’estero nel VI governo De Gasperi, fu artefice di uno dei più importanti indirizzi di politica economica di quel periodo, con la liberalizzazione degli scambi, che proiettò il sistema industriale italiano sul mercato internazionale, attuando le procedure dell’Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT) previste dagli accordi di Bretton Woods, a cui l’Italia aveva aderito nel 1947 e che, malgrado le forti opposizioni interne d’ordine politico e sociale, diede una spinta decisiva alla modernizzazione del paese.

L.M. difese strenuamente la politica centrista dei governi De Gasperi, subendo il contraccolpo della caduta della Comunità europea di difesa (CED) e della sconfitta elettorale del 1953. Divenuta la personalità di maggior rilievo del Partito repubblicano italiano (PRI) e assumendone di fatto la leadership, a partire dal 1954 fu uno dei protagonisti più decisi nella lenta preparazione del centrosinistra, con l’ingresso dei socialisti al governo.

La politica europeista fu uno dei cardini di questa sua nuova linea politica. L.M. aderiva allora al Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa creato da Jean Monnet, con il quale avrebbe collaborato fino al suo scioglimento nel 1972. Divenuto segretario politico del PRI ed entrato nel primo governo di centrosinistra come ministro del Bilancio, nel 1962 patrocinò l’adesione britannica al Mercato comune. Fortemente avverso alla politica del generale Charles de Gaulle, vide nel rapporto con il Regno Unito, e nella possibile creazione di un’intesa anglo-italiana, un necessario contrappeso all’asse franco-tedesco che si andava allora costituendo su iniziativa del Presidente francese. L’intento di L.M. era anche quello di tener ferma, con l’appoggio inglese, una linea europeista che si mantenesse in sintonia con la politica atlantica e con le prospettive federaliste che erano state proprie dell’epoca degasperiana (v. Federalismo). Superando contrasti all’interno dello stesso governo italiano, da parte di chi non voleva accentuare troppo la distanza con le posizioni francesi, L.M. portò avanti con un iniziale successo questa linea di avvicinamento anglo-italiano, a partire dalla visita a Roma del primo ministro britannico Harold Macmillan, nel 1962, anche se la complessa situazione europea indusse gli inglesi a non dare a quei segni di avvicinamento tra i due paesi la rilevanza su cui puntava L.M.

L’indebolimento della coalizione di centrosinistra in Italia, a seguito del ridimensionamento dei suoi intenti riformisti e della crisi valutaria che determinò un arresto del rapido processo di sviluppo che aveva caratterizzato la seconda metà degli anni Cinquanta, indeboliva nella Comunità economica europea (CEE) la posizione italiana. Sebbene L.M., dopo il ritorno dei laburisti al governo con Harold Wilson, avesse stretto rapporti anche con quest’ultimo, dovette subire il veto all’ingresso della Gran Bretagna da parte della Francia gollista, che fece poi tramontare del tutto questa sua prospettiva.

L.M., fuori dal governo, continuò tuttavia nella sua contrapposizione alla politica gollista, nel triennio della crisi comunitaria, 1964-66, schierandosi infine contro il Compromesso di Lussemburgo.

Negli anni Settanta l’approccio alla politica europeista di L.M. mutò angolazione, privilegiando problemi economici e monetari interni. L’instabilità del dollaro lo spingeva a caldeggiare il progetto di moneta unica europea che Jean Monnet patrocinava, partecipando attivamente alle riunioni del Comitato su questi temi. Dopo la decisione di Nixon, dell’agosto 1971, di revocare la convertibilità del dollaro, L.M. avrebbe patrocinato l’ingresso dell’Italia nel “Serpente monetario europeo”.

L’aggravarsi della crisi economica e finanziaria interna ed internazionale, l’uscita dal “serpente” dell’Italia nel 1972 e la sua svalutazione, apriva un ciclo economico per l’Italia a cui L.M. guardava con estrema preoccupazione e che prese a fargli concepire il rapporto con l’Europa comunitaria come il presupposto di un insieme di vincoli esterni necessari, rispetto ai comportamenti non virtuosi della finanza pubblica italiana.

Nel 1973 tornava al governo come ministro del Tesoro nel IV governo di Mariano Rumor, incarico che avrebbe tenuto nel seguente V° governo di Aldo Moro, fino al gennaio 1976. Gli anni Settanta furono anni di crisi della partecipazione italiana alla CEE, dovute principalmente alle sue difficoltà interne; quando nel secondo semestre del 1975 l’Italia assunse la presidenza della Comunità, fu L.M. a sollecitare Moro a riassumere l’iniziativa europeista con una lettera aperta in cui sottolineava come «la nostra presidenza della Comunità non può concludersi senza che l’Italia abbia tentato, pur col peso modesto cui la sua condizione interna la condanna, un minimo di rilancio».

E l’Italia, sulla base di questo suggerimento, in un momento di disarticolazione della Comunità, decise di giocare la carta del rilancio istituzionale, riuscendo al Consiglio europeo del dicembre 1975 a fissare la data delle Elezioni dirette del Parlamento europeo al maggio-giugno 1978, anche se poi la stesura della convenzione avrebbe portato la data al giugno 1979.

L.M., nella seconda metà degli anni Settanta, patrocinò l’ingresso del Partito comunista nella maggioranza di governo, passaggio che riteneva necessario per il risanamento della finanza pubblica e dell’economia nazionale, e che aveva un suo punto di convergenza proprio nelle politiche europeistiche, che i comunisti italiani presero allora a porre al centro della loro attenzione. Tra il 1976 e il 1979 appoggiò i governi di unità nazionale presieduti da Giulio Andreotti.

Dopo l’assassinio del leader democristiano Aldo Moro, nel 1978, sostenne fermamente il ritorno della lira nel Serpente monetario, che fu una delle cause dichiarate dell’uscita dalla maggioranza parlamentare dei comunisti. Nel 1979, incaricato dal Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, di formare il nuovo governo tentava, senza riuscire, di ricucire quell’alleanza.

Piero Craveri (2012)




Lafontaine, Oskar

L. nasce il 16 settembre 1943 a Saarlouis, nel Saarland, regione tedesca confinante con la Francia. Il padre Hans, di mestiere fornaio, morì nella Seconda guerra mondiale. Nel 1962 L. conclude gli studi scolastici nel liceo ginnasio di Prüm/Eifel, dove essendo di religione cattolica è a convitto nel convento vescovile. Dal 1962 al 1969, grazie a una borsa di studio della fondazione studentesca dell’episcopato tedesco, frequenta i corsi di fisica nelle Università di Bonn e di Saarbrücken, conseguendo la laurea. In seguito lavora nella Versorgungs- und Verkehrgesellschaft di Saarbrücken e nel 1971 diventa presidente della società tranviaria, incarico che lascia nel 1974. Sposato tre volte, ha due figli, nati nel 1982 e nel 1997.

Nel 1966 L. aderisce al Partito socialdemocratico (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) e inizia la sua carriera politica nell’organizzazione giovanile della SPD (Jusos), l’ala sinistra del partito. Nei primi anni Ottanta assume una posizione di rifiuto nei confronti dell’energia nucleare e del riarmo, in contrasto con il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt. L. è anche uno degli oppositori della cosiddetta “doppia decisione della NATO” (v. anche Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), e sostiene che la Repubblica Federale Tedesca (v. Germania) deve rinunciare a qualsiasi arma nucleare. Vivendo vicino al confine franco-tedesco, L. ha sempre attribuito particolare importanza alla comprensione e alla cooperazione fra i due paesi, diventando un convinto sostenitore dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Già nel 1968 L. viene eletto nel consiglio regionale del partito e nel 1969-1970 diventa membro del consiglio comunale di Saarbrücken. Dal 1970 al 1975 e dal 1985 al 1998 è deputato nel Parlamento del Saarland. Dal 1974 al 1985 ricopre la carica di borgomastro di Saarbrücken. Nel 1977 è nominato presidente della SPD nel Saarland. Cerca l’appoggio del Partito liberale (Freie demokratische Partei, FDP), al governo con la SPD a livello federale, anche per formare una coalizione nel Saarland, ma senza successo. L. resterà a capo della SPD in questo Land fino al 1996. Dal 1979 al 1999 è membro del consiglio federale della SPD. Dopo che il suo partito ottiene la maggioranza assoluta nelle elezioni regionali nel marzo 1985 L. viene eletto primo ministro del Saarland, carica mantenuta fino al 1998.

Nel 1985 si reca in visita da Erich Honecker, capo di Stato e capo del partito unico della Repubblica Democratica Tedesca; in questa occasione dichiara che una regolare circolazione di turisti fra i due Stati tedeschi sarebbe stata possibile solo se la Repubblica federale avessero riconosciuto la cittadinanza della Repubblica democratica. Nel settembre 1987 riceve a sua volta Honecker, originario come lui del Saarland. Come primo ministro tiene in funzione le acciaierie locali malgrado la generale crisi dell’acciaio, e si guadagna il rispetto generale per il fatto che la necessaria riduzione del personale viene realizzata in modo accettabile sotto il profilo sociale.

Nel 1987 L. diventa vicepresidente della SPD federale, nonché presidente amministrativo della commissione sul programma di partito. Nel 1988 gli viene affidata la presidenza del gruppo di lavoro SPD incaricato di stendere il programma di governo per le elezioni federali del 1990. Dopo la caduta del Muro di Berlino, nel novembre 1989, L. mette in guardia contro “l’ubriacatura nazionale” e mostra una certa esitazione nei confronti del processo di unificazione della Germania. Contrario a una cittadinanza tedesca comune a Est e a Ovest per le sue conseguenze finanziarie, propugna invece regole più restrittive per gli immigrati dalla Germania Est nella Repubblica federale.

Nell’aprile 1990 L. resta vittima di un attentato da parte di una squilibrata che cerca di accoltellarlo durante la campagna elettorale. Nonostante riporti una grave ferita al collo, si riprende con notevole rapidità. Con un voto netto dell’assemblea della SPD nel settembre 1990 diventa lo sfidante del cancelliere Helmut Josef Michael Kohl nelle prime elezioni federali dopo l’unificazione della Germania. Ovviamente, sfidare il “cancelliere dell’unificazione tedesca” rappresenta un’impresa difficile nel clima di entusiasmo nazionale che si è creato nel paese subito dopo l’unificazione. Inoltre L. durante la campagna elettorale si è dimostrato alquanto scettico di fronte alle eccessive aspettative di una rapida ripresa economica dei nuovi territori orientali della Repubblica federale. In particolare, avverte che le promesse di Kohl relative alle rosee prospettive della Germania Est difficilmente si sarebbero avverate. Quando la SPD ottenne il risultato elettorale peggiore dal 1957, con il 35,5% dei voti, L. rinuncia a candidarsi alla presidenza della SPD che gli stata viene offerta da Hans-Jochen Vogel.

