Offe, Claus

O. (Berlino1940) si laurea in Sociologia alla Libera Università di Berlino nel 1965, dal 1965 al 1969 è assistente presso l’Istituto di ricerca sociale dell’Università di Francoforte, sotto la guida di Jürgen Habermas. Consegue il dottorato all’Università di Francoforte nel 1968 in Scienze politiche con una tesi sul principio di rendimento e il lavoro industriale. Dopo varie borse di studio e incarichi presso università americane – l’Università di California di Berkeley e la Harvard University – O. insegna Scienze politiche e Sociologia all’Università di Bielefeld (1975-89), di Brema (1989-1995), dove è anche direttore del settore Teoria e costituzione dello Stato sociale al Zentrum für Sozialpolitik (ZeS) e di Berlino (presso l’Università Humboldt dal 1995). In questa università svolge ancora oggi la sua attività di professore di sociologia e scienze politiche. Visiting professor presso istituzioni accademiche in America, Canada, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Italia e Australia, dal 1995 membro dell’Accademia europea, O. è uno dei sociologi e politologi più influenti del panorama intellettuale attuale. I suoi interessi variano dalla sociologia politica, alle politiche sociali, alla teoria democratica e agli studi sulla transizione. Tra le sue pubblicazioni recenti sono da citare Varieties of transitions (MIT Press, Cambridge, Mass. 1996), Modernity and the State. East and West (MIT Press, Cambridge, Mass. 1996) e Constitutional Design in Post-Communist Societies. Rebuilding the Ship at Sea (con J. Elster e U.K. Press, Cambridge UP, Cambridge 1998).

Interessante e complessa è la concezione di O. dell’Unione europea (UE) e del suo futuro. La sua posizione, benché non definibile come propriamente euroscettica (v. Euroscetticismo), è comunque in forte contrapposizione con quella “ottimista” di altri autori tedeschi (per esempio Jürgen Habermas) e coglie gli aspetti più inquietanti e oscuri del processo di integrazione europea (v. Integrazione, metodo della; Integrazione, teorie della). In particolare O. si contrappone a Habermas, di cui in gioventù è stato allievo, per via del suo scetticismo sul “valore aggiunto” che conferirebbe una più consolidata UE ai cittadini europei: perché converrebbe ad un cittadino di una nazione sentirsi e definirsi europeo? Questa è la questione che O. pone in alcuni suoi saggi, fra cui ricordiamo The democratic welfare state (Working Paper in: “Political Sciences Series of the Institute for advanced studies”, Paper 68, 2002).

Un’altra questione che divide O. da Habermas è la necessità di una Costituzione europea: secondo il primo, una costituzione presupporrebbe una comunità politica – un popolo – e un comune sentire – una sfera pubblica condivisa, che non esiste ancora in Europa (v. Offe, 2001, pp. 423-435). Non si può parlare di una società politica europea, ma solo di un tipo di società europea, che però è costituita da Stati nazionali fortemente differenziati e coesi al loro interno. In sintesi, l’Europa non può darsi un’identità politica unica, poiché i cittadini europei sono prima di tutto cittadini di nazioni diverse, createsi nel tempo grazie a processi più o meno traumatici di unificazione e di liberazione. Tali processi mancano per la formazione di un’identità europea e, inoltre, una costituzione europea non potrebbe “creare” l’identità che non esiste, poiché manca una “spinta alla liberazione” che è stata alla base dell’iter di consolidamento della comunità nazionale.

Una delle maggiori difficoltà per la cementazione di un’identità europea è la diversità di idee dei diversi paesi membri dell’UE sul futuro economico che li attende. In particolare sono, a tal riguardo, sei i temi controversi: la disparità di vedute sul tema dell’immigrazione e sull’effetto di questa sui salari e sui conflitti etnici; gli investimenti verso i paesi dell’UE con più basso reddito e costo del lavoro; la redistribuzione fiscale nell’UE; la competizione nei mercati di beni e servizi; gli svantaggi derivanti dal dover acquisire l’intero Acquis comunitario; la riduzione dell’efficacia politica dell’azione del governo nazionale, in particolare nel settore della protezione sociale.

Malgrado questi problemi che O. pone in evidenza, non si può trovare nel sociologo tedesco nessun atteggiamento di rifiuto dell’UE. Questa viene considerata come «uno stato di natura pacifico» (ivi, p. 431), a cui l’Europa è arrivata dopo la Guerra fredda: il patrimonio più importante dell’Europa è proprio il bando alla violenza e la presenza di strutture sovranazionali di sicurezza, che vengono garantite anche dall’UE.

Tra i due approcci fondamentali verso l’UE individuati da O., quello funzionalista (v. Funzionalismo), il quale appoggia una politica intergovernamentale e un’integrazione negativa (per la regolamentazione e lo scambio dei mercati) e una intenzionale, in cui il progetto federativo o sovrastatale viene favorito e l’integrazione è positiva (mira alla costituzione di una società politica), O. propende per quest’ultimo atteggiamento (v. Federalismo). Secondo l’autore tedesco solo una forza di integrazione positiva può equilibrare gli scompensi del mercato e fondare un sistema di benessere sociale (v. Offe, 2002).

Il nodo da risolvere per l’UE è però quello di acquistare legittimità ed efficacia, le due principali caratteristiche degli Stati nazionali. Per tale ragione l’Europa non potrà essere guidata da un’avanguardia di Stati – in questo O. si oppone a Joschka Fischer – poiché la legittimazione deve partire dal basso, dal popolo europeo, e non da delle élites, siano esse Stati o classi politiche. Inoltre, per ottenere l’effettività, il governo europeo dovrà ridurre «la profondità e la larghezza della valle di transizione» (v. Offe, 2001, p. 435) e cioè i cittadini dovranno credere che gli svantaggi che a loro derivano dal mercato comune saranno brevi e distribuiti equamente. L’Europa deve diventare pertanto «la fonte e il centro di attuazione della sicurezza sociale ed economica dei suoi cittadini».

Al contrario, se non avviene uno sforzo di convinzione e di partecipazione dei cittadini per costruire e consolidare l’Europa comune, l’unificazione europea non sarà mai un’idea egemonica, in grado di integrare positivamente la comunità politica europea. Anzi, se i confini degli Stati nazionali diventano porosi, subentra il rischio del familismo amorale, e cioè il declino degli orizzonti di fiducia e di obbligazioni causato dall’apertura delle frontiere. Lo Stato nazionale, all’interno del quale nascono le relazioni reciproche di fiducia e solidarietà, si sgretolerebbe lasciando luogo ai particolarismi, a meno che il consolidamento dell’UE non dia luogo a un processo di integrazione e a un rafforzamento delle politiche di sicurezza sociale e di protezione dei lavoratori dalla mancanza di regole dell’economia selvaggia. Questa realizzazione presupporrebbe la coesistenza di un’Europa forte e di governi nazionali, consolidati in grado di controllare il mercato e di istituire un welfare state democratico.

Patricia Stutte Chiantera (2012)




Olivetti, Adriano

O. acque a Ivrea l’11 aprile 1901, secondogenito di Camillo Olivetti e di Luisa Revel. Le origini religiose e culturali dei genitori – ebreo non praticante il padre, valdese la madre – accentuarono il rigore morale che caratterizzò l’educazione del giovane, avviato agli studi tecnico-scientifici che culminarono in una laurea in ingegneria conseguita presso il Politecnico di Torino nel 1924. Studente poco brillante O., già incline allora agli interessi umanistici, venne profondamente influenzato dal clima politico e sociale che si respirava a Torino nei primi anni Venti.

Nella sua formazione si rispecchiarono certamente sia le propensioni politiche del padre (in gioventù simpatetico verso il riformismo socialista), sia le frequentazioni torinesi nell’ambiente di colei che doveva diventare la sua prima moglie, Paola Levi, orientato nel senso dell’antifascismo (anni dopo sarebbe divenuto la couche della cospirazione torinese di Giustizia e libertà).

Dopo la laurea, O, entrò nella fabbrica che il padre aveva fondato a Ivrea nel 1908, specializzata nella costruzione di macchine per scrivere. Dopo un breve periodo di addestramento come operaio, O. intraprese, ancora per volontà paterna, un lungo viaggio di studio negli Stati Uniti che si protrasse per sei mesi, tra la fine del 1925 e l’inizio del 1926, in cui ebbe modo di osservare da vicino la più avanzata realtà industriale del suo tempo. Egli fu così fra i primi italiani a maturare una conoscenza e un’analisi dirette del taylorismo e del fordismo, da tempo all’opera nelle fabbriche statunitensi.

