Salvatorelli, Luigi

S. nacque l’11 marzo del 1886 a Marsciano, in provincia di Perugia, dove il padre era proprietario di una officina meccanica; la famiglia materna era originaria di Assisi. I legami familiari con ambienti ecclesiastici esercitarono una influenza indelebile sul giovane S., che iniziò a studiare a Perugia sotto la guida di uno zio monsignore. Dopo avere completato gli studi universitari a Roma e aver combattuto una iniziale attrazione verso l’attività religiosa, S. si laureò nel 1907 in filologia romanza con Ernesto Monaci, discutendo una tesi su La politica interna di Perugia in un poemetto volgare della metà del Trecento pubblicata a distanza di anni sul “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria” (L, 1953). Era evidente sin da allora un interesse per lo studio della storia, che si intrecciava con l’attenzione per la filologia e la cultura religiosa. Dal 1908 al 1914 S. lavorò come funzionario presso il ministero della Pubblica istruzione, dove conobbe Guido De Ruggiero, pur continuando ad assecondare la passione per gli studi storico-religiosi. Di quegli anni è la collaborazione a “La voce” di Giuseppe Prezzolini, dove uscì nel 1912 un suo saggio su Filosofia e Religione. Nel 1915 risultò vincitore in un concorso universitario per storia del cristianesimo indetto dall’Università di Roma, secondo classificato in una terna capeggiata da Ernesto Buonaiuti al quale lo legava l’attenzione per il modernismo. In seguito all’esito concorsuale S. ricoprì la cattedra di storia della Chiesa presso l’università di Napoli.

L’attività di S., che sembrava ormai orientata verso una carriera di insegnamento e di studio sul versante storico-religioso, subì a questo punto una svolta che va messa in relazione con gli eventi politici del primo dopoguerra. Dopo una prima produzione di ambito accademico (Significato di “nazzareno” del 1911; Stato e vita sociale nel pensiero religioso d’Israele e del cristianesimo antico del 1914; la raccolta di Saggi di storia e politica religiosa del 1914), S. abbandonò definitivamente la cattedra universitaria, lasciando anche Napoli per trasferirsi a Torino, ove si dedicò all’attività giornalistica arrivando nel 1921 ad assumere la condirezione del quotidiano “La Stampa”. Di quel periodo è anche la collaborazione ad altri periodici, tra i quali “La Tribuna”, “La Cultura” e “Italia nostra”. Questa svolta era condizionata dall’attenzione preminente per i problemi del proprio tempo, che imponevano a S. di occuparsi del presente e lo portavano a individuare nel nascente fascismo una minaccia da contrastare in prima persona.

Il deciso e precoce antifascismo, quando diversi uomini di cultura predicavano un atteggiamento di dialogo nei confronti del movimento di Benito Mussolini, spinse S. alla collaborazione con “La rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, che divenne poi il suo editore in occasione della pubblicazione di Nazionalfascismo (1923), che costituisce con il successivo Irrealtà nazionalista (1925) un caposaldo degli studi sul fascismo, con una capacità di analisi e di premonizione che non trova molti eguali nella pubblicistica dell’epoca. L’antifascismo di S. rivelava appieno la sua cifra di studioso e ne avrebbe in seguito influenzato l’intero corso della produzione storica. Esso originava da un ripudio etico-politico della violenza, ma soprattutto da una valutazione del carattere regressivo del fascismo nei confronti della civiltà occidentale, di cui l’Italia era stata secolare protagonista e dalla quale adesso veniva bruscamente allontanata. L’antifascismo di S. era quindi l’occasione per una rilettura della vicenda italiana nel più vasto quadro della storia europea.

