Rabier, Jacques-René

R. (Parigi 1919) tra il 1937 ed il 1940 compie studi di economia e diritto all’università e allo stesso tempo frequenta l’École libre des Sciences politiques. Nel maggio del 1940 entra alla scuola di cavalleria di Saumur e, poche settimane dopo, tra il 18 e il 20 giugno, combatte sulle rive della Loira contro i tedeschi. Nel 1943 torna a Parigi per riprendere gli studi interrotti di diritto pubblico ed economia. In questo periodo studia sotto la direzione dell’economista François Perroux. Dopo la Liberazione entra al ministero dell’Economia nazionale.

Nel 1945, volendo contribuire alla ricostruzione e alla modernizzazione economica della Francia e convinto della necessità di dare un orientamento globale all’economia, R. chiede di poter lavorare nell’amministrazione del Commissariato alla Pianificazione che alla fine di quell’anno Jean Monnet propone al governo presieduto da Charles de Gaulle. Il 3 gennaio 1946 è creato il Commissariat général du Plan de modernisation et d’équipement, posto sotto l’autorità diretta del presidente del governo. Questo organismo gioca nei fatti un ruolo molto importante nell’elaborazione della pianificazione francese. R., presentato al vicecommissario Robert Marjolin, entra come “chargé de mission” nella divisione economica del Commissariato. Alla fine dell’anno Monnet lo chiama a dirigere il suo gabinetto in sostituzione di Félix Gaillard, che si accinge a presentarsi come candidato alle elezioni legislative.

Fino al 1952 il giovane R. accompagna alle riunioni Monnet e ne prepara i discorsi. È il periodo in cui frequenta “Esprit”, la rivista di Emmanuel Mounier, dalla cui filosofia personalista egli è particolarmente influenzato; dal 1945 R. fa parte della redazione. Negli anni del dopoguerra “Esprit”, che pure non ha un orientamento europeista, costituisce uno dei primi ponti intellettuali tra francesi e tedeschi. R., inoltre, milita nel gruppo La Vie nouvelle, movimento non confessionale creato da cattolici con l’obiettivo di fornire una formazione negli ambiti economico-sociale, culturale, politico, frequentato anche da Jacques Delors. Dopo la partenza da Parigi (1953), R. lascia la redazione di “Esprit”, pur mantenendo i contatti con gli intellettuali della rivista, e milita nei gruppi Esprite Vie nouvelle in Lussemburgo e a Bruxelles, dai quali però si distacca ritenendo incompatibile tale impegno con la carica di responsabile dell’informazione europea.

Nell’estate del 1952, quando Monnet si trasferisce in Lussemburgo per presiedere l’Alta autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), egli propone a R. di far parte della sua équipe lussemburghese. In un primo momento R. rifiuta, ma nel gennaio del 1953 raggiunge l’amministrazione dell’Alta autorità, dove è prima chargé de mission, poi direttore di gabinetto del suo presidente. È incaricato di stilare rapporti mensili e rapporti annuali sull’attività dell’Alta autorità, di informare gli altri organismi della CECA e più in generale di curare i rapporti con la stampa, che Monnet ritiene debba essere costantemente informata. L’attività di informazione di R. si specializza progressivamente, sviluppando anche una sezione di informazione sindacale per tenere costantemente al corrente gli ambienti sindacali. R. è, dunque, tra coloro che creano e ampliano il servizio stampa e informazione della CECA. Negli anni della permanenza di Monnet all’Alta autorità R. lavora a stretto contatto con Max Kohnstamm, segretario dell’Autorità.

Dopo le dimissioni di Monnet dall’incarico di presidente dell’Alta autorità della CECA, nel giugno del 1955 R. diventa il capo di gabinetto del suo successore, il francese René Mayer. Dal 1958 R. è a capo del Servizio informazione dell’Alta autorità della CECA, dal 1960 del Servizio informazione comune ai tre Esecutivi delle Comunità europee e, infine, direttore generale dell’Informazione della Commissione europea dopo la fusione dei tre esecutivi. Con l’unificazione del Servizio informazione delle tre Comunità e con la distinzione tra questo e i portavoce degli esecutivi l’azione del Servizio di R. si concentra sulla strategia generale d’informazione, si specializza e si estende agli ambienti agricoli, a quelli universitari, ai giornali per il pubblico femminile e per i giovani.

In quegli anni R. sostiene la necessità di elaborare progressivamente una «politica comunitaria dell’informazione, sia per gli europei stessi sia per far conoscere e, se possibile, apprezzare, la Comunità all’esterno» (v. Rabier, 1966, p. 61). A suo parere l’informazione sull’Europa non si deve limitare alla diffusione di “notizie”, ma implica l’affermazione e la circolazione di valori europeisti e, se possibile, personalisti, e l’uso di simboli per veicolarli. In attesa che i governi degli Stati membri si facciano carico di questa necessità, egli ritiene che le Istituzioni comunitarie debbano sforzarsi di agire come supplenti in vista di due obiettivi: nell’immediato, far conoscere le proprie attività all’interno e all’esterno dei sei paesi membri; sul lungo termine, «risvegliare nei cittadini dei sei paesi un nuovo modo di pensare e agire, una coscienza europea, grazie alla quale i popoli di questi Stati potranno esercitare in modo sempre più efficace le loro responsabilità democratiche» (ivi, p. 62).

Nel 1973 R. è consigliere speciale della Commissione europea con l’incarico degli studi d’opinione pubblica, ruolo che ricopre per tredici anni. R. è da tempo studioso dei problemi di psicologia sociale e conoscitore delle tecniche d’inchiesta americane che ha studiato nell’Università del Michigan, nonché amico di Jean Stoetzel, creatore dell’Institut français d’opinion publique. In risposta alla sollecitazione dell’Assemblea della Comunità, da tempo interessata a conoscere le opinioni dei cittadini europei, nel 1973 R. crea l’“Eurobarometro”, ossia un sistema di monitoraggio dell’evoluzione dell’opinione pubblica tramite sondaggi. La creazione di R. dà continuità a sondaggi già tentati dalle istituzioni europee in precedenza, una prima volta nel 1962 e poi agli inizi degli anni Settanta. Egli collabora strettamente con Stoetzel e con Ronald Inglehart, ricercatore americano specialista della scienza politica quantitativa.

I sondaggi sono svolti ogni sei mesi in ogni paese della Comunità da istituti selezionati tramite gara d’appalto e sono coordinati da un istituto centrale. I risultati sono poi presentati in conferenza stampa dallo stesso R. e messi a disposizione del pubblico (in particolare giornalisti, ricercatori, parlamentari). L’obiettivo dell’Eurobarometro è quello di fornire alle istituzioni comunitarie e nazionali e agli organi di informazione di ogni paese membro della Comunità una panoramica quanto più precisa possibile degli atteggiamenti degli europei nei confronti del processo di integrazione europea e dei suoi diversi aspetti (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Sul lungo periodo R. ritiene che l’Eurobarometro sia un valido strumento di formazione di un’opinione pubblica europea.

Nel gennaio del 1987 lascia il ruolo di Consigliere speciale della Commissione europea ed è incaricato di una ricerca sugli atteggiamenti e i comportamenti del pubblico nell’ambito del programma “L’Europa contro il cancro”, della quale si occupa per cinque anni.

Dopo la fine della sua carriera professionale, R. consacra il proprio tempo ad attività in alcune organizzazioni non governative; è vicepresidente del gruppo di ricerca sull’integrazione europea dell’Association mondiale de Sciences politiques, è vicepresidente di “De l’Europe à l’Europe. Mythes, symboles”, associazione che si occupa della ricerca sui simboli dell’Europa. È membro del Forum permanente della società civile europea.

Lucia Bonfreschi (2012)




Rallis, Georgios

R. (Atene 1918-Corfu 2005) discendeva da una famiglia con un notevole passato politico. Entrambi i nonni, Dimitrios Rallis e Georgios Theotokis e suo zio, Ioannis Theotokis, erano stati primi ministri e il padre, Ioannis Rallis, era stato il terzo primo ministro collaborazionista (1943-1944) della Grecia durante l’occupazione tedesca. Questa sarebbe stata una questione delicata che R., tuttavia, avrebbe sempre affrontato con dignità. Nonostante i loro passati disaccordi, quando il padre fu giudicato traditore dopo la liberazione ne prese le difese. Nel 1946, dopo la morte del padre in prigione, cercò di spiegarne le scelte in uno scritto apologetico che uscì subito dopo. Prestò servizio come soldato dell’esercito greco durante la guerra greco-italiana del 1940-1941 e nuovamente in seguito durante la guerra civile. Durante l’occupazione dell’Asse esercitò la sua professione ad Atene.

La carriera politica di R. ebbe inizio nel 1950 con l’elezione come deputato nel Parlamento greco. Da allora in poi venne eletto regolarmente e fu ministro nei governi postbellici della destra greca. Come ministro della Presidenza del governo di Field-Marshal Papagos (1954-1956), fu il primo a gettare le basi del programma per lo sviluppo del turismo in Grecia. Fu anche ministro dei Trasporti e delle Opere pubbliche (1956-1958), negoziò la creazione della compagnia aerea Olympic airways con Aristotelis Onassis, e fu ministro degli Affari interni (1961-1963) nei governi di Konstantinos Karamanlis. In qualità di ministro dell’Ordine pubblico nel governo di Panagiotis Kanellopoulos (1967), cercò invano di mobilitare l’esercito contro il colpo di Stato dei colonnelli.

Durante la dittatura (1967-1974) fu posto agli arresti domiciliari e in seguito arrestato e deportato. Quando venne liberato continuò a esprimere apertamente la sua opposizione al regime, soprattutto come direttore della rivista “Politika Themata”.

Alla caduta della dittatura divenne ministro nei governi di Konstantinos Karamanlis. Tra il 1974 e il 1980 assunse le cariche di ministro della Presidenza del Consiglio (1974-1976), poi dell’Istruzione (1976-1977), del Coordinamento (1977-1978) e degli Affari esteri (1978-1980). Come ministro dell’Istruzione, sovrintese alla riforma con cui si raggiunse un obiettivo di lunga portata: la lingua ufficiale delle scuole e dell’amministrazione sarebbe stata da quel momento in poi il demotiki, il greco parlato, e non più il formale e antiquato katharevousa. Come ministro degli Affari esteri si impegnò a favore del grande progetto europeo di Karamanlis e negoziò efficacemente le condizioni di adesione alla Comunità economica europea (CEE) della Grecia. R. credeva fermamente nella necessità da parte della Grecia di partecipare al processo d’integrazione europea, come mezzo anche per consolidare la democrazia nel paese (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Quando Karamanlis si ritirò, gli succedette come leader del partito Nea Dimokratia nonché come primo ministro fino al 1981. Durante il suo mandato, la Grecia riaffrontò le questioni militari dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), dalla quale il paese si era ritirato dopo l’invasione militare turca di Cipro nel 1974 e la divisione dell’isola.

Dopo la schiacciante vittoria dei socialisti di Andreas Papandreu alle elezioni del 1981, R. perse la leadership del partito. Fu soprattutto durante la leadership di Konstantinos Mitsotakis (1984-1993), politico liberale di centro, che R., proveniente dalla destra tradizionale e stretto collaboratore di Karamanlis, si ritrovò emarginato. Tuttavia, in caso di profonde divergenze, non si rese mai disponibile al compromesso. Già in passato, tra il 1958 e il 1961, non prese parte all’attività politica a causa di un dissenso con Karamanlis. Sospese inoltre temporaneamente la sua partecipazione alla direzione del partito per un breve periodo nel 1989. Nel 1993 si dimise dalla carica di deputato per un forte disaccordo sulla gestione, a suo avviso irresponsabile, delle relazioni bilaterali della Grecia con l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia. Da allora in poi abbandonò l’attività politica.