Come testimoniano le sue lettere alla famiglia, O. guardò a quei modelli di organizzazione industriale con l’occhio non soltanto di un futuro dirigente aziendale, ma anche di un intellettuale europeo già propenso a cogliere i risvolti politici dell’americanismo. Anche negli anni successivi O. svolse un ruolo di pioniere nel campo dell’organizzazione del lavoro e delle politiche di razionalizzazione dell’ambiente produttivo, cui si dedicò attivamente a partire dalla fine degli anni Venti.

Nel medesimo tempo, pur partecipando agli incontri promossi dall’Ente nazionale italiano per l’organizzazione scientifica del lavoro (ENIOS, creato dal fascismo per la diffusione dei principi del scientific management), non interruppe i contatti con i gruppi antifascisti, come prova la sua collaborazione alla fuga di Filippo Turati dal confino nel 1926.

Gli anni Trenta videro O. assurgere a responsabilità di primo piano nella gestione della Olivetti che, sotto la sua direzione, diventò uno dei pochi esempi in Italia di impresa organizzata secondo le premesse della razionalizzazione. O. amava sempre ricordare che, nel cedergli la responsabilità operativa, il padre Camillo gli aveva posto un unico limite, quello di non risolvere mai le situazioni di crisi attraverso una riduzione dei livelli dell’occupazione. In altri termini, i principî tayloristi-fordisti erano posti al servizio di una visione dell’impresa che postulava l’espansione sia della capacità produttiva che dei volumi occupazionali. Ad allora risalgono le iniziative volte alla realizzazione di un welfare aziendale in grado di sopperire alla fragilità delle strutture pubbliche di assistenza per i lavoratori.

Alla fine degli anni Trenta va ricondotto anche il crescente interesse nutrito da O. per le problematiche della pianificazione urbanistica e territoriale, che doveva in seguito avvicinarlo ai temi del Federalismo europeo. O. presiedette così alla redazione di un piano territoriale per la Valle d’Aosta, che va considerato come il momento del suo ingresso sulla scena pubblica all’insegna dell’attenzione ai problemi dell’ambiente e di una moderna cultura urbanistica, ma anche un tentativo, peraltro fallito, di inserimento negli schemi corporativi del regime fascista.

La Seconda guerra mondiale comportò una cesura nell’impegno industriale e sociale di O. Il forte coinvolgimento dell’azienda di famiglia nel movimento della Resistenza (che ebbe il suo emblema nell’esecuzione del dirigente Guglielmo Jervis da parte dei nazifascisti) comportò per O. il distacco da Ivrea, con una temporanea prigionia a Regina coeli fra il luglio e il settembre 1943, e il successivo riparo in Svizzera nel 1944-1945.

Proprio il periodo svizzero fu essenziale nello sviluppo delle sue idee politiche: in esilio, O. compose il suo scritto teorico maggiore, L’Ordine politico delle comunità (apparso nel 1945), in cui propugnava un radicale riassetto del sistema rappresentativo e istituzionale secondo un modello federalistico incardinato sulla comunità territoriale, vale a dire un’unità economicamente e socialmente omogenea, che doveva costituire la cellula di base di un nuovo ordinamento destinato a estendersi su scala europea.

La ricostruzione postbellica restituì a O. la guida aziendale, dandogli la possibilità di diventare un esponente di punta della nuova Italia industriale. Con Vittorio Valletta, Enrico Mattei, Oscar Sinigaglia, Raffaele Mattioli, O. divenne uno dei maggiori artefici del “miracolo economico”. Con prodotti di larghissimo successo mondiale come la macchina per scrivere portatile “Lettera 22” e la calcolatrice meccanica “Divisumma”, la Olivetti conobbe un eccezionale successo industriale, che la portò in cima alle imprese innovative del suo settore a livello internazionale.

Ma O. non pensava affatto di trascurare, dedicandosi al ruolo imprenditoriale, i suoi interessi politico-culturali, ormai consolidati. Dopo una breve fase di militanza nel partito socialista, deluso dai tempi e dalle forme della politica ufficiale, decise di dare vita a una rivista che sarebbe poi divenuta un movimento: “Comunità” (che uscì a partire dal 1946). La pubblicazione olivettiana denunciava un’ispirazione personalistica (nel senso del filosofo francese Emmanuel Mounier), cristiana e federalistica. Combatteva dunque l’accentramento istituzionale e sosteneva invece un federalismo “integrale”, secondo un’armonica concatenazione delle autonomie locali. La rappresentanza democratica doveva così fondersi con quella del territorio e delle funzioni economiche, in modo che il processo politico venisse supportato da un’effettiva competenza tecnica. La Comunità di base doveva essere guidata dalle rappresentanze del territorio, del lavoro e della cultura, in un progetto di integrazione teso a salvaguardare, allo stesso tempo, le ragioni della democrazia e quelle dell’efficienza funzionale.

Queste idee spinsero O. a stringere legami da un lato con gli esponenti del Movimento federalista europeo e in particolare con Altiero Spinelli, dall’altro con le associazioni degli urbanisti che proponevano all’Italia in fase di ricostruzione le esperienze della pianificazione del territorio. In questa logica va interpretato l’intervento di O. nella gestione dell’Unrra-Casas, uno degli enti del dopoguerra finalizzati alla gestione del territorio, che si misurò con la progettazione e l’edificazione di villaggi modello nel Mezzogiorno (il centro della Martella, nei pressi di Matera).

O. strinse forti legami anche con il Consiglio dei Comuni d’Europa (CCE), organizzazione fondata nel 1951 la cui idea principale era quella di costruire una federazione partendo dall’entità territoriale più piccola, vale a dire il comune. O. sostenne anche materialmente la fondazione della sezione italiana dell’Associazione italiana per il Consiglio dei Comuni d’Europa (AICCE) a opera di Umberto Serafini.

All’inizio degli anni Cinquanta, “Comunità” si trasformò in un movimento politico vero e proprio, disposto a entrare nell’agone elettorale. Nel 1953 il gruppo olivettiano sostenne alle elezioni politiche le liste di Unità popolare, che contribuirono a far fallire la legge maggioritaria voluta dal governo centrista. Sul piano locale, il movimento Comunità conquistò il municipio di Ivrea e quello di altri centri agricoli limitrofi, elaborando schemi sofisticati di amministrazione della politica territoriale, il cui scopo era di permettere un equilibrio fra industria e campagna, fra città e retroterra rurale, in modo che lo sviluppo produttivo non scardinasse i sistemi di relazione sociale e le tradizioni abitative.

L’area di riferimento del movimento Comunità era la cosiddetta “terza forza”, vale a dire una sinistra non comunista che intendeva preparare una svolta politica, guardando con favore all’ipotesi di unificare l’universo socialista su una piattaforma di socialdemocrazia europea. Inoltre, il movimento Comunità seguiva con simpatia i tentativi dei movimenti autonomistici, tanto da decidere di partecipare alle politiche del 1958 creando un’alleanza con il Partito dei contadini (una formazione con qualche radicamento nelle campagne piemontesi) e il Partito sardo d’azione. Il cardine del programma era costituito da una proposta federalistica molto sensibile al problema dello sviluppo meridionale e a una prospettiva d’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) che permettesse di superare gradualmente i blocchi e le rigidità imposti dalla Guerra fredda.

La sortita elettorale del movimento Comunità si concluse con un insuccesso e il solo O. poté entrare alla Camera dei deputati. Tale esito negativo comportò per lui pesanti conseguenze aziendali, che condussero al suo temporaneo esautoramento dalla responsabilità direttiva. L’anno seguente, tuttavia, la crisi era già risolta, con il ripristino delle funzioni imprenditoriali di O. che si ributtò senza risparmiarsi nel vortice di tutti i suoi impegni.

La morte lo colse all’improvviso il 27 febbraio 1960, mentre era in viaggio, da solo, in Svizzera.

Giuseppe Berta (2010)




Oreja Aguirre, Marcelino

Diplomatico, uomo politico, accademico spagnolo, O. (Madrid 1935), figlio di un deputato tradizionalista basco ucciso a Mondragon (Guipúzcoa) nell’ottobre 1934, si laureò in Giurisprudenza presso l’Università di Madrid e, specializzatosi all’estero a Bonn, a Londra e all’Aia, entrò alla Scuola diplomatica nel 1958. Ritenuto fedele al regime franchista e in linea con gli orientamenti di Fernando María Castiella y Maíz – ministro degli Esteri nei tre governi presieduti da Francisco Franco Bahamonde nei periodi 1957-1962, 1962-1965 e 1965-1969 – O. percorse con regolarità le tappe della carriera, partecipando tra l’altro alle delegazioni spagnole presso importanti organizzazioni internazionali: segretario di terzo livello presso il ministero degli Esteri nel 1960, di secondo nel 1962, di primo nel 1966, consigliere d’ambasciata nel 1973, ministro plenipotenziario di primo livello nel dicembre 1975. Dal 1962 al 1970 fu direttore del gabinetto tecnico del ministero. Già nel 1962 ottenne l’incarico di insegnamento di Politica estera contemporanea presso la Scuola diplomatica, di cui divenne vicedirettore e membro della giunta direttiva nel 1968. Direttore aggiunto della Scuola per funzionari internazionali nel 1964, entrò nel Consiglio superiore degli Esteri nel 1970.