Conservando la carica di primo ministro del Saarland, L. prende però ripetutamente posizione sugli affari federali, anche in qualità di membro del Parlamento tedesco dopo le elezioni del 1990. Per esempio, continua a manifestare scetticismo nei confronti del modo in cui viene realizzata l’unificazione tedesca, rimarcando come il vertiginoso aumento dei trasferimenti annui dalla Ovest a Est non lasci spazio per gli investimenti pubblici. A seguito del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 approva una garanzia di sicurezza della NATO per gli Stati vecchi e nuovi dell’Europa centrale e orientale contro eventuali attacchi di paesi terzi. Fra il 1991 e il 1994 L. viene autorizzato a rappresentare il governo tedesco per gli affari culturali nell’ambito degli accordi di cooperazione tra Francia e Germania. Nel 1992-1993 diventa presidente del Bundesrat nelle funzioni di primo ministro del Saarland, secondo il principio di rotazione. Assieme al presidente della SPD Björn Engholm avvia la cosiddetta “svolta di Petersberg”, un rivolgimento politico che prevede anche modifiche ed emendamenti della Costituzione tedesca con riferimento al diritto di asilo e alla partecipazione di soldati tedeschi a missioni militari delle Nazioni Unite (v. anche Missioni di tipo “Petersberg”).

In questi anni L. è coinvolto in numerosi scandali politici. Nel 1992 l’importante rivista “Spiegel” rivela che dal 1986 ha continuato a ricevere pensioni per il suo incarico di sindaco di Saarbrücken. L. ammette che si è trattato di un “errore tecnico” e restituisce una somma di circa 228.000 marchi tedeschi (intorno ai 114.000 Euro) nel giugno 1993, dopo che la Corte dei conti decide che quelle pensioni erano illegali. Nell’ambito del cosiddetto “scandalo a luci rosse”, nel 1993, l’Alta corte regionale di Saarbrücken apre un’indagine anche sul primo ministro. Il sospetto che L. abbia concesso agevolazioni fiscali a un night bar non viene totalmente dissipato, ma L. si difende energicamente da tali accuse.

Nel frattempo, L. acquista ulteriori funzioni direttive all’interno del partito e diventa presidente federale della SPD. Nel giugno 1993, dopo la nomina di Rudolf Scharping a nuovo presidente del partito, L. viene messo a capo di una commissione della SPD che si occupa di politica economica. Nel 1994 forma la cosiddetta “troika” insieme al candidato alla cancelleria Scharping e al primo ministro della Bassa Sassonia Gerhard Schröder, e diventa ministro-ombra delle Finanze. Quando la SPD perde di nuovo le elezioni federali nell’ottobre 1994, questa volta sotto Scharping, L. riprende la presidenza della SPD con una sorta di colpo di mano, riuscendo a ottenere un voto cruciale contro Scharping dopo aver pronunciato un discorso particolarmente efficace all’assemblea del partito a Mannheim nel 1995.

Nel 1995-1996 L. è presidente della commissione arbitrale fra Bundesrat e Bundestag. Nel 1996 chiede al governo federale di stipulare un patto europeo sulla crescita economica e l’occupazione. Nel 1997, un anno prima delle elezioni, il governo federale accusa L. di “ostruzionismo” per il prevalere di considerazioni strategiche da parte del Bundesrat, dominato dalla SPD, con riguardo alle progettate riforme di tasse e pensioni. Nel 1998 il neodesignato sfidante di Helmut Kohl, Gerhard Schröder, nomina L. ministro-ombra delle Finanze e delle Politiche europee. Dopo la vittoria alle elezioni di settembre L. diventa effettivamente ministro delle Finanze. Poco dopo aver assunto la carica, critica apertamente la politica della Banca centrale tedesca in quella che viene considerata come una pesante intromissione nella politica monetaria indipendente della Banca. Alcuni giornali britannici di orientamento euroscettico (v. Euroscetticismo) diffondono voci allarmanti per mettere in guardia dalla minaccia da parte di Bruxelles di gestire l’economia e stabilire le tasse nel Regno Unito, scegliendo L. come bersaglio prediletto. Il giornale scandalistico “The Sun” lo definisce addirittura «l’uomo più pericoloso d’Europa».

Nel marzo 1999, comunque, L. si dimette sia dalla carica di ministro che da quella di presidente della SPD, dichiarando che la sua carriera politica è conclusa. Nell’ottobre dello stesso anno pubblica il libro Das Herz schlägt links (München 1999), in cui deplora le diatribe interne, specialmente sulla politica fiscale, indicandole come la ragione del suo ritiro, e lamenta altresì la mancanza di “spirito di squadra” all’interno del gabinetto, dichiarazione interpretata come un attacco alla leadership di Schröder. Questa pubblicazione è oggetto di violente critiche sia all’interno della SPD che al di fuori del partito. Malgrado il suo ritiro ufficiale L. continua a intervenire negli affari politici. Per esempio, nel 2003 suggerisce la fusione della SPD dell’Est con il Partito del socialismo democratico (Partei des demokratischen Sozialismus, PDS), succeduto alla Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (SED), e nel 2004 viene fatto il suo nome quando alcuni membri dell’ala sinistra della SPD discutono la proposta di creare un nuovo partito di sinistra.

Elke Viebrock (2004)




Láin Entralgo͵ Pedro

L.E. (Urrea de Gaén Teruel 1908-Madrid 2001) studia scienze chimiche e poi medicina, prima a Zaragoza, poi a Valencia, laureandosi rispettivamente nel 1927 e 1930. Lo stesso anno si trasferisce a Madrid per seguire i corsi di dottorato, poi, con una borsa di studio, soggiorna nel 1932 per qualche tempo a Vienna, dove fa esperienze significative presso la Clinica universitaria del prof. Pötzl e dove studia psichiatria. Al rientro esercita per qualche tempo come medico a Siviglia, per poi (dal 1933) prestare servizio come psichiatra nel manicomio di Valencia. Dopo la sollevazione militare del 1936 si iscrive alla Falange e lavora dapprima alla redazione di “Arriba España”, poi, alla Sezione editoriale del Servicio nacional de propaganda, a Burgos, dove nel 1938 si trasferisce con la famiglia. Dall’anno successivo è a Madrid come consigliere nazionale della Falange. Nella capitale fonda assieme a Dionisio Ridruejo la rivista “Escorial” e dirige fino al 1942 la Editora Nacional. Nel frattempo, nell’aprile del 1941, pubblica Los valores morales del Nazionalsocialismo, un testo emblematico della temperie e della peculiare via spagnola al totalitarismo. Nel 1942 vince la cattedra di Storia della medicina dell’Università centrale di Madrid (poi Complutense). Nel 1945 pubblica La generación de ’98. Il suo libro España como problema provoca la risentita replica di Rafael Calvo Serer con España sin problema. È poi rettore dell’Università complutense dal 1951 al 1956, quando deve dimettersi per aver manifestato solidarietà agli studenti in lotta, restandovi come docente fino alla pensione nel 1978. Sempre nel 1956 abbandona formalmente e definitivamente il partito unico, iniziando a prendere anche le distanze dal franchismo per avvicinarsi agli ambienti cattolici meno chiusi e integralisti, che conosceranno un significativo sviluppo in seguito al Concilio vaticano II.

Medico e storico della medicina, giornalista e saggista dalla prosa felice, filologo e drammaturgo, P. è stato uno dei principali intellettuali cattolici degli anni della dittatura franchista, dalla quale andò lentamente allontanandosi, fino alla completa rottura, come testimonia la sua autobiografia, da leggere con il necessario filtro critico, Descargo de conciencia (1976). Dagli anni Sessanta a quelli dell’ultimo franchismo, P. non mancò di esercitare una discreta influenza in vari circoli e ambienti culturali, contribuendo a orientare le giovani generazioni verso un cattolicesimo dai tratti meno illiberali e verso la democrazia. In quel periodo egli auspicò inoltre non solo il riavvicinamento della Spagna all’Europa, ma anche una sorta di europeizzazione del paese, al fine di superare quelle storiche fratture e quei tragici manicheismi che avevano caratterizzato il suo recente passato. Poligrafo instancabile, ha lasciato decine di libri e di studi che spaziano dalla medicina e dalla psicologia all’antropologia, da Menéndez Pelayo, Miguel de Unamuno, José Ortega Y Gasset a Marañón e Ramón y Cajal, mentre mantenne profondi rapporti di amicizia con Xavier Zubiri. Membro della Real Academia Nacional de Medicina (1946), di quella di Historia (1956) e di quella della Lengua (1954), di quest’ultima fu anche presidente dal 1982 al 1987.

Alfonso Botti (2010)




Lalumière, Catherine

L. (Rennes 1935) è laureata in diritto pubblico e diplomata in scienze politiche e storia del diritto. Nel 1960 inizia la sua carriera a Rennes come assistente nella Facoltà di diritto, poi come docente nell’Università di Bordeaux I e all’Institut d’études politiques, prima di trasferirsi all’Università di Parigi I.

Simpatizzante socialista, aderisce al Partito solo nel 1973. Ma la sua ascesa è rapida perché viene nominata delegata nazionale incaricata della funzione pubblica nel 1975 ed è eletta nel comitato direttivo in occasione del congresso di Metz del 1979. Partecipa al gruppo di lavoro sul decentramento costituito da Pierre Mauroy in vista delle elezioni presidenziali del 1981, a fianco di parlamentari come Hubert Dubedout, di professori di diritto come suo marito Pierre L. e di membri del Consiglio di Stato. Dopo la vittoria socialista nel maggio 1981 entra a far parte del governo Mauroy come segretario di Stato presso il primo ministro, incaricata della funzione pubblica e delle riforme amministrative. Poiché il nuovo presidente François Mitterrand ha sciolto l’Assemblea, L. è eletta deputata di Bordeaux in giugno ma cede il suo seggio a Marcel Join per diventare ministro per i Consumi nel secondo governo Mauroy (1981-1983), poi segretario di Stato presso il ministro dell’Economia e delle Finanze nel terzo (1983-1984). Dopo la sostituzione di Mauroy con Laurent Fabius, L. dà inizio alla sua carriera europea come incaricata degli Affari europei presso il ministro degli Esteri Roland Dumas (1984-1986).

Alle elezioni legislative del 1986 la sinistra torna all’opposizione e L. è eletta deputata socialista della Gironda. Dal 1989 al 1995 è anche consigliere comunale di Talence, municipalità alla periferia di Bordeaux. Ma porta avanti soprattutto il suo impegno europeo. È segretario generale del Consiglio d’Europa dal giugno 1989 al maggio 1994 e consigliere comunitario per la comunità urbana di Bordeaux.