Sofia Papastamkou (2012)




Ramadier, Paul

R. (La Rochelle 1888-Rodez 1961), avvocato, laureato in legge, appartiene a una famiglia di notabili cattolici del Gévaudan. Massone, militante socialista dal 1904 e attivo nel Mouvement coopératif international, il suo feudo elettorale è il bacino carbonifero di Aubin-Decazeville. Nel 1919 è eletto sindaco di Decazeville, nel 1928 è deputato; esercita queste funzioni fino al 1940, ma nel 1933 lascia la Section française de l’Internationale socialiste (SFIO) con i neosocialisti. Fra giugno 1936 e aprile 1938 si susseguono responsabilità ministeriali: come esperto in questioni energetiche è sottosegretario di Stato all’energia nel governo Blum nel giugno 1936; riorganizza il mercato carbonifero e dà un forte impulso allo sviluppo delle altre fonti di energia. Il 10 luglio 1940 rifiuta di votare i pieni poteri al maresciallo Pétain. Nell’aprile 1941 è destituito dalle funzioni di sindaco; solo dopo la Liberazione recupera tutti i suoi mandati e aderisce nuovamente alla SFIO. Tra settembre 1944 e maggio 1945 è ministro per gli Approvvigionamenti del governo guidato da Charles de Gaulle, nel 1946 è relatore del progetto di nazionalizzazione del gas e dell’elettricità.

Nel 1947, nel contesto del Piano Marshall e dell’inizio della Guerra fredda, R., all’epoca primo presidente del Consiglio della IV Repubblica, comincia a manifestare le sue convinzioni europeiste. Fino all’estate del 1947 concepisce un’Europa che includa l’URSS ed è favorevole all’apertura a Est del Piano Marshall, rifiutando l’allineamento sulla politica del contenimento voluta dagli americani. I limiti internazionali e la situazione interna della Francia modificano la sua concezione dell’Europa, che limita gradualmente all’area occidentale (v. Bossuat, 1990). Alla delusione segue la speranza: come frutto delle contingenze storiche l’Europa diventa un orizzonte nuovo, il solo che consenta di uscire dal marasma economico e di assicurare la pace. Presentata come una garanzia di indipendenza, gli permette di giustificare l’adesione al Piano Marshall. Da allora R. difende l’idea di un’Europa che sia la terza forza internazionale fra le due grandi potenze, il fattore di equilibrio che il fallimento dell’ONU rende indispensabile.

Vicepresidente del Conseil français pour l’Europe unie, R. afferma concretamente il suo ruolo nella costruzione europea quando, nel maggio 1948, presiede la commissione politica del Congresso dell’Aia, contro la volontà della SFIO (v. Guillen, 1990). Nel suo rapporto sul progetto di risoluzione pone alcune condizioni all’unione, urgente, dell’Europa: giudicando indispensabile la partecipazione del Regno Unito e sostenendo una politica della porta aperta nei confronti dell’Est europeo, R. sottolinea tuttavia la necessità per i suoi membri di rispondere ai criteri della democrazia politica e sociale, di elaborare una carta europea dei Diritti dell’uomo che includa quelli dei lavoratori e di assicurare lo sviluppo dei paesi d’oltremare. In merito alle istituzioni, ai due eccessi rappresentati ai suoi occhi dal rifiuto di qualsiasi delega della sovranità, da una parte, e dal Federalismo assimilato a “una sorta di colpo di Stato internazionale”, dall’altra, R. oppone la creazione di un’autorità sovranazionale dalle competenze ben definite che prenda le decisioni a maggioranza. Infine si pronuncia a favore della costituzione di un’assemblea europea eletta dai Parlamenti nazionali, consultiva e non legislativa, organo della “voce popolare”, capace di dare impulso alla costruzione europea e di superare le resistenze, giudicate legittime, dei governi.

R., nominato presidente della Commissione istituzionale del Movimento europeo, è al centro dei dibattiti che portano alla nascita del Consiglio d’Europa e nel contempo è un presidente molto attivo del gruppo parlamentare internazionale del Movimento europeo fino al 1951. Il ritorno alle responsabilità ministeriali, in particolare alla Difesa, dal settembre 1948 al novembre 1949 nel governo Queuille, lo porta a partecipare ai negoziati del Patto atlantico, che approva pur insistendo sulla necessità di mantenere il Patto di Bruxelles, presentato come «il principio della creazione di un’unità storica»: nell’ottobre 1949 chiede ai governi una dichiarazione sul mantenimento dei suoi principi essenziali (v. Du Réau, 1990).

L’atteggiamento di R., dal Piano Schuman del maggio 1950 ai Trattati di Roma, presenta due costanti: l’insistenza sulla partecipazione della Gran Bretagna, giudicata indispensabile per equilibrare la potenza della Germania, e le riserve espresse in merito alla sovranazionalità, considerata brutale e irrealistica. Ritenendo impossibile ignorare l’esistenza delle nazioni, R. adotta una «concezione federalista graduale» (v. Gégot, 1990, p. 80). Considera il Piano Schuman «un gesto di portata storica», ma il 26 luglio 1950 comunica all’Assemblea nazionale le sue riserve sul testo in discussione: critica il carattere non democratico dell’Alta autorità, composta di tecnocrati e in pratica priva di responsabilità, mentre manifesta i timori del mondo minerario e siderurgico, si preoccupa delle disparità strutturali tra Francia e Germania e delle conseguenze economiche e sociali di una concorrenza che l’industria francese non è in grado di sostenere. Quindi chiede protezioni e un’integrazione a tappe, per lasciare alle industrie il tempo di adeguarsi. Pur moltiplicando i moniti, riconosce all’atto della ratifica che il progetto primitivo è stato migliorato e, malgrado “le vive preoccupazioni”, finisce per aderirvi.

R. adotta un atteggiamento analogo nei confronti della Comunità europea di difesa (CED). Opponendosi alla ricostituzione di un esercito tedesco, sottolinea il rischio di un’egemonia tedesca all’interno dell’esercito europeo. L’esigenza di contenere la Germania rende necessario dotare l’esercito europeo di un’autorità politica. Quindi accoglie con favore il progetto di comunità politica, per coordinare il “mosaico” delle integrazioni settoriali, ma la cui costituzione, pur ineluttabile, non dev’essere precipitosa. Alla fine R. si associa alla decisione dell’Ufficio esecutivo internazionale del Movimento europeo: rifiutare il trattato metterebbe in pericolo l’idea europea. Quindi è meglio adottarlo e lavorare in seguito per migliorarlo.

Le riserve di R. sulla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e la CED non passano inosservate: nel 1955 la sua candidatura alla successione a Jean Monnet a capo della CECA viene ritirata dal governo di Edgar Faure. Ma in qualità di ministro degli Affari economici e finanziari nel governo di Guy Mollet, fra 1956 e 1957, è di nuovo in prima linea nei negoziati sui Trattati di Roma. Diffida dell’Euratom e sostiene lo sforzo atomico francese, ma appoggia la creazione del Mercato comune (v. Comunità economica europea), pur esigendo delle garanzie in una congiuntura preoccupante e di fronte alle inquietudini degli ambienti economici: l’Armonizzazione degli oneri sociali, dei costi di produzione, delle politiche monetarie e fiscali, la possibilità di ritirarsi se le difficoltà diventano eccessive e inoltre un periodo di transizione di 20-30 anni. D’altra parte, insiste perché il Mercato comune sia esteso alla politica agricola (v. Politica agricola comune) e difende energicamente l’associazione dei paesi d’oltremare, per suddividere fra i Sei un onere finanziario diventato insostenibile per il bilancio del paese. L’accelerazione dei negoziati all’indomani della crisi di Suez e il loro orientamento liberale lo preoccupano: ricorda con fermezza a Christian Pineau i punti “essenziali” sui quali la Francia non può transigere (v. Guillen, 1990). Gli interessi francesi non possono essere sacrificati sull’altare dell’Europa, un’Europa che per R. dev’essere sociale.

L’avvento della V Repubblica segna la fine della sua carriera politica. «L’Europa non si farà in un giorno», era solito dichiarare. Realismo, pragmatismo e costanza nella prudenza sono le tre parole chiave di R., che pur non avendo nulla del visionario non è per questo meno profondamente europeo.

Anne-Laure Ollivier (2012)




Rau, Johannes

R. (Wuppertal 1931-Berlino 2006), cresciuto in un ambiente familiare con una forte connotazione religiosa, si impegna già nell’adolescenza nel movimento cristiano-evangelico della Bekennende Kirche e in diversi circoli a carattere biblico-religioso. Nel 1952, conclusi gli studi, lavora in un primo tempo come editore libraio a Wuppertal e in seguito, nel 1953, come consulente editoriale e rappresentante della Luther-Verlag e della Eckart-Verlag di Witten. Nel dicembre 1952, per protesta contro il riarmo della Repubblica Federale Tedesca, entra nella Gesamtdeutsche Volkspartei (GVP), fondata il 29-30 novembre da Gustav Heinemann, e viene nominato capo distrettuale e locale di Wuppertal. Heinemann sarà per tutta la vita il modello e l’idolo politico di R. Nel 1953 pubblica i suoi primi racconti, che parlano delle difficoltà incontrate dai giovani per trovare se stessi e la strada verso Gesù.

Quando nel 1957, dopo soli cinque anni, la GVP si scioglie, R. segue il suo padrino politico Heinemann nella Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD). Dal 1958 al 1962 è presidente degli Jungsozialisten (l’organizzazione giovanile della SPD) di Wuppertal. È qui che inizia la sua carriera politica più che trentennale a livello regionale e federale. Nel 1958 viene eletto per la prima volta nel Parlamento regionale del Nordrhein-Westfalen, del quale farà parte fino al 1999. Dal 1964 al 1978 siede inoltre nel consiglio comunale di Wuppertal e nel 1969-1970 per breve tempo è sindaco della città. Dal 1973 è membro del consiglio regionale del Nordrhein-Westfalen e dal 1977 al 1998 ne è presidente. Anche a livello federale R. sale alla ribalta relativamente presto: dal 1968 al 1999 è membro della direzione del partito, dal 1978 della presidenza della SPD e dal 1982 ne diviene vicepresidente. Anche nell’ambito della politica ecclesiastica il cristiano R. in questo periodo non rimane inattivo. Dal 1965 al 1999 è membro del sinodo e della direzione della Chiesa evangelica in Renania; dal 1966 al 1974 fa parte della presidenza del consiglio ecclesiastico della Chiesa evangelica; dal 1985 è codirettore del mensile “Evangelische Kommentare” e dal 1993 è presidente del consiglio di amministrazione della fondazione Bibel und Kultur.

Nel 1978 diventa inaspettatamente primo ministro del Land Nordrhein-Westfalen. Svolge queste funzioni fino al 1998 godendo di grande credito fra la popolazione. Nelle tre elezioni del 1980, 1985 e 1990 conquista la maggioranza assoluta per la SPD. In seguito alla crisi del carbone e dell’acciaio il suo mandato come primo ministro è segnato soprattutto dalle difficoltà economiche del Land più popoloso della Repubblica federale. R. cerca di risolvere i problemi economici mediante una trasformazione strutturale complessiva da società industriale a società di servizi. Nel 1984 propone il concetto di “iniziativa del Land per le tecnologie del futuro” e un programma globale di protezione ambientale.

Il suo successo politico nel Land produce rapidamente ripercussioni a livello nazionale. Nel 1982 R. diventa vicepresidente della SPD e svolge queste funzioni fino al 1999.

Nel 1982-1983 e nel 1994-1995, nelle funzioni di primo ministro del Land Nordrhein-Westfalen, svolge il suo turno di presidenza del Bundesrat. Nel 1986 è il primo tedesco a ricevere la laurea honoris causa dalla facoltà di Filosofia dell’Università israeliana di Haifa. Nel settembre 1985 la SPD lo sceglie come candidato alla carica di cancelliere nelle elezioni parlamentari del 1987. Ma di fronte alla possibilità di una coalizione con verdi e sinistra R. oppone presto un fermo rifiuto. Si presenta contro il cancelliere in carica Helmut Kohl all’insegna del motto cristiano “conciliare invece di dividere”. Malgrado le sue possibilità fin da subito non appaiano troppo promettenti, nel gennaio 1987 il primo netto insuccesso politico al quale va incontro sembra sorprenderlo. In questo periodo subisce anche altre sconfitte a livello sia politico che personale. Alla fine del 1991 la difficile situazione finanziaria del Nordrhein-Westfalen paralizza la politica di R. nel Land. Sul piano nazionale si impegna con tutta la sua influenza per sostenere Björn Engholm come nuovo candidato di punta dell’SPD in vista delle elezioni del Bundestag e come presidente del partito. Il ritiro di Engholm nel 1993, in seguito ad uno scandalo, rappresenta per R. anche una cocente delusione umana e personale. Nonostante ciò assume per un periodo transitorio la presidenza del partito fino all’elezione di Rudolf Scharping. Nel settembre dello stesso anno viene candidato alla presidenza della Repubblica federale dalla direzione della SPD, ma è sconfitto dal candidato della Christlich-demokratisce Union (CDU) Roman Herzog. Dopo la vittoria alle elezioni del Bundestag, R. viene presentato nuovamente come candidato della SPD alla presidenza della Repubblica federale e il 23 maggio 1999 viene eletto ottavo presidente al secondo turno di votazioni.