L’anno dopo ottenne l’incarico di professore aggiunto presso la cattedra di Studi superiori di diritto internazionale nell’Università di Madrid, fu consigliere nazionale per Guipúzcoa ed entrò nella decima legislatura delle Cortes. In Parlamento si segnalò come membro delle Commissioni esteri e finanze e come segretario generale del gruppo spagnolo dell’Unione spagnola interparlamentare. Dal 1971 al 1974 coprì la carica di direttore delle relazioni internazionali del Banco de España. Nel 1974 fu sottosegretario del ministero delle Informazioni e del turismo nel primo governo formato da Carlo Arias Navarro dopo l’uccisione dell’ammiraglio Luis Carrero Blanco. Noto sostenitore della necessità di introdurre maggiore libertà di stampa come strumento di una graduale liberalizzazione politica, O. si dimise con altri ministri e alti funzionari governativi in ottobre, in segno di protesta contro la destituzione del ministro delle Informazioni e del turismo, Pío Cabanillas Gallas. Restaurata la monarchia dopo la morte di Franco, O. fu nominato sottosegretario del ministero degli Esteri nel secondo governo Arias Navarro (1975-76), che affidò l’incarico ministeriale a José María de Areilza.

Ben inserito nei circoli “aperturisti” del regime, O. mantenne negli anni preziose relazioni con Cruz Martínez Esteruelas, ministro per la Pianificazione nell’ultimo governo di Carrero Blanco (1973), e con Alfonso Osorio García, che avrebbe coperto la stessa carica nel secondo governo Arias Navarro, così come con altri politici che avrebbero condiviso con Osorio e con lui posti ministeriali di rilievo nel primo governo formato da Adolfo Suárez González (1976-77), quali Landelino Lavilla Alsina (Giustizia) ed Eduardo Carriles Galarraga (Finanze). Coltivando importanti legami con il gruppo “Tácito”, di ispirazione democristiana, importante nucleo di dissenso politico all’interno dell’establishment franchista, O. fu tra i fondatori, nell’agosto 1975, della “Fedisa” (Federación de estudios independientes), una società commerciale per la promozione di studi economici e sociopolitici intesi a preparare la Spagna all’imminente cambiamento di regime. Tra gli altri promotori dell’iniziativa figuravano Cabanillas, Areilza e Manuel Fraga. Il 25 agosto, un comunicato della Federazione dichiarò che urgevano in Spagna riforme politiche e costituzionali, e una forma di governo meno autoritaria.

O. aderì al Partido popular democrático, poi confluito nell’Unión de centro democrático (UCD), la coalizione centrista cui egli appartenne fino alla crisi del 1983. Nominato senatore da re Juan Carlos I per le Cortes costituenti (1977-79), fu deputato dell’UCD per Guipúzcoa all’inizio della prima legislatura (1979-80) e di Coalición democrática per Álava nei primi anni della seconda (1982-84). Ministro degli Esteri nel primo governo Suárez, dal luglio 1976 al luglio 1977, O. mantenne l’incarico nel secondo governo Suárez (1977-79) e, fino al settembre 1980, anche nel terzo (1979-81). Lavorando in stretta collaborazione con la presidenza di governo e con re Juan Carlos I, O. fu dunque uno dei più importanti esponenti della transizione alla democrazia. Sotto la sua direzione, la politica estera spagnola si consolidò nel nuovo cammino di apertura graduale all’esterno avviato da Areilza nella prima metà del 1976, prestando la debita attenzione ai passi politici, economici e diplomatici necessari all’inserimento progressivo del paese nel contesto comunitario europeo, nell’assetto difensivo atlantico e, più in generale, in un tessuto organico e normalizzato di relazioni con gli interlocutori internazionali che riflettesse all’esterno il cambiamento di regime interno. O. seppe farsi interprete in modo adeguato del bisogno di fondare tale consolidamento su una precisa corrispondenza in politica interna tra la definizione degli interessi e il consenso della comunità nazionale, in modo tale da evitare che a «aspirazioni particolari di individui o gruppi si conferisse abusivamente il carattere di interessi nazionali», come dichiarò alla Camera dei deputati nel settembre 1977. Già nel gennaio 1976, come sottosegretario agli Esteri, O. aveva sintetizzato le linee di fondo cui la politica estera spagnola si sarebbe dovuta ispirare: piena incorporazione nella vita internazionale, universalizzazione delle relazioni diplomatiche, completa integrazione politica ed economica nell’Europa occidentale, garanzie agli interlocutori esterni sulle intenzioni della nuova monarchia parlamentare di mantenere gli impegni in tema di democratizzazione del paese e di tutela dei Diritti dell’uomo. Si trattava invero di obiettivi troppo avanzati per le possibilità di manovra del secondo governo Arias Navarro, ma la definizione in sede programmatica aveva costituito un precedente di rilievo.

Appena assunta la carica di ministro degli Esteri, il 7 luglio 1976, O. procedette all’aggiornamento delle relazioni con la Santa Sede, firmando a Roma un protocollo che introduceva modifiche sostanziali nel Concordato del 1953. Il documento avrebbe poi spianato la strada ai quattro accordi sottoscritti nel gennaio 1979, che sostituirono il Concordato e offrirono un nuovo quadro normativo ai rapporti tra il Vaticano e lo Stato spagnolo in relazione allo status legale della la Chiesa cattolica, alle misure di appoggio finanziario a essa garantite dallo Stato, all’istruzione religiosa nelle scuole e al rapporto degli ecclesiastici con le forze armate, in sintonia con i valori della nuova Costituzione democratica. Già con l’intesa del 1976, comunque, papa Paolo VI aveva manifestato a O. il pieno appoggio della Chiesa cattolica al processo di transizione politica: la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, in un ambito critico cui anche il regime franchista aveva dedicato la massima attenzione dal 1939 al 1975, si accompagnava all’Adesione al processo di democratizzazione in atto nel paese di un interlocutore esterno dotato di una forte influenza anche sulla politica interna spagnola.

O. si dedicò con intelligenza al riassetto delle relazioni con i paesi che avevano negato il riconoscimento diplomatico alla dittatura. Morto Franco, Madrid disponeva di canali normali solo con la Repubblica Democratica Tedesca (peraltro appena aperti, nel 1973, e interrotti poco dopo, a ragione delle esecuzioni capitali comminate dal regime nel settembre 1975) e con la Cina. Si noti che fino al marzo 1977 anche il Messico continuò a riconoscere come legittimo il governo della Seconda repubblica in esilio. Nei primi mesi di quell’anno il governo Suárez riuscì ad avviare piene relazioni diplomatiche con la Iugoslavia, con l’Unione Sovietica e con gran parte dei suoi alleati nell’Europa orientale: Romania, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria. Si aprirono poi in breve relazioni con la Cambogia, con il Vietnam, con la Mongolia e, a fine anno, con alcuni paesi africani liberati di recente dal dominio portoghese: Angola, Mozambico e Capo Verde. O., molto favorevole alla ricerca di un’intesa con Israele, ma consapevole sia della necessità di coltivare con estrema cura i rapporti con i paesi produttori di petrolio sia delle precise inclinazioni della sinistra spagnola in merito all’applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite sui territori occupati nella guerra arabo-israeliana del 1967, si mosse con prudenza e non cercò di forzare la situazione. Con facilità, invece, manovrando all’interno di un filone classico della politica estera spagnola, cioè il rapporto peninsulare con il Portogallo, guidò la trasformazione del Pacto Ibérico firmato nel 1942 tra i regimi franchista e salazarista in un nuovo accordo di amicizia e cooperazione tra le due democrazie.