Allontanatasi dal Partito socialista, alle Elezioni dirette del Parlamento europeo del giugno 1994 è eletta nella lista del Partito radicale di sinistra in cui è capolista Bernard Tapie. Quindi presiede il gruppo parlamentare dell’Alleanza radicale europea fino al 1999. È membro della Commissione affari esteri, per la sicurezza, per la politica di difesa, della sottocommissione per la sicurezza e il disarmo, della Delegazione per i rapporti con la Russia, l’Ucraina, la Bielorussia e la Moldavia, infine membro supplente della Delegazione alla Commissione parlamentare mista Unione europea-Ungheria. Nel 1999 è rieletta deputato europeo nella lista “Costruiamo la nostra Europa” ed entra nell’ufficio del gruppo parlamentare del Partito socialista europeo (PSE). È membro della Commissione affari esteri, per i Diritti dell’uomo, per la sicurezza comune e la politica di difesa (v. anche Politica europea di sicurezza e difesa) e membro supplente della Commissione per lo sviluppo e la cooperazione (v. anche Politica europea di cooperazione allo sviluppo). È anche membro della delegazione per i rapporti con l’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e della delegazione alla commissione parlamentare di cooperazione Unione europea-Russia. Nel 2002 è eletta vicepresidente del Parlamento europeo. In occasione del rapporto sull’Allargamento in dicembre, si rammarica che non sia stata promossa nessuna vera campagna d’informazione, nei riguardi sia delle popolazioni interessate che degli abitanti dell’Unione europea.

Dopo aver perso il marito, il professor Pierre L., scomparso il 21 gennaio 1996, si impegna nella vita politica dell’Ile-de-France ed è consigliere regionale radicale di sinistra di questa regione dal 1998 al 2004. Entra a far parte dell’Alto consiglio di cooperazione internazionale, istanza consultiva presso il primo ministro, alla sua creazione nel 1999 e conserva questo mandato fino al 2002.

Nel giugno 2004 non rientra al Parlamento europeo e si dedica alla presidenza della Maison d’Europe a Parigi. Vicepresidente del Partito radicale di sinistra dal gennaio 2005, fa campagna a favore della Costituzione europea in occasione del referendum di maggio. membro dell’ufficio del Mouvement européen France, presieduto da Pierre Moscovici, vicepresidente del Mouvement européen international (v. anche Movimento europeo) e dirige il Relais culture Europe, creato nel 1998 e destinato ad accompagnare l’attuazione del programma “Cultura 2000”.

Noëlline Castagnez (2005)




Lamers, Karl

L. (Königswinter, Vestfalia 1935) consegue il diploma presso l’Aloisiuskolleg di Bad Godesberg (Vestfalia meridionale) nel 1956 e intraprende, poi, gli studi in giurisprudenza e politologia, prima all’università di Bonn e poi di Colonia. Il suo impegno politico comincia nel 1955 tra le fila della Christlich demokratische Union (CDU) ed è immediatamente così intenso che si accontenta di sostenere solo il primo esame di Stato per dedicarsi completamente alla politica.

Nel novembre del 1966 L. dirige l’istituto scolastico Karl Arnold a Bad Godesberg, nel 1968 diventa presidente regionale (Renania) della Junge Union (unione dei giovani cristiano-democratici) e si mette in luce nel gruppo regionale della CDU nel cui consiglio direttivo è eletto nel 1971. Dal 1975 al 1981 ne è invece il vicepresidente regionale.

Per ben due volte, nel 1972 e nel 1976, cerca di ottenere senza successo un mandato al Bundestag e il fallimento è ascritto dalla stampa dell’epoca alle sue idee spesso poco convenzionali che gli valsero il nomignolo di Roter Karl (“Karl il rosso”; “Süddeutsche Zeitung”, 23 aprile 1992). In occasione delle elezioni del 1980 L. è eletto finalmente al Bundestag, ma attira l’attenzione su di sé solo nel 1987 quando sostituisce Jürgen Todenhöfer alla presidenza della sottocommissione al disarmo della commissione esteri e diventa portavoce per la politica del disarmo all’interno del gruppo parlamentare CDU/Christlich-soziale Union (CSU). Egli si dimostra sempre più un antesignano di quella che sarà la “politica di distensione” nei confronti degli Stati dell’Est e sostenitore di una più stretta collaborazione tra Francia e Germania dell’ovest (v. Germania). Nella primavera del 1989 L. presenta le sue 17 riflessioni sul riassetto politico dell’Europa all’interno delle quali sottolinea gli obblighi morali di Bonn nei confronti di quegli Stati dell’Est europeo ormai liberi dall’influenza dell’Unione Sovietica. Egli lotta per l’allontanamento da una visione isolata della politica per il disarmo e propone invece di operare all’interno di un grande contesto politico che veda impegnate tutte le nazioni europee.

Dopo le elezioni politiche del 1990, succede a Michaela Geiger (CSU) alla carica di portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare CDU/CSU. In questo ruolo L., secondo gli osservatori dell’epoca, è uno degli ideatori e promotori dell’unione fra CDU e CSU. Nel 1993 interviene nella discussione aperta in merito alla partecipazione delle forze armate tedesche, come di “forze di pace”, all’intervento dell’ONU nei Balcani.

Nel 1994 L. è coautore del cosiddetto “Documento Schäuble-L.” (v. anche Schäuble, Wolfgang) sull’evoluzione dell’Unione europea (UE): i due autori espongono l’idea per la quale gli Stati che rappresentano il cuore dell’Europa (Germania e Francia) sarebbero i precursori del processo di unificazione europea. Grazie a questo documento L. è confermato nel suo incarico e diventa un interlocutore molto richiesto in tutte le grandi capitali europee. Nel corso della legislatura 1994-98 L. preme per un veloce Allargamento ad est dell’Europa, promuove il completamento europeo dell’allargamento a Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Altantic treaty organization, NATO) e si esprime a favore del proseguimento dell’impiego della Stabilization force (SFOR) in Bosnia.

Dopo le elezioni del 1998 che portano al governo la coalizione guidata da Gerhard Schröder (Sozialdemokratisce Partei Deutschlands, SPD), l’Unione (CDU/CSU), ormai all’opposizione, conferma nuovamente a L. l’incarico di portavoce per la politica estera. Il suo intervento del dicembre del 1998, in merito a una riforma della NATO in cui l’Europa intervenga come un soggetto unico, ottiene grande considerazione. L. lavora per ottenere un maggiore coinvolgimento europeo nelle questioni mediorientali e nel Nord Africa. Egli esprime al Bundestag il proprio scetticismo sull’intervento nell’ex Iugoslavia e nel Kosovo e nel 1999 afferma che per raggiungere una pace durevole nei Balcani è necessario riformare la politica della NATO. L. si esprime in favore dell’abbandono dell’idea falsata di un Kosovo unito e multietnico che si collochi all’interno dei confini della federazione iugoslava: è necessario, invece, riconoscere e realizzare un’effettiva divisione del paese in due zone indipendenti, una albanese e l’altra serba.

Nelle discussioni sull’allargamento a Est dell’Unione europea, L. chiede un’ampia riforma istituzionale e sollecita l’allora ministro degli Esteri Joschka Fischer a dare più sostanza al discorso sull’Europa che avrebbe tenuto nel maggio 2000 a Berlino (“Die Woche”, 19 maggio 2000).

L. causa irritazione all’interno del suo stesso partito all’inizio del 2001 con le sue critiche al sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti e con le sue affermazioni secondo le quali gli europei non dovrebbero lasciare solo agli americani il compito di rappresentare gli interessi occidentali nel mondo.

Con il suo ultimo discorso sulle “relazioni transatlantiche”, L. si congeda dal parlamento e dai suoi colleghi di partito. Si dimette dai suoi incarichi pubblici alla fine della legislatura nell’ottobre del 2002.

Agata Marchetti (2005)




Lamfalussy, Alexandre

L. (Kapuvar, Ungheria 1929) nel 1949 emigrò in Belgio e prese la nazionalità belga. Dal 1949 al 1953 studiò economia all’Università Cattolica di Lovanio e dal 1953 al 1955 al College Nuffield di Oxford conseguendo nel 1957 un dottorato in economia. Una versione riveduta della sua tesi di dottorato fu pubblicata con il titolo Investimento e crescita nelle economie mature. Il caso del Belgio (v. Lamfalussy, 1961). Il punto centrale del testo era il concetto di «investimento difensivo», che ha luogo nei mercati in stagnazione con bassi margini di profitto. L. sostiene che nel medio e lungo termine, l’opportunità di aumento della produttività degli investimenti difensivi è scarsa e limita anche il potenziale di crescita di queste economie. Inoltre, si ravvisano già chiaramente due elementi che divennero caratteristici del pensiero di L.: il primo, una visione europea, con l’auspicio, espresso nell’introduzione, che al Mercato comune europeo (v. Comunità economica europea) facessero seguito altri schemi di integrazione economica e il secondo, uno stile di analisi economica che univa sapientemente teoria economica e dati empirici nella disamina delle questioni politiche rilevanti (v. anche Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

Dal 1955 al 1975, L. collaborò con la Banque de Bruxelles, dapprima come economista e in seguito come consulente economico. Dal 1965 al 1975 ricoprì inizialmente la carica di direttore esecutivo della Banca di Bruxelles e successivamente quella di presidente del Comitato esecutivo. Nel 1975, dopo la fusione della Banque de Bruxelles con la Banque Lambert, divenne direttore esecutivo della Banque Bruxelles Lambert. Grazie alla sua esperienza nel settore bancario, sviluppò una particolare attenzione verso i mercati finanziari che mantenne come caratteristica costante della sua carriera.

Oltre alla carriera come banchiere e in seguito come banchiere centrale, L. si dedicò anche alla carriera accademica. La sua culla fu l’Università Cattolica di Lovanio a Louvain-la-Neuve, dove ha insegnato e ha condotto ricerche per tutta la sua carriera. Nell’anno accademico 1961-1962, fu visiting lecturer presso l’Università di Yale. L’argomento principale della sua ricerca era la lenta crescita economica nel Regno Unito rispetto ai paesi della Comunità economica europea (CEE). Tale ricerca portò alla pubblicazione del libro Europe and the six (v. Lamfalussy, 1963). Nel 1963-1965 divenne membro del Comitato Segré nominato dalla Commissione europea, che esaminava l’integrazione dei mercati dei capitali nella CEE. Il rapporto Segré, pubblicato nel 1966, sottolineava le connessioni tra la libertà dei movimenti di capitale (v. anche Libera circolazione dei capitali) e i progressi in altri settori, come le politiche economiche e monetarie (v. anche Unione economica e monetaria). Nei primi anni Settanta L. divenne membro del cosiddetto “Gruppo di Roma” insieme ad Alec Cairncross, Herbert Giersch, Giuseppe Petrilli e Pierre Uri, con i quali pubblicò una relazione sul futuro economico della Comunità europea, Una politica economica per la Comunità europea. La soluzione (v. Cairncross e altri, 1974). In seguito, anche nelle vesti di banchiere centrale, L. si impegnò attivamente nel mondo accademico, contribuendo a una migliore comprensione e cooperazione tra entrambe le comunità. Negli ultimi anni prestò un’attenzione crescente alla questione della stabilità finanziaria e in particolare al ruolo delle banche centrali.