Il 1° luglio R. presta giuramento come Presidente della Repubblica. Dopo il suo modello Heinemann, è il secondo presidente socialdemocratico. E proprio come Heinemann nella sua azione politica, anche R. coltiva costantemente un intimo rapporto con i valori cristiani. Per questa ragione e per le sue capacità di integrazione, moderazione e conciliazione è stato spesso soprannominato dagli amici e dai suoi avversari “Fratello Johannes”. Per il suo mandato quinquennale R., che si è presentato come “presidente dei cittadini”, si è ripromesso innanzitutto di “unire gli uomini”, un passo dopo l’altro ma con determinazione, sia all’interno della Germania che fuori dei suoi confini, nel rapporto con le altre culture e gli altri popoli.

R., che da sempre si è adoperato per la riconciliazione fra tedeschi e israeliani, nel febbraio 2000 è il primo capo di Stato tedesco a poter parlare di fronte al Parlamento israeliano. Nel suo commovente discorso, pronunciato in tedesco, chiede perdono sia al popolo ebraico che a Israele per la persecuzione degli ebrei durante il nazismo e per il crimine dell’olocausto.

Al contrario del suo predecessore, R. non ha una visione personale della politica europea. In effetti, al principio del suo mandato sono state già prese importanti decisioni in merito all’Unione economica e monetaria e all’Allargamento a Est. R. può quindi limitarsi sul piano interno ad adoperarsi perché queste decisioni siano accettate dalla popolazione e, a livello di politica estera, a sostenere la necessità di un’unità politica europea più sostanziale. Merita di essere menzionato il discorso da lui tenuto nell’aprile 2001 di fronte al Parlamento europeo. Nella sua “Allocuzione per una Costituzione europea” R. chiede che nella Costituzione europea l’Europa non debba diventare un “super-Stato” centralizzato ma “una federazione di Stati nazionali” (v. Federalismo). La costituzione dovrebbe essere composta di tre parti: la prima dovrebbe essere la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la seconda dovrebbe stabilire la distribuzione delle Competenze fra l’Unione europea (UE) e gli Stati membri, la terza la distribuzione delle competenze tra le diverse Istituzioni comunitarie. R. ritiene anche che dovrebbe essere istituito un Parlamento bicamerale – sul modello tedesco – dove al Parlamento europeo spetterebbe il ruolo della Camera bassa, mentre al Consiglio quello della Camera alta.

Dopo gli attentati dell’11 settembre R. chiede sia nel suo paese che all’estero un rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite, le uniche che dovrebbero decidere sull’impiego della forza militare. Vede nel terrorismo una nuova sfida alle società democratiche, aperte e pluraliste, e chiede alla comunità internazionale degli Stati di riflettere sui fondamentali valori comuni, di adoperarsi con maggior coerenza di quanto non abbiano fatto finora contro la fame e la povertà e di reagire nelle crisi con più tempestività.

Il discorso “Germania e Polonia – il nostro futuro in Europa”, pronunciato da R. di fronte alle camere riunite del Parlamento polacco il 30 aprile 2004, alla vigilia dell’ingresso della Polonia nella UE, rappresenta la conclusione più significativa del suo mandato presidenziale.

Già nel settembre 2003 R. aveva reso noto che non si sarebbe candidato per un secondo mandato presidenziale alle elezioni del maggio 2004, tanto più che i partiti che lo sostenevano, SPD e Grüne, non avevano la maggioranza nel Parlamento federale.

Christian Wehlte (2012)




Reagan, Ronald Wilson

R. (Tampico, Illinois 1911-Los Angeles 2004) dopo aver conseguito la laurea in economia e sociologia presso l’Eureka college di Dixon, lavorò come annunciatore sportivo presso alcune emittenti radiofoniche e, dal 1937, intraprese la carriera di attore cinematografico. Tra il 1942 e il 1945 prestò servizio, girando alcuni film, per l’esercito degli Stati Uniti. Nel 1947 fu eletto presidente del sindacato che rappresentava gli attori hollywoodiani affiliato all’American federation of labor (Screen actors guild), e negli anni successivi fu riconfermato per cinque volte.

Di fede e “formazione” democratica, R. cominciò a maturare convinzioni conservatrici tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, e nel 1962 si iscrisse al Partito repubblicano. Come esponente del Partito, conquistò un’ampia notorietà presso l’opinione pubblica statunitense nel 1964, quando pronunciò un discorso televisivo a favore del senatore Barry Goldwater, il candidato repubblicano alla presidenza.

Nel 1966 fu nominato candidato del Partito repubblicano per la carica di governatore della California nelle successive elezioni, in cui s’impose sul governatore uscente, il democratico Edmund G. Brown. Riconfermato nel 1970, R. ricoprì la carica di governatore della California per otto anni, assurgendo a figura di spicco del panorama politico nazionale. Durante i due mandati, attuò una politica volta a favorire la riduzione delle imposte a livello locale, che comportò un aumento del deficit statale, e una riforma dello Stato sociale che produsse la drastica riduzione degli interventi pubblici a favore delle classi disagiate.

Nel 1974, R. rinunciò a candidarsi per ottenere un terzo mandato come governatore della California per perseguire l’obiettivo, già sfiorato nel 1968, di ottenere la nomination a rappresentare il Partito repubblicano nelle presidenziali del 1976. Ancora una volta, la Convenzione repubblicana gli negò la nomina, preferendogli il presidente uscente, Gerald Ford. Quattro anni dopo, R. prevalse ampiamente nelle primarie del Partito repubblicano, riducendo il novero dei concorrenti al solo George Bush, e ponendo le condizioni per la conquista della nomination, che gli fu infine riconosciuta dalla Convenzione nazionale tenutasi a Detroit.

Sostenuto da un vasto schieramento comprendente la destra religiosa e quella liberista, che denunciava l’ingerenza dell’esecutivo nell’economia e nella società, R. condusse una campagna elettorale sulle corde del populismo. Illustrò un programma che coniugava una politica economica ispirata ai principi della supply side economics, basata su un drastico taglio delle imposte come strumento per incoraggiare la domanda e gli investimenti, e una politica estera il cui obiettivo primario era il conseguimento della superiorità sull’Unione Sovietica nel campo degli armamenti convenzionali e nucleari, che avrebbe comportato un aumento vertiginoso del budget della difesa: secondo il candidato repubblicano era infatti necessario porre rimedio agli errori delle precedenti amministrazioni, che avevano permesso che la distensione garantisse all’avversario una superiorità strategica non tollerabile.

Le relazioni con l’Europa furono difficili e a tratti addirittura ostili: il ministro degli Esteri francese Claude Cheysson parlò nel luglio 1982 di divorzio tra Stati Uniti ed Europa, e al Congresso fu discussa la proposta di un ritiro parziale delle forze statunitensi dal territorio europeo.

I rapporti con la Comunità economica europea si deteriorarono seriamente a causa delle scelte di politica finanziaria e commerciale operate, soprattutto durante il primo mandato, dall’amministrazione R. La strategia di politica economica di R., volta a favorire la ripresa senza ingenerare cicli inflattivi, e dunque basata su una politica monetaria severa e sul mantenimento di alti tassi di interesse, provocò il rafforzamento del dollaro: di qui l’aumento degli interessi pagati dai governi europei sui debiti contratti e del prezzo del petrolio; inoltre, le banche centrali dei paesi europei erano costrette a elevare i tassi di interesse per evitare che i capitali si concentrassero negli Stati Uniti, e dunque i governi dovevano adottare una politica di austerità. L’amministrazione R. considerava un indubbio successo l’aver indotto gli europei a una politica di contenimento dell’inflazione; i dirigenti europei erano concordi nell’attribuire agli Stati Uniti la responsabilità delle difficoltà che attraversano le economie dei loro paesi e della recessione che nel 1981 colpì le economie occidentali.

Nemmeno gli Stati Uniti erano del resto immuni dalle conseguenze negative della politica economica di R.: l’apprezzamento del dollaro rischiava infatti di rallentare le esportazioni rendendo i prodotti statunitensi meno competitivi. Per neutralizzare questo pericolo, malgrado le professioni di fede liberista nel libero mercato e in netta contraddizione con la politica di deregulation avviata all’interno degli Stati Uniti, R. ricorse ampiamente a pratiche protezionistiche, che sollevarono le proteste della Comunità economica europea. Fin dalla metà degli anni Settanta, di fronte alla crisi economica mondiale e ai crescenti tassi di disoccupazione, e nonostante gli accordi raggiunti in seno all’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT), il protezionismo si era diffusamente affermato, sino a divenire il tratto dominante nelle relazioni commerciali mondiali. L’amministrazione R. si uniformò a questa tendenza, aggravatasi a seguito del secondo shock petrolifero del 1979: è stato calcolato che nel 1983 il 30% dei beni manufatti importati negli Stati Uniti erano sottoposti a misure restrittive. Le recriminazioni sul tema erano comunque reciproche: il governo di Washington accusava la Comunità economica europea di falsare la libera concorrenza sui mercati mondiali dei beni agricoli attraverso la Politica agricola comune (PAC). Solo in parte le rimostranze di R. erano fondate – i prodotti agricoli europei assorbivano una percentuale irrisoria del mercato mondiale – ma è indubbio che caratterizzarono in senso negativo i rapporti con l’Europa nei primi anni della sua presidenza.

Le polemiche, sopite con la ripresa economica che si verificò a partire dal 1983, e smorzate dall’Accordo del Plaza che sanciva l’impegno da parte del governo statunitense e dei principali partner commerciali a interventi congiunti per stabilizzare il valore del dollaro, riemersero dopo la ratifica dell’Atto unico europeo (AUE). L’amministrazione R. aveva seguito con grande scetticismo il rilancio che, dopo la fase dell’eurosclerosi a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, condusse alla convocazione delle Conferenze intergovernative e alla firma dell’AUE. Pur confermando il sostegno degli Stati Uniti all’integrazione, R. e i suoi collaboratori, probabilmente influenzati dalla special relationship con il governo britannico guidato dalla euroscettica Margaret Thatcher, nutrivano notevoli riserve circa la possibilità che il processo desse luogo a un progresso significativo. In seguito alla conclusione delle ratifiche dell’Atto unico, emersero nel governo statunitense timori a proposito del suo contenuto: in particolare si riteneva che il completamento del Mercato unico europeo, con la Libera circolazione dei capitali, la Libera circolazione dei servizi e la Libera circolazione delle persone e l’eliminazione di ogni ostacolo non tariffario al commercio interno, avrebbe indotto la Comunità economica europea a elevare la Tariffa esterna comune. La stampa statunitense riecheggiava la posizione del governo paventando la costruzione di una fortress Europe.

La contrapposizione tra gli statunitensi e gli europei emerse inoltre in merito all’opportunità dell’uso della leva economica come strumento di pressione politica nei confronti dell’Unione Sovietica, e raggiunse il culmine a proposito della questione del gasdotto siberiano. In risposta all’invasione dell’Afghanistan, Jimmy Carter aveva imposto nei confronti dell’Unione Sovietica sanzioni economiche che comprendevano un embargo sulle esportazioni di grano. R. rimosse tale embargo per rispondere alle sollecitazioni provenienti dai produttori agricoli, severamente danneggiati dalla misura, e giustificò la sua decisone adducendo l’irrilevanza “strategica” del bene e sostenendo anzi che la necessità di acquistare grano avrebbe costretto l’Unione Sovietica a distogliere fondi dal budget della difesa. In seguito all’imposizione della legge marziale in Polonia nel dicembre 1981, R. applicò sanzioni economiche il cui scopo principale era quello di impedire all’Unione Sovietica l’accesso alla tecnologia occidentale, ma dovette confrontarsi con il rifiuto degli europei di adottare misure simili. In particolare, gli Stati Uniti intendevano ottenere che gli europei sospendessero la fornitura della tecnologia necessaria per la costruzione di un gasdotto che doveva trasportare il gas siberiano all’Europa occidentale, e affrancare almeno in parte l’economia europea dalla dipendenza dal petrolio mediorientale. Per raggiungere tale scopo, R. estese la legislazione statunitense alle imprese europee, impedendo loro di vendere all’Unione Sovietica materiale di provenienza statunitense. La Comunità economica europea condannò la decisione come una “interferenza inaccettabile”, e le imprese francesi e britanniche onorarono gli impegni sottoscritti.