Gli anni della dittatura rappresentarono per S. una conferma delle sue prime intuizioni e l’occasione per una loro messa a punto storiografica, ma anche un difficile passaggio esistenziale. Nel 1925 veniva infatti allontanato dalla “Stampa” e posto come gli altri oppositori ai margini della vita pubblica. Cominciava per lui un lungo periodo di isolamento vissuto da esule in patria, con pochi e sporadici contratti con gli ambienti antifascisti e la costante preoccupazione di guadagnarsi da vivere mediante collaborazioni saltuarie per manuali e pubblicazioni scolastiche. Questo periodo corrispose a una ripresa dei suoi interessi per la storia del cristianesimo (in particolare con La vita di S. Francesco d’Assisi del 1926 e S. Benedetto e l’Italia del suo tempo del 1929), ma soprattutto con i primi sistematici lavori di inquadramento storico dell’Italia contemporanea. Da questo punto di vista il caposaldo è rappresentato da Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, pubblicato nel 1935 dalla giovane casa editrice Einaudi di cui S. divenne un autore di riferimento. Qui la vicenda del Risorgimento veniva presentata come momento fondativo della nazione italiana, ma anche come culmine estremo di un processo di ricongiungimento della storia patria al più vasto corso della civiltà europea, sì da adottare per la nozione di risorgimento una lunga datazione risalente sino al Settecento.

Se la dinamica dell’unificazione nazionale era ripresa con maggiore chiarezza espositiva nel suo volume più conosciuto (Pensiero e azione del Risorgimento del 1943), la visione della storia d’Italia come un capitolo della storia europea era ribadita in un altro volume einaudiano, il Profilo della storia d’Europa, del 1942. L’europeismo di S. era innanzitutto un concetto storico: «Già all’inizio dell’età storica l’Europa di fronte all’Asia rappresenta la libertà di fronte al dispotismo, il progresso di fronte all’immobilismo». Da questo punto di vista la parentesi della dittatura, che volgeva allora al tramonto, appariva sia per l’Italia che per la Germania come una regressione da una traiettoria di civiltà consolidata nei secoli e destinata a riprendere il suo cammino nell’imminente dopoguerra.

Nel periodo conclusivo della guerra di liberazione dal fascismo la partecipazione attiva alla politica non fu per S. che un passaggio temporaneo nella sua diuturna pratica di storico. Questa parentesi fu perciò connotata dalla ripresa dell’attività giornalistica, che per lui rappresentava il legame essenziale e mai più interrotto tra la politica e la storia. S. aderì sin dal 1942 al Partito d’azione, figurandone tra i membri più autorevoli. Nel 1944 gli fu perciò affidata la direzione de “La nuova Europa”, titolo che riprendeva una testata di Alberto Mario ma che si proiettava anche verso la prospettiva federalista (v. Federalismo), una rivista promossa da Raffaele Mattioli per consolidare l’ideale di una terza forza di democrazia laica contro il rischio di una mezzadria di potere tra cattolici e comunisti. Redattore capo era Mario Vinciguerra, affiancato da Guido De Ruggiero, Umberto Morra e Pietro Pancrazi. La vivacità de “La nuova Europa” era assicurata, oltre che dall’autorevole polifonia delle collaborazioni (che spaziavano dal liberalismo di Carlo Antoni e Luigi Einaudi, al cattolicesimo di Ernesto Buonaiuti e Arturo Carlo Jemolo, sino al marxismo di Concetto Marchesi), dalla linea politica tracciata dagli editoriali del suo direttore.

L’ideale federalista costituì l’iniziale direzione di marcia de “La nuova Europa”, che S. seguiva giustapponendo il profilo di una elaborazione storica di lungo periodo alle scadenze del tempo presente. Presente e avvenire d’Europa era perciò il titolo di apertura del primo numero (10 dicembre 1944), che rivendicava i valori della civiltà europea da salvaguardare mediante il superamento dell’impianto statuale, indicato come causa delle recenti tragedie. L’ideale degli Stati Uniti d’Europa sembrava allora una prospettiva concreta in grado di unificare le diverse tendenze presenti all’interno del movimento laico, nella suggestione di un punto di arrivo che conciliasse l’attenzione per gli Stati Uniti d’America con la tutela di uno specifico ruolo politico da preservare al vecchio continente. Nei successivi articoli S. indicava esplicitamente la necessità di abbandonare il «principio dell’assoluta sovranità nazionale» come regolatore della politica internazionale (Le tre potenze e il riordino mondiale, 17 dicembre 1944, n. 2). La sua iniziativa fu subito salutata dai promotori del nascente movimento federalista europeo, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, come un importante contributo al lavoro comune, mentre “La nuova Europa” dava ampia diffusione delle proposte di federalismo economico avanzate da Luigi Einaudi.