Nel 1976 entrò a lavorare nella Banca dei regolamenti internazionali (BRI) a Basilea come consulente economico e responsabile del dipartimento monetario ed economico. Tra il 1981 e il 1985 divenne vicedirettore generale della BRI prima di essere nominato direttore generale nel maggio 1985, carica che mantenne fino alla fine del 1993. In questo periodo, tra il 1987 e il 1988, fu anche membro della Commissione Delors (v. Delors, Jacques), la quale svolse un ruolo fondamentale nel processo dell’Unione economica e monetaria (UEM) e nella preparazione del Trattato di Maastricht. L. fornì un contributo importante in merito al coordinamento delle politiche di bilancio, ritenendo che il coordinamento della politica fiscale fosse una componente essenziale di una UEM europea (v. Lamfalussy, 1989, pag. 93) (v. anche Bilancio dell’Unione europea). Nel 1993 gli fu conferito il titolo di barone.

Il 1° gennaio 1994 L. divenne il primo presidente dell’Istituto monetario europeo (IME). Erano momenti turbolenti per il processo dell’UEM, considerato che i mercati finanziari erano ancora in agitazione dopo la crisi del Sistema monetario europeo (SME) del 1992-1993 e per via della difficile ratifica del Trattato di Maastricht (v. Maes, 2002). Tuttavia, la seconda fase dell’UEM iniziò il 1° gennaio 1994 e l’IME venne istituito nei tempi previsti. L. rimase presidente dell’IME fino al 30 giugno 1997, anno in cui gli succedette Wim Duisenberg. I compiti dell’IME rientravano in due ampie categorie: rafforzare il coordinamento delle politiche monetarie degli Stati membri e la cooperazione tra le banche centrali e organizzare i preparativi per la fase finale dell’UEM, in particolare la conduzione della politica monetaria unica e l’introduzione della moneta unica (v. Euro). Per quanto riguarda la conduzione della politica monetaria unica, l’IME mise a punto la strategia e gli strumenti di politica monetaria. Inoltre, venne stabilito un quadro normativo, organizzativo e logistico di riferimento. Tale compito non fu solo difficile dal punto di vista tecnico, ma anche delicato dal punto di vista politico poiché incideva sulle posizioni competitive di diversi mercati finanziari e istituzioni. L’IME svolse inoltre la funzione di preparare le banconote dell’euro. Tuttavia, l’attività preparatoria dell’IME riguardò anche gli aspetti più generali del passaggio alla moneta unica. Alla fine del 1995, l’IME presentò il quadro di riferimento per il passaggio alla moneta unica, approvato dal Consiglio europeo di Madrid nel dicembre 1995. Nel complesso, tale compito fu di enorme portata e venne svolto nei tempi stabiliti. Wim Duisenberg, nel discorso in occasione del commiato del presidente uscente dell’IME, L., riassunse egregiamente il suo contributo: «Una delle sue risorse maggiori è di essere riuscito a combinare la natura tipicamente conservatrice e cauta di un banchiere centrale, sempre attento alla sostanza delle cose, con la ferma fiducia nell’integrazione monetaria europea. […] Non ha mai ritenuto che un vero mercato unico fosse a lungo termine compatibile con un sistema di cambio semi-fluttuante. Negli ultimi tre anni e mezzo, è stato un missionario devoto dell’IME e dell’integrazione europea in generale. In questo ruolo, è riuscito a convertire almeno qualche scettico banchiere centrale e da buon missionario ha diffuso il messaggio dell’IME nel mondo esterno».

Nel 2000, L. divenne presidente del Comitato dei saggi sulla Regolamentazione dei mercati europei dei valori mobiliari (v. anche Comitati e gruppi di lavoro). Il compito del Comitato era di analizzare il processo di regolamentazione dei mercati dei valori mobiliari. Il 15 febbraio 2001, il Comitato pubblicò la sua relazione definitiva con la proposta principale di un approccio regolamentare su quattro livelli. Il punto fondamentale era la suddivisione in due livelli di alcune direttive (che vennero indicate come “Direttive Lamfalussy”): un Livello 1, nel quale viene adottata una direttiva, che stabilisce i principi quadro e un Livello 2 con il quale vengono elaborate le misure di esecuzione. La proposta di L. non fu applicata soltanto al settore dei valori mobiliari, ma fu estesa anche a quello bancario e delle assicurazioni.

Ivo Maes (2009)




Lamy, Pascal

L. è nato l’8 aprile 1947 a Levallois-Perret. Dopo aver compiuto i suoi studi all’istituto delle Hautes études commerciales (HEC) e in seguito all’Institut d’études politiques a Parigi, è ammesso all’École nationale d’administration. Nel 1975 comincia la sua carriera professionale come ispettore generale delle Finanze, fino al 1979, quando entra accede alla direzione del Tesoro.

Lo stesso L. si definisce «un socialista liberale»; essendo un cattolico praticante le sue convinzioni lo portano ad avvicinarsi a Jacques Delors, al punto da confondere il suo percorso personale con quello dell’amico. Sarà il suo collaboratore più stretto per oltre un decennio. Quando Delors è nominato ministro dal presidente François Mitterrand nel 1981, L. lo affianca come vicedirettore del gabinetto del ministro. Nel 1983 quest’ultimo formula l’auspicio di unirsi al gruppo del primo ministro Pierre Mauroy e quindi ne diviene il consigliere.

In seguito Delors è nominato presidente della Commissione europea a Bruxelles. Per L. è l’occasione di sperimentare nuovi orizzonti e fa sapere a Delors che è pronto ad accompagnarlo nell’avventura europea. Dal 1984 al 1994 è capo gabinetto del presidente. Si conquista sul campo il titolo di “frate-soldato”, coniato dallo stesso Delors, per il suo impegno instancabile e la sua fede nella costruzione europea.

Nell’estate del 1984 L. segue Delors ed Émile Noël, segretario generale della Commissione europea, nel loro viaggio attraverso le capitali europee per definire un programma di lavoro. In seguito si dedica interamente alla preparazione del Libro bianco (v. Libri bianchi) della Commissione europea presentato nel 1985, che annuncia l’obiettivo del Mercato unico da realizzarsi nel 1992. A causa del suo incarico lavora quotidianamente con i commissari europei, segue tutti i Consigli europei (25) (v. Consiglio europeo), nonché i dieci vertici dei paesi industrializzati come stretto collaboratore di Delors (i G7, poi il G8 con la Russia).

Come afferma lo stesso L., è «un decennio di intenso lavoro, salutato come una rinascita, in cui il dinamismo delle democrazie e l’impegno di uomini come François Mitterrand, Helmut Josef Michael Kohl, Felipe Màrquez González, Jean-Luc Dehaene hanno accelerato il corso della storia sia a Est che a Ovest dell’Europa». Questi incarichi permettono a L. di tessere una rete di conoscenze quasi internazionale che gli sarà utile in seguito.

Nel 1994 lascia la Commissione europea per accettare la proposta di Jean Peyrelevade, da poco nominato direttore del Crédit Lyonnais dal governatore Éduard Balladur con l’incarico di sistemare i conti. Questa nuova funzione lo tiene occupato per cinque anni. Al principio del 1999 i risultati positivi ottenuti consentono di lanciare la privatizzazione della banca con l’appoggio di Dominique Strauss-Kahn, all’epoca ministro dell’Economia e delle Finanze. L. in seguito avrebbe dovuto assumere l’incarico di presidente del direttivo del Crédit Lyonnais, dopo lo spostamento di Jean Peyrelevade alla Compagnie de Suez. Ma l’Europa incrocia di nuovo il suo cammino quando i dirigenti francesi, l’8 luglio 1999, propongono il suo nome insieme a quello di Michel Barnier come futuri commissari della nuova Commissione europea presieduta da Romano Prodi. L. comunica immediatamente la sua volontà di ottenere la responsabilità delle relazioni economiche estere nella Commissione. Quest’incarico di norma non è affidato a un francese, considerato un difensore del protezionismo, e ancor meno a un socialista perché la politica commerciale estera richiede una visione liberale secondo i principi vigenti nella Commissione.

Alla fine il Parlamento europeo nel settembre 1999 conferma la nomina di L. a commissario della politica commerciale estera della Commissione europea, dopo che il candidato ha superato la prova del discorso di investitura. Dal 1999 al 2004 L. è incaricato di negoziare a nome dei Quindici gli accordi commerciali multilaterali o bilaterali nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) di difendere gli interessi europei e di assicurare una concorrenza leale all’interno dell’Europa (v. anche Politica europea di concorrenza).

In particolare, L. deve gestire alcuni dossier molto delicati riguardanti gli Stati Uniti, come quelli riguardanti la carne bovina con gli ormoni e le banane. Partecipa ai lavori dei nuovi negoziati dell’OMC che si iscrivono nel quadro del “ciclo del millennio” e si tengono nel dicembre 1999 a Seattle. Sulla base della sua passata esperienza come collaboratore di Delors nell’Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT) e nell’OMC, L. ritiene che questi negoziati debbano integrare i dibattiti in corso sugli effetti della mondializzazione, in rapporto ai paesi in via di sviluppo, all’ambiente, alla sanità pubblica, alla diversità culturale e ai diritti sociali fondamentali. «Per essere ad un tempo efficace e giusta – afferma L. – questa globalizzazione deve essere governata, pilotata, gestita in funzione degli interessi collettivi dei cittadini europei».

Durante i negoziati di Seattle si verifica un incidente che contrappone il commissario L. agli Stati membri. Questi ultimi si oppongono alle concessioni fatte da L. agli Stati Uniti in materia di biotecnologie allo scopo di ottenere la possibilità di inserire l’ambiente nell’agenda dei negoziati. Di conseguenza i lavori dell’OMC a Seattle sono sospesi e si arenano. A questo punto L. dichiara durante la conferenza stampa, con una frase rimasta memorabile, che è necessario rivedere urgentemente «le procedure medievali dell’OMC».

Secondo L. il fallimento di Seattle ha ricordato all’Europa che bisogna intrecciare legami solidi fra i paesi del Nord e del Sud, per negoziare su basi più eque e corrette. Quindi si dedica ad una serie di iniziative dal forte significato simbolico. Innanzitutto mette in cantiere un programma che mira a eliminare tutti i diritti doganali e tutte le quote sulle importazioni in Europa di prodotti provenienti dai paesi meno sviluppati (quelli che fanno parte del gruppo dei paesi più poveri). Il programma, denominato “Tout sauf les armes”, viene adottato dal Consiglio europeo il 26 febbraio 2006.