Naturalmente, la contrapposizione su questo aspetto non derivava solo da contrastanti interessi economici – l’Europa occidentale aveva flussi commerciali molto più intensi con i paesi del blocco comunista – ma era il portato di una differente, se non antitetica, visione del rapporto con l’Unione Sovietica. Anche sul piano politico, le relazioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei furono percorse, soprattutto durante il primo mandato di R., da laceranti tensioni che si manifestarono anzitutto sul piano della politica di sicurezza. A partire dal 1981 R. avviò un processo di massiccio riarmo che, se da un lato si poneva in linea di continuità rispetto a una direttrice già affermatasi durante gli ultimi anni della presidenza Carter, dall’altro costituiva una notevole accelerazione in quella direzione. La storiografia ha evidenziato come queste scelte abbiano contribuito ad affrettare il processo di sfaldamento dell’Unione Sovietica, facendo esplodere le debolezze strutturali e le contraddizioni del sistema e costringendo la dirigenza sovietica a uno sforzo produttivo che si rivelò insostenibile. I governi europei colsero solo in parte la portata delle conseguenze che la politica reaganiana avrebbe scatenato e si allarmarono di fronte alla prospettiva di una ripresa della corsa agli armamenti. Né furono rassicurati dalla proposta di “opzione zero” o dall’avvio dei negoziati Strategic arms reduction talks (START) e di quelli per la riduzione dei missili a media gittata: la prima si riassumeva nella rinuncia da parte degli Stati Uniti a dislocare i missili Pershing II e Cruise (gli euromissili) in cambio della disponibilità sovietica a rimuovere gli SS-20 e dava il chiaro segnale dell’unilateralismo di R., che non consultò gli alleati prima di assumere l’iniziativa che si sarebbe ripercossa sulla sicurezza europea. I negoziati per il disarmo procedettero assai stancamente e furono infine sospesi. Un effetto nocivo sulle relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti ebbe inoltre il progetto, annunciato da R. nel marzo 1983, della Strategic defense initiative (SDI). Subito ribattezzata Star sars dalla stampa, l’iniziativa prevedeva che gli Stati Uniti si dotassero di un sistema di intercettazione antimissile, che avrebbe garantito l’inviolabilità del loro territorio: ciò indusse negli europei il sospetto che gli Stati Uniti volessero procedere al decoupling, allo “sganciamento” della propria sicurezza dalla difesa dell’Europa.

In questo quadro di rapporti problematici, si inserì inoltre l’ondata di manifestazioni antiamericane contro il dispiegamento dei missili Pershing II e Cruise deciso dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) nel dicembre del 1979.

Altri motivi di contrapposizione che segnarono la prima fase dell’amministrazione R. derivavano dalla politica nei confronti dell’America Latina e Centrale. Tale politica era ispirata a un acceso anticomunismo, alla “dottrina Kirkpatrick” che giustificava l’appoggio ai regimi autoritari non comunisti in quanto suscettibili di evolvere verso la democrazia, e alla “dottrina R.” che impegnava gli Stati Uniti a intervenire a sostegno dei freedom fighters. Coerentemente con i principi così enunciati, l’amministrazione statunitense sostenne massicciamente, con mezzi legali e non, il movimento di opposizione al governo sandinista e i governi del Salvador, del Guatemala e dell’Honduras. In Europa si riteneva al contrario che la migliore strategia nella lotta alla diffusione del comunismo fosse il sostegno a elementi moderati e riformisti e pertanto la politica di R. era considerata con accenti molto critici. La contrapposizione raggiunse l’apice nell’ottobre 1983, quando gli Stati Uniti invasero la piccola isola di Grenada allo scopo di deporre il filocomunista generale Hudson Austin.

Più collaborativi furono inizialmente i governi europei nei confronti dell’azione statunitense in Medio Oriente, che vide la partecipazione della Francia, del Regno Unito e dell’Italia alla spedizione in Libano, voluta da R. per porre fine alla crisi innescata dall’invasione israeliana. In seguito, gli europei presero le distanze dalla politica reaganiana nei confronti della Libia, il cui governo fu accusato nel gennaio 1986 di fomentare e appoggiare il terrorismo palestinese, condannarono il bombardamento di Tripoli e furono, almeno agli occhi degli statunitensi, poco solidali e reattivi nella lotta nei confronti del terrorismo che in quegli anni colpì gli Stati Uniti con numerosi attentati. La crisi emerse con grande fragore tra gli Stati Uniti e l’Italia a seguito del sequestro dell’Achille Lauro nell’ottobre 1985: la pretesa di Washington di giudicare i responsabili, costretti a atterrare presso la base militare statunitense di Sigonella, suscitò la ferma opposizione del governo italiano, che fece valere la giurisdizione territoriale e prese in consegna i terroristi.

Lo storico norvegese Geir Lundestad ha evidenziato come la crisi nei rapporti con gli Stati Uniti fosse all’origine della proposta francese, avanzata nell’aprile 1984 e vanificata dalla dura reazione statunitense, di rivitalizzare l’Unione dell’Europa occidentale (v. Lundestad, 1998); altri hanno inoltre posto in relazione i difficili rapporti con gli Stati Uniti e i tentativi, contenuti nell’Atto unico europeo, di rafforzare il sistema della Cooperazione politica europea. Quest’ultimo giudizio sembra trascurare due circostanze: la portata assai limitata delle riforme introdotte dall’Atto unico e il fatto che tra il 1983 e il 1984 maturarono le condizioni per un graduale ma sensibile miglioramento delle relazioni. Nonostante permanessero divergenze circa la politica mediorientale, l’inizio del dispiegamento degli euromissili in Europa, avvenuto a partire dal novembre 1983, contribuì a rassicurare gli europei e a rinsaldare i legami con l’alleato statunitense. La svolta fu ancora più evidente a partire dal 1985, da quando cioè il nuovo corso inaugurato da Michail Gorbačëv in Unione Sovietica consentì un proficuo dialogo tra le superpotenze che, dopo i summit tra R. e Gorbačëv di Ginevra e Reykjavik, sfociò nel dicembre 1987 nella firma dell’accordo per la rimozione dal territorio europeo dei missili a media gittata. Così come la tensione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica aveva condizionato negativamente le relazioni interne all’alleanza occidentale, la nuova distensione si riverberò anche sui rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Concluso il secondo mandato, nel gennaio del 1989 R. si ritirò a vita privata.

Daniela Vignati (2010)




Reale, Egidio

Giurista, storico, fuoruscito antifascista, militante repubblicano e azionista, R. (Lecce 1888-Locarno 1958) fu nel secondo dopoguerra il primo ambasciatore della Repubblica italiana in Svizzera e presidente della Commissione italiana dell’United Nations educational scientific and cultural oganization (UNESCO).

Proveniente da una famiglia di estrazione borghese e figlio di un imprenditore edile attivo nel settore dei lavori pubblici, a dodici anni promosse la prima organizzazione repubblicana nel Leccese, dando vita alla Lega dei partiti popolari, scioltasi nel 1904. Nel 1906 si trasferì a Roma, ove frequentò la facoltà di giurisprudenza e concluse gli studi sotto la direzione del noto civilista Giuseppe Chiovenda. Negli anni della formazione universitaria seguì con vivo interesse l’attività culturale e scientifica di Arcangelo Ghisleri, approfondendo gli studi sul pensiero repubblicano e promuovendo, a fianco di Giovanni Conti e di Oliviero Zuccarini, il rinnovamento ideale e programmatico del Partito repubblicano italiano (PRI), nella cui direzione venne eletto nel 1914. Interventista e poi ufficiale durante la Prima guerra mondiale, nel dopoguerra venne rieletto nella direzione del PRI, contribuendo all’orientamento del partito in senso antifascista. Negli anni della costruzione del regime la sorveglianza degli organi polizieschi fascisti, l’arresto e la condanna a cinque anni di confino costrinsero R., nel dicembre del 1926, a espatriare clandestinamente e a cercare rifugio in Svizzera.

Durante gli anni dell’esilio a Ginevra, dal 1927 al 1945, R. avviò una duplice battaglia contro il fascismo, sul piano scientifico e su quello prettamente politico-culturale. All’indomani del suo arrivo nel territorio elvetico conseguì un diploma all’Institut de hautes études internationales (HEI) di Ginevra, nel 1929, e avviò un’intensa attività pubblicistica e scientifica, collaborando con giornali svizzeri, spagnoli e americani e pubblicando numerosi saggi e articoli dedicati al diritto, sia internazionale che costituzionale, che gli valsero la nomina a docente presso l’Accademia di diritto internazionale dell’Aia. La sua attività scientifica, pur affrontando tematiche assai diverse tra di loro, dalla Società delle Nazioni all’arbitrato internazionale, dal regime dei passaporti al diritto d’asilo, fino alle istituzioni della II Repubblica spagnola e fasciste, fu caratterizzata dalla critica alla sovranità assoluta degli Stati e dall’adesione ai principi federalisti (v. Federalismo), sia sul piano sovranazionale che su quello infranazionale.

Sul versante specifico della lotta contro il fascismo R. proseguì la militanza nel ricostituito PRI in esilio, collaborando con le altre forze dell’antifascismo democratico, come il movimento Giustizia e libertà, e affiancando Gaetano Salvemini nell’opera di demistificazione del fascismo di fronte all’opinione pubblica internazionale, avviata dallo storico oltreoceano. Durante la Seconda guerra mondiale R. svolse un ruolo significativo nell’opera di assistenza ai numerosi rifugiati italiani, giunti in Svizzera dopo l’armistizio e fu tra i principali promotori del Partito d’azione (Pd’A) nel territorio elvetico durante i mesi della Resistenza. Con Ernesto Rossi condivise la battaglia del Movimento federalista europeo, contribuendo alla stesura della Dichiarazione federalista dei movimenti di Resistenza europei, avvenuta a Ginevra nel maggio del 1944.

Tornato in Italia nell’aprile del 1945, R. si appartò dalla politica attiva, dando le dimissioni dal Pd’A nel luglio del 1946. Dal 1947 al 1955, in qualità di ministro plenipotenziario e poi, dal 1953, di ambasciatore italiano in Svizzera, R. promosse la stipula di importanti accordi bilaterali tra l’Italia e la Confederazione elvetica, nei settori migratorio, commerciale e finanziario, nonché l’incremento degli scambi culturali tra i due paesi. Dal 1955 al 1958 fu presidente della Commissione italiana dell’UNESCO, nonché presidente delle Commissioni per la riforma delle leggi sull’emigrazione e sulla carriera consolare italiana e, nel 1957, della Delegazione italiana per il trattato di commercio italo-sovietico.

Sonia Castro (2010)




Renger, Annemarie

R., nata Wildung, vide la luce il 7 ottobre 1919 a Lipsia, in Germania, da una famiglia che aveva profonde radici nella tradizione socialdemocratica. Il padre, falegname, era stato una figura di primo piano nel Movimento sportivo operaio. R. era l’ultimogenita di sei figli, quattro maschi e due femmine, una delle quali morì poco dopo la nascita. La madre, originaria della Slesia, era cresciuta in povertà e all’età di 16 anni si trasferì a Berlino, dove si sposò presto. Nel 1907 fu una delle prime donne a unirsi ai socialdemocratici e a far parte del Club operaio di ginnastica. Il padre di R., anch’egli di origini contadine, studiò da autodidatta e si trasferì a Berlino, dove fu cofondatore dell’Organizzazione per l’istruzione operaia, e divenne presidente del Club operaio di ginnastica di Berlino. All’epoca, il Movimento sportivo operaio era un’organizzazione sia sociale che culturale, che si proponeva di liberare le classi sottoprivilegiate dalla miseria e di educarle alla fiducia di sé, onde evitare che ricadessero nell’alcolismo. Sebbene indipendente sotto il profilo organizzativo dal Partito socialdemocratico tedesco (Sozialdemokratische Partei Detuschlands, SPD), politicamente il Movimento era strettamente collegato a esso. Nel 1907 il padre di R. divenne caporedattore del “Giornale operaio della ginnastica” a Lipsia, dove nacque R.