I passi di democratizzazione interna compiuti dal governo Suárez nel 1977 contribuirono in modo decisivo a sbloccare l’assetto delle relazioni con la Comunità economica europea, chiave di volta per una ristrutturazione significativa della politica estera del paese e, proprio per questo, impegno prioritario tanto per Areilza quanto per O., suo successore al ministero. Affiancato a partire dal febbraio 1978 anche da Leopoldo Calvo Sotelo, entrato in quella data nel secondo governo Suárez come ministro per le Relazioni con le Comunità europee, O. condusse con abilità, per quattro anni, il gioco diplomatico con le Istituzioni comunitarie. Quando il Parlamento europeo riconobbe in modo ufficiale che l’annuncio della Ley para la Reforma, la legalizzazione del Partito comunista spagnolo (Partido comunista español, PCE) e la convocazione dei comizi elettorali avevano avviato a buon fine il compimento delle promesse di Suárez, permettendo dunque di superare il veto politico imposto fin dal gennaio 1962 dal Rapporto Birkelbach all’adesione di paesi che, come la Spagna, non fossero guidati da governi democratici; e quando, soprattutto, il Parlamento europeo reagì all’esito delle elezioni generali tenute in Spagna in giugno con una delibera favorevole all’ingresso del paese nella Comunità, O. procedette con celerità a formalizzare la richiesta di adesione e, contando sull’appoggio di tutte le forze parlamentari spagnole, la depositò il 28 luglio 1977. Nei mesi successivi, fino a dicembre, Suárez compì il tradizionale pellegrinaggio nelle nove capitali degli Stati membri per appoggiare la candidatura, non priva di elementi di preoccupazione – economici, ormai, più che politici – per Bruxelles e per alcuni di essi, tra i quali in particolare la Francia: non a caso i negoziati, avviati formalmente nel febbraio 1979, si sarebbero infatti protratti per anni.

O. si impegnò nel frattempo sul piano comunitario anche per la discussione della Cooperazione politica europea (CoPE) e del ruolo che i nuovi membri avrebbero potuto svolgervi: in settembre organizzò a questo scopo all’ambasciata di Spagna a Bruxelles una riunione degli ambasciatori di tutti gli Stati membri. In quei giorni, tenendo una conferenza sulla politica estera spagnola presso l’Institut royal des relations internationales, affermò che obiettivi centrali del paese, tutto proiettato verso l’Occidente, erano il rafforzamento della sicurezza nazionale, la conservazione dell’integrità territoriale, la protezione degli interessi degli emigranti, la promozione del commercio e di un nuovo ordine economico internazionale, l’appoggio alla distensione e al disarmo e la protezione dei diritti umani. Sottolineando inoltre che la Spagna non coltivava tentazioni neutraliste, affermò che il paese costituiva parte del sistema di sicurezza occidentale e intendeva sia aprire negoziati con l’Alleanza atlantica, che ne garantiva la struttura portante, sia incoraggiare la definizione di una strategia europea che potesse ovviare alla vulnerabilità del continente.

Lavorando sul nesso tra la democratizzazione e l’avvicinamento alle istituzioni sovranazionali e internazionali, O. si adoperò anche per l’adesione della Spagna al Consiglio d’Europa, che fu raggiunta con maggior celerità e facilità nel novembre 1977. In quell’occasione, O. firmò la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: un atto significativo anche per la piena coerenza con gli impegni assunti da O., nel settembre 1976, nel suo primo intervento al cospetto dell’Assemblea generale dell’ONU, quando egli aveva affermato che «il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali» sarebbe stato la chiave di volta della «politica interna ed estera» del governo Suárez, siglando l’adesione della Spagna alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e annunciando l’impegno alla sottoscrizione anche dei due Patti del 1966 sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali (v. anche Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

L’azione di normalizzazione delle relazioni diplomatiche costruita da O. dovette ovviare anche alle tensioni prodotte dall’ultimo franchismo nel Nordafrica, in coincidenza con il ritiro dalle posizioni coloniali mantenute fino agli anni Settanta. Areilza e O. erano contrari agli Accordi tripartiti di Madrid, firmati nel 1975 tra la Spagna, il Marocco e la Mauritania, e cercarono dunque di proporne un’interpretazione in base alla quale la Spagna aveva ceduto non la sovranità ma solo le competenze amministrative sul Sahara occidentale, rinviando la soluzione della questione a una consultazione popolare. L’Algeria, di contro, manifestò il suo appoggio sia al Fronte polisario saharawi sia al Movimento per l’autodeterminazione e l’indipendenza dell’Arcipelago delle Canarie (Movimiento para la autodeterminación e independencia del Archipiélago Canario, MPAIAC), sollevando la questione della “africanità” delle isole presso l’Organizzazione dell’unità africana. Evitando un forte scacco al prestigio e alla politica estera spagnola, dopo ampie esitazioni quest’ultima si pronunciò nel 1978 a sfavore del riconoscimento del MPAIAC come movimento di liberazione africano, grazie anche all’azione personale dispiegata da O., che visitò alcuni Stati africani per garantirne l’appoggio alle tesi di Madrid, mentre una delegazione parlamentare sosteneva sforzi analoghi con un tour nei paesi chiave per la votazione. Quanto alle relazioni con l’America Latina, altra classica direttrice della proiezione esterna della Spagna, O. assecondò in pieno la trasformazione del concetto di hispanidad, caro all’ideologia e alla propaganda franchista, in quello di una “Comunità iberoamericana delle nazioni”, illustrato da Juan Carlos nel discorso di Cartagena de Indias nell’ottobre 1976. In tale contesto, la Spagna avviò anche una politica di cooperazione allo sviluppo destinata in particolare all’America Latina, creando il Fondo de ayuda al desarrollo (FAD) e una Commissione interministeriale ad hoc.

Come Areilza, anche O. riteneva che l’adesione della Spagna all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) costituisse la via maestra per normalizzare l’inserimento del paese nel blocco occidentale, rinnovando all’interno di un più ampio contesto multilaterale il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti, acquisito dalla dittatura in modo formale fin dagli anni Cinquanta e di recente riconfermato con il trattato di amicizia e cooperazione firmato a Madrid nel gennaio 1976. L’opposizione di sinistra, costituita in particolare dal Partido socialista obrero español (PSOE) e dal PCE, era però contraria all’idea e pronta a porre in modo polemico la questione delle basi statunitensi sul territorio spagnolo, previste dagli accordi con Washington, se O. avesse intavolato la questione dell’entrata nella NATO. Procedendo con la cautela richiesta dall’atteggiamento delle sinistre, O. incontrò il segretario generale dell’organizzazione, Joseph Luns, nel corso del viaggio a Bruxelles per la presentazione della candidatura alla Comunità europea, e nominò ambasciatore nella capitale belga Nuño Aguirre de Cárcer, sostenitore dell’opzione atlantista. Nel marzo 1978 cominciò a definire con maggior precisione il proprio atteggiamento, in riferimento alla Dichiarazione programmatica del secondo governo Suárez in materia di politica estera, dell’11 luglio 1977, enumerando in un discorso al Senato, articolato in tredici punti concreti, i vantaggi dell’adesione e sottolineando, in ogni caso, che la decisione si sarebbe dovuta prendere non sulla base di un ristretto margine di voti, ma soltanto in corrispondenza con un ampio e manifesto consenso popolare. Dettava prudenza al ministro anche il fatto che Suárez, preoccupato delle ricadute della vertenza atlantica in politica interna e della possibilità che l’adesione alla NATO non giovasse alle relazioni di Madrid con il mondo arabo e con l’America Latina, non condivideva in pieno la sua strategia di avvicinamento all’organizzazione, anzi, era incline a uno sfumato scetticismo, come emerse nel corso del dibattito sulla politica estera in seno al primo Congresso nazionale dell’UCD, tenuto nell’ottobre 1978.

Dopo le elezioni generali del 1979, Suárez ribadì che il partito sosteneva l’adesione del paese all’Alleanza, in linea con la sua vocazione europea e occidentale, ma tornò a sottolineare le ragioni della prudenza, prendendo le distanze dai settori più atlantisti dell’UCD. Il 15 giugno 1980, O. dichiarò al quotidiano “El País” che il governo era del tutto favorevole a una rapida adesione alla NATO, definendo come prerequisiti rispetto alla richiesta di adesione un buon avanzamento dei negoziati con la Comunità europea e l’avvio di trattative bilaterali con il Regno Unito in vista di un eventuale trasferimento alla Spagna della sovranità su Gibilterra. Su quest’ultimo tema O. si era fatto interprete fin dal 1977 di una posizione di fermezza da parte del governo, promuovendo negli anni una serie di incontri negoziali con Londra. Suárez non commentò subito le dichiarazioni alla stampa ma, di lì a poco, manifestò a O. il proprio dissenso e, ai primi di settembre, procedette alla sua sostituzione al ministero, nell’ambito di un più ampio rimpasto del governo. Il contrasto tra i due si era via via approfondito, anche per l’indirizzo più apertamente europeista e filoccidentale che O. aveva inteso assegnare alla politica estera spagnola, a fronte di una certa inclinazione di Suárez a cercare a tratti una “terza via” tra gli schieramenti, soprattutto nelle relazioni con l’America Latina. Né era bastato a rendere del tutto convergenti le loro posizioni il fatto che O., presentando il progetto come manifestazione di un certo grado di autonomia rispetto ai blocchi internazionali, si fosse adoperato con successo perché la Spagna si aggiudicasse il terzo vertice della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), la cui riunione preparatoria si tenne a Madrid all’indomani della sua uscita dall’esecutivo.

