Padoa-Schioppa, Tommaso

P.-S. (Belluno 1940-Roma 2010) frequenta il liceo classico a Trieste e si laurea all’Università Luigi Bocconi di Milano nel 1966. Nel 1970 ottiene il Master of Science dal Massachussets Institute of Technology (MIT). Figlio di Fabio Padoa-Schioppa, già amministratore delegato delle Assicurazioni generali, inizia la carriera professionale in Banca d’Italia alla sede di Milano, nel 1968. Dal 1979 al 1983 è a Bruxelles, come direttore generale alla Commissione europea. Nel 1983, con Carlo Azeglio Ciampi governatore, diventa funzionario generale per la ricerca economica e, nel 1984, entra nel direttorio come vicedirettore generale. Nel maggio del 1997 lascia la Banca d’Italia per diventare presidente della Commissione nazionale di controllo sulla Borsa (Consob). Un anno dopo, nel giugno del 1998, è nominato dal Consiglio europeo nel Comitato direttivo della neonata Banca centrale europea. Il 17 maggio 2006, un anno dopo aver lasciato Francoforte, Romano Prodi lo nomina ministro dell’Economia e delle Finanze del suo secondo governo. Dal novembre del 2007 alle dimissioni dell’esecutivo, nel maggio 2008, P.-S. presiede il Comitato monetario e internazionale del Fondo monetario internazionale. Dirige “Notre Europe”, Istituto di studi europei fondato nel 1996 da Jacques Delors ed è presidente per l’Europa della società di consulenza internazionale Promontory financial group. Il 17 giugno del 2010 è nominato presidente dell’International accounting standards committee foundation, organismo indipendente impegnato nella costruzione di standard contabili globali. Ad agosto dello stesso anno il governo greco lo indica come consulente per la gestione della crisi economico-finanziaria. Il 15 dicembre 2010 è nominato membro indipendente del consiglio di amministrazione di FIAT Industrial.

Convinto europeista, gran parte della carriera professionale e della produzione scientifica di P.-S. è dedicata alla moneta unica e alla costruzione della sua architettura. Il primo impegno di rilievo è nel 1979, quando viene nominato direttore generale della direzione affari economici e finanziari della Commissione. È l’anno nel quale decollano le Istituzioni comunitarie: proprio nel 1979 si insedia il primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale. Fra i deputati ci sono Jacques Delors e Altiero Spinelli, le due personalità che più influenzeranno il pensiero europeista di P.-S. Il 13 marzo entra in vigore il sistema monetario europeo. Nel settembre del 1983, Altiero Spinelli presenterà al Parlamento europeo un progetto di trattato che istituisce l’Unione europea. Su quel progetto, al quale lavora anche P.-S., si ispira la prima stesura dell’Atto unico europeo. La versione definitiva che verrà approvata e ratificata nel 1986 risulterà però molto diversa dal modello di partenza.

Nel 1988 P.-S. è relatore e cosegretario del Comitato per lo studio dell’Unione economica e monetaria, gruppo di lavoro guidato dall’allora Presidente della Commissione europea Jacques Delors. Si tratta di un organismo istituito su mandato del Consiglio europeo di Hannover del giugno di quell’anno e del quale fanno parte i governatori delle banche centrali europee, rappresentanti governativi ed esperti indipendenti. Il compito è quello di preparare una relazione e una proposta concreta per l’unificazione monetaria.

Sotto il profilo teorico, il rapporto Delors è costruito intorno al paradigma del “quartetto incoerente”: sin dai primi anni ottanta, P.-S. aveva sostenuto che per la costituenda Unione europea era impossibile aspirare contemporaneamente ai quattro grandi obiettivi economici, ovvero libero commercio estero, mobilità dei capitali, autonome politiche monetarie nazionali e tassi di cambio fissi. Per risolvere la contraddizione senza distruggere il mercato unico era necessario coniare una moneta comune e un’unica Banca centrale europea. Alla fine degli anni Ottanta i primi due obiettivi erano stati raggiunti; per conseguire gli ultimi due, era necessario passare all’Unione monetaria. È quanto proposero le conclusioni del rapporto nell’aprile del 1989.

In qualità di vicedirettore generale della Banca d’Italia, P.-S. partecipa ai lavori preparatori del Trattato sull’Unione europea, firmato nella cittadina olandese di Maastricht il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il primo novembre 1993. Il Trattato di Maastricht sosterrà la necessità di unificare la moneta, la politica monetaria, e di istituire una banca centrale che tutelasse entrambe nell’area dei paesi aderenti alla moneta unica. Per fare ciò, era necessario rivedere il concetto di sovranità nazionale monetaria.

I passaggi tecnici necessari alla costruzione della moneta unica saranno lunghi e complessi. P.-S., come tutti i vertici delle banche centrali nazionali, è direttamente impegnato nello sforzo, spesso con ruoli di coordinamento. A partire dal 1991 assume la guida del gruppo sui sistemi di pagamento delle banche centrali della Comunità europea (1991-1995) e del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (1993-1997). Fra il 1997 e il 1998 è a capo del comitato regionale dell’International organization of securities commissions (IOLCO) e crea e presiede il Forum of the European securities commissions (FESCO). Tra il 1992 e il 1997 partecipa agli incontri dei vicegovernatori delle banche centrali presso l’Istituto monetario europeo. L’IME, allora guidato da Alexandre Lamfallussy, è l’organismo nato dalle ceneri del comitato dei governatori e dal quale, nel 1998, nascerà la Banca centrale europea. Compito dell’incontro mensile degli Alternates (così vengono chiamati i vicegovernatori), spesso preceduto da riunioni preparatorie di sottocomitati tecnici, è quello di definire gli standard operativi e affrontare tutte le problematiche connesse alla nascita della politica monetaria comune e della moneta unica.

Nella seconda metà degli anni Novanta, i singoli governi nazionali devono accelerare il lavoro necessario a preparare le rispettive istituzioni pubbliche e il sistema finanziario all’appuntamento della moneta unica. Nel 1996, con Carlo Azeglio Ciampi ministro del Tesoro, P.-S. è nominato membro del Comitato per l’Euro. Il vicedirettore generale della Banca d’Italia ha la responsabilità di coordinare il Sottocomitato finanza, ovvero il gruppo impegnato a rendere possibile il passaggio all’euro dell’intero comparto bancario e finanziario. Un analogo Comitato per l’euro viene istituito anche presso la Banca d’Italia: in questo caso P.-S. è impegnato a coordinare il lavoro degli esperti impegnati nei sottocomitati Ime e a individuare le modifiche organizzative e logistiche necessarie a consentire la partecipazione dell’Italia al costituendo SEBC, il Sistema europeo delle banche centrali, l’ultimo passo prima della nascita ufficiale della BCE.

Nominato presidente della Commissione di controllo sulla Borsa (Consob) nel marzo 1997, P.-S. continua a presiedere il Sottocomitato finanza e a collaborare con il governo per la transizione all’euro del sistema bancario e finanziario italiano. In questo periodo viene pubblicato il primo Schema nazionale di piazza, lo strumento operativo grazie al quale gli attori del sistema si prepareranno ai due passaggi all’euro: il primo, formale, nel 1999, e il vero e proprio changeover del 2002.

Poco più di un anno dopo la designazione, a maggio 1998, P.-S. lascia la Consob per tornare a fare il mestiere del banchiere centrale, questa volta a Francoforte. Come membro italiano dell’esecutivo BCE, P.-S. è responsabile per le relazioni europee e internazionali, il sistema dei pagamenti e la vigilanza prudenziale. Per P.-S. la costruzione di un sistema di vigilanza bancaria e finanziaria comune è l’ultima frontiera per la costruzione di una compiuta Europa monetaria. Durante i sette anni del suo mandato, spenderà molte energie per far crescere una divisione che all’inizio conta appena sette funzionari. Come responsabile del sistema dei pagamenti, si occuperà della configurazione del cosiddetto sistema europeo “TARGET”. “TARGET”, acronimo di Sistema transeuropeo automatizzato di trasferimenti rapidi con liquidazione lorda in tempo reale, è il tassello fondamentale della politica monetaria comune: grazie a esso vengono regolati il sistema dei pagamenti e le operazioni monetarie dell’area euro. Durante il settennato a Francoforte P.-S. ha un ruolo fondamentale nella definizione dei nuovi parametri per la politica monetaria della zona euro e del suo Allargamento ad altri paesi.

Nonostante le difficoltà, anche nei due anni alla guida del ministero dell’Economia P.-S. non deroga all’ispirazione europeista. Lo fa anzitutto sul fronte dei conti pubblici con la finanziaria per il 2007. Quando il banchiere centrale approda al ministero del Tesoro, nel 2006, l’Italia è già da un anno sottoposta a procedura per deficit eccessivo; P.-S. rinuncia a chiedere deroghe all’Europa e, fra le proteste interne alla stessa maggioranza di governo, impone una dura manovra di risanamento che permetterà la chiusura della procedura di infrazione. Da ministro tenta anche – senza successo – di proseguire la battaglia per il rafforzamento della vigilanza bancaria a livello europeo: le prime avvisaglie della crisi finanziaria, a fine 2007, lo spingono a scrivere una lettera al presidente di turno dell’ECOFIN. Nella lettera, pubblicata dal “Financial Times” il 10 dicembre, P.-S. invoca la costruzione di un sistema accentrato di controllo e la condivisione delle informazioni di supervisione. Poco meno di un anno dopo fallisce Lehman Brothers e la finanza globale è attraversata dalla più grave crisi finanziaria dal 1929. Due invece le occasioni in cui il ministro P.-S. spinge simbolicamente l’acceleratore sull’integrazione economica: tenta di promuovere la fusione della Borsa di Milano con quelle di Parigi e Francoforte e sostiene, al termine di una lunga procedura di selezione, la fusione della compagnia di bandiera Alitalia con i cugini di Air France-KLM. In entrambi i casi le vicende avranno un esito diverso, ma le soluzioni saranno in linea con quell’impostazione: la Borsa di Milano si fonderà con quella di Londra, Alitalia assorbe Air One ed avrà in Air France-KLM il socio di maggioranza. Con quest’ultima, la compagnia italiana, nel frattempo privatizzata, ha anche firmato un accordo di condivisione degli utili sulle tratte intercontinentali.

Almeno la metà dei 18 volumi scritti da P.-S. sono dedicati all’Europa. Alcuni di essi sono di natura strettamente scientifica, come L’euro e la sua banca centrale, edito in inglese nel 2004, altri fanno emergere più nettamente la visione del P.-S. “politico”. Fra questi ultimi ci sono anzitutto Europa forza gentile (2001), Europa, una pazienza attiva (2006) e Italia, una ambizione timida (2007). Nel corso degli anni, all’Europa e al suo futuro P.-S. dedica innumerevoli discorsi pubblici. A ottobre del 2005, di fronte agli studenti dell’Università Bocconi di Milano il banchiere centrale fa un vero e proprio inno alla forza del sogno europeo rispetto a quello, culturalmente dominante, dell’America: «Oggi consideriamo l’economia il punto debole dell’Europa. L’Unione europea […] è il più grande mercato integrato del mondo; il primo esportatore di beni e servizi nell’economia mondiale; sta creando una rete integrata nei trasporti, nell’energia, nelle telecomunicazioni, nella finanza; ha importanti programmi in campo educativo come Socrates, Leonardo, Erasmus [v. Programma Socrates; Programma europeo per la mobilità degli studenti universitari]. Diversamente dall’America, l’Europa non vive a credito per mantenere il suo alto tenore di vita. […] L’Europa ha una più alta qualità di vita, una più rigorosa protezione della privacy, una più stringente tutela dell’ambiente, un grado di solidarietà sociale più elevato, un più prudente atteggiamento verso la sperimentazione scientifica e l’innovazione tecnologica, una più forte capacità di proporre e trasmettere ad altri paesi e regioni del mondo il proprio modello di relazioni sociali, politiche, internazionali».

P.-S. non considera l’Europa «cosa fatta, perché fatta non è». Manca «la capacità di trovare una propria linea nelle grandi questioni della sicurezza, della politica estera e quella di riformare la politica agricola [v. anche Politica estera e di sicurezza comune; Politica agricola comune], lo spreco immenso di risorse dovuto al rifiuto di unire le forze per obiettivi comuni e il ridicolo sfoggio di parsimonia nel comprimere il bilancio comunitario [v. Bilancio dell’Unione europea], gli impudichi litigi sulla destinazione di quei pochi fondi e le liti sul Patto di stabilità e crescita, le promesse di Lisbona e il blocco della direttiva Bolkenstein, la rivolta degli elettori francesi e la diserzione dei seggi elettorali europei».

Il 17 gennaio 2007, nella Lecture Spinelli del Centro Studi sul Federalismo, P.-S. spiega che il «profondo senso di impotenza ed estraniazione di fronte al farsi del mondo di oggi non è nelle mancanze dell’Unione europea, ma nella mancanza d’Europa. […] L’incapacità dell’Unione di prendere decisioni e di metterle in atto aggrava i problemi della società nei paesi dell’Europa. […] La cura altro non è che la scelta consapevole del modello federale, quello che crea un effettivo potere di decidere e di agire ad un livello superiore a quello degli Stati per le materie che gli Stati non sono più in grado di affrontare da soli. Solo questa scelta può, rimediando alla mancanza d’Europa, rimediare alle pretese mancanze dell’Europa» (v. Federalismo).