Nel 1924 la famiglia si trasferì nuovamente a Berlino, dove il padre divenne segretario della Commissione centrale per gli sport e l’igiene degli operai. L’antica capitale tedesca influenzò la personalità della giovane: umorismo tagliente, autoironia e risolutezza sarebbero stati i tratti tipici del suo carattere. R. entrò ben presto a far parte delle organizzazioni giovanili socialdemocratiche, come quella dei Falchi rossi. Nel 1931 il padre fu cofondatore del Fronte di ferro, una unione di socialdemocratici, sindacati e una organizzazione multipartitica che difendeva la Repubblica di Weimar e la democrazia, il cui obiettivo era quello di una ferma opposizione ai nazionalsocialisti, ai comunisti e alla nobiltà conservatrice.

Grazie al padre, R. poté entrare in contatto con eminenti figure politiche della socialdemocrazia. Le sue idee politiche furono influenzate in modo duraturo dal suo retroterra socialdemocratico, dall’esperienza della Repubblica di Weimar, specialmente nei confronti dei comunisti, che il padre giudicava di ostacolo alla Repubblica, e dall’emergere del nazionalsocialismo. L’ascesa di Hitler, il Terzo reich e la Seconda guerra mondiale – vissuta a Berlino sottoposta a pesanti bombardamenti e successivamente nella brughiera di Lünebug., dove R. si rifugiò con i suoi familiari – fecero il resto. Nonostante il padre avesse perso il lavoro e la famiglia fosse perseguitata, riuscì a scampare al carcere e ai campi di concentramento durante il Terzo reich.

R. fu costretta ad abbandonare il liceo femminile, con il pretesto che non era possibile concederle un sussidio, e di conseguenza dovette fare un periodo di tirocinio in diverse case editrici, svolgendo varie mansioni. Nella prima casa editrice in cui lavorò incontrò Emil Ranger, un pubblicitario con un analogo retroterra socialdemocratico. I due si sposarono nel 1938, e pochi mesi dopo nacque il figlio Rolf. Il matrimonio tuttavia fu di breve durata. Emil morì in Francia nel 1944, in un periodo in cui la sua presenza a Parigi non poteva più essere giustificata da un coinvolgimento in azioni belliche. Oltre a quella del marito, la guerra e il dopoguerra costarono a R. la perdita di tre fratelli.

R. aveva un temperamento assai vivace, e fin da bambina era stata abituata a dimostrarsi sicura di sé e a dire quello che pensava, senza però essere scortese. Il suo temperamento, le sue convinzioni politiche e la sua apertura mentale le causarono vari problemi durante il periodo nazista. Il carattere deciso contrassegnò tutta la carriera politica di R. Senza dubbio, fu esso che la indusse dopo la Seconda guerra mondiale a contattare coraggiosamente Kurt Schumacher, che all’epoca andava riorganizzando i socialdemocratici in Germania. R. aveva deciso in quegli anni di entrare di politica. Quando nel giugno del 1945 lesse i discorsi di Kurt Schumacher sul giornale, rimase affascinata dal contenuto proeuropeo e antinazionalista, e cercò immediatamente di conoscerlo. Chiedendo direttamente a Schumacher di poter lavorare per lui come segretaria, R. cercava di realizzare il sogno giovanile di diventare segretaria di partito, e ci riuscì.

In quanto parlamentare socialdemocratico durante la Repubblica di Weimar, Schumacher era stato internato per dieci anni nei campi di concentramento, Nell’ottobre del 1945 R. cominciò a lavorare nell’ufficio di Schumacher ad Hannover, sede provvisoria del direttivo del Partito socialdemocratico (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD). Negli anni successivi divenne segretaria privata, consulente personale, compagna di viaggio, e ben presto anche la più stretta alleata politica dell’uomo che avrebbe guidato la politica postbellica della SPD della Germania occidentale occupata nei successivi sette anni. Dopo il padre, fu Schumacher il mentore politico di R., e le preparò la strada alla sua carriera politica nella Germania postbellica.

Iniziava così quello che la stessa R. ebbe a definire il suo “apprendistato politico”. Schumacher fu uno strenuo oppositore sia dei nazionalsocialisti sia dei comunisti, fortemente sostenuti nella Germania orientale. Per quanto riguarda la Germania, egli era favorevole alla sua ricostruzione come forte Stato federale, e non come semplice confederazione di Länder, come alcuni avrebbero voluto, evitando però anche un centralismo eccessivo. Egli desiderava unificare la Germania nel quadro dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), una Germania che fosse una componente dell’Europa su un piano di parità con le altre, nazionale ma non isolata e nazionalista. Tuttavia, Schumacher era contrario a una integrazione europea che sfociasse in uno Stato sovranazionale, in quanto temeva che ciò avrebbe potuto impedire l’unificazione. Pertanto, si oppose a quello che definiva il “corso secessionista” di Konrad Adenauer, ed era altresì contrario all’annessione prima che fosse concluso un trattato di pace. Inoltre, egli avversava fieramente lo smantellamento dell’economia tedesca, e non ebbe paura di scontrarsi con il ministro degli Affari esteri britannico Ernest Bevin su questo tema. Attraverso la ricostruzione, i tedeschi avrebbero imparato da sé che la democrazia è il tipo migliore di Stato. La visione di Schumacher – centrata sull’Europa ma orientata alla riunificazione – trovò espressione nel 1947 nella cosiddetta “teoria del magnete”, che invocava una stabilizzazione economica della Germania occidentale affinché potesse richiamare a sé la parte orientale.

Schumacher fu eletto presidente della SPD della Germania occidentale nel 1946, e ciò segnò la scissione definitiva con la socialdemocrazia della Germania orientale, che nel frattempo era stata costretta a fondersi con i comunisti. La vita all’epoca era difficile, e Schumacher e R. spesso dovettero far ricorso agli aiuti alimentari inviati dagli Stati Uniti per non soccombere alla fame.

R., essa stessa ora membro del partito, guidò nel 1946-1947 l’ufficio di collegamento dell’esecutivo del partito a Berlino. Qui, l’entusiasmo per le idee socialdemocratiche per la prima volta attirò l’attenzione sulle sue qualità politiche. Di tanto in tanto, R. aiutò i rifugiati dell’Est a scappare nella Germania occidentale. Durante questi primi anni del dopoguerra, R. incontrò molti socialdemocratici che successivamente sarebbero diventati figure importanti nella vita politica tedesca, tra cui Carlo Schmid, Erich Ollenhauer, Ernst Reuter, Herbert Wehner, o Willy Brandt. Nella sua carica, R. partecipò attivamente la ricostruzione di una SPD unificata e della Germania postbellica, le cui basi furono poste da personaggi come Schumacher e Adenauer. Quando Schumacher subì l’amputazione di una gamba a seguito di una malattia nel 1948, R. divenne anche infermiera e governante dell’uomo politico sino alla sua morte, avvenuta nel 1952. Con l’aiuto di R., Schumacher continuò a essere influente sulla scena politica, ad esempio in relazione all’adozione del Costituzione tedesca (Grundgesetz, Legge fondamentale) nel 1949, o successivamente come presidente del gruppo parlamentare della SPD nel primo parlamento (Bundestag) tedesco. All’epoca, i due si erano trasferiti a Bonn, nuova capitale provvisoria della Germania.

Dopo la morte di Schumacher, R. si presentò alle elezioni per il Bundestag, e nel 1953, all’età di 33 anni, ottenne un seggio nella lista regionale dello Schleswig-Holstein, in quanto la sua città natale, Lipsia, si trovava ora nella Germania orientale. La sua circoscrizione elettorale era Pinneberg-Elmshorn, nello Schleswig-Holstein. Per ragioni interne al partito, nel 1969 R. passò alla circoscrizione elettorale di Neuss-Dormagen, nel Nord Reno-Westfalia. Questa prima candidatura fu l’inizio di una carriera che le avrebbe valso un giorno il titolo di la grand dame della socialdemocrazia tedesca – titolo senz’altro meritato date le convinzioni politiche di R., sempre espresse chiaramente e con dignità, e che dimostra la considerazione di cui essa godeva anche al di fuori del suo partito. Nel 1954 R. perse il padre, e la madre si prese cura della casa della figlia per i successivi nove anni.

Dal 1954 al 1990 R. fu membro del Bundestag. In questo ruolo, partecipò a varie commissioni ed enti, tra cui la commissione per gli Affari interni, la commissione per gli Aiuti allo sviluppo, la commissione per gli Affari esteri, la commissione speciale per la Riforma del diritto penale, o il Comitato misto, che assolve le funzioni del Bundestag e del Bundesrat (Consiglio federale) per questioni relative alla difesa. Nel 1969 R. divenne uno dei quattro segretari parlamentari della SPD nel Bundestag, dove fu responsabile delle finanze, del personale, della partecipazione alle commissioni e della presenza nel gruppo parlamentare. R. fu la prima donna a detenere tale incarico, e lo ricoprì con successo tra il 1969 e il 1972: data l’importanza della “maggioranza del cancelliere” nel sistema politico tedesco, ella cercò di non perdere nemmeno un voto per la colazione social-liberale al governo. Tuttavia la carriera parlamentare di R. non terminò qui. Nel 1972 la SPD e il suo cancelliere Willy Brandt, dopo lo scioglimento del Bundestag vinsero le successive elezioni, e ciò fu visto come una conferma degli Ostverträge (Patti orientali). Poiché la SPD ottenne anche la maggioranza dei seggi in parlamento, R. divenne la prima donna – e il primo esponente della socialdemocrazia del dopoguerra – a ricoprire la carica di presidente del Bundestag tedesco, la seconda carica dello Stato, conservandola sino al 1976, quando i cristiano-democratici presero il sopravvento.

Nel frattempo R. aveva incontrato Aleksandar (“Saša”) Lončarević, un economista iugoslavo che lavorava all’epoca all’ambasciata iugoslava di Bonn, e durante la Seconda guerra mondiale era stato attendente medico nell’esercito partigiano di Tito. Dapprima funzionario del ministero dell’Economia, Aleksander fu dopo la guerra uno dei primi funzionari iugoslavi a lavorare per la liquidazione dei danni di guerra e il rimpatrio dei prigionieri di guerra in Germania. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica iugoslava nel 1957, Alxeander espatriò e chiese la cittadinanza tedesca, senza incontrare difficoltà da parte delle autorità iugoslave. R. e Alexander si sposarono nel 1965. Persino il giorno del matrimonio, avvenuto il 10 dicembre 1965, R. non mancò all’assemblea generale annuale della SPD nella sua circoscrizione, dimostrando la sua fedeltà e il suo senso di responsabilità nei confronti del partito. Dopo la politica di apertura della SPD avviata con il programma di Bad Godesberg, R. divenne membro dell’esecutivo del partito nel 1962, dove rimase sino al 1973, dal 1970 al 1973 addirittura al suo vertice, la presidenza. Negli anni successivi ricoprì altri incarichi all’interno del partito, tra cui quello di presidente della Commissione femminile federale della SPD dal 1966 al 1973, e quello di membro della Commissione di controllo della SPD dal 1979 al 1983.

Nel corso della sua carriera politica, R. si sentì impegnata a raccogliere l’eredità del padre e di Schumacher. Così all’interno della SPD fu membro della fazione dei cosiddetti Kanalarbeiter (“operai addetti alla canalizzazione”), poi Seeheimer Kreis, una frangia tradizionalista del partito legata ai sindacati e opposta ad alcune cerchie di intellettuali favorevoli alla cooperazione con i comunisti. Ciò si dovette indubbiamente alle esperienze di R. durante la Repubblica di Weimar e nel periodo successivo, che l’avevano convinta del carattere dittatoriale del comunismo. Era ovvio pertanto che essa non vedesse di buon occhio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta l’affermarsi in Europa – e specialmente in Germania – di un movimento di sinistra, che invase anche il suo stesso partito. R. mantenne la posizione socialdemocratica tradizionale, marxista ma anticomunista. Inoltre, era convinta che il merito della socialdemocrazia nel dopoguerra fosse stato quello di integrare nello Stato ampie categorie di lavoratori. Per tutta la vita R. stessa fu iscritta a un sindacato. A suo parere, la nuova Seconda repubblica tedesca doveva tenersi lontana dagli estremismi tanto di destra quanto di sinistra.