Lasciato il ministero a José Pedro Peréz Llorca, che avrebbe mantenuto l’incarico anche nell’ultimo gabinetto dell’UCD presieduto da Leopoldo Calvo-Sotelo y Bustelo (1981-82), O. fu Delegato del governo nei Paesi Baschi (1980-82) e Console generale di Spagna a Lisbona (1983). Eletto Segretario generale del Consiglio d’Europa nel maggio 1984, mantenne la carica per cinque anni, cercando sia di rafforzare l’azione svolta dal Consiglio in tema di diritti umani, anche migliorandone i termini della cooperazione con la Comunità europea, al fine di evitare inutili sovrapposizioni operative, sia di svilupparne nuove aree di competenza in settori quali il controllo del terrorismo e del traffico di stupefacenti, l’ambiente e le questioni tecnologiche. Nel 1987 pubblicò il volume ¿Europa, para qué? Nel 1989 fu eletto al Parlamento europeo e aderì al Partito popolare europeo (PPE). Come eurodeputato dedicò forti energie all’elaborazione di un progetto di Costituzione europea avviato nel 1990 (v. anche Costituzione europea), prima presiedendo la commissione incaricata della redazione, poi assumendo personalmente la carica di relatore nell’autunno del 1992. Nel marzo di quell’anno, continuando una linea di interessi già individuata come segretario del Consiglio d’Europa, ottenne la presidenza del gruppo per l’Etica della biotecnologia della Comunità europea, creato su iniziativa di Jacques Delors, e diresse a Mosca una scuola estiva dell’Università Complutense di Madrid dedicata alla costruzione europea. Presidente di Northern Telecom España dal 1992 al 1994, O. entrò nella Commissione europea della CE presieduta da Jacques Santer (1995-99), prima come successore di Abel Juan Matutes nella carica di commissario all’Energia e ai trasporti (1994-95), poi come commissario alle Relazioni con il Parlamento europeo, con gli Stati membri, alla Cultura e agli Affari istituzionali (1995-99).

Convinto della necessità di costruire una forte compagine di centrodestra da opporre al PSOE, al potere dal dicembre 1982 al maggio 1996 sotto i quattro governi presieduti da Felipe Màrquez González, nelle file di Alianza popular (AP) O. aveva contribuito con un’abile tessitura relazionale al decollo del Partido popular (PP), ponendo le basi per l’accordo tra Antonio Hernández Mancha, Manuel Fraga e il democristiano Javier Rupérez. Eletto vicepresidente nel gennaio 1989, durante il IX Congresso nazionale di AP che segnò il passaggio al PP, mantenne la carica fino al marzo 1990. In luglio lasciò l’esecutivo del partito per alcune tensioni interne, ma vi rientrò in settembre come coordinatore generale della politica estera, incarico che conservò fino al febbraio 1993, per divenire poi presidente della Commissione esteri del PP. Deputato per Álava all’inizio della quinta legislatura (1993-94), presiedette la Commissione mista bicamerale per le Comunità europee – funzione nella quale contribuì con particolare incisività a diffondere in Spagna la conoscenza particolareggiata del gioco politico comunitario e del suo carattere consensuale – e fu tra i popolari che, con Federico Trillo, firmarono una denuncia per malversazione di alcuni responsabili socialisti del ministero degli Interni. Nel dicembre 1999 – dopo aver ricoperto cariche di rilievo in alcune imprese private, come membro del consiglio di amministrazione di Portland Valderrivas, di Agromán Inversiones e del Banco Guipuzcoano – O. assunse la presidenza del grande gruppo di costruzioni e servizi Fomento de Construcciones y Contratas (FCC), allora in testa al comparto nazionale per fatturato, su proposta della principale azionista, Esther Koplowitz. In quell’occasione avviò il distacco dall’attività politica in cui si era impegnato fin dai primi anni Sessanta.

Massimiliano Guderzo (2009)




Ortega Y Gasset, José

Filosofo e sociologo, O. y G. (Madrid 1883-ivi 1955) non è solo il più noto fra gli intellettuali spagnoli della prima metà del XX secolo, ma anche quello che più frequentemente viene fatto rientrare nella ristretta cerchia dei precursori dell’europeismo. Proveniente da famiglia altolocata di orientamento liberale – il padre José Ortega Munilla era il direttore di “Los Lunes del Imparcial”, una pubblicazione letteraria di grande prestigio negli anni della Restaurazione borbonica – aveva compiuto i primi studi nel collegio gesuitico di Miraflores del Palo, presso Malaga, prima di laurearsi in filosofia a Madrid nel 1904 con una tesi sulle paure dell’anno Mille e di approfondire negli anni successivi gli studi in questa disciplina nelle migliori università tedesche. Quest’ultima esperienza culturale, congiunta all’influenza esercitata da alcuni suoi professori, quali il krausista Nicolás Salmerón e il neokantiano Hermann Cohen, oltre all’amico Miguel de Unamuno, la figura più autorevole e rappresentativa della cosiddetta “generazione del ’98”, ampliarono notevolmente gli orizzonti intellettuali di O. y G. e lo indussero a intraprendere sin da ragazzo una battaglia in favore di una europeizzazione della cultura spagnola, intesa come primo passo nella prospettiva di un necessario processo di modernizzazione dell’intera società. Il presupposto teorico di questa azione andava ricercato nella constatazione dell’arretratezza del paese, che si manifestava attraverso il suo provincialismo culturale e un approccio alla realtà inadeguato ai tempi per l’assoluta mancanza di razionalismo e di sapere scientifico.

Nominato nel 1908 professore di psicologia, logica ed etica alla Scuola superiore di Magistero di Madrid, l’anno successivo, per nulla intimorito dalla giovane età, O. y G. ingaggiò un’aspra polemica con Unamuno e Marcelino Menéndez y Pelayo, che sulle pagine di “El Imparcial” avevano definito Ortega e i suoi amici dei «sempliciotti europeizzanti». Anzi, le sue convinzioni europeiste sarebbero uscite addirittura rafforzate da questa diatriba, tanto che sempre nel 1909 egli compariva tra i fondatori della rivista “Europa”.

In quegli anni il suo “europeismo” non andava però oltre la consapevolezza della necessità di un’europeizzazione culturale della Spagna in risposta a quel declino del paese che le umiliazioni internazionali del 1898 avevano drammaticamente palesato. Si trattava cioè di recuperare quel legame con i paesi più avanzati del continente che si era affievolito da molto tempo, forse addirittura a partire dalla guerra dei Trent’anni, introducendo anche in questo lembo occidentale dell’Europa massicce dosi di razionalismo e di sapere scientifico. Per uno strano paradosso, in quella fase del pensiero di O. y G., l’europeismo non rappresentava tanto una risposta a un problema internazionale, quanto soprattutto una possibile via di salvezza per la Spagna, un’occasione da non perdere per rinnovare intellettualmente e moralmente il paese e porre così le basi per una sua complessiva modernizzazione.

Tutta l’azione politica di O. y G. nel primo decennio del Novecento aveva principalmente questo obiettivo, e intorno ad esso egli cercò di coinvolgere i giovani intellettuali attraverso l’esperienza della “Liga de educación política española”. Europeizzare la Spagna significava infatti rinnovare il paese dalle sue fondamenta, a partire cioè dalla costruzione di una nuova forma di convivenza nazionale. Di conseguenza la modernizzazione finiva così per intrecciarsi alla nazionalizzazione, per la necessità di superare quei particolarismi sociali e regionali che rappresentavano una delle manifestazioni più evidenti del declino del paese.

Questo punto veniva in particolare approfondito da O. y G. nel noto saggio del 1922 España invertebrada, che indicava nello sviluppo di quei particolarismi che avevano trasformato via via la nazione in una serie di “scompartimenti stagni” e, soprattutto, nel venire meno della tradizionale dialettica tra massa e aristocrazia – quest’ultima intesa non come classe privilegiata bensì come “minoranza egregia” destinata a farsi carico della guida del paese – le principali cause del suo declino. Un declino che peraltro aveva radici storiche profonde, che andavano ricercate in un processo disgregativo iniziato sin dalla fine del XVI secolo e forse addirittura nella assenza, o meglio nella scarsa incidenza, del fenomeno feudale nel Medioevo iberico.