Quella di P.-S. si può definire una visione europeista improntata alla fiducia nelle capacità dell’uomo e ispirata dalla visione dei suoi padri costituenti. La convinta scelta per un’Europa forte, integrata e coesa regge anche alle gravi turbolenze finanziarie verificatesi a partire dall’estate del 2008. Spiega nel 2009 P.-S. a Beda Romano ne La veduta corta, pochi mesi prima del fallimento greco: «Da quando è nata la Comunità non è mai stata di fronte ad una tempesta di queste proporzioni. Se al posto dell’euro ci fosse stato il vecchio Sistema monetario europeo, che legava fra di loro le monete nazionali, i mercati avrebbero, come minimo, imposto ad alcune di svalutare nei confronti della moneta forte, il marco tedesco; più probabilmente avrebbero esercitato una pressione tale da mettere a rischio l’intero sistema e la stabilità interna di certi paesi, non solo finanziaria ma anche politica e sociale tale da scardinare i rapporti economici e politici. […] L’Europa ha superato non poche turbolenze grazie all’euro: le crisi finanziarie asiatica e russa di fine anni Novanta, gli attentati terroristici del 2001, lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici nei primi anni Duemila, il fortissimo aumento del prezzo del greggio nell’estate del 2007. Senza la moneta unica saremmo probabilmente giunti moribondi, se non morti, a quest’ultima crisi». Il problema resta quello di un’Europa «soggetto incompiuto, e in parte inesistente, di politica economica e di politica tout court». La ricetta di P.-S. è quella di proseguire nella integrazione finanziaria e politica. Infatti, ancora oggi l’Europa «non è attrezzata per affrontare le sfide della storia». All’Unione europea e alle sue istituzioni mancano ancora «sia gli strumenti ordinari sia quelli di emergenza, perché entrambi sono nelle mani degli Stati membri». Ciò «vale per le misure di vigilanza, per i salvataggi bancari, per il sostegno alle imprese, le misure di bilancio. Il procedere ciascuno per sé non solo è inefficace ma anche pericoloso». Il problema non è nella quantità di poteri, ma nella capacità delle istituzioni di «esercitare in maniera piena le Competenze che i Trattati già le attribuiscono».

Il banchiere centrale si autodefinisce «trionfalista con i critici e critico coi trionfalisti». Perché «solo la combinazione dei due atteggiamenti costituisce una valutazione completa dello stato dell’Europa di oggi. L’Europa ha compiuto nell’ultimo mezzo secolo un passo straordinario che l’umanità non aveva mai fatto prima: il superamento del potere assoluto degli Stati. È un passo fondamentale della storia umana, come la nascita della democrazia, la separazione dei poteri, o il suffragio universale. È sciocco usare la caricatura dell’Europa imperfetta per opporsi al progetto europeo: anzi, lo trovo addirittura riprovevole sul piano della responsabilità che una persona ha nei confronti degli altri e in particolare di coloro a cui lasceremo le nostre istituzioni. Alcuni amano ironizzare sul fatto che l’Europa ha realizzato in cinquant’anni meno di quanto la Convenzione di Filadelfia seppe fare creando la federazione americana, ma commettono un errore. Gli Stati americani erano, per così dire, senza storia, avevano una sola lingua, non si erano combattuti fra loro per secoli; al contrario avevano conquistato insieme l’emancipazione coloniale. Gli Stati d’Europa che hanno iniziato ad unirsi nel 1950 avevano alle spalle una storia tutta diversa. Deve far riflettere che l’Unione europea sia qualificata dalla parola sovranazionale mentre gli Stati Uniti nascono con l’obiettivo di creare una nuova nazione».

Insomma, indietro non si può e non si deve tornare, dice P.-S. Anche nella gestione della crisi greca e la decisione di varare un fondo anticrisi, malgrado i ritardi, l’ex membro dell’esecutivo della BCE riconosce all’Europa di aver fatto qualcosa che «qualitativamente e quantitativamente non ha precedenti nella storia dell’Unione» (“Notre Europe”, 18 giugno 2010). «Il vero motore degli attacchi all’euro è la mancanza di fiducia nella capacità dell’Europa di progredire verso l’obiettivo storico che si è assegnata, che è quello di creare una vera unione, di costruire un potere che completi e limiti quello degli Stati membri. In sostanza, la posta in gioco di questa crisi europea non è la Grecia, ma l’euro, e al di là dell’euro, la stessa Unione europea. […] Resta in piedi una ideologia, che potremmo chiamare westfaliana» in virtù della quale «si riconosce ad ogni Stato il diritto di scegliere la propria religione e il diritto di non subire interferenze dall’esterno. […] L’Unione europea costituisce il tentativo storico di creare un ordine post-westfaliano».

Alessandro Barbera (2012)




Palliser, Arthur Michael

P. (Reigate, Surrey 1922-2012), dopo aver studiato al Wellington College, partecipò alla Seconda guerra mondiale nei ranghi delle Coldstream guards. Nel 1947 entrò nel Servizio diplomatico britannico occupando le cariche di primo segretario a Parigi (1956), primo segretario e capo di consolato a Dakar (1960), consigliere presso l’Imperial defence college (1963), direttore del Policy planning staff (1964), segretario particolare del primo ministro (1966), ambasciatore a Parigi (1969), capo della delegazione britannica alla Comunità europea (CE) (1971), rappresentante permanente del Regno Unito a Bruxelles (1973) e sottosegretario di Stato permanente (1975).

Giovane funzionario degli Affari esteri subito dopo la Seconda guerra mondiale, P. assistette sconfortato al rifiuto dei leader britannici di partecipare al processo di integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). A suo avviso la Comunità economica europea (CEE) non era in contrasto con gli interessi del paese, anzi rappresentava una strada non solo per la ripresa economica, ma anche per la sicurezza della regione. Il mercato comune era il primo e indispensabile passo verso una politica economica comune, una moneta unica e un ruolo politico efficace sullo scacchiere internazionale.

La sua profonda conoscenza della politica e dei politici francesi lo rese un attore importante nel terzo tentativo del Regno Unito di aderire alla CEE. Svolse anche la funzione di traduttore per il primo ministro Harold Wilson durante la rinegoziazione delle condizioni di adesione britanniche alla Comunità del 1975, i cui risultati, a suo avviso, furono modesti e limitati all’ambito del bilancio.

Dal 1975 al 1982 rivestì la carica di sottosegretario di Stato permanente e capo del servizio diplomatico britannico. Lo scenario geopolitico di quel periodo richiese al Foreign office di intervenire in varie questioni, quali la partecipazione britannica alla Comunità europea e gli sforzi per mantenere la sua influenza sul coordinamento delle politiche, le fondamentali relazioni con gli Stati Uniti, l’attento follow-up della politica sovietica sotto Brežnev e l’affermazione del Giappone come importante attore sulla scena internazionale.

L’arrivo di Margaret Thatcher nel 1979 rappresentò un momento difficile per P. Sebbene il primo ministro tenesse in considerazione le opinioni dei più alti funzionari del servizio diplomatico, riteneva il Foreign & commonwealth office (FCO) disfattista e poco impegnato a promuovere gli interessi britannici rispetto al resto dell’establishment.

Non meno importante fu l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina, che avvenne lo stesso giorno in cui P. sarebbe dovuto andare in pensione. Nonostante la scarsa opinione della Thatcher in merito allo staff dell’FCO, il primo ministro gli chiese di diventare suo Consigliere speciale durante la campagna.

Nel 1983 P. fu nominato membro del Consiglio della Corona (Privy Council) svolgendo fino al 1996 anche incarichi direttivi nel settore privato, come quello presso la banca di investimenti di Londra Samuel Montagu & Co. Ltd.

Successivamente impegnò a contrastare sia il presunto euroscetticismo dei britannici che la scarsa obiettività mostrata dai media britannici sul tema degli affari comunitari. Partecipò a “Citizens for Europe”, un gruppo che si proponeva di promuovere il dibattito sugli sviluppi politici dell’Unione europea (UE) nel Regno Unito.

P. svolse ruolo cruciale nell’adesione britannica alla CE nonché nella complessa relazione tra gli affari interni e comunitari.

Dopo aver lasciato la diplomazia, divenne vicepresidente del Consiglio direttivo del Salzburg Seminar, un’organizzazione non-governativa indipendente creata per affrontare problemi di rilevanza globale attraverso analisi e dibattiti cui partecipano accademici e leader politici provenienti da varie regioni e aeree di competenza.

È autore del libro Britain and British Diplomacy in a World of Change (1975).

Tatiana Martins Pedro do Coutto (2012)




Palme, Olof

Il politico svedese più in vista del Novecento a livello internazionale, P. (Stoccolma 1927-ivi 1986), figlio di un dirigente in una società di assicurazioni e discendente per parte di madre dalla nobiltà tedesco-lettone fu educato da istitutori privati e in seguito si iscrisse alla prestigiosa Sigtuna Läroverk, dove completò gli studi secondari diplomandosi nel 1944. Concluso il servizio militare, studiò scienze politiche al Kenyon College in Ohio (Stati Uniti), dove si laureò in lettere, e poi legge all’Università di Stoccolma, dove si laureò nel 1951. Nello stesso anno aderì all’Associazione studentesca socialdemocratica e in seguito fu eletto presidente dell’Unione nazionale studentesca svedese.

Nel 1953 il primo ministro Tage Erlander lo nominò suo segretario personale, un incarico che P. mantenne accanto alla sua posizione nella Lega della gioventù socialdemocratica fino al 1963, quando divenne ministro senza portafoglio. Il ruolo di segretario personale del primo ministro comportava anche la stesura di discorsi e la collaborazione fra i due politici si fece molto stretta. Nel 1965 P. fu nominato ministro dei Trasporti e in seguito, nel 1967, divenne ministro dell’Istruzione, carica in cui si confrontò con il crescente radicalismo del movimento studentesco. Nel 1969 successe a Erlander sia come leader del partito che come primo ministro. Dopo un periodo come leader dell’opposizione fra il 1976 e il 1982, divenne di nuovo primo ministro dal 1982 fino al suo assassinio nel febbraio 1986.

Le convinzioni ideologiche di P. erano fondate su concetti come l’anticolonialismo, l’anticomunismo e le politiche del New Deal, si inserivano coerentemente in ciò che viene classificato come socialismo democratico, una versione più radicale della socialdemocrazia, in cui la democrazia politica deve essere integrata dalla democrazia sociale ed economica. P. poneva l’accento con forza sulla terza via, vale a dire la socialdemocrazia come un’alternativa al comunismo e al capitalismo. Solidarietà, democrazia e senso della comunità erano i principi guida sia nelle politiche interne che in quelle internazionali.

Nelle politiche interne P. promosso promosse l’espansione del welfare State, con lo Stato che si assumeva crescenti responsabilità, per esempio nei settori dell’assistenza all’infanzia e dell’occupazione. Inoltre era un convinto sostenitore del potere dei sindacati, che vide come alleati cruciali nel perseguimento della crescente sicurezza dell’occupazione e di un ambiente di lavoro migliore. Il neoliberalismo era il suo principale avversario ideologico e P. si batteva in favore di un welfare State generalizzato in cui lo Stato doveva essere il fornitore esclusivo di istruzione, assistenza all’infanzia, salute.

La fama internazionale di P. dipendeva, comunque, innanzitutto dal suo impegno nella politica internazionale e nella sua posizione di organizzatore della dinamica politica estera della Svezia. I fondamenti della politica estera svedese nel dopoguerra andavano individuati nella politica di neutralità, nella difesa fondamentale della sovranità e del diritto internazionale e nel principio di solidarietà. Con P. la politica estera svedese si trasformò, in particolare nella forma; naturalmente ciò non fu frutto solo dell’iniziativa di P., ma palesemente fu lui a imprimerle grande slancio e a imporre un modello che poi sarà seguito per decenni.

Come primo ministro P. dedicò notevoli sforzi a coltivare le relazioni internazionali e spesso “scavalcò” il ministero degli Affari esteri per portare avanti la sua forma di diplomazia aperta. L’enfasi posta sui valori centrali dei paesi di piccole dimensioni, ossia sovranità e autodeterminazione nazionale, fecero sì che la Svezia rappresentasse una voce critica ogni volta che questi valori erano minacciati. Questa forma di critica attiva si avvertì al massimo durante la guerra del Vietnam, che P. vedeva come un attacco ai valori fondamentali della politica internazionale. La politica della Svezia consistette, fra l’altro, nel dare aiuto al Vietnam del Nord e nel dar voce alle critiche sulla conduzione della guerra. Le critiche alla guerra da parte di P. raggiunsero il culmine all’epoca del bombardamento di Hanoi nel Natale del 1972: lo condannò con un linguaggio estremamente duro, confrontandolo con le atrocità commesse dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. L’effetto immediato di questa condanna fu che le relazioni diplomatiche fra gli Stati Uniti e la Svezia furono congelate per quindici mesi e rimasero fredde anche negli anni successivi. Oltre al forte coinvolgimento nel movimento per il Vietnam P. spese molte energie per promuovere le cause del Terzo mondo, inclusi il diritto all’indipendenza dei paesi colonizzati, il diritto all’autodeterminazione e la lotta alla povertà. La sua attiva opposizione all’apartheid nel Sudafrica e i suoi stretti legami con l’African national congress testimoniano queste convinzioni, come pure i suoi sforzi come mediatore nominato dal segretariato generale delle Nazioni Unite durante la guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta.

In generale la promozione del disarmo e l’eliminazione degli armamenti nucleari in particolare, furono un’altra manifestazione della politica estera svedese sotto P., che assunse l’iniziativa di creare la Commissione indipendente sul disarmo e la sicurezza, nota anche come Commissione Palme. Il rapporto finale della Commissione, sottoposto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1982, sottolineava l’esigenza di sicurezza comune, parlava dei pericoli della guerra nucleare, mettendo anche l’accento sulle conseguenze economiche del traffico d’armi, e presentava proposte concrete per il disarmo. Inoltre P. – assieme al cancelliere tedesco Willy Brandt e al cancelliere austriaco Bruno Kreisky – fu in larga misura responsabile della rinascita dell’Internazionale socialista dai primi anni Settanta in avanti.

Le cause di fondo della singolare decisione svedese di restare fuori dalle Comunità europee (v. Comunità economica europea) possono essere in parte a P. La Svezia era uno dei paesi fondatori dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA), che insieme con l’organismo che le succedette, l’European economic area (EEA), sarebbe rimasta il principale pilastro dell’approccio della Svezia all’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), finché nel 1995 il paese non aderì all’Unione europea (UE). In un discorso fondamentale scritto da P. insieme a Erlander, e pronunciato da quest’ultimo nel 1961, si stabiliva che l’Adesione della Svezia non rientrava nel programma politico a causa di ragioni sia interne che di politica estera. Sul piano della politica estera l’adesione era incompatibile con la politica di neutralità portata avanti dalla Svezia, mentre le ragioni interne consideravano l’adesione come una minaccia al modello di welfare State svedese. Questi due livelli di argomentazione avrebbero caratterizzato il dibattito pubblico svedese sulle Comunità nei decenni a venire.