Inoltre L. si preoccupa di risolvere il problema dell’accessibilità nei paesi in via di sviluppo dei farmaci contro l’AIDS, che hanno costi troppo elevati. A questo scopo cerca di sensibilizzare il G8 che si tiene nel luglio 2000 a Okinawa; per la prima volta nelle conclusioni del vertice viene inserita la necessità di mobilitarsi a livello mondiale contro le malattie trasmissibili, come l’AIDS, la malaria, la tubercolosi (v. Partecipazione dell’Unione europea a organizzazioni e conferenze internazionali). Ma il 10 novembre 2000 il Consiglio europeo andrà ancora più lontano: dietro impulso di L., lancia un piano d’azione (2002-2006) per far abbassare i prezzi dei farmaci e rafforzare le capacità produttive dei paesi in via di sviluppo.

L’altro obiettivo di L. consiste nel farsi carico a livello mondiale dei diritti sociali fondamentali, e in questa prospettiva riattiva il ruolo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), incaricata di applicarli e di controllarli. Ma questo tema si rivela il più difficile, perché L. deve affrontare l’opposizione degli stessi paesi del Sud che temono limitazioni alle loro esportazioni in quanto non conformi alle norme sociali.

Alla fine il vertice dell’OMC a Doha, nel 2001, permette di inserire i paesi del Sud nei negoziati conclusivi, un evento che rappresenta un grande successo per l’Europa.

Considerando la posizione dell’Europa nel mondo L. ritiene che l’economia di mercato sia ineluttabile, ma che sia necessario associarvi lo sviluppo duraturo, la protezione sociale e la diversità culturale: ai suoi occhi è questa la sfida che l’Europa deve raccogliere. Per condurre a buon fine tutte queste iniziative L. adotta lo stesso metodo di Delors, cioè considera la comunicazione il mezzo più efficace per lanciare programmi nuovi e proficui. Nel 2004 succede a Delors a capo della fondazione Notre Europe. Nel maggio 2005 è nominato direttore dell’OMC.

R. Perron (2008)




Landsbergis, Vytautas

L. (Kaunas 1932) dopo il diploma al liceo e alla Scuola di Musica J. Gruodis di Kauna, nel 1950 si iscrive al Conservatorio lituano di Vilnius e si diploma nel 1955; da allora è sempre vissuto a Vilnius. Landsbergis ha cominciato la carriera di educatore nel 1952, quando era ancora uno studente, e ha continuato a insegnare fino all’elezione a presidente del Consiglio supremo della Repubblica di Lituania nel 1990.

Ha insegnato alla scuola di musica M.K. Ciurlonis, al conservatorio lituano, all’Istituto pedagogico di Vilnius e alle sedi distaccate del conservatorio a Klaipeda. Dal 1978 al 1990 ha insegnato Storia della musica all’Accademia musicale lituana.

La carriera politica di Landsbergis ha inizio il 3 giugno 1988 con la sua elezione al gruppo d’iniziativa del movimento riformista lituano Sajūdis. Al Congresso di fondazione di Sajūdis del 22-23 ottobre 1988 è stato eletto nel Seimas del Sajūdis e nel Consiglio del Seimas, diventandone presidente il 25 novembre 1988.

Il 26 marzo 1989, a Panevezys, L. è stato eletto come rappresentante della Lituania al Congresso dei deputati del popolo dell’URSS. In seguito all’elezione al Consiglio supremo della Lituania, il 10 marzo 1990, L. è stato eletto presidente del Consiglio supremo e capo dello Stato e ha presieduto la seduta del Parlamento che lo stesso giorno ha proclamato l’indipendenza della Repubblica di Lituania.

L. è stato uno dei leader del Consiglio degli Stati baltici (1990-1992). Nel 1990-1991 è stato presidente della Commissione per la Nuova costituzione della Repubblica Lituana e della delegazione di Stato per i negoziati con l’URSS. Sotto la sua guida la Lituania ha resistito alla violenza militare e al blocco messi in atto dall’URSS, ottenendo il riconoscimento internazionale dell’indipendenza lituana e negoziando l’accordo con la Russia per il ritiro delle truppe russe.

Nel settembre 1992, in veste di presidente del Parlamento lituano, L. si è recato in visita ufficiale a Bruxelles dove è stato ricevuto dal Presidente della Commissione europea, Jacques Delors, dal presidente del Parlamento europeo, Egon Klepsch, e da altre alte cariche; questa visita è stata una delle prime dimostrazioni della volontà della Lituania di diventare membro della Comunità economica europea.

Alle elezioni di ottobre-novembre 1992, L. è diventato membro del Parlamento; in seguito è diventato capo dell’opposizione nel Seimas lituano. Inoltre ha fatto parte della delegazione lituana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e della delegazione lituana all’Assemblea baltica.

L. è stato eletto Presidente del partito conservatore lituano Unione patriottica, fondato il primo maggio 1993.

Alle elezioni di ottobre-novembre 1996, L. è stato nuovamente eletto deputato e il 25 novembre è diventato presidente del Seimas della Repubblica di Lituania.

Alle elezioni parlamentari del 2000 è diventato membro del Seimas per la quarta volta e ha nuovamente fatto parte della delegazione lituana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, oltre ad aver fatto parte della delegazione lituana all’Assemblea dei paesi baltici: tra il 2003 e il 2004 ha inoltre ricoperto la carica di osservatore presso il Parlamento europeo.

Nel giugno 2004 è stato eletto al Parlamento europeo nelle liste dell’Unione patriottica (conservatori, prigionieri politici e deportati, cristiano-democratici) ed è entrato nel gruppo del Partito popolare europeo (PPE).

Negli anni precedenti l’ingresso della Lituania nell’Unione europea (UE), L. ha espresso la sua posizione per quanto riguarda il processo di integrazione (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), che è ben riassunto in questo passo di un suo discorso: «Siamo ogni giorno di più convinti che solo la piena adesione dei paesi baltici alla NATO e all’UE porterà tutti noi a un rapporto veramente nuovo di cooperazione aperta e sicura per il bene della nuova Europa» (v. Landbergis, 2002) (v. anche Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico).

L. ha sempre espresso la sua chiara posizione circa il rapporto con la Russia nel contesto dell’integrazione europea. In un suo discorso ha commentato: «la Russia contemporanea ha intenzione di cooperare con l’Europa su basi europee o su basi russe? Per adesso mi pare di capire che il Cremino prediliga la seconda possibilità […]. Sono sicuro che noi, europei in via di unificazione, siamo in grado di affrontare i compiti necessari per la sicurezza della democrazia e anche, a nostra volta, di aiutare la Russia a orientarsi verso un futuro di democrazia. È questa la sfida del nuovo secolo» (v. Landbergis, Baltic States, 2002).

L. ha manifestato in molte occasioni la preoccupazione che Russia e Unione europea possano giungere a un accordo, sfavorevole per la Lituania, circa il transito nel territorio lituano per raggiungere la regione di Kaliningrad.

Si deve rilevare come L. sia un politico piuttosto controverso; infatti, negli ultimi anni ha perso popolarità fra i lituani a causa delle dichiarazioni radicali e delle posizioni rigide assunte nei confronti dei partiti di sinistra e della Russia. E tuttavia non si può negare che egli abbia svolto un ruolo di primo piano nel riportare la Lituania all’indipendenza e nel guidare il paese verso l’ingresso nell’Unione europea, mantenendone contemporaneamente l’autonomia e perseguendo un’attiva difesa degli interessi lituani a Bruxelles.

Jolanta Stankevičiūtė (2004)




Langer, Alexander

L. nacque il 22 febbraio 1946 a Sterzing (Vipiteno) in provincia di Bolzano da Arthur, medico ebreo viennese ivi trasferitosi nel 1914, perseguitato sotto il fascismo e poi dai nazisti, e da Elisabeth Kofler, farmacista tirolese, di Sterzing, di religione cattolica. Primo di tre figli, sin dall’infanzia L. ricevette un’educazione familiare multiculturale e plurilinguistica e fu avviato alla frequenza dell’asilo italiano e poi della scuola elementare tedesca a Vipiteno. Dal 1956 frequentò la scuola media e il ginnasio presso l’istituto privato dei padri francescani di Bolzano dove, nel 1961, fondò con alcuni compagni di scuola il periodico della Congregazione mariana “Offenes Wort” (“Parola aperta”) per testimoniare, condividere e diffondere un concreto impegno giovanile sociale, cristiano ed europeo. Conseguita la maturità classica nel 1964, L. proseguì gli studi presso l’Università di Firenze, dove ebbe come professore il celebre sindaco Giorgio La Pira, laureandosi in giurisprudenza nel 1968; collaborò alle riviste “Il Ponte” e “Testimonianze” e con comunità cristiane di base impegnate nel dialogo tra cattolici di sinistra, ispirati al Consiglio vaticano II, e marxisti. Un importante incontro per la sua maturazione politica fu quello con la scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, del quale, nel 1970, L. tradusse in lingua tedesca uno dei testi più noti, Lettera ad una professoressa.

Rientrato in Sudtirolo sin dal 1967, L. si dedicò al dialogo interetnico in un periodo di gravi tensioni tra tedeschi e italiani nella regione fondando in quell’anno il mensile bilingue “Die Brücke/Il ponte”, per favorire il pluralismo e l’autonomia democratica nell’Alto Adige. Nel 1968, durante un viaggio estivo nella Repubblica Democratica Tedesca (v. Germania) e in Cecoslovacchia (v. Repubblica Ceca; Slovacchia), assistette all’invasione sovietica, mentre nell’autunno si recò per un periodo di studi a Bonn, nella Repubblica Federale Tedesca (RFT), dove entrò in contatto con la sinistra extraparlamentare. Professore supplente nei licei classici di lingua tedesca a Bolzano e a Merano, dal 1970 L. aderì al movimento alternativo di Lotta continua (LC). Nel 1972 conseguì la laurea in Sociologia presso l’Università di Trento e, dopo aver svolto il servizio militare contribuendo alla costituzione del movimento “Proletari in divisa” all’interno delle caserme per democratizzare l’esercito, tra il 1973 e il 1975 fece il giornalista inviato di “Lotta Continua” nella RFT, quotidiano dell’omonimo movimento, per studiare i mutamenti sociali nei paesi dell’Europa del Nord, contribuendo anche all’organizzazione dei primi incontri tra esponenti della sinistra israeliana e il Fronte di liberazione per la Palestina. Nel 1975 si trasferì a Roma per lavorare nella redazione di “Lotta Continua” di cui fu anche direttore tra il 1975 e il 1976 e insegnare filosofia e storia in alcuni licei scientifici della capitale fino al 1978.