Negli anni seguenti, R. dimostrò questo punto di vista attraverso il suo sostegno alla campagna per la firma del documento “Sei tesi per l’identità della socialdemocrazia” (il cosiddetto “documento Löwenthal”) del 1981. Questo controverso documento fu percepito come una presa di posizione contro la via dell’integrazione di Willy Brandt da parte di gruppi marginali della SPD. D’altro canto, R. sostenne sempre la politica di Helmut Schmidt.

Tuttavia nel 1973, quando l’ala a sinistra del partito prese il sopravvento, le posizioni politiche di R., all’epoca presidente del Budestag, ne causarono l’esclusione dall’esecutivo della SPD. Indotta dalle esperienze del Terzo reich a rifiutare la democrazia diretta e popolare, ma avversa anche all’attenzione unilaterale per le questioni ambientali e il movimento per la pace, R. non era più il candidato ideale. In questo stesso periodo il suo secondo marito morì per un attacco cardiaco. In queste circostanze non era facile assolvere i compiti richiesti dalla sua nuova carica di presidente del Bundestag, ma R. vi riuscì con naturale dignità e senso di responsabilità. Nonostante le forti pressioni e le critiche di alcune femministe, R. fu all’altezza del suo mandato. Al termine della presidenza, poté affermare, con la sicurezza di sé che la contraddistingueva, di aver dimostrato che una donna era perfettamente in grado di ricoprire tale carica.

R. fu indubbiamente una pioniera dei diritti delle donne, ma prese le distanze dal femminismo, cercando di dimostrare con il suo operato che le rivendicazioni femminili erano giuste e incoraggiando altre donne a seguire il suo esempio. Tuttavia, R. non esitò a prendere posizione in favore di un miglioramento della parificazione dei diritti. Così, quando era presidente del Bundestag, promosse le norme sul lavoro part-time nel servizio pubblico e fece istituire un asilo infantile in parlamento. Si fece altresì promotrice di un’iniziativa per la parificazione salariale, incoraggiando le donne a denunciare in tribunale i casi di trattamento salariale iniquo. Tuttavia le sue posizioni antifemministe le crearono alcuni problemi anche all’interno della Commissione femminile federale della SPD, di cui detenne la presidenza fino a quando non dovette lasciare l’esecutivo del partito, nel 1972.

Nel 1976, con la nomina a presidente del Bundestag del cristiano-democratico Karl Carstens, R. conservò la vicepresidenza della SPD sino al 1990. Negli stessi anni rimase nell’esecutivo del gruppo parlamentare socialdemocratico nel Bundestag. Nel 1979 si ebbe un altro evento saliente nella lunga e ricca carriera politica di R. allorché essa divenne la prima donna candidata alla carica di presidente federale. Poiché la distribuzione dei voti all’interno della Convenzione federale era stata a favore dei conservatori, fu battuta da Karl Carstens.

Dieci anni dopo R. dovette sicuramente pensare di aver raggiunto lo scopo della sua carriera politica quando, il 9 novembre 1989, avvenne la caduta del Muro di Berlino. Fu R., che aveva lottato per tutta la vita per la Riunificazione tedesca e non aveva mai abbandonato le speranze di vederla realizzata, ad annunciare presiedendo l’assemblea plenaria del Bundestag in quel giorno ciò che si stava verificando al confine intratedesco nella città di Berlino. La convinzione di R. che il comunismo sarebbe fallito per la sua incoerenza interna trovava conferma in questi eventi. Tuttavia, per ragioni d’età, R. non si presentò alle elezioni successive, che si svolsero nel 1990.

Strettamente legate alla posizione in merito alla riunificazione tedesca erano le idee di R. sulle questioni internazionali, in particolare sull’Europa. R. iniziò presto la sua carriera internazionale in qualità di membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’europa, e dell’Unione dell’Europa occidentale (UEO) dal 1960 al 1967. Sull’integrazione europea essa condivideva le opinioni di Schumacher. Convinta che l’Unione europea fosse una necessità dettata da ragioni economiche e politiche, avversava nondimeno l’idea di una legislazione sovranazionale, che a suo avviso avrebbe minacciato la struttura federativa della Germania, ma riteneva necessari incontri e conferenze internazionali per una intesa comune. R. propose contatti ufficiali tra i due parlamenti tedeschi, il Bundestag e la Volkskammer (Camera popolare), già nel 1973, assai prima che tale idea si affermasse nelle cerchie politiche delle due Germanie alla metà degli anni Ottanta. Sempre nel 1983 guidò il primo viaggio di una delegazione parlamentare in Unione Sovietica. R. fu una sostenitrice della Ostpolitik di Brandt e della costituzione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Tuttavia, ogniqualvolta i Diritti dell’uomo venivano violati, ad esempio durante la primavera di Praga, o da un dittatore, criticava ogni comportamento diplomatico – del suo partito, del suo paese o dell’Occidente – che non implicasse una decisa presa di posizione.

R. nutriva una simpatia speciale per l’America, in ragione al suo contributo alla ricostruzione dell’Europa nel dopoguerra, ma anche per Israele. Oltre a effettuare numerosi viaggi in questo paese a partire dal 1967, R. si schierò spesso apertamente a favore di Israele e contro il razzismo, contribuendo alla riconciliazione tra Germania e lo Stato israeliano. Ciò le valse la fiducia di vari politici israeliani. Dal 1976 al 1987 fu presidente del Gruppo parlamentare tedesco-israeliano (Gruppo dell’amicizia). Israele la ringraziò per il suo impegno con numerosi riconoscimenti. L’Università ebraica di Gerusalemme la nominò Accademico onorario nel 1987; nel 1991 le fu conferita la laurea honoris causa dalla Facoltà di filosofia dell’Università Ben Gurion del Negev; nel 1992 ricevette la Medaglia Buber-Rosenzweig della Società per la cooperazione cristiano-ebraica. Anche la Germania ringraziò R. per il suo impegno politico. Nel 1974 ricevette il Grande ordine al merito della Repubblica federale di Germania. Inoltre, R. fu membro o presidente di diverse organizzazioni umanitarie, sia sociali che politiche, come la Società Kurt Schumacher (di cui fu presidente nel 1991). Attualmente, è presidente di oltre 20 organizzazioni.

Claudia Kissling (2007)




Renner, Karl

R. nacque il 14 dicembre 1870 a Untertannowitz (Dolnì Dunajovice) da una famiglia di modesti contadini. Dopo aver frequentato il ginnasio a Nikolsburg, andò a studiare legge a Vienna dove, per mantenersi e aiutare economicamente la famiglia, si impiegò come precettore privato. Sin dai tempi dell’università, R. mostrò uno spiccato interesse per le questioni politiche e sociali e l’influenza del marxismo, da lui inteso nell’accezione lassalliana di attivismo operaio più che nella rigidità dottrinaria del filosofo tedesco, lo avvicinò al socialismo. Furono anni importanti, durante i quali il giovane R. strinse legami di amicizia con Max Adler e Rudolf Hilferding, i fondatori di quell’austromarxismo di cui anche R. sarebbe diventato esponente di spicco.

Impiegato come bibliotecario del Parlamento dal 1895 al 1907, R. visse un periodo caratterizzato da una crescita sia politica che intellettuale. Si distinse come pubblicista intervenendo, oltre che sui problemi della classe operaia, anche nell’annoso dibattito sulla riforma delle istituzioni imperiali, pubblicando alcuni scritti che sarebbero diventati famosi, tra cui Staat und Nation. Zur österreichischen Nationalitätenfrage (1899), Der Kampf der österreichischen Nationen um den Staat (1902). Eletto nel 1907 deputato al parlamento austriaco nelle file del partito socialdemocratico, prese parte al dibattito sulla questione delle nazionalità, palesando autonomia di giudizio e moderazione: mentre infatti la corrente di sinistra del partito socialdemocratico si orientava verso soluzioni di netta rottura con la tradizione istituzionale della duplice monarchia, R. si faceva interprete di un progetto di riforma istituzionale che permettesse l’affermazione dei diritti delle nazionalità nel rispetto della struttura esistente. Già in questo periodo, il riformismo moderato si palesava come l’elemento caratterizzante del pensiero e dell’atteggiamento di R., il quale andava guadagnandosi quella fama di politico equo e pragmatico che avrebbe indotto molti a vedere in lui l’uomo adatto per guidare il paese nei momenti più difficili.

Alla fine della Prima guerra mondiale R. assunse un ruolo di primo piano nella politica austriaca. In seguito alla caduta della monarchia, il 30 ottobre 1918, l’assemblea parlamentare provvisoria lo nominava cancelliere, ponendolo alla guida di un governo che dovette fronteggiare una situazione particolarmente difficile: sul versante interno, ai problemi connessi al crollo dell’impero e alla sconfitta bellica si aggiungevano le agitazioni contro il governo centrale, dilaganti dal Tirolo al Vorarlberg. Anche sul versante internazionale R. dovette affrontare sfide impegnative, dalla difesa degli interessi nazionali alla conferenza della pace alla impostazione della nuova politica estera della repubblica austriaca.

Nell’autunno del 1920 la crisi dell’esecutivo di coalizione da lui guidato e il successivo passaggio dei socialdemocratici all’opposizione fecero sì che la sua centralità politica iniziasse a venire meno. Anche all’interno del partito socialdemocratico, dove le correnti radicali erano divenute predominanti, R. fu oggetto di una progressiva marginalizzazione. Conservò comunque una posizione di prestigio nella politica austriaca, presiedendo, tra l’altro, il Consiglio nazionale austriaco dall’aprile del 1931 al marzo del 1933. Non fu però in grado di sottrarsi all’ondata di violenza e repressione che colpiva la giovane repubblica: sebbene non coinvolto nei sanguinosi scontri del febbraio 1934, che avevano avuto luogo tra forze governative e nazionali da un lato e estremisti comunisti e nazisti dall’altro, R. fu arrestato e imprigionato per alcuni mesi. Abbandonati i pubblici uffici, fu spettatore della fine dell’Austria indipendente e della sua incorporazione nella Germania hitleriana. Ritiratosi a vita privata nella cittadina di Gloggnitz, vi trascorse, dedicandosi agli studi, gli anni fino al 1945.

Con la liberazione del paese nell’aprile del 1945 si apriva l’ultima fase della vita politica dello statista austriaco. Grazie al sostegno delle autorità sovietiche di occupazione prendeva contatto con gli esponenti dei partiti democratici e si adoperava per la costituzione di un governo provvisorio, alla cui guida fu posto il 29 aprile 1945. Avrebbe mantenuto tale incarico fino al novembre dello stesso anno, al subentrare dell’esecutivo nominato a seguito delle consultazioni elettorali. Il 20 dicembre del 1945 l’Assemblea nazionale lo elesse Presidente della Repubblica, carica che avrebbe conservato fino alla morte, avvenuta a Vienna il 31 dicembre 1950.

Il contributo politico e umano dato da R. risiede probabilmente, più che nella sua impostazione dottrinaria, nella capacità concreta di coagulare, nei momenti difficili dell’Austria, le forze politiche e sociali vitali e di indirizzarle verso l’obiettivo del risollevamento del paese. Nel primo come nel secondo dopoguerra fu capace di riunire sotto la sua guida le forze democratiche e progressiste dell’Austria per affrontare i problemi della nazione e favorirne la ripresa sia sul fronte interno che su quello internazionale. Nonostante l’impossibilità di collegare direttamente R., un figlio della duplice monarchia divenuto grande statista di un’Austria in cui i fasti imperiali erano solo un ricordo, alla storia del processo di integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), non bisogna sottovalutare l’importanza del suo contributo ideale e materiale. Sincero fautore della cooperazione internazionale, si è sempre battuto per il dialogo tra le nazioni, portando avanti quel messaggio di democrazia, di libertà e di equità, che ancora oggi ispira il processo di integrazione europea.

Federico Niglia (2010)




Rey, Jean

R. (Liegi 1902-ivi 1983) è stato un avvocato e uomo politico belga ed europeo, deputato liberale di Liegi (1939-1958), più volte ministro (1949-1958), membro (1958-1967) e poi presidente (1967-1970) della Commissione europea.

R., che Raymond Barre ha definito «europeo fino alla radice dei capelli», curiosamente figura di rado nel pantheon dei “padri dell’Europa”. Eppure la sua carriera politica, sia a livello belga che europeo, ne testimonia l’impegno incondizionato a favore dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Se la Seconda guerra mondiale, durante la quale è prigioniero in Germania, gli fa prendere coscienza dolorosamente della necessità vitale di unificare l’Europa, sono senz’altro le sue origini – svizzere, tedesche, italiane, francesi, belghe – e il suo ambiente familiare che lo condizionano a “pensare da europeo”.