Quando altri paesi aderenti all’EFTA come la Danimarca e il Regno Unito decisero di chiedere di diventare membri delle Comunità nel 1967, la Svezia rinnovò la richiesta per un’intesa di Associazione, sebbene non venisse scartata completamente la possibilità di una piena adesione. Quando Charles de Gaulle si dimise nel 1969, nello stesso anno in cui P. divenne primo ministro, la prospettiva di avviare i negoziati per l’adesione divenne reale, ma P. sottolineò che la prosecuzione della neutralità e del non allineamento svedese erano le condizioni preliminari per le discussioni imminenti. I negoziati con la Svezia non decollarono mai soprattutto perché la Comunità europea aveva associato l’Allargamento a progetti per ampliare la cooperazione nei campi della politica economica e monetaria e della politica estera, secondo quanto prevedevano il Rapporto Werner e il Rapporto Davignon. In particolare quest’ultimo, che imponeva formalmente la Cooperazione politica europea, portò P. a concludere che l’adesione non era un’opzione possibile dal momento che non intendeva mettere alla prova o compromettere la politica di neutralità della Svezia. Ma sembra che abbiano svolto un ruolo anche considerazioni sulla sovranità svedese in rapporto alle politiche interne. Nel resto della sua vita di P. sembrò essersi bloccato su questa valutazione e le posizioni svedesi non furono riconsiderate fino a dopo la sua scomparsa.

P. non fu un politico convenzionale. Pochi dei suoi contemporanei rimasero indifferenti al suo stile, alla sua personalità e alle sue prese di posizione politiche. Era lui a determinare l’agenda politica e gli altri uomini politici svedesi venivano giudicati sul suo modello. Fu un comunicatore vivace e abile e il suo stile oratorio era insolitamente aggressivo per la scena politica svedese. Fu anche detestato da alcuni segmenti della società, come non è accaduto a nessun altro politico svedese moderno, una circostanza che probabilmente era dovuta sia al suo stile che alla sostanza della sua politica, mentre alcuni osservatori hanno attribuito questo astio anche alle sue origini sociali. L’eredità politica di P. è stata offuscata e ridimensionata dal suo assassinio mai chiarito, su cui si sono concentrati molti dei dibattiti successivi. Solo occasionalmente P. viene menzionato nei discorsi pubblici. Tuttavia alcuni aspetti della sua politica, come lo status inviolabile della politica di neutralità, l’ambivalenza perdurante nei confronti dell’integrazione europea, la promozione del welfare State universale, la continua enfasi posta sul diritto internazionale e sul diritto all’autodeterminazione nazionale, hanno continuato ad esercitare un’influenza sulla politica svedese anche dopo la sua morte. E se pure, dall’inizio degli anni Novanta, sono stati compiuti effettivamente dei passi per distanziarsi da questi dogmi della politica svedese, questo nuovo orientamento di rado è interpretato pubblicamente come una riconsiderazione dell’eredità lasciata da P.

Fredrik Langdal (2010)




Pandolfi, Filippo Maria

P. (Bergamo 1927) si è laureato in filosofia all’università Cattolica di Milano. Ha partecipato alla Resistenza e collaborato con il Fronte della gioventù. Il padre era stato esponente locale del Partito popolare e per questo, oltre che per la sua formazione cattolica, P. entrava naturalmente in rapporto con esponenti della Democrazia cristiana della sua città. Nel 1946 diventava segretario provinciale del Movimento giovanile, esperienza che lo portò ad avere i primi contatti in sede nazionale, che lo videro poi partecipe della campagna elettorale del 18 aprile 1948 anche in Campania e in Sicilia. Nel 1950 Giuseppe Dossetti lo chiamava a Roma presso il suo ufficio di vicesegretario, dove fu redattore delle “Note politiche” riservate ai consiglieri nazionali del partito.

Dopo il 1951 a Roma P. collaborava alle attività internazionali della DC in America Latina e in particolare svolgendo come docente, a partire dal 1959, corsi presso l’Istituto di formazione democratico cristiana di Caracas. Ma il centro della sua attività politica fu principalmente Bergamo e la sua provincia, dove dall’inizio degli anni Sessanta imponeva la sua leadership. Segretario provinciale, capo della maggioranza consiliare al Comune di Bergamo, consigliere nazionale della DC, veniva eletto deputato nel 1968 (collegio Bergamo-Brescia), mantenendo la carica dalla quinta alla decima legislatura, fino al 1988, dopo la sua nomina a membro della Commissione europea.

P. si applicava all’attività parlamentare con inusata serietà, perfezionando le sue conoscenze e capacità tecniche nell’attività legislativa, finalizzata all’efficacia dell’azione di governo, venendo assegnato alla Commissione Finanze e Tesoro. Partecipava, tra l’altro, al lungo e complesso lavoro di elaborazione della riforma tributaria, che portò alla legge-delega 9 ottobre 1971, n. 825 e ai successivi decreti delegati del 1972 3 del 1973. In seno alla Commissione dei Trenta, chiamata ad esprimere il parere sui decreti delegati, è stato relatore su alcuni dei testi più importanti, tra cui il decreto n. 633 relativo all’introduzione dell’IVA.

La successiva carriera politica di P. si deve principalmente all’acquisizione di queste competenze tecniche. Bruno Visentini che nel governo Moro-La Malfa (v. Moro, Aldo; La Malfa, Ugo) del novembre 1974 era ministro della Finanze, lo volle come sottosegretario, affidandogli la delega per l’attuazione della riforma tributaria. Dopo le elezioni del 1976, nel III governo presieduto da Giulio Andreotti, P. assumeva il portafoglio delle Finanze, dove si distinse, attuando in meno di un anno l’Anagrafe tributaria, semplificando gli adempimenti per i contribuenti, riducendo drasticamente i tempi per i rimborsi di imposta, accrescendo il gettito delle imposte dirette che aumenteranno, con piena applicazione della riforma, in un anno del 24,9% in termini reali.

Nel IV governo Andreotti, nel marzo 1978, con il determinato sostegno di Ugo La Malfa, assumeva l’incarico del Tesoro. Portava rapidamente a termine la riforma delle regole della finanza pubblica, sollecitata dal Fondo monetario internazionale (FMI), con la nuova struttura del bilancio dello Stato, quadro unico di riferimento per l’intero settore pubblico allargato, istituzione della legge finanziaria annuale (l., 4 agosto 1978, n. 468). Rilevante è anche l’attuazione della fusione del Poligrafico con la Zecca di Stato, che risolveva anche la questione dei “mini-assegni”, dovuti alla scarsità di contante. Ma gli impegni più significativi, che P. realizzava in stretta sintonia con la Banca d’Italia (si sarebbe schierato all’interno del governo e di fronte all’opinione pubblica a favore di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli nella oscura vicenda giudiziaria che li coinvolse) furono la preparazione dell’ingresso nel Serpente monetario europeo (SME) per cui elaborava il progetto “Una proposta per lo sviluppo, una scelta per l’Europa”, il cosiddetto “Piano P.”, volto, tra l’altro, al contenimento dei deficit di bilancio. Obbiettivo realizzato solo durante il triennio 1979-1981, nell’arco di un ventennio di crescita esponenziale del debito e che consentì l’adesione allo SME dell’Italia, con l’ottenimento di un più ampio margine di fluttuazione della moneta nazionale.

Dopo le elezioni del 1979 Pertini incaricava P. di formare il nuovo governo, senza successo. Entrava poi nel I governo Cossiga come ministro del Tesoro (incarico che tenne anche nel II governo Cossiga), e fu eletto nell’ottobre del 1979 presidente dell’“Interim Commitee” del FMI, su proposta del cancelliere Helmut Schmidt, impegnandolo a fondo nel tentativo di riforma. Nello stesso periodo era protagonista del negoziato con la Repubblica di Malta che doveva concludersi con un accordo nel settembre 1980 in cui quest’ultima assicurava la propria neutralità di contro a un Protocollo relativo all’assistenza finanziaria, economica e tecnica da parte italiana. Nella fase finale di questo suo mandato P. doveva affrontare le pesanti ricadute sul sistema bancario delle maggiori crisi industriali di quel periodo, in particolare quella dell’industria petrolchimica SIR che minacciava si travolgere l’Istituto mobiliare italiano (IMI), risolta con un inusuale ricorso alla Cassa depositi e prestiti con cartelle speciali decennali per un ammontare di 1704 miliardi.

Nel dicembre del 1980 P. sostituiva Antonio Bisaglia all’Industria nel governo presieduto da Amintore Forlani, incarico che avrebbe nuovamente ricoperto nel V governo Fanfani (dicembre 1982-agosto 1983). Gli impegni più salienti affrontati sono segnati dalla legge 46 in materia di innovazione tecnologica e lo schema del “Piano energetico nazionale”, che diede particolare impulso all’energia nucleare.

Con il governo Craxi (v. Craxi, Bettino) P. diveniva ministro dell’Agricoltura, incarico che manterrà nei successivi governi fino al 1988. Del 1985 è il “Programma-quadro di piano agricolo nazionale” e la successiva legge pluriennale di spesa (1986), fortemente innovativa nei contenuti e nelle procedure, oltre al “Piano forestale nazionale”, mirato a regolare i rapporti in materia fra Stato e regioni e a fornire un aggiornato censimento delle superfici forestali. Nel 1983 P. aveva affrontato in sede comunitaria il problema delle “quote latte”, sostenendo con successo la posizione italiana di esenzione dal sistema delle “quote individuali” e la richiesta che il paese fosse ammesso al sistema di “bacino unico”, nonché una riduzione volontaria della produzione, incentivata da premi di abbattimento a carico dello Stato (art. 3 del Regolamento del Consiglio del 16 marzo 1987), criterio poi abbandonato dal governo De Mita che tornerà alle “quote individuali”. P. si impegnerà poi all’applicazione nel sistema nazionale delle disposizioni previste dalla disciplina comunitaria, in particolare in materia di organismi di controllo, come ad esempio l’Agecontrol nel settore dell’olio di oliva, e di lotta contro le frodi in molti campi, come agrumicoltura e viticoltura, e di battaglia per la riduzione delle eccedenze, con l’obbiettivo della valorizzazione delle produzioni nazionali anche attraverso campagne promozionali vincenti.

Alla fine del 1988 P. veniva designato membro della Commissione europea, divenendone per quattro anni uno dei vicepresidenti, con delega alla “Ricerca e sviluppo tecnologico e alle Telecomunicazioni”, valendosi del rapporto di fiducia e amicizia con il presidente Jacques Delors. Il settore della ricerca, caratterizzato da importanti dotazioni di bilancio e da oltre 4400 addetti, era stato per la prima volta disciplinato dal Trattato con l’entrata in vigore dell’Atto unico europeo nel 1987. P. procedeva innanzitutto a una revisione degli atti legislativi di riferimento, “Programma quadro” e “Programmi specifici”, elaborando e conducendo all’approvazione del Consiglio dei ministri il “III Programma quadro 1990-1994”. Avviava nel contempo gli studi e le procedure per la preparazione del “Programma-quadro” successivo. Riportava inoltre la redazione dei programmi specifici, sino ad allora lasciata completamente all’iniziativa delle singole Direzioni, sotto la competenza del Commissario e l’autorità politica della Commissione, evitando così la prassi assai diffusa degli interventi a pioggia, favorendo il concentrarsi del sostegno comunitario su iniziative e progetti internazionali di rilievo, con ricadute sul sistema industriale, come nel caso delle cosiddette “tecnologie generiche”, compatibili con le regole della concorrenza. Nel quadro delle sue competenze, P. cercò la collaborazione internazionale, ristabilendo un rapporto di collaborazione positivo con gli Stati Uniti, stabilendo un rapporto personale efficace con Alan Bromley, responsabile della ricerca nell’amministrazione Bush, aprendo la partecipazione dell’Unione europea a grandi programmi di ricerca americani, come quello sul genoma umano, e rendendo regolari le riunioni dei ministri della Ricerca del G7, che dopo il crollo dell’Unione Sovietica, con l’appoggio della Carnegie Foundation rese possibile varare un primo programma di sostegno a ricercatori russi. P. avviava anche un’iniziativa europea a sostegno delle istituzioni scientifiche dei paesi dell’Est, con primi contatti con i rispettivi governi, per cui si avvalse della consulenza dell’Istituto di Scienze Umane di Vienna ed ebbe la fattiva collaborazione del vicecancelliere austriaco Erhard Busek.

Nel settore delle Telecomunicazione la competenza di P., distinta da quella del commissario alla Concorrenza (v. anche Politica europea di concorrenza), riguardava lo sviluppo delle tecnologie, al supporto delle industrie attraverso programmi di ricerca, alla disponibilità di un foro autorevole di consultazione in materia di nuovi e più avanzati strumenti di trasmissione, e fu gestita con risultati utili in un momento di profonde trasformazioni, soprattutto nel settore televisivo (v. anche Politica europea delle telecomunicazioni). Fu inoltre strettamente associato da Delors nel progetto, che ebbe una non trascurabile valenza politica, da quest’ultimo particolarmente patrocinato, dei “Carrefours de la science et de la culture”, che vide numerose iniziative nelle sedi universitarie da Oxford a Saragozza, da Poznan e Bologna e a Coimbra.

Nel gennaio del 1993, terminato il mandato di commissario europeo, P. partecipava con impegno, durante la segreteria Martinazzoli, al passaggio dalla Democrazia cristiana al Partito popolare, per ritirarsi definitivamente dalla vita politica nel 1994.

Piero Craveri (2012)




Paolo VI

Montini (Concesio, Brescia 1897-Castel Gandolfo 1978), proveniente da una famiglia cattolica della borghesia bresciana (il padre, Giorgio, era direttore del giornale cattolico “Il Cittadino di Brescia” e deputato del Partito popolare di don Luigi Sturzo) studiò presso il collegio Arici, gestito dai padri gesuiti. Influenzato dalle iniziative dei padri filippini dell’Oratorio della Pace, manifestò una forte inclinazione per la vita religiosa e fu ordinato sacerdote nel 1920. Trasferitosi a Roma, fu allievo del Collegio lombardo e si laureò in utroque iure nella facoltà giuridica del seminario di Milano (1922). Nel 1921 entrato entrò nell’Accademia dei nobili ecclesiastici, l’istituto per la preparazione dei diplomatici della Santa Sede. Nel 1923 trascorse qualche mese alla nunziatura di Varsavia, per poi entrare, dal 1° ottobre 1924, alla Segreteria di Stato vaticana, promosso a minutante dal 9 aprile 1925. Nello stesso tempo fu nominato assistente ecclesiastico della Federazione universitari cattolici italiani (FUCI). In tale ruolo fece conoscere agli universitari cattolici il pensiero di Jacques Maritain, traducendo in italiano Tre riformatori (1928) e scrivendo sulle riviste dell’associazione, “Azione Fucina” e “Studium”. Conobbe allora e divenne amico di molti studenti che nel dopoguerra avrebbero assunto rilevanti cariche istituzionali o di partito. Tra il 1937 e il 1954 fu sostituto segretario di Stato, dividendo il ruolo con Domenico Tardini e acquisendo una esperienza diplomatica straordinaria. Fu in questa fase che maturò le sue convinzioni europeiste, collaborando strettamente con Pio XI e soprattutto con Pio XII.