Ma all’indomani della Prima guerra mondiale la crisi della società spagnola aveva perso almeno in parte la sua specificità, dato che come insegnava Oswald Spengler era ormai l’intero Occidente a essere entrato in una grave fase di decadenza. Di conseguenza l’Europa in quanto tale non poteva più rappresentare una possibile soluzione al problema spagnolo. In altre parole non bastava più mettere la Spagna al passo con gli Stati più avanzati dell’Europa, perché anch’essi stavano attraversando un grave momento di crisi, essendo interessati da difficoltà economiche, tensioni sociali e instabilità politica.

Era il momento di pensare a soluzioni radicalmente nuove. E così nel suo più celebre scritto, La rebeliόn de las masas (1930), che costituisce una delle prime e più acute riflessioni sui caratteri della società di massa, O. y G. tornava a riflettere sull’Europa, anche se in un modo completamente diverso. Partendo da una disincantata analisi dei pericoli derivanti dall’emergere di una nuova tipologia di uomo – i cui tratta peculiari consistevano, da un lato nella volgarità e nella mancanza di cultura, dall’altro nel suo animo tendenzialmente intollerante e violento – nonché dal conseguente imbarbarimento della civiltà occidentale, che si manifestava tra l’altro nel venir meno dei principi liberali che l’avevano ispirata, egli individuava negli Stati uniti d’Europa una delle possibili ancore di salvezza di fronte al precipitare degli eventi.

Tale proposta poggiava su considerazioni di carattere economico e politico che rinviavano a quel declino dei vecchi Stati nazionali che era emerso drammaticamente nel corso della Prima guerra mondiale e nella crisi postbellica. Nonostante i milioni di morti sui campi di battaglia, continuava però a operare in Europa un processo di omogeneizzazione del “contenuto mentale” dei popoli che lasciava intravedere la possibilità di costruire una grande nazione europea e ne prefigurava gli eventuali sviluppi statuali. A O. y G. non sfuggiva tuttavia il fatto che tale strada sarebbe stata irta di ostacoli, perché all’unificazione europea si opponevano tutte le classi conservatrici, come del resto era storicamente sempre avvenuto durante ogni processo di nazionalizzazione.

Come per altri pensatori coevi, anche l’europeismo di O. y G. era in fondo frutto di quella stagione di ottimismo e speranze contrassegnata a livello internazionale dallo spirito di Locarno, dalla politica di distensione di Stresemann e dal patto Briand-Kellogg. La crisi del 1929 e le sue drammatiche conseguenze politiche, culminate nell’avvento al potere di Hitler nel gennaio 1933, decretarono la precoce fine di tutti i progetti finalizzati all’unità del continente. Nel caso di O. y G. giocarono poi un ruolo non secondario le stesse vicende interne spagnole, dato che i problemi della Seconda repubblica e lo scoppio della guerra civile non solo lo allontanarono dalla politica attiva, ma lo spinsero, anche sul piano teorico, a concentrarsi principalmente sugli studi di carattere filosofico.

Nel 1936 egli lasciò la Spagna e si rifugiò a Parigi con Azorín e altri esuli. Dopo vari pellegrinaggi in Europa e in America Latina, nel 1946 si ristabilì in patria, avendo accettato un invito del governo franchista. Questa decisione, destinata a suscitare aspre polemiche nell’opposizione, non aveva in realtà alcun carattere politico, non significava alcuna apertura di credito nei confronti del dittatore spagnolo, ma nasceva solo dalle esigenze personali di un uomo stanco e malato, desideroso di passare nella sua Madrid gli ultimi anni di vita.

Alcuni anni dopo O. y G. tornò a riflettere sui destini del vecchio continente. L’occasione gli fu offerta da una conferenza, significativamente intitolata De Europa meditatio quedam, che egli tenne a Berlino nel settembre del 1949. Nel suo discorso, che sarebbe stato pubblicato postumo, egli riprendeva alcune precedenti considerazioni in merito all’esistenza di una plurisecolare società europea, che si era storicamente manifestata con la formazione di abitudini, usi, costumi, idee e valori comuni. Aggiungeva però alcune originali osservazioni circa lo sviluppo di un potere pubblico europeo che si era manifestato principalmente nella presenza di un equilibrio, e quindi di un ordine, continentale.

Da questo punto di vista tutta la storia del vecchio continente veniva letta come frutto di una dialettica tra i particolarismi nazionali e l’universalismo europeo, e le vicende delle singole realtà statali venivano inquadrate all’interno di quel contesto europeo entro cui necessariamente si svolgevano. Ma negli ultimi decenni si era verificato un processo contrario di “desocializzazione” dell’Europa, che aveva fatto precipitare in guerre sanguinose i popoli del vecchio continente e vanificato i progetti d’integrazione. Con cupo pessimismo O. y G. constatava che nel secondo dopoguerra l’unità era definitivamente tramontata, dato che «una parte dell’Europa si sforzava di far trionfare alcuni principi che considerava “nuovi”, mentre l’altra si sforzava di difendere quelli tradizionali». Si doveva inoltre prendere atto del fatto che le nazioni, con buona pace di pacifisti e internazionalisti, continuavano non solo a esistere, ma costituivano ancora «una formidabile realtà».

Con queste amare parole si concludeva la sua meditazione sull’Europa, che da un lato sembrava essere contraddetta dal contemporaneo avvio del processo d’integrazione europeo (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) con la nascita dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE) e del Consiglio d’Europa, ma che dall’altro invece rivelava una certa lungimiranza nel lungo periodo, proprio in riferimento a tutte le difficoltà che ne avrebbero caratterizzato i successivi sviluppi.

Guido Levi (2010) 




Ortoli, François-Xavier

O. (Ajaccio 1925-ivi 2007). Trascorre la giovinezza in Indocina, dove il padre è direttore dell’Ufficio del registro. Studia al liceo di Hanoi, poi si iscrive alla facoltà di Legge. Malgrado la giovane età, si distingue durante la Seconda guerra mondiale ottenendo la croce di guerra e la medaglia della Resistenza. Nel 1947 è ammesso ad uno dei primi concorsi dell’École nationale d’administration (ENA). Il giovane ispettore delle Finanze entra subito negli ambienti ministeriali e si specializza in due settori, economia e affari internazionali. Nel 1951 fa parte del gabinetto del segretario di Stato agli Affari economici e in seguito ministro dell’Informazione Robert Buron (del Mouvement républicain populaire, MPR). Non appartiene a nessun partito politico: “gollista dalla guerra”, non aderisce al Rassemblement du peuple français (RPF) e conta amici sia fra i gollisti che nel MPR e nella Confédération française des travailleurs chrétiens (CFCT). O. si definisce “poco dogmatico” e le sue convinzioni europee che vanno definendosi in questo periodo lo confermano. È un sostenitore dell’Europa per ragioni politiche, per la pace che esige un riavvicinamento fra gli Stati. Vede nell’Europa «la riconciliazione con la Germania e uno stimolo per la Francia», ma come Charles de Gaulle crede che «non si possa fare l’Europa senza tener conto delle nazioni», una convinzione che lo porta a ritenere che «la costruzione politica europea sarà un’opera di lungo respiro» (v. Association Georges Pompidou, 2001). Come i gollisti è ostile alla Comunità europea di difesa (CED) e manifesta la sua opposizione attraverso la stampa.

La lunga “carriera” al servizio dell’Europa di O. inizia a metà degli anni Cinquanta. Come vicedirettore (1955) e poi caposervizio della politica commerciale (1957) nella Direzione delle relazioni economiche estere, partecipa per la Francia ai negoziati dei Trattati di Roma. Il percorso europeo è confermato dalla creazione del Mercato comune. Il 1° gennaio 1958 O. accetta di trasferirsi a Bruxelles per assumere l’incarico di capo gabinetto di Robert Lemaignen, uno dei due commissari francesi, e poi di trattenersi per occupare il posto di direttore generale del Mercato interno della Comunità economica europea (CEE). Gli anni trascorsi nella capitale belga rafforzano le convinzioni europee di O., che vive dal centro dell’azione “l’accelerazione del Mercato comune”, a fianco di alti funzionari coinvolti nella costruzione delle fondamenta della CEE come Bernard Clappier, Robert Lemaignen e Robert Marjolin. Nel 1961, a Parigi, O. è considerato nell’entourage del primo ministro “l’uomo che conosce meglio l’Europa” e Michel Debré lo nomina segretario generale del comitato interministeriale per le questioni della cooperazione economica europea, cioè incaricato degli affari europei a Palazzo Matignon. Tra le missioni affidate a O. figura il negoziato che sfocerà in seguito nella Convenzione di Lomé (v. Convenzioni di Lomé) tra la CEE e gli Stati dell’Africa sub sahariana, Caraibi e Pacifico (ACP).