«Figlio e artefice dell’Europa» (v. Fenaux, 1972), forte di un’eredità familiare al tempo stesso protestante, liberale e internazionalista, R. si lancia nella vita politica.

Dopo gli studi umanistici all’Athénée royal di Liegi, il giovane R., grazie a una borsa di studio della fondazione universitaria, si dedica alla giurisprudenza all’Università di Liegi. Segnato dall’insegnamento del sociologo Ernest Mahaim, esperto di diritto internazionale e collaboratore del Bureau International du Travail (BIT), R. si entusiasma per l’attività della Società delle Nazioni. Ammiratore di Aristide Briand e di Paul Hymans, il giovane studente aderisce alla sezione dell’Union belge pour la Société des Nations di Liegi (v. Poorterman, 1984, p. 5) e nel 1928, dieci anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, invita a Liegi alcuni pacifisti tedeschi. Questa fedeltà all’opera di Wilson rimane intatta ancora per molto tempo dopo il fallimento dell’istituzione ginevrina. Nel luglio 1939 organizza a Liegi, insieme a Paul Struye e Herman Vos, il quarto congresso dell’Union belge pour la Société des Nations (v. Balace, 2004, p. 29).

Dopo la laurea in giurisprudenza R. si iscrive come avvocato alla Corte d’appello di Liegi (1926-1958) e nel settembre 1930 aderisce al Congrès de concentration wallonne. Tre anni dopo, insieme a Fernand Dehousse, lancia il settimanale “L’Action wallonne” per difendere i progetti di difesa delle frontiere e l’alleanza franco-belga del 1920, e per fustigare Rex, il Vlaams Nationaal Blok (VNV), Henri De Man, Paul-Henri Charles Spaak e la politica d’indipendenza del Belgio. Nel 1924 entra nelle file del Partito liberale, sia per convinzione che per tradizione familiare (v. Balace, 2004, p. 19). Questa scelta “pericolosa” in una Vallonia in cui il voto, dopo l’instaurazione del suffragio universale, tende a confluire verso il Parti ouvrier belge (POB), si rivela vantaggiosa. Consigliere comunale a Liegi nel 1935, entra a far parte della Camera dei rappresentanti. In questo emiciclo manifesta nel modo più esplicito la sua opposizione nei confronti della politica neutralista incarnata da Paul-Henri Spaak. «È falso affermare che il Belgio non ha interessi essenziali in gioco», dichiara nel giugno 1939, «abbiamo un interesse immenso, quello della pace […]. Ma ne abbiamo anche un altro altrettanto importante: vedere regnare nell’Occidente dell’Europa un regime internazionale rispettoso dei trattati e dell’indipendenza dei piccoli Stati» (intervento di R. alla Camera dei rappresentanti, Annales parlementaires, giugno 1939). Ma il 10 maggio 1940, quando la Germania invade il Belgio, R. assiste in uniforme alla seduta della Camera, «stringe la mano a Spaak dicendogli che i loro contrasti sono dimenticati, che ormai non ci sono che i Belgi in lotta contro lo stesso nemico» (v. Balace, 2004, p. 36).

R. è fatto prigioniero dai tedeschi durante la campagna dei diciotto giorni e rientra in Belgio solo nel 1945. Ritrova il suo seggio di deputato liberale (1946-1958), ma milita su vari fronti: Federalismo, liberalismo ed Europa (v. Poorterman, 1984, p. 26). R., che in un articolo pubblicato nel 1937 sulla rivista “Le Flambeau” delineava i tratti federalisti dello “Stato del domani”, partecipa nell’ottobre 1945 al congresso nazionale vallone di Liegi. Sostiene con forza l’opzione federalista per contrastare, in particolare, la volontà di alcuni membri che vorrebbero annettere la Vallonia alla Francia: «La soluzione federalista è quella che presenta più vantaggi immediati per cercare di mantenere unita la Vallonia, una Vallonia capace di azione o di unione nell’immediato. Per questo vi invito a pronunciarvi per la soluzione federale» (cit. in Poorterman, 1984, p. 26). Quest’esortazione si concretizza nel 1947 in una proposta di legge sull’organizzazione di uno Stato federale – proposta che i parlamentari si rifiuteranno di esaminare.

R. vive la sua prima esperienza internazionale come delegato supplente alla terza assemblea generale dell’ONU che si tiene a Parigi nel 1948. È favorevole al Trattato di Bruxelles e all’Alleanza atlantica (v. Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico). Nel 1949, quando è delegato supplente alla prima assemblea del Consiglio d’Europa, è nominato ministro della Ricostruzione nel governo Eyskens (agosto 1949-aprile 1950). Quanto alla questione regale, si dichiara favorevole a una consultazione popolare in merito al ritorno di Leopoldo III. Ma qualche mese dopo, tornando sui banchi dell’opposizione, si dichiara contrario al rientro incondizionato del sovrano – la popolazione vallona si era pronunciata in maggioranza contro. Consapevole della posta in gioco a livello europeo, R., una volta diventato ministro degli Affari economici (23 aprile 1954-gennaio 1958) nel governo Van Acker, asseconda Spaak «cedendogli i suoi collaboratori più preziosi, come il barone Jean-Charles Snoy et d’Oppuers e l’ambasciatore van der Meulen e appoggiando con fermezza la firma dei Trattati di Roma» (v. Conrad, 2007, p. 112).

Liberale vallone, europeo convinto, forte di una seria esperienza acquisita nel Consiglio dei ministri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) (1954-1958), R., nel contesto politico belga, ha il profilo ideale per far parte della Commissione sul Mercato comune istituita dai Trattati di Roma (27 marzo 1957). Il 10 gennaio 1958 è nominato membro della prima Commissione europea della Comunità economica europea (CEE) presieduta da Walter Hallstein. Ottiene la presidenza del Gruppo relazioni esterne e in questa veste dirige fino al 1967 un notevole numero di negoziati – Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT), Comitato Mauldling, accordi d’Associazione, negoziati d’adesione, ecc. I più famosi restano quelli del Kennedy Round (v. Kennedy, John Fitzgerald); in occasione di questi negoziati, avviati a Ginevra il 4 maggio 1964 al fine di ridurre le barriere doganali per il commercio dei prodotti primari, agricoli, industriali, manifatturieri, R., con la sua forza di persuasione e la sua tenacia, riesce a negoziare a nome dei Sei un abbassamento tariffario dell’ordine del 35-40%. Una vittoria, considerato che gli Stati Uniti miravano a una riduzione tariffaria del 50% senza garantire alla Comunità europea una reciprocità accettabile. «Alla base degli accordi commerciali – nota R. nel maggio 1967 alla fine dei negoziati – c’è una verità che l’esperienza conferma: l’aggressività commerciale è un sostitutivo delle conquiste militari; offre gli stessi pericoli e le stesse minacce; la politica comunitaria rappresenta l’antidoto contro questi pericoli e, una volta affermatasi, il rimedio» (cit. in Planchar, 2004, p. 62). In effetti in questi primi anni R., che si scontra spesso con Hallstein, intenzionato a essere, de facto, il padrone della politica estera, tenta di imporre il “suo rimedio”. In una parola, la Commissione deve assumere la dimensione politica della sua funzione, i suoi membri devono essere «dei profeti e non soltanto un clero» (cit. in Conrad, 2007, p. 118).

Anche se R. si mostra interessato al risvolto commerciale del suo portafoglio, insiste regolarmente con i colleghi affinché la Commissione europea intervenga nel dibattito politico europeo e rifletta sull’avvenire e l’Approfondimento del Mercato comune. Tenta anche di rimediare alle crisi che attraversano le Istituzioni comunitarie. Nell’ottobre 1962, poiché i governi sono sempre bloccati dall’impasse conseguente al fallimento del Piano Fouchet, R. suggerisce vent’anni prima del Trattato di Maastricht di creare un pilastro per la politica estera e la difesa e un secondo pilastro per rafforzare le comunità economiche (v. anche Politica estera e di sicurezza comune). Nel gennaio 1963, quando il generale Charles de Gaulle pone il suo veto all’Adesione britannica interrompendo i negoziati, R. si indigna che si possa liquidare per opportunismo la leadership della Commissione. Ritiene che quest’ultima «debba difendere i suoi meccanismi e il suo spirito moltiplicando le sue iniziative e la sua presenza» (Archives de l’Université Libre de Bruxelles: Papiers Jean Rey AULB, 126 PP, VI-34: Note de Jean Rey pour le dossier Grande-Bretagne, 23 gennaio 1963). All’epoca della crisi della “sedia vuota” il tandem Spaak-R. svolge un ruolo importante per garantire l’intangibilità dei Trattati (v. Planchar, 2004, p. 65). Questa grande fermezza porterà la Francia a riprendere il suo posto nel Consiglio il 29 gennaio 1966 (Compromesso di Lussemburgo).

Nel luglio 1967 R. succede ad Hallstein a capo della Commissione. Il nuovo presidente, forte del successo ottenuto nei negoziati del Kennedy Round, si confronta con due sfide prioritarie: la fusione degli esecutivi e delle loro rispettive amministrazioni (Trattato di fusione dell’8 aprile 1965) e la questione dell’Allargamento. Grazie all’aiuto di Émile Noël, segretario esecutivo della CEE, R. riesce rapidamente ed efficacemente a mettere in cantiere una commissione unica. Da oltre due anni Noël ha preparato in un comitato ristretto, con la collaborazione dei segretari generali degli altri due esecutivi (Euratom e CECA), la riorganizzazione dell’amministrazione e quella del collegio della Commissione. Il 20 settembre R. si presenta insieme ai membri della sua nuova Commissione allargata davanti al Parlamento europeo. All’atto di questa investitura il presidente, che esprime la sua volontà di giocare la carta della collegialità e del dialogo con gli Stati membri, insiste sul nuovo slancio politico da dare all’Europa. A suo parere tre sono gli assi da privilegiare: la Politica industriale, la Politica dell’energia e la Politica della ricerca scientifica e tecnologica, fino a quel momento intralciate dalla frammentazione degli esecutivi. R. conserva come sua prerogativa la politica generale e durante il suo mandato si adopererà per rafforzare l’informazione europea al fine di chiarire le idee all’opinione pubblica. In questo senso appoggia i progetti della direzione generale incaricata dell’informazione, ma prende anche delle iniziative più generali all’interno del collegio (programma d’azione pluriennale, dibattiti aperti alla società civile, ecc.). Nel 1968 R. ammette che la Comunità europea è in crisi a causa delle posizioni della Francia gollista, tuttavia «continua instancabilmente a lavorare per migliorare la situazione e cogliere dei segnali che permettano di sperare» (v. Conrad, 2007, p. 124). Sotto la sua presidenza si determinano anche alcuni importanti cambiamenti. Il 1° luglio 1968, con diciotto mesi di anticipo sul calendario, si realizza la prima tappa del Mercato comune, quella dell’Unione doganale inserita all’inizio dei Trattati di Roma. Vengono introdotti anche i primi abbassamenti tariffari concordati durante i negoziati del Kennedy Round. La Commissione adotta parallelamente nuovi regolamenti doganali e commerciali ed elabora ampi programmi di riforma strutturale nei settori agricolo, monetario, tecnologico, regionale ed energetico (v. anche Programmi comunitari).

Le dimissioni di de Gaulle dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1969 e la sua sostituzione con Georges Pompidou aprono una fase nuova della costruzione europea. La Commissione da questo momento può riaffrontare il capitolo delle adesioni – del Regno Unito, dell’Irlanda, della Danimarca e della Norvegia. R. ne approfitta per difendere l’idea di un approfondimento e di una riforma istituzionale per ottimizzare l’allargamento. Temendo il pericolo di negoziati bilaterali divergenti, spera di associare maggiormente la Commissione ai negoziati per l’adesione. Ma è ostacolato da Jean-François Deniau, che a nome della Francia si oppone talvolta brutalmente a questi progetti di riforma istituzionale.