Nel corso della Seconda guerra mondiale M. si occupò del servizio di informazione del Vaticano, istituito per mettere in contatto i prigionieri di guerra, i profughi, gli internati civili, i dispersi, con le loro famiglie. Questa esperienza gli fece ancor meglio comprendere il dramma della guerra e il valore della pace. M. era però convinto che non bastasse la cessazione delle ostilità per ritrovare la vera pace. Questa si sarebbe raggiunta solo se si fossero superati gli odi reciproci, i risentimenti lasciati dalle vicende belliche specialmente in Europa. Ebbe a questo proposito significative divergenze d’opinioni con Jacques Maritain, dal 1945 al 1948 ambasciatore francese presso la Santa Sede, che avrebbe voluto la condanna del popolo tedesco come corresponsabile della guerra e lo smembramento della Germania. M., al contrario, riteneva che la Germania non dovesse essere punita, ma aiutata a risollevarsi e a darsi un regime politico compiutamente democratico. Era essenziale che gli Stati democratici dell’Europa occidentale, alleati degli Stati Uniti d’America nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) (1949), superassero gli antichi contrasti e trovassero una via comune per risollevarsi.

Amico personale del presidente del consiglio italiano, Alcide De Gasperi, M. condivise con lui la passione per la politica europeistica, seguendo con simpatia lo sforzo dei democratici cristiani europei in favore dell’unificazione del continente. In questa prospettiva intese il Piano Schuman come lo strumento adatto per permettere il riavvicinamento franco tedesco ed eliminare una delle principali cause di conflitto in Europa. Vide quindi con estremo favore l’adesione dell’Italia alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e il costituirsi della “piccola” Europa dei Sei, una Europa, per di più, prevalentemente cattolica.

M. era convinto che solo una soluzione cristiana e federalista avrebbe potuto garantire la pace e mettere a tacere i sempre pericolosi nazionalismi (v. Federalismo). Fu anche favorevole alla Comunità europea di difesa (CED), per i suoi risvolti federalisti, ma anche per una considerazione realistica della situazione politica internazionale del tempo. Benché l’Europa fosse per M. soprattutto un problema di ordine spirituale, egli comprendeva l’importanza del costituirsi di un blocco di nazioni in grado di opporsi, anche militarmente, al paventato espansionismo sovietico. Di fronte al rischio della mancata ratifica della CED, soprattutto in Francia, prese quindi posizione contro le visioni ristrette di un “nazionalismo sciovinista”, nettamente in contrasto con l’apertura alla comunità mondiale auspicata dagli ultimi papi. Egli fu di conseguenza profondamente deluso dal fallimento della CED, sia perché ciò rischiava di allontanare nel tempo la realizzazione di una federazione europea, sia perché l’Europa si trovava esposta indifesa di fronte alle minacce sovietiche.

Pochi mesi dopo la caduta della CED M. fu nominato arcivescovo di Milano (1° novembre 1954). Nella sua decennale permanenza a capo della diocesi ambrosiana ebbe spesso occasione di parlare dell’Europa, individuando una linea di sviluppo storico che partiva dalla res publica christiana, ma che perdeva vigore con la rottura dell’unità religiosa nel Cinquecento e con lo sviluppo degli Stati nazionali e del nazionalismo nell’Ottocento. E proprio il nazionalismo aveva condotto al dramma delle due guerre mondiali. Tuttavia, diceva M., non bisognava guardare al lontano passato con nostalgia, ma trarne degli insegnamenti per l’avvenire. L’Europa aveva bisogno di un’anima sola per prosperare e vivere in una pace sicura. Solo la religione cristiana, col suo spirito universale, poteva contribuire a superare i nazionalismi distruttivi e dare la necessaria anima all’Europa. I cattolici dovevano dunque operare per la pace, la fraternità, l’unità.

M. seppe quindi ben apprezzare l’importanza dei Trattati di Roma (1957) che avevano dato vita alla Comunità economica europea (CEE) e alla Comunità europea per l’energia atomica (CEEA). L’intensificarsi dei rapporti commerciali che queste nuove istituzioni avrebbero permesso avrebbe infatti condotto a contatti più frequenti tra popoli diversi, facilitando la reciproca comprensione. Inoltre, un’Europa più prospera sarebbe stata anche un’Europa più pacifica, un’Europa che non avrebbe più dovuto ricorrere alle guerre come nel passato. Il 23 giugno 1959, celebrando a Magenta una messa in suffragio dei morti nella guerra del 1859 di fronte ai Presidenti della Repubblica italiana e francese, Giovanni Gronchi e Charles de Gaulle, M. auspicò che la guerra non dovesse più essere una “necessità” e sottolineò l’importanza dei valori cristiani, in particolare dell’amore fraterno, per la costruzione dell’Europa unita. Le parole di M. commossero il generale de Gaulle, che con un gesto poco protocollare, tra lo stupore degli astanti, si avvicinò al celebrante sull’altare e gli strinse la mano, dicendo: «Ciò che ha detto sarà fatto».

Il tema della guerra e della pace, associato all’Europa e alle sue future prospettive, fu ripreso spesso dall’arcivescovo di Milano. Solo la pace avrebbe permesso un periodo di prosperità, in cui tutti avrebbero lavorato per il benessere di tutti, senza più odi, senza più rivalità, senza più guerre. Impegnato nella preparazione del Concilio Vaticano II, M. contribuì anche all’apertura della Chiesa cattolica al dialogo e, indirettamente, a favorire un più costante e proficuo rapporto tra paesi e concezioni diverse.

Nel giugno del 1963 M. succedette nel pontificato, col nome di Paolo VI, a Giovanni XXIII, che lo aveva creato cardinale nel 1958. Nel corso del suo pontificato riprese e ampliò le sue concezioni sull’Europa. Pochi mesi dopo la sua elezione, ricevendo a Roma i partecipanti alla Conferenza del Movimento europeo (9 novembre 1963), esclamò: «Anche noi siamo per l’Europa unita!» (v. Conte, 1978, p. 151). Doveva essere un’Europa caratterizzata dalla fraternità e dalla carità universale, che non fosse la “fortezza Europa”, ma un’Europa aperta all’aiuto verso gli altri continenti. Era, in un certo senso, l’applicazione all’Europa della sua concezione della Chiesa cattolica, aperta al mondo, sia nei confronti del mondo comunista, che nei confronti dei paesi in via di sviluppo, in dialogo coi diversi, sia i diversi nel campo religioso che in quello ideologico o politico. Nella sua prima enciclica, Ecclesiam suam (6 agosto 1964) che conteneva, come da tradizione, il programma del pontificato, Paolo VI aveva infatti scritto: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere; la Chiesa si fa parola, si fa messaggio, si fa colloquio». Era, del resto, l’insegnamento del Concilio vaticano II, che Paolo VI portò a termine nel 1965.

Il 24 ottobre 1964 Paolo VI proclamò san Benedetto patrono principale dell’Europa tutta, dell’Europa da lui evangelizzata «con il libro e con l’aratro» e che andava «dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia» (v. Conte, 1978, p. 174). Non era ancora l’Europa dall’Atlantico agli Urali, cara al generale de Gaulle e al successore di Paolo VI, Karol Wojtyla (v. Giovanni Paolo II), ma si andava già al di là della divisione tra mondo occidentale e mondo comunista. Queste aperture facevano parte della Ostpolitik vaticana, affidata alle cure del cardinale Agostino Casaroli. Si ebbero in tal modo gli accordi col governo ungherese (15 settembre 1964), che permisero la nomina di alcuni vescovi, col governo cecoslovacco, che portarono alla liberazione del cardinale Josef Beran, con la Iugoslavia del maresciallo Tito, come pure con la Polonia e la Germania orientale. Vi furono molte critiche nei confronti di un pontefice che trattava coi regimi “anticristiani”, ma ciò permise, pur tra molte difficoltà, la sopravvivenza della Chiesa nei paesi comunisti.

Nel suo famoso discorso davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965, Paolo VI invitò a sostituire la guerra con la cooperazione, affermando con forza: «Mai più gli uni contro gli altri, mai più». Era un grido disperato, di fronte a vicende che mostravano invece come il ricorso alla guerra fosse ancora prassi normale. In quegli stessi giorni il pontefice aveva infatti incontrato il presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, al quale aveva espresso il desiderio di vedere la pace in Vietnam, senza ottenere ascolto. Nonostante queste disillusioni, Paolo VI non perse occasione di richiamare i governanti alla collaborazione. Ricevendo nel 1965 i partecipanti alla Conferenza parlamentare tra gli stati della Comunità europea e quelli africani a essa associati non mancò di invitare alla cooperazione attiva, senza fare troppi calcoli sul dare e l’avere. Compito della prospera Europa era quello di aiutare gli Stati africani senza aspettarsi nulla in cambio, come rimarcò anche nell’enciclica Populorum progressio (1967).

Se il tema dei paesi del Terzo mondo angosciava il papa, non meno preoccupato era per le sorti della costruzione europea. Di fronte alla crisi della “sedia vuota” continuò ad auspicare il superamento delle difficoltà, perché la costruzione dell’Europa equivaleva alla costruzione della pace. Nell’aprile del 1965, di fronte all’aggravarsi della crisi e alla prospettiva di rinviare a tempi migliori una unione più organica tra gli stati della CEE esclamò: «Che Dio non voglia!».

Rischiaratosi l’orizzonte europeo, il 10 novembre 1970 Paolo VI nominò un nunzio apostolico presso le Comunità europee e nel 1974 un inviato speciale, con funzione di osservatore permanente, presso il Consiglio d’Europa. In precedenza le relazioni tra la Santa Sede e la CEE erano state comunque assicurate dal nunzio apostolico presso il Belgio e il Lussemburgo. Tuttavia anche dopo la nomina di un nunzio specifico per le Comunità europee la carica fu ricoperta dallo stesso nunzio a Bruxelles, fino a quando, nel 1999, Giovanni Paolo II decise di separare le due cariche per dare maggiore importanza alla presenza della Santa Sede presso le Istituzioni comunitarie. Nel 1971 Paolo Vi istituì il Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE), che raggruppava i rappresentanti delle Conferenze episcopali di 17 paesi, sempre nell’ottica di una migliore conoscenza reciproca. Tra questi vi erano anche tre paesi dell’orbita comunista: Polonia, Ungheria e Iugoslavia.

Per favorire la circolazione delle idee europee, nel 1976 Paolo VI istituì anche il Servizio d’informazione pastorale europeo cattolico (SIPECA), che ebbe sede a Strasburgo e a Bruxelles. Compito specifico della nuova organizzazione era seguire i lavori delle istituzioni europee per informarne la Santa Sede e gli episcopati europei. All’interno del SIPECA si svolsero anche varie discussioni sull’opportunità di stabilire un legame diretto tra le Conferenze episcopali dei paesi CEE e le istituzioni europee, preparando la strada alla Commissione degli episcopati della Comunità Europea (COMECE), che Giovanni Paolo II avrebbe istituito nel 1980.

L’attenzione ai problemi dell’Europa fu all’origine di una decisione di Paolo VI assai controversa: la partecipazione a pieno titolo della Santa Sede alla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa di Helsinki, inaugurata il 3 luglio 1973. Nonostante il parere contrario del segretario di Stato, il cardinale Jean-Marie Villot, e ben consapevole degli aspetti problematici di un atto del genere, Paolo VI impose la sua volontà. Il papato aveva sì una missione universale, ma aveva la sua sede in Europa, ed era quindi strettamente legato alle vicende del vecchio continente. Egli era ben consapevole che partecipare alla Conferenza voleva dire riconoscere implicitamente la geografia politica dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale, accettare la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, cosa che la Santa Sede si era sempre rifiutata di fare, e dare fiato, certo involontariamente, alla propaganda dell’Unione Sovietica, il cui rispetto degli accordi era poi tutto da verificare. Ma Paolo VI vedeva anche i risvolti positivi dell’iniziativa. Sperava di riuscire a creare un tessuto di relazioni comune, al di là dei differenti sistemi politici ed economici. Sperava di ottenere il riconoscimento delle libertà fondamentali dell’uomo e tra queste, principalmente, la libertà religiosa, non solo per i credenti, ma per tutti gli uomini, nello spirito della dichiarazione conciliare Dignitatis humanae. L’impegno della Santa Sede su questo aspetto ebbe successo. Nell’Atto finale, firmato ad Helsinki il 1° agosto 1975 venne effettivamente riconosciuta «la libertà dell’individuo di professare e praticare, solo o in comune con altri, una religione o un credo agendo secondo i dettami della propria coscienza» (art. 7). Da questo momento in avanti gli appelli del papa per la libertà religiosa nei paesi comunisti dell’Est europeo avrebbero avuto non soltanto un fondamento morale, ma altresì una solida base giuridica.

Sofferente da tempo di una dolorosa artrosi e di disturbi circolatori, Paolo VI fu dolorosamente colpito dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, di cui era amico dai tempi della FUCI. L’episodio affrettò la sua fine, che venne nell’estate del 1978 nella villa papale di Castel Gandolfo.