Questa infatuazione federalistica fu però di breve durata. Essa si spense con la ripresa di intensità del dibattito politico interno, che spostò l’attenzione di S. sulla contingente necessità di lavorare alla formazione di un partito della democrazia che per altro non avrebbe mai visto la luce. Ciò rese effimera la stessa sopravvivenza de “La nuova Europa”, che fu repentinamente interrotta nel marzo del 1946. A parte l’inattitudine alla politica di chi aveva invece dimostrato una spiccata propensione per l’attività di studio, la conclusione di questa fase era determinata anche dal mutamento dello scenario internazionale, in cui la scelta atlantica e il profilarsi di una contrapposizione irriducibile con il mondo comunista non concedevano molti margini di iniziativa a una terza forza laica. Nei suoi successivi lavori (soprattutto la riedizione aggiornata nel 1951 del Profilo della storia d’Europa, La guerra fredda del 1956 e Un cinquantennio di rivolgimenti mondiali (1914-1971) del 1972 S. valorizzò i passaggi che avevano portato a una realizzazione “funzionalista” (v. Funzionalismo) dell’ideale di integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), a partire dal Congresso dell’Aia per l’Europa del maggio del 1948, passando per la successiva istituzione del Consiglio d’Europa e arrivando alla stipula della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) del 1951. Questa impostazione gli attirò feroci critiche da parte degli esponenti del pensiero federalista, ma rappresentò un coerente ritorno alla sua sfera di studioso alieno dalla politica, di colui cioè che si occupa di analizzare i fatti accaduti invece di prefigurarne esiti futuri. A questa vocazione storica S. rimase fedele sino alla morte, avvenuta a Roma il 3 novembre del 1974.

Paolo Varvaro (2010)




Sandys, Duncan

S. (Londra 1908-ivi 1987), figlio di un parlamentare conservatore, come altri giovani appartenenti alle classi superiori inglesi frequentò Eton e quindi si iscrisse al Magdalen College di Oxford. Nel 1930 entrava a far parte del corpo diplomatico e fra i suoi primi incarichi vi fu l’ambasciata di Berlino, dove ebbe modo di vivere da vicino la crisi della repubblica di Weimar e l’avvento al potere del nazismo. Tornato nel Regno Unito e dedicatosi all’attività politica, in occasione delle elezioni del 1935 fu eletto membro della Camera dei Comuni per il partito conservatore nella circoscrizione di Norwood. Quello stesso anno egli sposava la figlia maggiore di Winston Churchill, Diana. Il legame con l’esponente tory era destinato ad avere un forte impatto sulla sua carriera politica. S. si schierò ben presto nell’ambito di quell’esiguo gruppo di politici inglesi ostili all’appeasement. Nel 1936 denunciava in Parlamento alcune carenze del sistema difensivo inglese: ne seguiva uno scontro con il ministro della Guerra Leslie Hore-Belisha, che cercò di farlo incriminare, ma l’azione non ebbe conseguenze anche per il sostegno offertogli da Churchill, di cui era ormai divenuto uno dei più stretti collaboratori.

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale Churchill, che era stato per lunghi anni isolato all’interno del partito conservatore, veniva nominato Primo Lord dell’Ammiragliato, quindi nel giugno del 1940, con la sconfitta della Francia, diveniva primo ministro in un governo di unione nazionale. Nel volgere di breve tempo Churchill allontanava dai gangli vitali della nazione tutti quegli esponenti del suo partito che avevano sostenuto la scelta dell’appeasement e li sostituiva con personalità a lui legate; la carriera di S., il quale faceva ormai parte del circolo degli “intimi” del primo ministro, ne traeva ovvio vantaggio e durante il conflitto Churchill gli affidava una serie di importanti incarichi ministeriali, fra i quali, ad esempio, quello di segretario parlamentare al dicastero degli Approvvigionamenti e in seguito di responsabile del ministero dei Lavori pubblici; inoltre egli fu posto a capo di un importante comitato, che, in stretta collaborazione con i servizi segreti, cercò di appurare nel corso del 1943 la possibilità che i tedeschi si dotassero di missili in grado di colpire il territorio inglese.