Dopo lo scioglimento di LC nel 1976, L. aderì ai referendum promossi dal Partito radicale nel 1977 e, con l’aiuto di alcuni suoi esponenti, nel novembre 1978, decise di costituire una lista civica alternativa multietnica, Neue Linke/Nuova sinistra, che presentatasi alle imminenti elezioni regionali del Trentino Alto Adige ottenne un buon successo e lo vide eletto consigliere della Regione autonoma Trentino Alto Adige e della Provincia autonoma di Bolzano. Impegnato nella mobilitazione contro il censimento linguistico obbligatorio introdotto in Alto Adige, che rifiutò facendo obiezione alla schedatura etnica rischiando di perdere il posto di lavoro, e promotore delle riviste bilingue “Omnibus” e “Tandem”, nel dicembre 1981 L. si dimise a metà mandato per effettuare la rotazione con il primo non eletto.

Ripresa l’attività di traduttore e conferenziere con collaborazioni presso le Università di Trento, Urbino e Klagenfurt, nel novembre 1983 fu rieletto come consigliere regionale in Trentino Alto Adige e provinciale a Bolzano nella lista ecopacifista ispiratasi alle esperienze del movimento verde tedesco denominata Lista alternativa per l’altro Sudtirolo/Alternative Liste für das andere Südtirol. Nel dicembre 1984, a Firenze, L. svolse la relazione introduttiva nella prima assemblea nazionale delle liste verdi italiane, proponendo la “cultura del limite” e la caratteristica di “terzo polo” (“né di destra, né di sinistra”) quali caratteristiche peculiari di un nuovo soggetto politico ecologista a livello nazionale e internazionale. Contrario all’evoluzione partitica delle liste verdi, L. rinunciò alla candidatura al Parlamento italiano alle elezioni politiche del 1987 e, dopo il successo riportato dai Verdi ottenendo una buona rappresentanza, ne propose, invano, lo scioglimento per evitare la degenerazione del nuovo soggetto politico e avviarne una crescita nella società. L. partecipò costantemente a diverse iniziative e campagne ambientaliste, sociali e non violente italiane ed estere, operando per la conversione ecologica del modello di sviluppo economico, per il disarmo e l’obiezione fiscale alle spese militari, per la tutela dei Diritti dell’uomo e delle minoranze etniche e culturali. Membro di reti internazionali di cooperazione per la pace a carattere paneuropeo (East-West dialogue network, Helsinki citizen’s assembly), collaborò con i movimenti transfrontalieri alpini impegnati per la difesa del clima e per la riduzione del traffico pesante e fu tra i promotori della Fiera delle utopie concrete, che si svolge dal 1988 a Città di Castello (Perugia) e della Campagna “Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito” con sede a Roma.

Nel 1988 fu ancora rieletto consigliere regionale e provinciale nella Grüne Alternative Liste/Lista Verde Alternativa e l’anno seguente accettò di candidarsi al Parlamento europeo (PE) nella Circoscrizione italiana Nord-Est riuscendo a diventare europarlamentare nel giugno 1989. Dimessosi da consigliere regionale per non cumulare cariche politiche, L. fu, fino all’ottobre 1990, uno dei due copresidenti del Gruppo verdi costituitosi per la prima volta al PE. Abbinando l’attività parlamentare con l’azione diretta militante, destinò una quota rilevante dei finanziamenti ottenuti in qualità di europarlamentare a favore di movimenti e progetti ambientali, di solidarietà con il Terzo mondo e per la pace e la giustizia, rendendo periodicamente pubblici i propri bilanci economici. Impegnato a fianco dei movimenti indios in Amazzonia e sostenitore del commercio equo e solidale, del risparmio etico e della riforma della Banca mondiale, L. lasciò numerose testimonianze scritte (reportage giornalistici o articoli su riviste e giornali locali e nazionali) delle molteplici attività e problematiche seguite. Nel dicembre 1990 L. visitò l’Albania come membro della Commissione politica del PE, proprio nei giorni della prima rivolta studentesca che portò all’abbattimento del regime comunista. Dal 1991, come presidente della delegazione del PE per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania, l’europarlamentare tirolese partecipò a varie missioni ufficiali in questi paesi e promosse anche un Comitato di solidarietà e cooperazione con l’Albania e gli albanesi in Italia per fornire assistenza, viveri e medicinali alla popolazione.

Nel febbraio 1991 il PE approvò un suo rapporto sull’apertura politica e commerciale all’Albania che diede l’avvio a normali rapporti tra la Comunità europea (CE) (v. anche Comunità economica europea) e il paese balcanico. Il suo sostegno alle relazioni Est-Ovest, fu particolarmente deciso e tra le sue iniziative vi fu la proposta, più volte reiterata senza successo sin dal 1989, di istituire un’assemblea parlamentare espressione del PE e di tutti i parlamenti extracomunitari che si stavano liberando dal comunismo e che avessero desiderato parteciparvi, mentre un rapporto da lui presentato sulla politica di sicurezza europea fu approvato dal PE nel 1993. L. si impegnò per i diritti umani in varie parti del mondo (Tibet, Israele, Kosovo, sostegno alla popolazione curda, repubbliche baltiche, Medio Oriente, Cipro, Algeria, ecc.), per la difesa dell’ambiente (ad esempio contro l’installazione di centrali nucleari oppure contro l’Expo di Venezia), per la tutela delle minoranze e contro il razzismo e la discriminazione, partecipando a molti incontri interetnici e al lavoro dell’Intergruppo lingue e culture minoritarie del PE, di cui fu anche presidente di turno dal luglio 1991 al marzo 1992 e che ottenne il riconoscimento delle comunità etnolinguistiche minoritarie e finanziamenti comunitari per le attività dei gruppi linguistici minoritari europei. Membro della Sottocommissione disarmo e sicurezza della Commissione affari esteri e membro supplente dalla Commissione sviluppo e delle Commissioni petizioni e regolamento, L. si oppose all’intervento militare nella crisi del Golfo del 1991 e propose la riforma democratica dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per dotarlo di una forza propria di polizia internazionale. Nel febbraio 1992 una sua risoluzione per la creazione di un Tribunale internazionale dell’ambiente sotto l’egida dell’ONU, già richiesta da un apposito comitato italiano, venne ripresa nel rapporto Collins sulla partecipazione della CE alla Conferenza mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro, mentre nell’aprile 1992 un suo rapporto per la riconversione civile della base missilistica di Comiso, in Sicilia, venne approvato dal PE. Nello stesso anno L. riusciva anche a far votare a Strasburgo un rapporto sulla valutazione politica dell’accordo di transito con l’Austria e, nel 1993, sull’accordo di cooperazione con la Slovenia.

Dopo lo scoppio della guerra nell’ex Iugoslavia L. propose numerose risoluzioni e partecipò direttamente a numerose iniziative nonviolente per far cessare il conflitto armato, come le due carovane per la pace nel 1991, promuovendo e ottenendo in quell’anno l’attribuzione del Premio Sacharov del PE allo scrittore albanese del Kosovo, e presidente del Comitato per i diritti umani nel Kosovo, Adem Demaci, costituendo nel gennaio 1992, a Verona, un Comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace in Iugoslavia chiamato (“Verona Forum”) e finanziando gli organi di informazione indipendenti ed anti-nazionalisti. Ripresentatosi alle elezioni europee (v. anche Elezioni dirette del Parlamento europeo) con i Verdi italiani nel giugno 1994, L. fu rieletto con oltre quarantamila voti, tornando a essere copresidente del Gruppo verdi al PE e divenendo membro delle Commissioni Politica estera, Sicurezza e disarmo, Trasporti, Petizioni, Cultura e Regolamento interno. Attento ai temi e alle problematiche relativi alla bioetica L. riuscì, il 1° marzo 1995, a fare approvare a larga maggioranza dall’Assemblea di Strasburgo una risoluzione contro la brevettabilità delle manipolazioni genetiche di materia vivente (umana, animale e vegetale).

L. fu tra i primi ecologisti ad impegnarsi a favore di una riforma democratica e federale (v. Federalismo) delle Comunità europee e dell’Unione europea (UE), fondata tanto su un’aggregazione sovranazionale quanto su un sostanziale rafforzamento del ruolo e dell’autonomia delle regioni, delle cooperazioni transfrontaliere e delle minoranze etniche (v. Iniziative transfrontaliere). Pur criticando fortemente il Trattato di Maastricht, sostenne sempre l’Europa unita come obiettivo di pace. Diversi discorsi e scritti occasionali attestano questo atteggiamento contro i nazionalismi, a favore di un’Europa federale dei popoli e “casa comune” aperta ad accogliere i paesi ex comunisti. Tra i suoi contributi più rilevanti per la riforma delle Istituzioni comunitarie va ricordata la bozza di proposta per la posizione politica del Gruppo verde al PE per la Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative) del 1996, da lui redatta nell’aprile 1995, dove erano rimarcati la necessità di abbandonare la procedura di Voto all’unanimità (v. Processo decisionale), l’esigenza di dare pieni poteri di Codecisione al Parlamento europeo per democratizzare l’UE (v. anche Deficit democratico), il bisogno di rafforzare il ruolo delle Regioni, l’urgenza di avviare una efficace Politica estera e di sicurezza comune e di consentire l’ingresso nell’UE ai paesi dell’Est Europa (v. anche Paesi candidati all’adesione; Allargamento).

Membro supplente della delegazione del PE per le relazioni con l’ex Iugoslavia, L. era stato relatore del rapporto, approvato dal PE, sull’istituzione di un Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in questo paese. Con l’aggravarsi della situazione si schierò per un intervento militare urgente volto a fermare gli eccidi etnici in Bosnia-Erzegovina. Dopo la strage provocata nella città multietnica di Tuzla, il 25 maggio 1995, dove furono uccisi da granate serbe una settantina di giovani mentre partecipavano a una manifestazione per la giornata nazionale della gioventù, L. fu tra gli organizzatori di una manifestazione a Cannes, in Francia, durante il Consiglio europeo del giugno 1995, per chiedere a gran voce ai capi di Stato e di governo lì riuniti l’immediato intervento umanitario e militare dell’UE e di organizzazioni internazionali di sicurezza – Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO) e Unione dell’Europa occidentale (UEO) – e per far entrare la Bosnia-Erzegovina nell’UE.

L. promosse l’istituzione di un Corpo civile di pace europeo (CCPE), che avrebbe dovuto agire come servizio della Commissione europea per la prevenzione dei conflitti e per interventi post-conflitto, composto da professionisti con svariate competenze e da volontari, adottando una struttura e modalità d’azione flessibili e collaborando con l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e con l’ONU. Il CCPE venne proposto ufficialmente in una raccomandazione del PE nel maggio 1995, come contributo allo sviluppo della Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e da allora ne è stata sollecitata a più riprese l’istituzione in diversi documenti approvati dal PE.