Alfredo Canavero (2010)




Papandreu, Andreas

P. (Chios 1919-Atene 1996) era il primogenito di Sofia Mineiko, greca di origini polacche, e di Iorgos Papandreu, autorevole esponente delle correnti liberali, nominato in quello stesso anno governatore generale dell’Egeo. Dalla prima infanzia, l’itinerario biografico di P. fu profondamente condizionato dai riflessi della vita politica nazionale, a causa del ruolo rivestito dal padre sulla scena pubblica della Grecia. Figlio di un pope ortodosso, Iorgos P. era nato nel 1880 in un villaggio rurale del Peloponneso. Malgrado le modeste origini sociali, divenne stretto collaboratore del leader liberale Eleftherios Venizelos e si affermò come una personalità di spicco delle correnti repubblicane. Nel 1920 il ritorno al potere del partito monarchico costrinse la famiglia Papandreu a lasciare Chios per trasferirsi ad Atene, dove Andreas trascorse i primi anni di vita con la madre, poiché il padre, temendo per la sua stessa incolumità fisica, si recò in esilio volontario a Istanbul.

Gli anni di formazione del giovane P. coincisero con un’epoca particolarmente travagliata nella storia della Grecia contemporanea, segnata dalla nascita e dalla tormentata vita della Repubblica, a causa di numerosi colpi di Stato militari. Tornate al governo del paese, le correnti liberali guidate da Venizelos promossero significativi processi di modernizzazione economica e sociale. In questo periodo, agitato da violenti conflitti politici, ma animato anche da profonde trasformazioni della società greca, P. frequentò il Collegio americano di Atene, dove oltre che come studente modello, si distinse per un carattere esuberante e indisciplinato. Il passaggio all’università avvenne sullo sfondo di violenti cambiamenti sia nella vita pubblica della Grecia sia in quella della famiglia Papandreu Nel 1936 un colpo di Stato monarchico-reazionario pose fine alla Repubblica, instaurando il regime dittatoriale del generale Ioannis Metaxas. Arrestato dalla polizia politica metaxista, Iorgos P. fu inviato al confino nell’isola di Santorini, ma sui rapporti tra padre e figlio pesò anche il divorzio dei genitori e la decisione del padre di convolare a nozze con una giovane e nota attrice di teatro. Iscrittosi alla facoltà di Legge dell’Università di Atene, P. abbracciò le idee della sinistra trockijsta e gli ideali dell’Internazionalismo socialista. Assieme a Cornelius Castoriadis fondò il giornale “Xekinima”. Arrestato due volte con l’accusa di aver diffuso stampa sovversiva, subì maltrattamenti e torture in carcere. Nel 1939 decise di proseguire gli studi negli Stati Uniti.

Sbarcato oltreoceano si ammalò di tubercolosi, ma per ottenere la cittadinanza americana riuscì ad arruolarsi come volontario nella Marina statunitense, dove rimase per trenta mesi. Ripresi gli studi di economia e filosofia a Harvard, nel 1943 ottenne prima il dottorato e poi la libera docenza. Iniziò una brillante carriera accademica come professore associato nell’università del Minnesota (1947-50) e poi a Berkeley, in California, dove nel 1956 fu nominato capo del prestigioso dipartimento di Economia. Pubblicò autorevoli studi di economia, quali Competitions and its regulation (1954) e Economics as science (1958). Inoltre, si avvicinò alle fila del partito democratico sostenendo la candidatura di Adlai Stevenson contro Dwight Eisenhower nelle elezioni presidenziali del 1952. Nel 1961, dopo ventidue anni trascorsi negli USA, decise di tornare in Grecia per raccogliere l’invito del primo ministro Konstantinos Karamanlis, leader delle destre al governo del paese, di dirigere il neocostituito Centro di ricerca economica di Atene. L’impegno accademico rappresentò il trampolino di lancio per il debutto nella vita politica greca. Consulente della Banca nazionale di Grecia, nel 1962 con la pubblicazione di un autorevole saggio, intitolato A Strategy for Greek economic development, P. intervenne nel dibattito sui grandi problemi economici e sociali del paese. Nel 1963 divenne membro ufficiale dell’Unione di centro, la formazione politica fondata dal padre.

Oratore carismatico, P. si impose dagli esordi della sua carriera politica come una personalità magnetica, capace di stabilire un filo diretto con la massa dei suoi elettori. Eletto deputato nel 1964, a seguito della vittoria elettorale dell’Unione di centro, fu nominato ministro della Presidenza del Consiglio e poi ministro supplente per il Coordinamento dell’attività di governo, nell’esecutivo presieduto dal padre. Nel corso della legislatura di centro, il suo impegno fu volto a favorire la piena democratizzazione delle istituzioni e della società, in un paese in cui dopo la fine della guerra civile (1946-1949) il sistema politico interno era rimasto bloccato in un regime di democrazia limitata. Denunciò l’esistenza del parakratos, il “doppio Stato”, costituito dagli apparati del potere politico, collegati ai servizi segreti e agli ambienti militari che sfuggivano al controllo democratico del parlamento. In questo periodo maturò il progressivo distacco di P. dalle correnti moderate dell’Unione di centro, eredi della tradizione venizelista. Per un verso, egli sollecitò posizioni più coraggiose in tema di politiche sociali, e, per altro, sollevò il tema dei rapporti con gli Stati Uniti, secondo una linea politica sintetizzata nello slogan “alleati sì, satelliti no”. Nel 1964 il quotidiano “Eleutheria” (Libertà), vicino agli ambienti moderati dell’Unione di centro, lanciò violente accuse nei suoi confronti, alludendo a un suo coinvolgimento in scandali finanziari. Costretto ad abbandonare gli incarichi di governo, P. coagulò il consenso dei gruppi di centro-sinistra dentro l’Unione di Centro contrapponendo all’“equilibrio fisso” della Guerra fredda, ossia al principio di un’indiscussa fedeltà atlantica, l’equilibrio dinamico legato alle tre variabili di “sovranità popolare, indipendenza nazionale e progresso sociale”. Riottenuto l’incarico al ministero per le attività di Coordinamento, fu subito coinvolto in un nuovo e più grave scandalo politico, il cosiddetto caso Aspida (in greco “scudo”). La vicenda, mai completamente chiarita, ipotizzò la partecipazione di P. in un progetto golpista ordito da ufficiali vicini alle correnti politiche di centro-sinistra. La grave crisi politico-istituzionale che ne scaturì portò alle dimissioni di Iorgos P. dalla carica di primo ministro e alla scissione della corrente di centro-destra dall’Unione di centro. In un’atmosfera infuocata da mobilitazioni popolari e da gravi disordini (i cosiddetti “eventi di luglio” paralizzarono Atene per più di un mese), P. rivendicò la riforma dell’esercito e la fine dell’ingerenza straniera nella vita politica nazionale. Una violenta campagna stampa lo bollò alla stregua di un sovversivo filocomunista e nel febbraio 1967 la magistratura lo iscrisse tra gli imputati del processo Aspida. Ma il 21 aprile dello stesso anno il colpo di Stato dei colonnelli aprì un nuovo drammatico scenario nella vita politica della Grecia.

Arrestato nelle ore immediatamente successive al putsch militare, P. rimase in un carcere di massimo isolamento fino al dicembre 1968, quando, anche in seguito alle pressioni esercitate dall’establishment accademico americano e dal presidente Lyndon Johnson, fu rimesso in libertà con un provvedimento di grazia emanato dalla giunta militare. Un mese prima i funerali di Iorgos P. si erano trasformati in una manifestazione di resistenza popolare al regime dei Colonnelli: la folla, prima di essere dispersa dalla polizia, aveva invocato Andreas, considerato il leader naturale dell’opposizione democratica. Scelta la via dell’esilio politico, P. fondò il Movimento di resistenza panellenica (Panellinio apeleutherotiko kinima, PAK), con sede a Stoccolma e Toronto. Sulla scia delle suggestioni terzomondiste, impostò la resistenza al regime dei Colonnelli all’insegna di una “lotta antimperialistica dei paesi mediterranei”, teorizzando anche il ricorso alla lotta armata. L’opposizione alla dittatura militare fu chiaramente connotata nel senso di un sempre più spiccato antiatlantismo: l’abolizione del regime dei colonnelli e della monarchia avrebbe dovuto coincidere con l’uscita del paese dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e la fine dell’ingerenza degli Stati Uniti nella vita politica greca. Più controverso, invece, si rivelò il rapporto con l’Europa: da un lato, i vertici della Comunità economica europea (CEE) furono apertamente accusati di condurre, a seconda dei casi, una politica di colpevole indifferenza o di sostegno attivo nei confronti della giunta militare; dall’altro, il progetto di un socialismo democratico fu auspicato nella prospettiva di una futura integrazione della Grecia in Europa.

Nel luglio 1974, quando al crollo della giunta dei colonnelli seguì la formazione di un governo di unità nazionale presieduto da Konstantinos Karamanlis rientrato dall’esilio a Parigi, P. denunciò il cambiamento di regime politico alla stregua di un’operazione di facciata. Recatosi in Grecia solo a distanza di un mese dalla fine della dittatura, formulò l’orientamento politico che avrebbe mantenuto nella seconda metà degli anni Settanta, durante il periodo di transizione verso la democrazia, il quale intrecciava i motivi dell’antiamericanismo a quelli dell’antieuropeismo. Inesauribile inventore di slogan politici, coniò il celebre motto “CEE e NATO stesso sindacato”. Il nuovo partito, nato dalla fusione del PAK con il gruppo della Difesa democratica, fu rinominato Movimento socialista panellenico (Panellinio sosialistiko kinima, PASOK). Nel celebre discorso di fondazione del 3 settembre 1974, P. riprese le parole d’ordine della sovranità popolare e dell’indipendenza nazionale, collocandole nella nuova cornice della “degiuntificazione” del paese. Non mancarono accenti di spiccato populismo nazionalista, emersi soprattutto in occasione della crisi cipriota. Alle elezioni del 1974 il PASOK ottenne solo il 13,58% dei voti.

L’Europa fu uno dei due terreni privilegiati da P. nella costruzione di un’alternativa politica al governo di Konstantinos Karamanlis. L’altro fu rappresentato dalla democratizzazione interna del paese. Abbandonato il radicalismo delle origini, il PASOK si orientò su posizioni più concilianti, non rinnegando il processo di integrazione della Grecia nella CEE avviato con il trattato del 1961. Il problema non era più se entrare in Europa, ma a quali condizioni. Ritenendo che la Grecia, in quanto paese periferico, sarebbe stata condannata a uno sviluppo subordinato alle politiche economiche dei grandi, P. rivendicò per il proprio paese uno special agreement per una gestione autonoma del commercio internazionale dentro e fuori la CEE. Sancita la “via democratica al socialismo”, la connotazione populista del PASOK fu rafforzata dal “patto con il popolo” del 1981. Sull’onda di una rapida crescita elettorale (25% nel 1977, 48% nel 1981) la “veloce rotta verso il potere” culminò nella formazione del primo governo di orientamento socialista nella storia della Grecia. La trasformazione del PASOK da partito di opposizione a partito di governo fu compiuta all’insegna di una gestione verticistica del confronto politico interno all’organizzazione, i cui metodi comportarono l’espulsione della metà dei membri del gruppo dirigente originario.

Primo ministro dal 1981 al 1985, P. inaugurò una stagione di importanti riforme, varando, in assenza di un preesistente sistema di welfare, le prime misure per un sistema sanitario pubblico, la riforma della pubblica istruzione, l’istituzione di nuove facoltà universitarie, la legalizzazione del diritto di sciopero. Promosse il decentramento; la parità dei diritti tra uomo e donna e la riforma del diritto di famiglia; il riconoscimento pubblico del contributo dato dal movimento della Resistenza antifascista alla liberazione del paese dalle forze di occupazione dell’Asse negli anni 1941-1944. In politica estera, con una sensibile attenuazione dell’antiamericanismo e dell’antieuropeismo delle origini, il governo P. giunse a un accordo di compromesso per la permanenza delle basi NATO in territorio greco. Nel 1982 ratificò il trattato (v. anche Trattati) per l’ingresso definitivo della Grecia nella CEE e, con i Programmi integrati mediterranei, favorì l’ingresso in Europa della Spagna e del Portogallo. In risposta alla politica dello “scudo stellare” promossa dal presidente Ronald Reagan, P. si fece interprete di una politica di distensione internazionale, proponendo di trasformare i Balcani e la Scandinavia in una zona denuclearizzata e assumendo, assieme ai capi di Stato dei paesi non-allineati, la cosiddetta “iniziativa dei Sei” per il disarmo. Nel 1983 siglò un accordo decennale di mutua collaborazione con l’Urss.

Nel 1985, forte di un consenso elettorale del 46%, P. fu rieletto primo ministro. La seconda legislazione socialista si aprì all’insegna della crisi economica, acuita dall’aumento della spesa pubblica nei quattro anni precedenti, ma dal punto di vista dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) ratificò il definitivo consolidamento delle relazioni tra Atene e Bruxelles. Il PASOK rivendicò il merito di aver portato la Grecia in Europa, presentando il bilancio dei vantaggi ottenuti dal paese dopo l’ingresso nella CEE nel 1982, mentre lo stesso P. auspicò una riforma in senso federale dell’Unione europea (UE) (v. anche Federalismo). Nel 1988 il premier greco, su pressione del Consiglio d’Europa, approvò il pacchetto Delors (v. Delors, Jacques) per il risanamento dell’economia ellenica. Ma in quello stesso anno, un’ondata di scandali finanziari travolse il governo socialista, mentre una grave malattia costrinse P. a prolungate assenze dagli incarichi pubblici. Ricoverato d’urgenza negli USA per un delicato intervento al cuore, egli fece ritorno in Grecia con la nuova compagna, la hostess Dimitra Liani, che conquistò un ruolo di primo piano sulla scena pubblica e fu nominata capo dell’ufficio politico di P. Quest’ultimo, malgrado i gravi problemi di salute, riuscì a risollevarsi dalle accuse di illeciti finanziari che lo avevano colpito personalmente assieme a numerosi altri esponenti del PASOK.