Quando Georges Pompidou arriva a Palazzo Matignon sceglie O. come consigliere economico e poi direttore di gabinetto fino al 1966. In questo periodo O. continua a seguire gli affari europei mantenendo l’incarico di segretario generale del comitato interministeriale. In seguito ricorderà di aver «parlato probabilmente più di chiunque altro dell’Europa con Georges Pompidou» (v. Association Georges Pompidou, 1995, p. 633). Sul piano concreto O. svolge un ruolo significativo nei negoziati preparatori della Politica agricola comune (PAC), sotto la guida del ministro degli Affari esteri Maurice Couve de Murville e del ministro dell’Agricoltura Edgard Pisani, e nella realizzazione effettiva del Mercato comune con la creazione della Tariffa esterna comune. Partecipa anche all’elaborazione della riflessione che porterà Pompidou, e poi il generale de Gaulle, a decidere il veto francese alla candidatura britannica alla CEE nel 1963 e la “politica della sedia vuota” quando gli interessi francesi sono considerati minacciati nel 1965.

Dopo essere stato commissario generale del Piano (1966-1967) O. entra in politica e per un periodo si allontana dall’Europa. Fra il 1967 e il 1972 fa parte senza interruzione del governo, sotto de Gaulle come ministro delle Infrastrutture e dell’edilizia (29 aprile 1967-31 maggio 1968), dell’Educazione nazionale (31 maggio-10 luglio 1968), dell’Economia e delle finanze (10 luglio 1968-20 giugno 1969), e poi sotto Pompidou come ministro dello Sviluppo industriale e scientifico (20 giugno 1969-5 luglio 1972). Parallelamente a queste funzioni nell’esecutivo, O. si impegna nella vita politica elettorale: nel 1968 è eletto deputato dell’Union des démocrates pour la République (UDR) nel Nord (I circoscrizione: Lilla centro e ovest) e nel 1969 consigliere generale di Lilla ovest.

Il 1973 è l’anno che segna il ritorno di O. all’Europa: su proposta di Pompidou è nominato Presidente della Commissione europea. È il primo francese ad assumere quest’incarico e lo esercita in un contesto difficile di crisi monetaria e petrolifera, fra il 6 gennaio 1973 e il 6 gennaio 1977. Questa scelta si spiega con la fiducia del capo dello Stato francese nei confronti del suo vecchio collaboratore e con la competenza europea che gli viene riconosciuta, ma dipende anche dalla concezione del ruolo della Commissione di Pompidou. Infatti il presidente della Repubblica rifiuta che possa diventare “un embrione di governo europeo” e quando fa il nome di O. non nasconde le sue intenzioni presentando in questi termini il suo candidato al cancelliere Willy Brandt: «le sue competenze sono economiche e se diventerà presidente i suoi interventi riguarderanno soprattutto questo ambito». Secondo Pierre Gerbet, «malgrado O. non prenda iniziative che sarebbero giudicate intempestive a Parigi, nondimeno vigila sul pieno svolgimento del ruolo della Commissione» (v. Association Georges Pompidou, 1995, pp. 68-69). Alcune proposte del presidente della Commissione vanno incontro ad un rifiuto francese; per esempio, quella di un “rilancio dell’azione europea nell’ambito dell’Unione economica e monetaria”, nel febbraio 1974, viene commentata con queste parole da un consigliere della Presidenza della Repubblica: «nelle circostanze attuali, pretendere di scegliere il terreno monetario per un rilancio europeo è una follia» (ivi, p. 477). O. conclude la sua carriera europea alla Commissione europea di Bruxelles come vicepresidente per gli Affari economici e finanziari (6 gennaio 1977-25 ottobre 1984), prima di terminare il suo percorso professionale di ispettore generale delle Finanze come presidente-direttore generale di Total Compagnie française des pétroles (dal 1984 al 1990). La sua ultima responsabilità – presidente del consiglio nazionale del Comité national du patronat français (CNPF) diventato MEDEF international – assunta nel 1989, conferma il suo impegno iniziale e rappresenta il riconoscimento della sua grande esperienza europea, al pari delle onorificenze ricevute (medaglia d’oro Robert Schuman, laurea honoris causa delle Università di Oxford e di Atene, presidenza onoraria del Collegio d’Europa a Bruges). Tuttavia il contributo di O. alla storia dell’integrazione europea (Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), rilevante per precocità d’impegno, durata e livelli d’azione, è ancora troppo largamente misconosciuto o sottovalutato in Francia.

Bernard Lachaise (2012)




Owen, David

O. (Plympton 1938) è stato membro della Camera dei Comuni (1966-1992), ministro degli Affari esteri (1977-1979), cofondatore nel 1981 del Partito socialdemocratico (SDP) e negoziatore di pace dell’Unione europea in Bosnia (1992-1995).

Dopo aver trascorso gli anni della guerra con il nonno, O. studiò alla Mount House School e poi al Tavistock e al Bradfield College nel Berkshire. Venne poi ammesso all’Università di Cambridge, dove studiò medicina (1956-1959). Si laureò nel 1962 e iniziò a lavorare all’Ospedale Royal Waterloo, raggiungendo alla fine la posizione di specialista neurologo e psichiatra. Seguitò a esercitare la professione medica fino al 1968.

Nel 1960 aderì al Partito laburista e alla Società fabiana, un movimento intellettuale socialista. Quattro anni dopo si presentò come candidato parlamentare del Partito laburista a Torrington, nel Devon, ma fu sconfitto. Vinse invece nel 1966 nel collegio elettorale di Plymouth Sutton. Il ministro della Difesa Gerry Reynolds lo scelse come consigliere parlamentare particolare, incarico che alla fine nel 1968 portò alla nomina di O. a ministro della Marina militare. Alle elezioni politiche del 1970 mantenne il seggio parlamentare a Plymouth Sutton, ma i laburisti persero il potere. Divenne portavoce per la Difesa del governo ombra, posizione da cui si dimise nell’aprile del 1972, poiché in disaccordo con l’opposizione del Partito laburista all’adesione britannica alla Comunità economica europea. Nel 1974, quando i laburisti ritornarono al potere, venne nominato ministro della Sanità e due anni dopo sostituto di Anthony Crosland, segretario di Stato degli Affari esteri e del Commonwealth. Alla morte di Crosland nel 1977, gli succedette diventando il più giovane ministro degli Affari esteri dopo Anthony Eden (1935). In questo ruolo, che mantenne fino al maggio 1979, O. partecipò alla presidenza britannica della Comunità europea, ai negoziati per l’indipendenza della Rhodesia (l’attuale Zimbabwe), all’azione diplomatica nel Medio Oriente e alla reazione britannica alla rivoluzione iraniana dell’ayatollah Khomeyni.

Nel 1979, quando Margaret Thatcher sconfisse i laburisti, O. ritornò al gabinetto ombra come portavoce per l’energia. Continuò a contrastare i colleghi laburisti che sostenevano il ritiro britannico dalla Comunità europea e ciò portò ancora una volta alle sue dimissioni dal gabinetto ombra nel 1980.

Il 25 gennaio 1981, insieme ad altri tre politici laburisti, Shirley Williams, William Rodgers e Roy Jenkins, O. scrisse nella sua casa a Limehouse, a Londra, la Dichiarazione di Limehouse che istituì il Consiglio per la socialdemocrazia, gettando così le basi per il lancio ufficiale del Partito socialdemocratico (Social democratic party, SDP) avvenuto due mesi dopo. L’SDP mirava a sfidare il modello bipartitico tradizionale della politica britannica. Aderirono 14 membri della Camera dei Comuni (la maggior parte dei quali provenivano dal Partito laburista eccetto un ex esponente del Partito conservatore) e circa 20 membri della Camera dei Lord. O. fu vice leader dell’SDP fino al 1983, quando a seguito delle dimissioni di Roy Jenkins ne assunse la leadership. Guidò l’SDP fino al 1987 respingendo le richieste di fusione con il Partito liberale e preferendo invece sviluppare un’identità distinta per il partito. I due partiti, tuttavia, si presentarono alleati alle elezioni per far fronte al sistema elettorale britannico uninominale secco. L’SDP sosteneva un’economia sociale di mercato e respingeva richieste di disarmo nucleare unilaterale.

La rivalità tra O. e il leader dei liberali David Steel fece ottenere scarsi risultati a entrambi i partiti alle elezioni politiche del 1987. Nell’agosto 1987, O. si dimise dalla leadership dell’SDP perché in disaccordo sul progetto di fusione con il Partito liberale. Nel 1988, dopo la avvenuta fusione, O. istituì nuovamente l’SDP come partito distinto con due sostenitori, membri della Camera dei Comuni. Nel 1990, non riuscendo ad attrarre un numero sufficiente di membri e di voti, il Partito socialdemocratico venne sciolto a livello nazionale, sebbene alcune sezioni locali seguitassero ad operare con quella denominazione. Nello stesso anno, O. negoziò con il neoeletto leader dei conservatori John Major la possibilità di entrare a far parte del suo gabinetto, ma altri ministri conservatori vi si opposero e non si giunse a un accordo. Prima delle elezioni politiche dell’aprile del 1992, O. si dimise dalla Camera dei Comuni. Consigliò agli elettori di votare per il Partito liberal-democratico o per il Partito conservatore.