Nel giugno 1995 L. venne ingiustamente escluso dalla candidatura a sindaco di Bolzano, a causa dell’obiezione da lui sempre opposta al censimento etnico. L. si tolse la vita a Pian dei Giullari, nei pressi di Firenze, città dove risiedeva con la moglie, il 3 luglio 1995, all’età di quarantanove anni, impiccandosi a un albero di albicocco. La sua tragica morte, improvvisa e segno di una profonda disperazione e di un forte cedimento dovuto anche all’enorme impegno politico e umano profuso, hanno privato l’UE del prezioso contributo di un uomo dalla rara profondità intellettuale, di un “costruttore di ponti” tra culture, tradizioni politiche, persone e comunità e di uno dei più rappresentativi esponenti del movimento verde e non violento a livello internazionale.

Per continuare l’opera di L. e mantenerne viva l’eredità trasmessa dal suo pensiero e dalla sua azione caratterizzata dall’impegno civile, sociale, culturale e politico è attiva dal 1999 a Bolzano la Fondazione Alexander Langer Stiftung, che oltre ad aver raccolto e pubblicato i suoi scritti, è animatrice del Festival internazionale Euromediterranea e del Premio internazionale Alexander Langer, ogni anno assegnato a persone o gruppi che si sono distinti per l’attività in campo ambientale e/o sociale oppure in difesa dei diritti umani e della convivenza tra i popoli, e ha contribuito con altri enti alla nascita del corso-master universitario “Mediatori dei conflitti – operatori di pace internazionali”.

Giorgio Grimaldi (2010)




Lapie, Pierre-Olivier

P.O. nacque a Rennes il 2 aprile 1901. Figlio di un docente universitario, proseguì gli studi superiori all’École libre des sciences politiques e alla facoltà di diritto di Parigi, dove si laureò nel 1925 con una tesi sullo Stato azionista. Iscritto al foro di Parigi, avvocato alla Corte d’appello, si specializzò in diritto internazionale e divenne vicepresidente dell’International law association.

Cominciò molto giovane una brillante carriera parlamentare. Nel 1934 aderì all’Ordre nouveau di Robert Aron e nel 1935 all’Union socialiste républicaine, di ispirazione neosocialista. Con questa formazione fu eletto nel 1936 deputato di Nancy. Alla Camera fece parte delle commissioni dell’Alsazia-Lorena, delle miniere, dell’aeronautica, per la quale fu relatore del progetto di legge per l’organizzazione della nazione in tempo di guerra.

Fu richiamato il 2 settembre 1939 come capitano nella Legione straniera e venne assegnato come ufficiale di collegamento al 1° reggimento della Guardia britannica. Partito volontario per la spedizione di Narvik in Norvegia, dopo il suo fallimento fece ritorno in Francia. Ma il 25 giugno 1940 ripartì per il Regno Unito, dove si mise a disposizione del generale Charles de Gaulle che aveva appena lanciato l’appello della Francia libera. Pur essendo un parlamentare di sinistra, L. aveva fiducia nel generale mentre altri francesi a Londra ne diffidavano, considerandolo antirepubblicano. Con le funzioni di direttore degli Affari esteri nel gabinetto de Gaulle, il 7 agosto L. lo accompagnò a firmare con Winston Churchill l’accordo che conferiva uno statuto alle Forces françaises libres. Nel novembre 1940 L. fu nominato dal generale governatore del Ciad, dopo Félix Eboué, incarico che mantenne fino al novembre 1942. Successivamente come ufficiale della Legione nella colonna del futuro generale Leclerc partecipò alla campagna di Libia e di Tunisia.

A questo punto L. riprese la carriera parlamentare. Nominato membro dell’assemblea consultiva del Comité français de libération nationale d’Alger nel settembre 1943, fece anche parte della commissione Affari esteri. Dopo la liberazione della Francia il 21 ottobre 1945 fu eletto deputato di Meurthe et Moselle nella prima Assemblea costituente. Il 19 aprile 1946 votò per il progetto costituzionale della IV Repubblica, che tuttavia venne respinto dal referendum del 5 maggio 1946 a causa dei timori per l’onnipotenza di un’assemblea in cui il partito comunista avrebbe avuto un peso determinante. Il testo più equilibrato elaborato da una nuova Assemblea costituente fu adottato tramite referendum il 13 ottobre. L., che auspicava la formazione di un ampio partito laburista, fu rieletto deputato di Meurthe et Moselle nella lista della formazione socialista Section française de l’internationale ouvrière (SFIO), il 10 novembre 1946, alla prima Assemblea nazionale della IV Repubblica. La sua carriera parlamentare si concluse solo con l’avvento della V Repubblica.

La carriera ministeriale di L. ebbe inizio molto presto, quando Léon Blum divenne presidente del Consiglio. In seguito all’impossibilità di formare un governo di coalizione il vecchio saggio del Partito socialista, che si era ritirato, formò un ministero socialista omogeneo per la gestione degli affari in attesa che si completassero le istituzioni della IV Repubblica con l’elezione del suo presidente da parte del Parlamento. Il ministero Blum durò solo un mese, dal 16 dicembre 1946 al 21 gennaio 1947, ma fu in grado di prendere varie iniziative grazie al suo carattere omogeneo e agli alti ideali del suo presidente. Insieme alla presidenza Blum ottenne il portafoglio degli Affari esteri e scelse come assistente L., che divenne sottosegretario di Stato e si installò al Quai d’Orsay, mentre Blum rimase all’Hôtel Matignon.

L. non era un neofita: era stato relatore della Commissione affari esteri all’Assemblea, conosceva bene il problema tedesco e nel 1945 aveva proposto la creazione di un’Autorità della Ruhr, che si concretizzò solo nel 1949. Svolse un ruolo importante nel riavvicinamento con la Gran Bretagna. Fu a L. che si rivolse l’ambasciatore Duff Cooper per riprendere il progetto di un’alleanza franco-britannica, rifiutata dal generale de Gaulle dopo la firma del patto franco-sovietico. Blum, dopo esserne stato informato, colse immediatamente l’occasione per porre fine alle controversie tra Londra e Parigi e soprattutto per cercare un avvicinamento dei punti di vista francesi e inglesi sul problema tedesco, ammorbidendo le posizioni francesi al fine di trovare una soluzione internazionale. Incontrò a Londra il suo omonimo laburista, il primo ministro Clement Attlee, il 13-14 gennaio 1947, e pose le basi di quello che sarebbe stato il trattato di alleanza tra Francia e Gran Bretagna negoziato da Georges Bidault, rientrato al Quai d’Orsay, e sottoscritto a Dunkerque il 4 marzo 1947.

Tornato semplice parlamentare L. continuò a interessarsi da vicino di politica estera, di rapporti con l’Inghilterra e di costruzione europea. Presiedette la Commissione per il Piano Marshall all’Assemblea nazionale e il gruppo parlamentare franco-britannico. Sul fronte europeo partecipò al Congresso dell’Aia dei movimenti europei (7-9 maggio 1948), malgrado le consegne di astensione dei laburisti britannici, di qualche socialista scandinavo e continentale e di alcuni socialisti francesi fra cui Paul Ramadier. Nel Consiglio d’Europa, creato in seguito al Congresso dell’Aia nonostante le reticenze britanniche, L. fece parte della delegazione francese all’Assemblea consultiva che cominciò i suoi lavori tra l’entusiasmo a Strasburgo nell’agosto 1949. Malgrado ne comprendesse ben presto l’impotenza, ne rimase comunque membro fino al 1956.

L. fu di nuovo ministro, questa volta dell’Educazione nazionale, nei governi di René Pleven (12 luglio 1950-10 marzo 1951) e di Henri Queuille (10 marzo 1951-11 agosto 1952). Il periodo trascorso in rue de Grenelle fu segnato soprattutto dal riemergere del problema della laicità scolastica, mentre i cattolici reclamano sovvenzioni statali per mantenere la scuola libera confessionale. La divisione fra sinistra laica e destra si era acuita in seguito al decreto del 22 maggio 1948 del ministro della Sanità, Poinsot-Chapuis, in base al quale le associazioni familiari avevano facoltà di ricevere sovvenzioni e distribuirle tra le famiglie in difficoltà per l’educazione dei figli. Il provvedimento era stato abrogato e sostituito il 10 giugno da un decreto che manteneva integralmente la legislazione laica scolastica, ma da allora gli incidenti si erano moltiplicati soprattutto nell’Ovest della Francia. L., seppure di religione cattolica, era profondamente laico. Animatore della Ligue de l’enseignement, egli intende trovare una soluzione a questo problema per evitare una lacerazione tra i francesi. Creò quindi una commissione presieduta dal socialista moderato Joseph Paul-Boncour, ex presidente del Consiglio della III Repubblica. Pur raggruppando tutte le categorie, la commissione suscitò le riserve degli ambienti laici e del Partito socialista. Contemporaneamente L. portò a buon fine un negoziato che consentiva al Collège Stanislas, in difficoltà nel reperimento di professori destinati alle classi dell’ultimo anno di liceo, di beneficiare delle prestazioni dei docenti del liceo Saint-Louis. Nello spirito di L. questo modo di procedere avrebbe dovuto costituire un precedente per l’insegnamento secondario. Ma dopo le elezioni legislative del 17 giugno 1951 la nuova Assemblea, che intendeva far esplodere la “terza forza” facendo leva sulla questione scolastica che divideva socialisti e MRP, adottò due leggi che estendevano le borse statali all’insegnamento privato di secondo grado e creavano un sussidio per gli studi destinato a ogni ragazzo in età scolare negli istituti pubblici e privati.

Sul fronte dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) L. si mostrò favorevole alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) ma ostile all’esercito europeo. Appoggiò la proposta di Robert Schuman del 9 maggio 1950 destinata a mettere in comune il carbone e l’acciaio franco-tedesco sotto un’alta autorità sopranazionale. Mentre Guy Alcide Mollet, segretario generale della SFIO, continuò a far riferimento al Consiglio d’Europa per costruire un’Europa politica ed era preoccupato per la mancata partecipazione dell’Inghilterra laburista, L. non si faceva più illusioni sul Consiglio d’Europa, e malgrado il suo attaccamento per la Gran Bretagna capì che per andare avanti non bisognava aspettarla. Pur pensando da tempo a un’Autorità per la Ruhr, era contrario come deputato della Lorena all’estensione delle sue competenze sui paesi vicini. Tuttavia comprendeva pienamente l’interesse del Piano Schuman e lo sostenne al congresso nazionale della SFIO del 27 maggio 1950, presentando un rapporto favorevole alla Commissione affari economici dell’Assemblea nazionale. Malgrado la preoccupazione di alcuni socialisti, il Trattato del 18 aprile che istituiva tra Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo la Comunità europea del carbone e dell’acciaio fu ratificato il 13 dicembre 1951 dalla maggioranza dell’MRP, da socialisti e radicali contro l’opposizione dei gollisti e dei comunisti (v. Trattato di Parigi).