Dopo la crisi di governo e le tre tornate elettorali susseguitesi nel 1989, il nuovo governo di centrodestra, guidato dalla Nuova democrazia, ottenne il voto favorevole del parlamento per l’autorizzazione a procedere nei confronti di P., grazie all’appoggio decisivo offerto dall’estrema sinistra. Ma nel 1993, assolto dalle accuse di corruzione e di intercettazioni telefoniche illegali, P. fu nominato per la terza volta capo del governo. Gli ultimi anni della sua carriera politica offrirono un’ennesima combinazione tra radicalismo e moderazione. Nel primo semestre del 1994 la Grecia assunse la Presidenza dell’Unione europea, ultimando le procedure d’ingresso di Austria, Finlandia, Norvegia e Svezia, mentre la visita ufficiale di P. a Washington smorzò gli ultimi residui di antiamericanismo. In quello stesso periodo, però, l’embargo economico deciso da Atene nei confronti della neocostituita Repubblica di Skopje aprì profondi dissidi tra il governo greco e l’Europa, attenuati solo nel 1995 con la decisione da parte della Grecia di condizionare l’approvazione degli accordi doganali tra la UE e la Turchia all’avvio delle procedure per l’ingresso di Cipro in Europa. P. tentò di conservare le redini del partito nonostante i numerosi ricoveri ospedalieri, accettando di dimettersi per motivi di salute solo il 17 gennaio 1996.

Konstantinos Kornetis (2010)




Parri, Ferruccio

Dopo aver compiuto gli studi liceali a Casale Monferrato, P. (Pinerolo, Torino 1890-Roma 1981) si iscrisse nel 1908 alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino, per avviarsi, al termine degli anni di studio, alla carriera di professore di scuola media. Con l’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale, P. fu richiamato nell’esercito. Stanziato presso l’ottantanovesimo battaglione di fanteria, prestò servizio al fronte come comandante di reparti guastatori. Nell’ultima fase della guerra, fu impiegato al Comando supremo. Lasciò il servizio militare nel giugno 1919, avendo raggiunto il grado di maggiore e guadagnato tre medaglie d’argento al valore.

Nel dopoguerra, P. si interessò della tutela degli ex soldati, prestando servizio presso l’Organizzazione nazionale dei combattenti. Partecipò alla battaglia politica per il rinnovamento nazionale propugnata dal gruppo di giovani riuniti attorno alla rivista “Volontà”, diretta da Vincenzo Torraca. All’inizio del 1922, si trasferì a Milano (insieme a Ester Verrua, divenuta sua moglie), dove entrò nella redazione del “Corriere della Sera” di Luigi Albertini. Nel 1923-24 P. partecipò attivamente alla lotta contro Mussolini a fianco del gruppo fiorentino del “Non mollare” (Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e Carlo Rosselli) e dei gruppi di Rivoluzione liberale fondati da Piero Gobetti. Nel giugno 1924 P. dette vita insieme a Riccardo Bauer al foglio antifascista “Il Caffè”. Con la promulgazione delle “leggi fascistissime”, l’attività di P. si orientò verso l’organizzazione degli espatri delle personalità politiche minacciate dal regime. L’espatrio di Filippo Turati in Francia costò a P. e a Carlo Rosselli l’arresto. Nel settembre 1927 i due cercarono di scuotere l’opinione pubblica italiana e internazionale dalle aule del tribunale di Savona, accusando il regime di Mussolini di rappresentare una sorta di “bolscevismo di Stato”. Seguì per entrambi un periodo di carcerazione e di confino tra Ustica e Lipari, conclusosi per P. alla fine del 1932, quando Mussolini concesse un’amnistia in occasione del decennale della marcia su Roma.

Nel corso degli anni Trenta, P. visse a Milano. Si impiegò nell’Ufficio studi della Edison e collaborò al “Giornale degli economisti” diretto dall’amico Giorgio Mortara. P. continuò a tessere le fila di gruppi antifascisti e nel giugno del 1942 fu uno dei fondatori (insieme a Ugo La Malfa, Adolfo Tino e molti altri) del Partito d’azione. All’indomani dell’8 settembre 1943, P. fu incaricato dal Comitato di liberazione nazionale (CLN) di guidare il nascente comando militare in vista della lotta contro l’occupazione tedesca. Le vicende alterne della Resistenza italiana lo portarono ad assumere l’incarico di vicecomandante del Corpo volontari della libertà, al cui vertice fu collocato il generale Raffaele Cadorna. Le origini dell’europeismo di P., convinto assertore del carattere europeo della Resistenza, debbono essere collocate in questo periodo, quando egli venne a contatto col nascente Movimento federalista europeo (MFE), la cui prima organizzazione, risalente all’agosto del 1943, prese impulso dalle idee di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli.

Il prestigio di P. presso l’opinione pubblica dell’Italia liberata si tradusse nel giugno 1945 nell’incarico di primo presidente del Consiglio nominato dopo la Liberazione. Il mancato consolidamento del governo, la cui esperienza si concluse nel novembre dello stesso anno, fu il preludio dell’uscita dal Partito d’azione nel febbraio del 1946. P. partecipò dunque ai lavori dell’Assemblea costituente nelle fila del Partito repubblicano, al quale aveva aderito dopo le elezioni del 2 giugno 1946. Se nel 1942 era stato ancora dubbioso circa le proposte contenute nel Manifesto di Ventotene, P. si avvicinò progressivamente alle posizioni di Spinelli, dedicandosi a partire dal 1946 alla costruzione dell’unità europea. Nel giugno 1946 firmò il questionario sull’unione europea redatto da Richard Coudenhove-Kalergi, il quale cercava di costituire un gruppo di pressione che operasse all’interno dei parlamenti nazionali a favore della federazione europea (v. anche Federalismo). Oramai molto vicino alle posizioni del MFE, P. aderì all’Unione europea dei federalisti (UEF), condividendo le risoluzioni del congresso di Montreaux (27-31 agosto 1947) che aveva stabilito di «cominciare ad occidente». Si trattava cioè di adottare la premessa secondo cui, nella fase storica della Guerra fredda, la federazione europea potesse nascere soltanto in chiave antisovietica quale frutto di una forte interazione euro-americana. Il crescente impegno europeistico di P. è testimoniato dalla sua partecipazione come oratore all’incontro pubblico sulla federazione europea che Ernesto Rossi organizzò al teatro Eliseo di Roma nell’ottobre 1947 nel corso del quale intervennero anche Piero Calamandrei, Luigi Einaudi, Ignazio Silone e Gaetano Salvemini.

P. entrò a far parte dell’Unione parlamentare europea (UPE), partecipando nel settembre del 1947 al congresso di Gstaad e, nel settembre 1948, in posizione di primo piano, a quello d’Interlaken. Sotto la sua guida, la delegazione italiana mostrò di essere la più compattamente federalista, entrando in conflitto con la maggioranza la quale, invece di battersi per la convocazione di una costituente europea, intendeva rivolgersi ai governi che avevano aderito al Patto di Bruxelles affinché fossero loro a prendere l’iniziativa per l’avanzamento dell’unificazione europea. All’indomani del voto del 18 aprile 1948, P. fu nominato senatore di diritto nel Parlamento della prima legislatura (1948-1953). In questi anni, P. si impegnò in un’attività multiforme, dalla assistenza dei partigiani e delle vittime di guerra all’organizzazione della ricerca storica sulla Resistenza, dalla promozione di studi economici alle iniziative di carattere europeista. Convinto che fosse necessario da un lato arginare il dilagare del comunismo sul modello sovietico, dall’altro impedire la prospettiva della restaurazione di regimi di stampo nazionalista e fascista, approvò tra 1947 e 1949 le scelte internazionali dei governi presieduti da Alcide De Gasperi, considerandole – dall’adesione al Piano Marshall alla partecipazione al Patto atlantico – contributi fondamentali per la costruzione dell’Europa.

All’inizio della nuova legislatura, P. divenne presidente del gruppo parlamentare italiano per l’Unione europea al Senato. Presieduto alla Camera da Enzo Giacchero, questo gruppo agì in consonanza con le tesi del MFE, arrecando alle sedi istituzionali una maggiore sensibilità federalista che fino ad allora era stata prerogativa soltanto dei movimenti. Tra le diverse iniziative, si deve qui ricordare l’ordine del giorno del 27 marzo 1949 in cui P. definì il Patto atlantico un contributo essenziale alla nascita della federazione europea. P. fu anche membro del Consiglio italiano del Movimento europeo (CIME), entrando a far parte anche del suo esecutivo. Probabilmente, in modo analogo a Spinelli, l’intento di P. fu di disturbare dall’interno il radicamento di una esperienza che andava in una direzione assai diversa dalla convocazione della costituente europea, obbiettivo dichiarato del MFE. Il Movimento europeo (ME) diretto da Winston Churchill ebbe un ruolo importante nel mettere in moto il processo che portò nel maggio 1949 alla nascita del Consiglio d’Europa, un’istituzione che difficilmente poteva essere collocata sulla traccia del federalismo. P. fu membro dell’Assemblea consultiva prevista dallo statuto del Consiglio d’Europa. Insieme ad altri delegati, prevalentemente italiani, diede battaglia per la modifica dello statuto nel senso di avviare la trasformazione dell’assemblea consultiva in una costituente vera e propria. Nel 1950 partecipò attivamente alla campagna in favore di un “patto federale europeo” che aveva il fine di portare il numero più largo possibile di parlamentari europei su posizioni favorevoli alla convocazione della costituente. Il 10 ottobre 1951 P. e Giacchero, in qualità di presidenti del gruppo parlamentare italiano per l’Unione europea, presentarono ai due rami del Parlamento italiano un ordine del giorno con cui si invitava il governo a farsi promotore della costruzione di una effettiva autorità politica europea. Questa risoluzione cadde nel momento in cui andava prendendo forma il progetto degasperiano di sviluppare tale autorità a partire dalle implicazioni di carattere politico e finanziario contenute nel progetto di Comunità europea di difesa (CED).

P. aveva apprezzato la nascita della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (CECA), considerando il Piano Schuman un punto di svolta nel processo di costruzione europea. Anche il progetto di un esercito comune gli apparve in un primo momento un passo concreto in direzione della costituzione di uno Stato sovranazionale. Tuttavia, egli non seguì Spinelli per questa via, finendo anzi per diventare un avversario della CED e quindi per allontanarsi dal MFE. Ciò avvenne in corrispondenza della rottura che P. maturò in politica interna in occasione del dibattito sulla nuova legge elettorale maggioritaria del 1953. Egli giudicò che questo progetto, avanzato dal governo De Gasperi, e passato alla storia come “legge truffa”, rappresentasse la premessa di una svolta autoritaria nella vita politica italiana. Abbandonò pertanto il PRI, dando vita ad una formazione di disturbo, Unità popolare, con l’obbiettivo di impedire che il meccanismo previsto dalla legge scattasse. A partire da questo quadro nazionale, la CED gli apparve sempre più alla stregua di uno strumento nelle mani dei conservatori americani e europei occidentali, i quali puntavano le loro carte sull’aumento della tensione internazionale non già per promuovere la costruzione di una federazione europea, ma piuttosto per consolidare la stabilizzazione in senso conservatore dei regimi interni. Ormai in contrasto con la strategia di Spinelli, P. lasciò il MFE, configurando sempre di più il suo europeismo come progetto di rottura dell’egemonia statunitense. Nel 1959, a dieci anni dalla firma del Patto atlantico, P. giudicò l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) uno strumento di potenza nelle mani degli USA.

In seguito alle vicende internazionali del 1956 – le rivelazioni del XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e la repressione della rivoluzione ungherese –, P. si avvicinò ai socialisti che stavano intraprendendo un processo di autonomia dal Partito comunista italiano (PCI). Nel 1963 fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica, Antonio Segni. Nello stesso anno, fondò insieme a Ernesto Rossi la rivista “L’Astrolabio” e il Movimento Gaetano Salvemini. Queste esperienze caratterizzarono l’ultima fase della sua vita, assieme alla Sinistra indipendente, il gruppo parlamentare che P. fondò nel 1967. A partire dall’inizio degli anni Settanta, i problemi di salute imposero l’abbandono di una parte delle sue attività, tra cui anche quella di membro del Parlamento europeo, del quale faceva parte dal 1963.

Luca Polese Remaggi (2010)




Patten, Chris

P. (Cleveleys 1944) fu attivo nel Partito conservatore dal 1966 al 1979, compreso un periodo come consigliere nel governo di Edward Heath (1970-74). All’epoca del referendum del 1975 sull’adesione britannica al Mercato comune collaborò con il nuovo leader conservatore Margaret Thatcher, la quale, come P. ricorda nelle sue memorie, «pronunciò dei validi discorsi europeisti, che aiutai a preparare».

Nel 1979 divenne membro del parlamento britannico e nel 1989 fu promosso al gabinetto. Nei primi anni del governo di John Major si affermò come personaggio molto influente, diventando presidente del partito dal 1990 al 1992. In questo periodo contribuì a ristabilire un rapporto normale con i partner europei. Negoziò in Europa l’adesione del Partito conservatore al gruppo parlamentare di centrodestra. Fu nello stesso periodo che il governo Major negoziò il Trattato di Maastricht nel 1991, in quella che P. ebbe a definire «un’esemplare combinazione di leadership di partito e di diplomazia europea». Fu soltanto successivamente che affiorarono profonde divisioni nel Partito conservatore tra l’ala a favore di Maastricht e quella euroscettica che temeva le implicazioni del Trattato in direzione di una unione “più stretta” (v. Euroscetticismo). Dopo la perdita del seggio al Parlamento britannico alle elezioni politiche del 1992, P. divenne governatore di Hong Kong. Fu in questo periodo che sovrintese alla cessione del territorio dal Regno Unito alla Cina (nel 1997.

In qualità di Commissario europeo dal 1999 al 2004, fu responsabile delle relazioni esterne dell’Unione europea (UE). P. ricoprì tale carica in un momento turbolento nella scena mondiale, con gli attacchi terroristici del 2001 in America e le conseguenti guerre in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003) nonché la continua instabilità in molte regioni del mondo, soprattutto nel Medio Oriente. A quel tempo, l’UE procedeva con l’Allargamento, accogliendo nel 2004 dieci nuovi Stati, di cui otto appartenenti all’Europa orientale che avevano avuto fino a non molto tempo prima un regime comunista. P. aveva sempre sostenuto questo passo, ritenendolo un’unione storica tra l’Europa orientale e occidentale.

P. è sempre stato definito un accanito europeista, suscitando in gran parte l’irritazione dei colleghi più euroscettici del Partito conservatore. Si è spesso pronunciato sulla necessità che l’UE si occupasse dell’Europa e ne approfondisse l’integrazione. Ha sempre sostenuto l’adesione turca all’Unione, considerandola «un’opportunità per dare all’UE un nuovo dinamismo e un nuovo scopo».

Attualmente riveste la carica di cancelliere dell’Università di Oxford, mantenendo allo stesso tempo un costante interesse verso i problemi della politica e delle tematiche europee.