Nel settembre del 1992 O. divenne copresidente UE della Conferenza internazionale sull’ex-Iugoslavia, assumendo la responsabilità di facilitare un accordo di pace in Bosnia Erzegovina assieme all’ex segretario di Stato americano Cyrus Vance, rappresentante delle Nazioni Unite. Nel maggio del 1993, O. e Vance riuscirono a persuadere i rappresentanti di tutti i partiti ad approvare un piano di pace che prevedeva una federazione bosniaca decentralizzata. Tuttavia, il Piano Vance-O. venne in seguito respinto dall’Assemblea serbo-bosniaca. Nel dicembre 1993 O. negoziò un nuovo piano di pace insieme all’ex ministro degli Esteri norvegese Thorvald Stoltenberg, che aveva sostituito Vance. Furono coinvolti nei negoziati i rappresentanti delle tre fazioni bosniache in guerra. Il risultato fu un piano che prevedeva la divisione della Bosnia in tre Stati etnici, piano respinto dai bosniaci nell’agosto 1993. A causa di questi insuccessi, il Parlamento europeo richiese le dimissioni di O. Egli continuò a lavorare con il Gruppo di contatto (Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito e Germania) per raggiungere un accordo negoziato in Bosnia. Si dimise dal ruolo di mediatore di pace nel 1995.

Nel luglio 1996 fu nominato cancelliere dell’Università di Liverpool, una carica in gran parte onoraria. Da allora ha sostenuto Humanitas, un’istituzione umanitaria, nonché think tank che si oppongono all’adozione britannica dell’Euro. In qualità di responsabile del gruppo di pressione New Europe, ha contribuito alla campagna “no all’euro” insieme al gruppo Business for sterling, che è proseguita finché nel 2005 il governo presieduto da Tony Blair non ha annunciato che l’adozione dell’euro non era più in programma.

Ivanov Kalin (2005)




O’Neill, Con

O’N. nacque nel 1912 nell’Ulster e morì nel 1988. Il padre, Hugh O’Neill, fu un importante uomo politico unionista, parlamentare dal 1915 al 1952, e primo speaker del Parlamento dell’Irlanda del Nord dal 1921 al 1929.

Dopo un periodo di formazione iniziale a Elton, O’N. riuscì a vincere una borsa di studio in storia presso il Balliol college di Oxford, dove entrò per la prima volta in contatto con la realtà tedesca, grazie alla frequentazione con futuri esponenti di spicco dell’opposizione antihitleriana come Adam von Trott e Helmut von Moltke, e dove conseguì una laurea in inglese nel 1934. Nel 1936 venne ammesso nell’Ordine degli avvocati ma, immediatamente dopo, scelse di entrare a far parte del Servizio diplomatico britannico.

La sua prima destinazione estera fu l’Ambasciata britannica a Berlino, dove cominciò a prestare servizio nel 1938. In quanto membro del gruppo facente capo all’ambasciatore Devile Henderson, dovette suo malgrado adeguarsi alla politica di appeasement verso la Germania allora perseguita dal governo britannico. Tuttavia, dopo gli Accordi di Monaco firmati nel settembre 1938, O’N. espresse clamorosamente il proprio dissenso rassegnando le dimissioni dal Servizio diplomatico, e trovando occupazione prima presso il ministero dell’Informazione, e poi come segretario speciale del segretario parlamentare. Lo scoppio della guerra lo costrinse a raggiungere le forze armate per svolgere prevalentemente funzioni di organizzazione della propaganda e gestione delle informazioni.

La reintegra nel ministero degli Affari esteri avvenne nel 1943, ma O’N. decise di dimettersi per una seconda volta nel 1946 per andare a ricoprire il ruolo di editorialista a tempo pieno per il quotidiano “The Times”. L’esperienza giornalistica, però, durò solo un anno. Nel 1947 O’N. tornò infatti al ministero degli Affari esteri, dove conobbe una fase di intensa attività, prima in Germania, rispettivamente come membro della Commissione alleata di controllo, come rappresentante britannico nel settore statunitense e come consigliere dell’Alto commissario britannico Ivone Kirkpatrick, e successivamente nel Regno Unito, come membro del Collegio imperiale di difesa e poi come capo del Dipartimento informazioni dello stesso ministero degli Affari esteri.

A questo punto, la carriera di O’N. si orientò temporaneamente verso l’assunzione di responsabilità dirette in importanti sedi estere. Tra il 1955 e il 1957, in virtù dell’assenza di rapporti diplomatici ufficiali tra i due paesi, svolse sostanzialmente il compito di rappresentante del Regno Unito in Cina, grazie alla nomina a responsabile degli Affari britannici a Pechino. Tra il 1961 e il 1963, dopo essersi occupato della questione del disarmo in qualità di assistente sottosegretario di Stato al ministero degli Affari esteri, ricoprì invece il ruolo di ambasciatore britannico in Finlandia. Una ulteriore e decisiva svolta nella vicenda professionale di O’N. giunse però con la nomina a ambasciatore e a capo della delegazione degli osservatori britannici presso le Comunità europee (v. Comunità economica europea) a Bruxelles, seguita al fallimento della prima richiesta britannica di Adesione alle Comunità europee nel 1963. Questo doppio ruolo non gli offrì solo la possibilità di conoscere profondamente i meccanismi della macchina comunitaria, ma gli dette anche una precisa consapevolezza del significato politico e ideale dell’impresa comunitaria, e della necessità storica per la Gran Bretagna di farne pienamente parte.

Dopo il suo ritorno a Londra nel 1965, O’N. decise infatti di continuare a occuparsi di questioni comunitarie. In particolare, nella nuova veste di vice sottosegretario di Stato incaricato per gli Affari economici fu attivamente coinvolto sia nella svolta politica che portò il governo laburista di Harold Wilson a avanzare una nuova domanda di adesione alle Comunità europee, sia nel lavoro di preparazione che precedette l’annuncio ufficiale di candidatura avanzato dal segretario agli Affari esteri George Brown nel 1967. Tuttavia, la frustrazione seguita al secondo veto posto dal presidente francese Charles de Gaulle, con cui non mancò di polemizzare duramente, e la delusione seguita alla sua mancata nomina a ambasciatore in Germania convinsero O’N. a rassegnare per la terza volta le proprie dimissioni dal Servizio diplomatico nel 1968.

L’uscita di de Gaulle dalla scena politica francese e europea e l’avvento al potere di una maggioranza conservatrice guidata da Edward Heath in Gran Bretagna lo riportarono però presto in auge. Durante i negoziati per l’adesione britannica alle Comunità europee che si aprirono ufficialmente nel 1970 e che si conclusero con successo nel 1973, O’N. fu infatti chiamato a ricoprire il duplice ruolo chiave di capo della delegazione britannica alle riunioni della Conferenza dei viceministri, e di consigliere del segretario agli Affari esteri Geoffrey Rippon, a sua volta capo della delegazione britannica alle riunioni ministeriali.

Pur non rinunciando a difendere con forza i punti di vista e gli interessi britannici, soprattutto in termini di salvaguardia del ruolo della sterlina, di protezione dei settori ittici e agricoli nazionali e di tutela dei rapporti con le ex colonie, O’N. mostrò una chiara e inedita propensione a presentare l’adesione britannica alle Comunità europee non semplicemente come una pura costrizione economica ma come una strategica opzione politica. Un importante rapporto, da lui personalmente redatto su precisa richiesta del primo ministro Heath, rappresentò in questo senso il punto più avanzato della nuova elaborazione britannica sui temi comunitari. Peraltro, il suo equilibrio, la sua autorevolezza e il suo rigore gli valsero un unanime atteggiamento di rispetto e di stima, oltre al lusinghiero appellativo di “arcivescovo”, sia da parte dei negoziatori esteri, sia da parte degli stessi ambienti economici e politici britannici.

Dopo aver lasciato per l’ultima volta il Servizio diplomatico nel 1972, O’N., oltre a ricoprire importanti cariche nel mondo degli affari, giocò un ruolo importante a sostegno della continuazione della partecipazione della Gran Bretagna alle Comunità europee durante la campagna per il referendum confermativo indetto nel 1975 dal nuovo governo laburista di Wilson.

Simone Paoli (2010)