Sul trattato della Comunità europea di difesa (CED) firmato dai Sei il 27 maggio 1952 L. però era molto più reticente. L’opposizione all’esercito europeo si estendeva: non solo gollisti e comunisti erano ostili, ma anche i socialisti e i radicali risultavano divisi. Il Mouvement républicain populaire (MRP) era l’unico partito quasi unanimemente favorevole. L. comprendeva le reazioni psicologiche all’integrazione di truppe francesi in un esercito comune che rendevano aleatoria la ratifica del trattato CED. Si rendeva indispensabile organizzare la difesa dell’Europa utilizzando il potenziale industriale tedesco, per cui L. propose di integrare non gli uomini ma solo gli armamenti, come del resto prevedeva il trattato dell’esercito europeo (artt. 101 e 102). Quest’iniziativa risvegliò l’interesse dei parlamentari, ma alimentò all’interno del gruppo socialista una corrente ostile alla ratifica del trattato, nondimeno approvato da Mollet e dalla maggioranza del comitato direttivo della SFIO. Con l’inasprirsi delle polemiche intorno alla CED, la soluzione di compromesso di L. non venne presa in considerazione. Il Trattato CED fu presentato senza modifiche da Pierre Mendès France all’Assemblea nazionale, che lo bocciò il 30 agosto 1954. I cinquanta “ribelli” socialisti, fra cui L., votarono contro insieme ai comunisti, alla grande maggioranza dei gollisti, alla maggioranza dei radicali e un terzo degli indipendenti. L’indisciplina della metà dei deputati socialisti fu decisiva per il fallimento della CED. Dietro pressioni di Mollet che esigeva sanzioni, L. fu radiato dal partito, insieme a Jules Moch, Daniel Mayer, Max Lejeune. Altri parlamentari furono sospesi temporaneamente.

Il problema del riarmo tedesco fu risolto dalla soluzione che la Francia aveva voluto evitare: l’ingresso nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO) di un esercito nazionale tedesco sulla base degli accordi di Parigi del 23 ottobre 1954 che ristabilivano la sovranità della Repubblica federale di Germania. Tuttavia, con l’Unione dell’Europa occidentale (UEO) fra i Sei e la Gran Bretagna, venne istituito un quadro europeo di mutua assistenza e di controllo degli armamenti per ottenere le garanzie ritenute allora necessarie nei confronti della Germania.

Era previsto che il Consiglio dell’UEO creasse un’agenzia per il controllo degli armamenti e un comitato permanente per gli armamenti concepito per promuovere la cooperazione in quest’ambito. Jean Monnet pensava a una comunità degli armamenti, ma poi rinunciò temendo una recrudescenza della disputa sulla CED. L., da parte sua, vedeva la possibilità di riprendere l’iniziativa con la sua idea di un’Agenzia europea degli armamenti. Fu l’ispiratore del memorandum francese del 17 gennaio 1955 che proponeva al Consiglio dell’UEO la creazione di un organo sovranazionale – come la CED – competente per la standardizzazione degli armamenti, la ripartizione e il controllo dei programmi di produzione, il coordinamento della ricerca e degli investimenti, l’armonizzazione dei programmi di aiuto americani, il confronto dei budget nazionali e del programma dell’Agenzia.

Queste proposte provocarono immediatamente una reazione di rifiuto. Per la standardizzazione sembrava preferibile il quadro più ampio della NATO. Inoltre, una ripartizione autoritaria dei comandi preoccupava l’industria degli armamenti legata ai mercati nazionali nonché gli Stati Uniti, che temevano eccessivi vincoli alle loro importazioni. I paesi minori, dal canto loro, temevano una preponderanza franco-tedesca esercitata tramite il voto maggioritario dei governi senza la garanzia di imparzialità rappresentata da un commissariato europeo della CED. In particolare la Gran Bretagna, che non voleva saperne di una concentrazione costosa sul piano economico e vulnerabile su quello militare, oltre a rifiutarne il carattere sovranazionale, il 2 febbraio presentò un controprogetto, sfociato il 7 maggio 1955 nella creazione del Comitato permanente per gli armamenti incaricato di promuovere accordi di ricerca, la standardizzazione e la produzione di armi fra i membri della UEO sulla base di una semplice Cooperazione intergovernativa, senza mettere in comune alcunché. Si trattava quindi di una proposta ben lontana da quella originaria di una comunità degli armamenti. Nel quadro adottato il bilancio dell’UEO era tra i più modesti.

In occasione del rilancio europeo L. prese energicamente posizione a favore dei Trattati della Comunità europea dell’energia atomica o Euratom e del Mercato comune (v. Comunità economica europea) negoziati dal governo socialista di Guy Mollet all’Assemblea nazionale di cui fu vicepresidente dal 1956 al 1958 (v. Trattati di Roma).

La sua carriera politica si concluse con la fine della IV Repubblica. Sostenne senza esitazioni il ritorno al potere di de Gaulle, che considerava il solo capace di trovare una soluzione al problema algerino e incoraggiò i socialisti ad accettarlo. Votò l’investitura del generale come presidente del Consiglio il 1° giugno 1958 e approvò la costituzione della V Repubblica adottata con referendum il 28 settembre, ma nonostante il suo avvicinamento ai gollisti di sinistra non venne rieletto alle legislative del 23-30 novembre. Tuttavia, fu a lui che si rivolsero nel 1959, ricordando il suo ruolo nell’“accordo Stanislas” – collegio di cui il generale era stato allievo – per presiedere una commissione scolastica che esaminasse il problema ricorrente dell’aiuto statale all’insegnamento privato. L. accettò, ma gli ambienti laici e gli insegnanti si indignarono e il Partito socialista gli chiese di lasciare la presidenza. In seguito al suo rifiuto L. fu nuovamente escluso dalla SFIO.

A questo punto si apri per L. una nuova carriera sempre a livello europeo, questa volta come membro dell’Alta autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, dal 16 settembre 1959 al 30 giugno 1967. Per L. la CECA non era un territorio nuovo, in quanto aveva fatto parte dell’Assemblea comune incaricata di controllare l’Alta autorità e a questo titolo, in vista dell’attuazione dei Trattati di Roma, aveva lavorato all’allargamento del ruolo dell’Assemblea alle tre comunità. Come presidente del gruppo socialista all’Assemblea CECA insistette sul ruolo politico della nuova Assemblea e sulla necessità di suddividere al suo interno i parlamentari in gruppi politici, una proposta messa in atto dalla sessione del 19 marzo 1958 con la formazione dei gruppi socialista, democratico-cristiano e liberale (v. anche Gruppi politici al Parlamento europeo).

Quando nel settembre 1959 giunse il momento del rinnovo generale dell’Alta autorità, il ministro francese dell’Industria Jean-Marcel Jeanneney – all’epoca in disaccordo con l’Alta Autorità sulla soluzione della crisi carbonifera – intese riequilibrare la composizione del collegio a favore della cooperazione franco-tedesca, in quanto dalle dimissioni del presidente René Mayer alla fine del 1957 era stata preponderante l’influenza del Benelux, con la presidenza del belga Paul Finet e le vicepresidenze dell’olandese Dirk Spierenburg e del tedesco Franz Etzel. Jeanneney si rivolse a L. in virtù della sua esperienza di problemi comunitari. D’altra parte il generale de Gaulle aveva fiducia in lui e questa scelta gli permise di dare soddisfazione ai socialisti che in quel momento facevano parte del suo governo. Il ministro non riuscì a ottenere per L. una vicepresidenza a fianco di Coppé (v. Coppé, Albert) e Spierenburg, ma contava sulla sua forte personalità.

In effetti L. seppe imporsi all’interno dell’Alta autorità, al pari dei due vicepresidenti e del collega tedesco Fritz Hellewig. Difese l’indipendenza del collegio europeo e l’incremento delle sue risorse finanziarie, ma anche gli interessi francesi per il controllo delle concentrazioni e la lotta contro i cartelli, come pure per gli aiuti destinati alla riconversione dei minatori. La sua attività preponderante era rivolta all’energia. La creazione del Mercato comune e dell’Euratom competenti per il petrolio e il nucleare rendeva indispensabile una cooperazione con la CECA, limitata al solo carbone e colpita da una crisi di sovrapproduzione legata all’uso crescente del petrolio a buon mercato. Il 5 maggio 1959 venne creato un interesecutivo Energia di cui L. divenne il presidente. Un memorandum sulla politica energetica a lungo termine fu elaborato il 25 giugno 1962, ma a causa dei negoziati allora avviati con la Gran Bretagna non poté riguardare il trattato CECA. Quindi il 2 dicembre 1963 venne presentato un programma d’azione più modesto per la formazione di un mercato comune dell’energia, realizzato a partire da una politica dei prezzi del carbone, degli idrocarburi e del nucleare, ma i governi non riuscirono a trovare un accordo.

Dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Alta autorità della CECA fu rinviata. Le due nuove comunità avevano campi d’azione molto più decisivi e soprattutto emerse ben presto la necessità di istituire un esecutivo unico per le tre comunità, proprio come esisteva un’Assemblea parlamentare unica. Il Trattato di fusione degli esecutivi che creava una Commissione europea e un Consiglio dei ministri unico, sottoscritto l’8 aprile 1965, entrò in vigore il 1° luglio 1967. Dall’Alta Aautorità Coppé e Hellewig passarono alla Commissione unica presieduta dal belga Jean Rey, ma non L. che all’epoca aveva 66 anni.

Dopo l’Alta autorità L. ricoprì ancora alcuni incarichi per il governo francese, dal 1968 al 1978, in qualità di presidente della Commissione interministeriale per le questioni relative alla cooperazione franco-tedesca.

Infaticabile uomo d’azione, L. svolse anche un’importante attività letteraria. Lungo l’intero corso della sua esistenza pubblicò gli numerosi articoli per giornali e riviste e pubblicò libri su diversi episodi della sua vita (Mes tournées au Tchad, 1944; La Légion étrangère a Narvik, 1945; Les déserts de l’action, de Londres à Tunis), sulla sua attività politica (De Léon Blum à De Gaulle, 1971), sui rapporti con la Gran Bretagna (Certitudes anglaises, 1936; Les Anglais à Paris, 1976), sull’Europa (Les trois Communautés, 1960). È anche autore di opere storiche premiate dall’Institut de France (Cromwell, 1949, Herriot, 1976). Fu membro dell’Académie des sciences morales et politiques dal 24 novembre 1969 fino alla morte, avvenuta a Parigi il 10 marzo 1994.

Pierre Gerbet (2010)