Zaki Cooper (2009)




Pella, Giuseppe

P. diviene presidente del Consiglio nell’agosto 1953, allorché succede all’ultimo governo di Alcide De Gasperi. Nell’estate del 1953 De Gasperi era stato in grande difficoltà e aveva puntato su una riforma elettorale maggioritaria che, con il rafforzamento dell’esecutivo, gli avrebbe consentito il perseguimento della politica centrista con margini parlamentari sufficientemente ampi. P. era nato a Valdengo (Biella) il 18 aprile 1902, era stato imprenditore, aveva esperienza di problemi economici, aveva retto vari ministeri (Finanze, Tesoro e Bilancio), nei governi presieduti da De Gasperi. Protagonista della politica economica, sviluppa la linea inaugurata da Luigi Einaudi di risanamento del bilancio e di lotta all’inflazione, ma con prevalenti finalità di ordine sociale. In quegli anni egli non mostra una particolare sensibilità europea, come rivelano ad esempio le sue eccessive preoccupazioni per le possibili ricadute negative sul bilancio statale delle prime Comunità europee. Per stile politico e tradizione regionale aveva verso il proprio partito l’atteggiamento di un notabile giolittiano. Allorché diviene presidente del Consiglio, la Democrazia cristiana è ancora disorientata dai cattivi risultati elettorali del giugno che hanno impedito la conquista del premio di maggioranza. P. costituisce un ministero monocolore, ma invita a farne parte alcuni tecnici.

La crisi dell’estate 1953 appare subito molto grave e in essa un posto non secondario è occupato dalla ratifica del Trattato sulla Comunità europea di difesa (CED). Questa coincide, peraltro, con l’acutizzarsi del problema di Trieste, da anni tra le priorità della politica estera italiana, anche nel quadro della revisione del Trattato di pace. È in gioco anche la riforma dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e l’Italia coglie l’occasione per chiedere, di fatto, la revisione di alcune clausole del Trattato. La linea di demarcazione proposta dal governo italiano, orientata su quella di Woodrow Wilson del 1919, viene bene accolta, ma i confini prescelti non tengono conto del solo criterio etnico e si piegano anche a considerazioni di carattere politico.

Lo status del Territorio libero, Trieste e l’area circostante, era stato definito soltanto in via provvisoria alla fine delle ostilità, e alla vigilia delle elezioni del ’48 le tre potenze vincitrici occidentali avevano dichiarato la loro disponibilità perché diventasse territorio italiano a tutti gli effetti. Ma il governo iugoslavo, presieduto da Tito, si oppose risolutamente, sostenendo la tesi di Trieste città libera e internazionalizzata, arrivando a minacciare l’uso della forza.

P. è al governo da quindici giorni quando una agenzia iugoslava annuncia l’annessione della Zona B da parte di Tito. P. si sente incoraggiato a mostrarsi determinato da una sottile propaganda che tende a contrapporre De Gasperi, incline al compromesso, al nuovo presidente, del quale si sottolineano l’età, la fermezza e il senso della dignità nazionale, senza indulgenze verso un internazionalismo che rischia di far dimenticare le ragioni della patria (G. Andreotti, De Gasperi visto da vicino, Rizzoli, Milano 1986, p. 264-275).

P. non è ben visto dai quadri direttivi democristiani, che lo hanno accettato solo per un ordine impartito da De Gasperi. Al momento di lasciare De Gasperi, che intende dedicarsi alla campagna europeista, aveva raccomandato a P., alla riapertura delle Camere, di porre all’ordine del giorno il Trattato CED. È turbato, alla ripresa dei lavori parlamentari, dal silenzio di P. sull’argomento. Un voto favorevole dell’Italia, secondo De Gasperi, può essere l’ancora di salvataggio di un trattato pericolante e può essere colto come un segnale di continuità della politica estera, quanto mai opportuno sotto tutti i profili. La figlia di De Gasperi, Romana, ricorda nei mesi e nei giorni che precedettero il fallimento della CED le frequenti telefonate del padre ai leader della Democrazia cristiana: «le lacrime scendevano senza vergogna sul volto ormai vecchio, mentre gridava al telefono al presidente del Consiglio: meglio morire che non fare la CED». (M.R. De Gasperi, De Gasperi, Mondadori, Milano 2004, p. 322) Secondo De Gasperi l’Italia ha un interesse persino superiore a quello della Germania per un esercito europeo perché, quale che sia la forma finale di quest’ultimo, quello che rimarrà sarà comunque il riarmo tedesco. Ed è ciò che importa di più a Bonn, sia per i suoi rapporti con l’America che per la riunificazione del paese.

La questione è complicata dalla circostanza che dopo la rottura fra Belgrado e Mosca gli occidentali, e gli americani in particolare, sono fortemente interessati ad accentuare tale spaccatura, simpatizzando con Tito e arrivando a sostenere militarmente la stessa Jugoslavia in funzione antisovietica. Così nel luglio, alla vigilia dell’insediamento del governo P., il Pentagono aveva invitato a Washington una delegazione di ufficiali jugoslavi, dandone pubblica comunicazione. Gli italiani sono sconcertati per un tale atteggiamento che dal punto di vista strategico arriva quasi a considerare la Iugoslavia un membro della NATO. D’altra parte al governo di Roma sembra legittimo disporre di una forza nazionale in grado di reagire in una situazione nella quale non può contare sul sostegno della NATO e di un esercito europeo integrato. Da questo punto di vista è comprensibile che la ratifica della CED possa essere momentaneamente sospesa senza essere messa in discussione in linea di principio. Da parte italiana si parla di oggettiva interdipendenza e non di strumentalizzazione. Nell’ottobre 1953 il ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani incontra il segretario di Stato tedesco Walter Hallstein, al quale assicura che l’Italia non intende affatto condizionare l’approvazione del Trattato CED alla soluzione di Trieste. A Bonn sembra infatti che P. non segua linearmente come De Gasperi la politica dell’unità europea. Da destra i partiti spingono inoltre al ricatto e riaffiora il sospetto della scarsa affidabilità italiana, come informa da Roma l’ambasciatore tedesco Heinrich von Brentano.

In Campidoglio, il 13 settembre 1953, P. propone un plebiscito nelle due zone del Territorio libero. È il momento in cui gli americani premono maggiormente per la creazione della CED, vale a dire la congiuntura più adatta, secondo P., per recuperare il peso determinante che il paese aveva visto ridimensionato dal dissidio tra Tito e Stalin; dissidio che forse Tito non avrebbe osato spingere fino in fondo se la vittoria democristiana del 18 aprile 1948 non lo avesse, in qualche modo, rassicurato alle spalle. L’Italia, dichiara P., avrebbe ratificato il Trattato della CED se gli alleati gli avessero restituito le due zone del Territorio libero; questa posizione viene aspramente criticata da Altiero Spinelli, che nel suo Diario annota che l’Italia è ormai diventata il fanalino di coda nel processo d’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). (A. Spinelli, Diario europeo 1948-1969, il Mulino, Bologna 1989, p. 188). L’8 ottobre gli inglesi e gli americani annunciano che sono pronti a ritirarsi dalla zona A per cederne l’amministrazione al governo italiano. Londra e Washington confermano l’offerta fatta congiuntamente nel 1948, ma il 12 ottobre Tito fa sapere che l’ingresso delle truppe italiane a Trieste sarebbe considerato un atto di aggressione. Vi sono manifestazioni sia a Trieste che a Belgrado nel corso delle quali a Trieste muoiono sei persone. Ma gli alleati vietano a P. di partecipare ai funerali delle vittime. Nel clima di indignazione nazionale, il governo decide di schierare al confine di Gorizia due divisioni e, consigliato dallo Stato maggiore, ordina la mobilitazione parziale. Gli Alleati non possono però concedere a P. più di quanto non avessero concesso a De Gasperi: dinanzi alle proteste di Tito, fanno marcia indietro e tutto resta come prima. Nella Democrazia cristiana Mario Scelba organizza un movimento contrario al presidente del Consiglio, che finisce per portarlo nel gennaio del ’54 a Palazzo Chigi. Ma nemmeno Scelba riesce a far ratificare il Trattato (v. anche Trattati), che comunque cade definitivamente nell’agosto 1954 nel Parlamento francese.

La CED è il primo grande tentativo di superare la gradualità e la settorialità dell’integrazione per pervenire all’unione politica. La difesa comune avrebbe portato alla federazione nelle difficili condizioni imposte dalla Guerra fredda (v. anche Federalismo). Ma la Francia è ancora agli inizi del processo di decolonizzazione, mentre la Germania è nel pieno di una prorompente ripresa; la Francia non vuole privarsi della autonomia militare nel momento in cui le colonie più lontane sono in rivolta e quelle più vicine non sono più sicure; non ha ancora portato a compimento la conversione resa necessaria dagli esiti della Seconda guerra mondiale ed attraversa una crisi identitaria; intende chiudere il dramma indocinese ed è questa la priorità in base alla quale gestisce l’ultima fase della vicenda CED. Parigi non vuole identificarsi con i vinti, Germania e Italia, e rivendica uno statuto paritario con il Regno Unito, che non ha nessuna intenzione di far confluire il proprio esercito in quello europeo.

L’indiretta responsabilità di P. nel fallimento della CED non gli impedisce tuttavia di andare a ricoprire la carica di presidente dell’Assemblea della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) tra il novembre 1954 e il dicembre 1955 in sostituzione del dimissionario Jean Monnet, così come di sostenere pubblicamente i Trattati di Roma sin dal momento della loro elaborazione.

P. torna come protagonista della scena politica dapprima in qualità di vicepresidente del Consiglio nella breve esperienza del governo guidato da Adone Zoli (maggio 1957-luglio 1958), quindi come titolare degli Esteri nel governo di Antonio Segni (febbraio 1959-marzo 1960). In quegli anni l’Italia si offre come partner nuovo dei paesi mediterranei, anche perché, privata dai Trattati di pace delle colonie, è in grado di ispirare maggior fiducia nel mondo emergente rispetto alle tradizionali potenze europee. Enrico Mattei si pone in concorrenza con le grandi società petrolifere per creare un rapporto di collaborazione con i paesi produttori. Il contratto che egli firma a Teheran nel settembre 1957, alla presenza del presidente Giovanni Gronchi e di P., riconosce agli iraniani il settantacinque per cento dei benefici.

Il ritorno di P. agli Esteri coincide con il tentativo, mancato, di un’arma nucleare europea intorno ai tre maggiori paesi della Comunità: Francia, Italia e Germania. Il negoziato va avanti, sfociando in una serie di incontri riservati tra i ministri della Difesa, durante i quali si arriva a stendere un protocollo degli armamenti, compresa l’applicazione militare dell’energia nucleare.

Il processo entra in una fase decisiva con un colloquio segreto tra il cancelliere Konrad Adenauer e il sottosegretario agli Esteri francese Edgar Faure, svoltosi a Rhöndorf il 16 novembre 1957. Dietro l’iniziativa c’è la spinta di uno degli ultimi governi francesi della quarta repubblica, quello presieduto da Félix Barbezieux Gaillard, peraltro sempre più debole per la crisi in Algeria e sempre più ostaggio della destra. L’iniziativa italo-franco-tedesca nasce anche dal risentimento di Parigi nei confronti degli Stati Uniti, che durante la crisi dell’ottobre ’56 hanno fermato la Legione straniera sulla via del Canale di Suez, ma anche verso i britannici, che hanno troppo presto rinunciato all’impresa. L’idea è quella di sviluppare un terzo polo nucleare, continentale ed europeo, accanto a quelli costituiti da Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche per Adenauer è quella una fase di dubbi sulla volontà degli americani di sostenere i tedeschi sino in fondo nel confronto con i sovietici, resi più assertivi dalla superiorità nello spazio, conseguente al lancio dello Sputnik e dei primi missili intercontinentali. L’accordo a tre è firmato a Roma nell’aprile del ’58. Si prevede una spesa di 140 milioni di dollari e una ripartizione percentuale che per l’Italia è solo del dieci per cento. Non è chiaro se solo la Francia avrebbe realizzato le armi nucleari, mentre Italia e Germania avrebbero soltanto avuto una posizione subordinata.

Il progetto, arrivato alle soglie della operatività, di colpo entra in crisi. Innanzitutto perché in anticipo rispetto alla gracile coesione dell’Europa di allora. Il ministro della Difesa italiano Taviani, uno dei protagonisti di quel negoziato, osserva che il punto debole dell’iniziativa sta nel fatto che essa approfondisce aspetti sia tecnici che economici senza aver chiarito quale sia la struttura politica portante. Gli stessi paesi partecipi si muovono secondo logiche diverse. L’idea, in bilico tra i vincoli di solidarietà atlantica e i propositi di emancipazione del vecchio continente, non si realizza. E comunque il ritorno di Charles de Gaulle al potere, nel maggio del ’58, segna la sua rinuncia a una soluzione multilaterale in favore di una forza esclusivamente nazionale. (v. Cacace, L’atomica europea, Fazi, Roma 2004) L’intero processo ha coinciso con il ritorno di P. sulla scena politica interna e internazionale: sullo sfondo di questo tentativo, maturano i fattori che modificano gli equilibri strategici e che condurranno all’abbandono della dottrina della risposta massiccia in favore di quella della risposta flessibile.

Il 1° gennaio 1958 entrano in vigore sia la Comunità economica europea (CEE) che la Comunità europea dell’energia atomica (CEEA). Le prime misure di apertura del mercato sono del gennaio 1959, ma le nuove istituzioni iniziano a lavorare nell’indifferenza quasi generale. Viene costruito l’embrione della prima burocrazia integrata che sarà chiamata a svolgere un’attività sempre più complessa nel corso degli anni. L’avvento di de Gaulle, che è contrario in linea di principio alla forma comunitaria dell’integrazione europea, non comporta un’uscita della Francia dalla CEE. La visione di de Gaulle di un’Europa dall’Atlantico agli Urali prefigura il crollo dell’impero sovietico e il ritorno ad una Russia liberalizzata in seno alla famiglia europea. Il piano ipotizza una forte confederazione costruita intorno al nucleo franco-tedesco, allo scopo di controbilanciare l’area dell’Est. L’idea italiana, della quale si fa interprete P., è quella di un’Europa sufficientemente vitale e compatta, capace di assorbire le energie tedesche e di controbilanciare la Russia con l’aiuto americano. Per realizzare questo piano occorre resuscitare la potenza della Germania e incanalarla in strutture federali continentali. La strategia americana, a sua volta influenzata dalle pressioni europee e sovietiche, assume una fisionomia durevole sotto forma di compromesso tra l’impulso a controllare l’Europa e quello di restituirle l’autosufficienza.