Malgrado la freddezza diffusa, Pompidou prende l’iniziativa di promuovere una Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative). Il Vertice dell’Aia ha  Haye des 1er et 2 décembre 1969 marque un nouveau tournant dans l’histoire de la construction européenne puisque, pour la première fois, la Commission est associée partiellement à un Sommet du Conseil. Jean Rey, accompagné des vice-présidents et de hauts fonctionnaires, participe à une partie des négociations notamment sur base d’un mémorandum. Ce document « aide-mémoire » porte indéniablement la griffe de Jean Rey. Avec l’aide de Raymond Barre, jeune commissaire français, le président de la Commission entend insuffler un nouvel élan à la politique européenne en élaborant trois objectifs : l’achèvement du Marché commun, l’approfondissement des institutions et l’élargissement à la Grande-Bretagne, l’Irlande et les pays scandinaves. Si à l’issue de la conférence, Rey est déçu – aucun progrès n’est réalisé en ce qui concerne l’Europe politique, aucun renforcement des institutions n’a même été envisagé –, il se rallie à l’enthousiasme générale : « L’importance des événements qui se sont produits dans la Communauté, dans les derniers mois, est considérable », déclare-t-il en mai 1970, à la veille de son départ à la tête de la Commission. « La Communauté est […] sortie de sa période de transition et elle entre dans une nouvelle phase de son existence » (Déclaration de Jean Rey publiée dans Le Bulletin des Communautés européennes, reproduit dans Poorterman, 1984, p. 319).

Jean Rey ne participera plus directement à cette nouvelle phase de l’intégration européenne. Suite à la réduction du nombre de commissaires européens voulue par la France et relayée activement par Jean Monnet, seul un Belge peut désormais siéger à la Commission. Dès lors, Jean Rey qui est pourtant soutenu par le ministre des Affaires étrangères, Pierre Harmel, entre en compétition avec Albert Coppé. Issu de la CECA, ce commissaire tient absolument à rester en place et, pour ce faire, sollicite le soutien de l’aile flamande du parti social-chrétien. C’est donc avec amertume que Rey apprend que le gouvernement belge a décidé de nommer Coppé comme unique représentant belge à la Commission. En juin 1970, il quitte la Commission européenne suscitant, de toute part, d’élogieux commentaires (Cf. Conrad, 2007, pp. 126-128).

Alors qu’au terme de son mandat, Rey répond aux invitations du secteur privé – il est commissaire chez Philips Electrical, président du conseil d’administration de la Sofina et des Papeteries de Belgique – il poursuit une activité européenne. Président du conseil d’administration du Collège d’Europe à Bruges et de la Société d’études et d’expansion de Liège, il est nommé, à la suite d’Hallstein, président du Mouvement européen (1947-1978). C’est à ce titre qu’il organise, début 1976, un Congrès de l’Europe, qui réunit l’ensemble des personnalités européennes de l’époque. Sa « dernière ambition politique » (Planchar, 2004, p. 69) est atteinte lorsqu’en 1979, il est élu, avec plus de 40 000 voix de préférence, député européen au Parlement de Strasbourg.

Si Jean Rey asegnato profondamente la storia della Comunità europea per la sua azione decisa e costruttiva; l’impegno europeo riprende quota. A prescindere dal periodo fra le due guerre, i discorsi pronunciati alla Camera dei deputati sulla CECA (giugno 1952) e sulla Comunità europea di difesa (novembre 1953) testimoniavano già un’adesione incondizionata di R. alla causa europea. È opportuno sottolineare inoltre il ruolo cruciale svolto da R. a fianco di Spaak nella ratifica del Trattato di Parigi per la CECA e dei Trattati di Roma per la CEE-Euratom e nel febbraio 1976, quando dalle colonne del mensile economico “Vision” esprime le grandi speranze risposte nelle disposizioni politiche contenute nel Rapporto Tindemans sull’Unione europea (J. Rey, Rapport Tindemans: l’heure d’agir, in “Vision”, febbraio 1976, n. 63, p. 11). L’ideale europeo che si fonda sulle sue convinzioni liberali e federaliste ha influenzato un gran numero di contemporanei. Come scrive De Clerq (v. Balace, De Clerq, Planchar, 2004, pp. 43-44): «Dall’inizio alla fine della sua vita è stato un europeo convinto. […] Per lui l’Europa era innanzitutto una comunità di valori. Valori che attingeva con una costanza indefettibile al suo attaccamento profondo ad un liberalismo nobile e generoso. Per lui l’Europa doveva essere anche e soprattutto quella dei popoli. […] Jean Rey è uno degli architetti più illustri della costruzione dell’Unione europea».

Jenèvieve Duchenne (2010)




Reynaud, Paul

R. (Barcelonnette 1878-Neuilly-sur-Seine 1966) è uno degli uomini politici francesi più ammirati e insieme controversi. Ammirato per le sue competenze in materia economica e finanziaria, per la sua eloquenza di “oratore” all’inglese e per la sua fedeltà ai grandi principi repubblicani. Ma anche controverso per le sue scelte infelici nel giugno 1940 e per la sua ostilità dichiarata nei confronti della presidenza gollista. Tuttavia, un ambito nel quale l’impegno e le convinzioni di R. non possono essere messi in discussione è quello della costruzione europea.

Eletto nel 1919 deputato delle Basses-Alpes, all’indomani della Grande guerra si pronuncia a favore delle riparazioni tedesche e dell’occupazione della Ruhr, ma nella prospettiva di una completa riconciliazione con la Repubblica di Weimar. Dopo essere stato battuto alle elezioni del 1924, comincia la sua carriera ministeriale nel 1930 come ministro delle Finanze del governo Tardieu, poi ottiene il portafoglio delle Colonie (gennaio 1931-febbraio 1932) e quello della Giustizia, con il titolo di vicepresidente del Consiglio (febbraio-maggio 1932). Torna alla Camera come deputato del II arrondissement di Parigi nel 1932, presentandosi come uno dei capi dell’opposizione al Cartello delle sinistre e poi al Front populaire. Ma quel che gli interessa maggiormente sono i problemi internazionali, in particolare l’avvento dei totalitarismi. Il suo incontro con il colonnello Charles de Gaulle, il 5 dicembre 1934, lo porta a rompere con la strategia difensiva della linea Maginot e alla Camera, il 15 marzo 1935, parla a favore di un’arma mobile e offensiva. Pur essendo profondamente anglofilo e oltretutto guardasigilli e poi ministro delle Finanze nel governo Daladier, nel settembre 1938 si oppone agli Accordi di Monaco. Chiamato alla guida del governo il 20 marzo 1940, ne allontana Georges Bonnet, capofila della corrente pacifista, tenendo per sé il portafoglio degli Esteri. Ma commette l’errore fatale di nominare il maresciallo Pétain alla vicepresidenza del Consiglio, il 18 maggio 1940. Quindi all’interno del suo governo si impone la linea pacifista, malgrado la nomina del colonnello de Gaulle a sottosegretario di Stato alla Difesa nazionale (5 giugno 1940), incaricato dei rapporti con Winston Churchill. La sua proposta di un’unione integrale franco-britannica è rifiutata dal Consiglio dei ministri, quindi R. si dimette il 16 giugno 1940, prima di essere arrestato dal regime di Vichy il 6 settembre.

Il 5 maggio 1945 viene liberato dell’esercito americano e dopo la guerra sarà in parte responsabile dell’armistizio e del fallimento della III Repubblica. Tuttavia è rieletto deputato il 2 giugno 1946, nel Nord, ed è di nuovo ministro nell’effimero governo di André Marie (luglio-settembre 1948), con il portafoglio delle Finanze e degli Affari economici. Fervente sostenitore del Piano Marshall, si vede rifiutare dall’Assemblea i poteri straordinari necessari, a suo parere, per il risanamento economico (8 agosto 1948). Il 27 maggio 1953 è designato da Vincent Auriol per formare un nuovo governo, ma non ottiene i voti necessari per l’investitura. Questo allontanamento gli dà l’opportunità di militare a favore del suo grande progetto politico: la costruzione europea. Nel 1945 il suo primo incontro è con l’ambasciatore britannico a Parigi sir Duff Cooper: «Ho avuto il tempo di riflettere – gli dice – durante la prigionia. Il vostro paese e il mio sono ormai troppo piccoli per vivere fra i due giganti usciti della Seconda guerra mondiale. Bisogna fare l’Europa unita».

Il progetto europeo di R. è in un primo tempo federalista (v. Federalismo), anglofilo e nettamente anticomunista. Al Congresso dell’Aia, nel maggio 1948, egli propone la creazione di un’Assemblea europea eletta a suffragio universale da tutti gli europei del blocco atlantico, con un deputato ogni milione di abitanti: «Oggi possiamo agire solo sulla base del consenso dei popoli. È la nostra dottrina, è la nostra fede. Quindi sono i popoli che dobbiamo convincere. A loro è necessario trasmettere lo spirito europeo». Ma questo progetto pionieristico raccoglie solo sei voti sui cinquecento membri presenti, che gli preferiscono un’assemblea in cui i membri sono nominati dai Parlamenti nazionali. Invece, il suo ordine del giorno presentato all’Assemblea nazionale, il 17 giugno 1948, a favore dell’integrazione della Germania nell’Unione europea è adottato da una (risicata) maggioranza di deputati. Qualche mese dopo R. è eletto dal Parlamento francese membro dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, che si riunisce per la prima volta a Strasburgo il 10 agosto 1949. Come presidente della commissione Affari economici dell’Assemblea svolge per molti anni un ruolo determinante. Nel 1950 organizza un viaggio privato negli Stati Uniti per incoraggiare gli americani a sostenere la costruzione europea e pubblica un’opera dal titolo S’unir ou périr, in cui reclama «l’Unione economica e monetaria» degli europei. Sostiene con entusiasmo il Piano Schuman del pool carbosiderurgico (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio), auspicando anche che l’assemblea del Consiglio d’Europa – di cui deplora l’immobilismo nell’agosto 1950 – eriga una statua al suo artefice. Si dichiara favorevole al progetto di una Comunità europea di difesa (CED), che difende in ogni circostanza dalla tribuna della Camera e dell’Assemblea di Strasburgo. Nel novembre 1951 scrive a Winston Churchill per rimproverargli l’opposizione al Piano Pleven. In occasione di una conferenza a Oxford ricorda ai britannici: «Se continuate a tenervi lontani dall’Europa, questa non si unificherà». Nel giugno 1953, al termine di una lunga seduta dell’Assemblea di Strasburgo, vede naufragare la sua grande idea di un potere esecutivo sopranazionale. Ma nell’agosto 1954, all’Assemblea nazionale, condanna energicamente coloro che rifiutano la CED: «È una sconfitta per la civiltà e per la pace», ed esprime un giudizio molto duro su Pierre Mendès France, al quale rimprovera la sua neutralità sulla questione: «Se è il vostro atteggiamento a far fallire l’Europa, dovrete temere il giudizio della storia». Qualche settimana più tardi, dopo gli Accordi di Londra, la sua collera non è diminuita: «Tutto quello che abbiamo voluto costruire da sei anni, sotto la direzione della Francia e con l’Inghilterra come associata, è crollato». Sotto un uragano di applausi R. torna al suo posto; Antoine Pinay lo segue in segno di omaggio.

Sotto la V Repubblica lo attendono nuove battaglie europee. A partire dall’ottobre 1960 si oppone apertamente alla politica di dissuasione incarnata dal generale de Gaulle e reclama una bomba atomica per l’Europa e non solo per la Francia. Nel giugno 1962, qualche settimana dopo l’investitura del governo di Georges Pompidou, chiede una dichiarazione sulla politica estera che lo vincoli alle sue responsabilità. Lo scontro culmina nella seduta parlamentare del 4 ottobre 1962, quando R., portavoce del Cartello dei contrari, attacca duramente nell’emiciclo la revisione presidenziale: «Per noi, repubblicani, la Francia è qui e non altrove». Nelle elezioni successive è sconfitto dal candidato gollista e dedicherà i suoi ultimi anni a combattere il potere. Nel 1964 pubblica un violento pamphlet contro La politique étrangère du gaullisme, in cui rimprovera al generale di voler frenare la marcia dell’Europa verso l’unità. Il suo risentimento è così forte che invita a votare per “l’europeo” Jean Lecanuet al primo turno delle presidenziali del 1965 e anche a sostenere François Mitterrand al secondo turno. Pochi giorni prima di morire, il 21 settembre 1966, annota questa osservazione disincantata: «Se oggi avessi la parola, non mi sarei staccato dalla NATO, non mi sarei dissociato dalle democrazie… Ma ho perso la parola…».

Jean Garrigues (2010)