L’ultima esperienza di P. agli Esteri coincide con alcune delle crisi internazionali più gravi della fine del decennio: non solo il ritorno di de Gaulle, ma anche l’intervento americano nel Libano, la fine della monarchia hascemita in Iraq, l’ultimatum con il quale Chruščёv minaccia di firmare un trattato di pace separato con la Repubblica Democratica Tedesca e di mettere fine in tal modo alla responsabilità quadripartita su Berlino. Nel settembre ’59 Chruščёv visita gli Stati Uniti. Ad Harold Macmillan, dopo il fallimento della spedizione di Suez, preme conferire nuovamente un ruolo internazionale alla politica inglese. Nel febbraio ’59 visita l’Unione Sovietica e a marzo incontra de Gaulle, Adenauer e Dwight Eisenhower. Chruščёv è invitato dalle tre maggiori potenze occidentali ad una Conferenza a Parigi all’inizio del ’60.

L’Italia rischia di essere tagliata fuori, soprattutto ora che la Germania sta rioccupando pienamente il posto tra i grandi. Incalzati dal presidente Giovanni Gronchi, il primo ministro Antonio Segni e il suo ministro degli Esteri si mettono in viaggio attraverso le capitali europee per reclamare il diritto dell’Italia alla concertazione. Delicato e complesso è il rapporto con l’Unione Sovietica, la cui economia appare per alcuni aspetti complementare a quella italiana. Le piccole e medie industrie italiane sono particolarmente attrezzate per insinuarsi negli spazi che si aprono di tanto in tanto nella facciata monolitica dell’economia sovietica, mentre le industrie del settore pubblico trovano interlocutori ideali nei grandi gruppi dell’altro paese. Per un capitalismo, come quello italiano, che ha bisogno di essere aiutato dal proprio Stato, il rapporto con l’URSS presenta alcuni vantaggi quali crediti agevolati e garantiti, contratti di lungo respiro, opere di grandi dimensioni. I contratti che Enrico Mattei stipula a Mosca per la fornitura di petrolio sovietico allargano gli spazi dell’economia italiana. Inoltre, sul piano della politica interna, per avere migliori rapporti con il Partito comunista italiano possono essere utili una politica estera e un clima internazionale che permettano di dialogare con l’URSS.

Ma in quegli stessi anni mutano i fattori alla base degli equilibri strategici. Nel 1957 è uscito il libro di Henry Alfred Kissinger Nuclear Weapons and Foreign Policy, che raccomanda il ricorso alle armi nucleari tattiche come un deterrente addizionale a fronte della crescita delle forze strategiche sovietiche. Dal ’57 al ’61 si diffonde invece l’idea di un ritardo occidentale in campo missilistico (missile gap) che, a partire dal lancio dello Sputnik, il 5 ottobre 1957, offrirebbe all’URSS un vantaggio incolmabile. Gli Stati Uniti sono riluttanti a basare il proprio deterrente per l’Europa esclusivamente sulle forze strategiche di stanza in Europa oppure sui mari. La risposta flessibile che comincia a essere elaborata dalla NATO prevede una vasta gamma di armi nucleari da campo o legate a basi regionali studiate per porre fine a un confronto nucleare molto prima di arrivare alla fase dello scambio intercontinentale. In questo contesto l’Italia negozia l’installazione, sul proprio territorio, di missili intermedi Jupiter e Thor. La Repubblica Federale Tedesca rifiuta di ospitarli, poiché essa si definisce la “trincea più avanzata”. I francesi sarebbero disponibili solo se ottenessero il totale controllo sulle nuove armi, che Washington non concede. Sono così soltanto l’Italia e la Turchia a schierare sul continente europeo i sistemi a raggio intermedio. La scelta italiana provoca l’ira di Chruščёv, il quale in un viaggio in Albania minaccia rappresaglie. L’Italia è il paese che, per la struttura politica interna e la presenza del più grande partito comunista occidentale, appare più vulnerabile.

P. accompagna Gronchi a Mosca in un viaggio che, dal 5 all’11 febbraio 1960, ha momenti di grande imbarazzo. Chruščёv li investe con insulti e provocazioni anche in pubblico, contro ogni regola diplomatica. L’episodio contribuisce a smentire l’illusione di una possibile funzione mediatrice dell’Italia nei rapporti Est-Ovest, funzione alla quale il presidente Gronchi crede in modo particolare. (S. Romano, Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano 1993, p. 72-73)

P. ricopre il suo ultimo incarico ministeriale nel 1972, nel primo governo di Giulio Andreotti. In quel periodo egli tra l’altro sostiene il progetto federalista per l’elezione diretta dei delegati italiani al Parlamento europeo. Muore a Roma il 31 maggio 1981.

Silvio Fagiolo (2010)




Peréz Llorca, José Pedro

P.L. (Cadice 1940), proveniente da una famiglia che egli stesso definisce “europeista”, frequentò la facoltà di giurisprudenza presso l’Università Complutense. Qui ebbe i suoi primi contatti con la politica come giovane membro dell’Asociación española de recuperación europea (AERE), di orientamento democristiano e liberale, collaborando con alcuni gruppi di sinistra guidati da Enrique Tierno Galván. Diverse borse di studio permisero a P.L. di ampliare la sua formazione nelle università europee di Friburgo, Monaco e Londra, e di perfezionare la conoscenza delle lingue.

Nel 1964 intraprese la carriera diplomatica, ma si allontanò temporaneamente dall’attività politica per esercitare la professione privata come avvocato. Un ritorno agli interessi politici si ebbe nel 1969, quando divenne segretario generale del Club de estudios jovellanos, un’organizzazione cui aderì una parte significativa della classe politica che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella transizione alla democrazia della Spagna.

Dopo la morte di Franco, una parte dell’opposizione più moderata al vecchio regime si propose la costituzione di un partito politico autonomo del governo per affrontare le prime elezioni democratiche, il nucleo originario del Partito popolare. Nel giungo del 1976 P.L. partecipò alla creazione di questa nuova formazione politica e alla costituzione del suo primo segretariato, di struttura collegiata, di cui facevano parte Oscar Alzaga, appartenente alla Sinistra democratica cristiana, il liberale Manuel Fraile, Juan Antonio Ortega, Tácito e lo stesso P.L. che senza essere affiliato a nessun partito si definiva socialdemocratico.

La presentazione ufficiale del Partito popolare ebbe luogo nel novembre dello stesso anno. Vi partecipò un centinaio di personalità illustri, tra cui altri grandi europeisti come José Maria de Areilza, una delle figure più eminenti del nuovo partito. Altri membri furono Pio Cabanillas, José Luis Alvarez, Miguel Herrero de Miñón e José Luis Ruiz Navarro.

Il Partito popolare aspirava a integrare in un programma comune democristiani, liberali, socialdemocratici ed indipendentisti che non si sentivano rappresentati né dai sostenitori del vecchio regime né dai partiti di sinistra. Della nuova formazione facevano parte politici che avevano fatto parte del regime di Franco – una composizione simile a quella che avrebbe avuto, in un futuro non troppo lontano, l’Unione di centro democratico (Unión de centro democrático, UCD).

Il Partito popolare fu istituito ufficialmente a Madrid il 5 e 6 febbraio 1977. P.L. fu incaricato del Coordinamento all’interno di un segretariato confederato di cui facevano parte anche José Luis Alvarez e José Antonio Ortega. La presidenza fu assunta da Pio Cabanillas, vicepresidenti furono nominati Emilio Attard e José Maria de Areilza.

Il Partito popolare finì per integrarsi col partito fondato dal presidente dell’esecutivo spagnolo: l’UCD. P.L. fece parte del comitato esecutivo della nuova formazione fino alla scomparsa del partito di centro.

Nella prime elezioni democratiche tenute in Spagna dopo la morte di Franco, nel giugno del 1977, P.L. fece parte delle liste dell’UCD per Madrid. Per questa circoscrizione si presentarono i principali politici della nuova coalizione di partiti, tra cui Adolfo Suárez, Leopoldo Calvo Sotelo, Ignacio Camuñas, Joaquín Garrigues, Francisco Fernández Ordoñez e Iñigo Cavero.

L’Unione di centro democratico vinse le elezioni e P.L. fu eletto deputato. In questa prima legislatura, divenne presidente e portavoce del gruppo parlamentare di centro nel Congresso dei deputati.

P.L. fu uno dei sette membri della Conferenza parlamentare che elaborò il progetto di costituzione spagnola. Durante la preparazione del testo costituzionale uno degli obiettivi sempre presenti fu la futura integrazione spagnola in Europa, e una delle principali preoccupazioni di tutti i partecipanti fu quindi quella di prevenire qualsiasi impedimento giuridico che potesse impedire tale integrazione. Il progetto costituzionale fu definitivamente approvato il 31 ottobre 1978, e il 6 dicembre dello stesso anno fu approvato con un referendum dal popolo spagnolo.

Due mesi prima, nell’ottobre 1978, si era celebrato il I Congresso dell’UCD. P.L. entrò a far parte della presidenza, come membro del Comitato esecutivo. Eletto nuovamente deputato nelle elezioni del 1979, che videro la vittoria dell’UCD, P.L. entrò a far parte del governo di Adolfo Suárez, come ministro della Presidenza. In questo ruolo accelerò i negoziati per gli statuti autonomi basco e catalano, cosa che creò un certo attrito con Antonio Fontán, responsabile dell’amministrazione territoriale.

Nel gennaio 1980 P.L. fu incaricato del ministero delle Relazioni con il Parlamento, e in questo ruolo cercò di accelerare l’approvazione dei progetti di legge sospesi e di dare un nuovo impulso alla questione autonomistica. Nel settembre dello stesso anno assunse il ministero degli Esteri, incarico che mantenne fino al dicembre del 1982, anno in cui Partito socialista operaio spagnolo (Partido socialista obriero español, PSOE) assunse l’esecutivo dopo la vittoria alle elezioni generali dell’ottobre del 1982.

Gli anni in cui assunse il ministero degli Esteri furono probabilmente uno dei momenti più importanti nella carriera politica di P.L. Oltre a partecipare a varie delegazioni spagnole all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, egli svolse infatti un ruolo molto importante nella politica estera della giovane democrazia spagnola. Sostituendo Marcelino Oreja a capo della diplomazia spagnola durante la presidenza di Adolfo Suárez, P.L. fece parte, come titolare dello stesso ministero, del governo del secondo presidente democratico, Leopoldo Calvo Sotelo. Questo periodo può essere considerato come il momento della transizione spagnola nella politica estera.

Il 29 gennaio 1981, Adolfo Suárez annunciava al paese la sua decisione di rinunciare alla presidenza del governo e alla presidenza dell’UCD. Nel II Congresso dell’UCD P.L. come rappresentate della fazione ufficiale del partito fu eletto presidente, in opposizione ad Emilio Attard che rappresentava l’opposizione interna, ed entrò anche a far parte del Comitato esecutivo. Alla presidenza del governo fu confermata invece la candidatura di Calvo Sotelo, che assunse la carica il 25 febbraio 1981, dopo il fallito colpo di Stato del generale Antonio Tejero. P.L. fu riconfermato al ministero degli Esteri.

In questa carica, P.L. diede grande impulso ai negoziati che portarono all’ingresso della Spagna nella Comunità economica europea (CEE), unificando il ministero degli Esteri e il ministero per i rapporti con la Comunità europea in una Segreteria di Stato affidata a Raimundo Bassols.

Un cambiamento di rotta nella politica estera spagnola fu segnato dal deciso appoggio all’ingresso della Spagna nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Se durante il governo di Adolfo Suárez P.L. non riteneva l’Adesione alla NATO un obiettivo prioritario, ora la considerava di vitale importanza per favorire l’integrazione dei militari nel regime democratico, per compensare le diseguaglianze del rapporto bilaterale Spagna-Stati Uniti e per inserire la Spagna in un’organizzazione di cui facevano parte i più importanti paesi europei. Il nuovo governo, inoltre, intendeva trarre vantaggio delle condizioni geostrategiche e geopolitiche della Spagna, utilizzandole come base per la integrazione del paese nella CEE (v. anche Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). I negoziati per l’ingresso nella NATO, inoltre, secondo P.L. avrebbero contribuito a risolvere altri contenziosi internazionali che la Spagna aveva in sospeso, ad esempio la questione di Gibilterra. L’adesione della Spagna alla NATO si realizzò in tempi brevi, senza che ne venissero specificate le modalità, il 30 maggio 1982.

Nello stesso tempo, P.L. diede un netto impulso ai negoziati per l’ingresso della Spagna in Europa, affrontando due importanti problemi: la questione agraria da un lato, e l’introduzione dell’IVA prevista dopo l’adesione. Infine, nel novembre del 1981, nella riunione dei capi di Stato e di governo europei tenuta a Londra venne firmato il compromesso politico che avrebbe consentito l’ingresso della Spagna nella Comunità europea. Prima dell’ottobre del 1982 si concludevano i primi sei capitoli del Trattato di adesione, altri sette erano in una fase avanzata di negoziazione.

Oltre all’impegno per l’ingresso della Spagna nella NATO e nella Comunità europea, come ministro degli Esteri P.L. diede un contributo importante alla politica estera spagnola dei primi anni della transizione in relazione al contenzioso di Gibilterra, all’Accordo bilaterale con gli Stati Uniti, ratificato nel 1982, e alla politica estera spagnola con l’America Latina e con il Maghreb.

Per quanto riguarda, in particolare, la costruzione dell’Europa comunitaria, P.L. ha sempre difeso a oltranza la rivalutazione del ruolo del Parlamento europeo e ha sottolineato la necessità di costruire una coscienza civile e di un’opinione pubblica europee, attraverso la creazione di un periodico e di un servizio di informazione europei (v. anche Centri d’informazione europea).

Nel dicembre del 1982 P.L. ha abbandonato la vita politica per dedicarsi alla professione legale e all’attività accademica.

Angel Herrerin Lopez (2009)