La carriera politica di S. parve subire una battuta d’arresto nell’estate del 1945, quando i conservatori persero le elezioni e per sei anni sarebbero rimasti lontani dal potere. Restava però per S. la stretta collaborazione con il suocero, il quale rivestiva comunque il ruolo di guida dell’opposizione e di leader di prestigio mondiale. Come è noto, spinto dai timori nei confronti della crescente influenza sovietica nel vecchio continente, Churchill ritenne che una qualche forma di unione europea, basata sulla riconciliazione franco-tedesca, fosse uno degli strumenti grazie ai quali rafforzare l’Europa occidentale di fronte alla politica di Stalin. Le opinioni di Churchill furono in parte espresse nel noto discorso di Fulton del marzo 1946 intorno all’esistenza di una “cortina di ferro” che ormai divideva il continente, e in maniera più precisa nel settembre dello stesso anno in un ulteriore allocuzione pubblica tenuta all’Università di Zurigo. La spinta verso forme di stretta cooperazione fra le nazioni dell’Europa occidentale, se non verso l’integrazione, trovò in questo stesso periodo espressione nella formazione di numerosi Movimenti europeistici di varia ispirazione politica. Il leader conservatore era dell’opinione che questi movimenti dovessero coordinare le loro iniziative. Nella sua visione restava prevalente la necessità di costruire l’unione europea quale risposta alla minaccia sovietica; inoltre, per Churchill, la Gran Bretagna, pur sostenendo tale processo, non avrebbe dovuto prendere parte direttamente alla futura “unione”.

Tra il 1946 e il 1947 Churchill favoriva la creazione dello “United Europe movement” nel cui ambito S. doveva svolgere un ruolo di primo piano. Egli finì ben presto con l’assumere la funzione di rappresentante della strategia del leader dei tories; fu infatti S., nel corso del 1947, a proporre una stretta cooperazione fra i vari movimenti europeisti, a favorire in seguito la costituzione del Joint international committee of the movements for European unity – da cui sarebbe nato il Movimento europeo, e ad avanzare l’ipotesi di una grande manifestazione pubblica alla quale avrebbero prendere parte personalità politiche di spicco provenienti dai vari paesi dell’Europa occidentale. In tale compito S. venne affiancato dall’esule polacco Josef Retinger.

Tra la fine del 1947 e gli inizi del 1948 S. e Retinger si impegnarono nell’organizzazione di quello che sarebbe divenuto noto come il “Congresso dell’Europa” dell’Aia (v. Congresso dell’Aia), tenutosi nel maggio del 1948 e abitualmente considerato come la prima, importante espressione delle attività dei movimenti europeisti. La conferenza fu un successo per gli organizzatori e parve consacrare Churchill come leader indiscusso del movimento europeo. In realtà, nell’ambito della manifestazione emersero già i primi sintomi di contrasto fra i rappresentanti di alcuni paesi, quali la Francia, sostenitori di una scelta federalista (v. Federalismo), e quelli inglesi, ben più cauti e sostanzialmente favorevoli a un approccio “unionista” che non ponesse in discussione le singole sovranità nazionali e, in particolare, il ruolo della Gran Bretagna. Nei mesi successivi alla conferenza dell’Aia S. proseguì nei suoi sforzi allo scopo di mantenere nelle mani di personalità britanniche la guida del Movimento europeo; d’altronde egli, come Churchill, sembrava vedere nella costruzione europea soprattutto uno strumento con cui combattere la Guerra fredda; S., pur con numerosi dubbi, finì con il sollecitare il sostegno finanziario dei servizi segreti americani al Movimento europeo. In realtà, con il trascorrere del tempo e, soprattutto, dopo il lancio del Piano Schuman, i movimenti europeisti finirono con l’essere fortemente influenzati dalle posizioni federaliste, mentre in Gran Bretagna le attività dei sostenitori della costruzione europea furono negativamente condizionate dalla scelta laburista di lasciare alla Francia la guida del processo di integrazione (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della).

S. continuò a essere attivo all’interno del movimento europeista inglese, ma diede le dimissioni da questo organismo nel 1951 quando, con la vittoria dei conservatori e il ritorno a Downing Street di Churchill, quest’ultimo decise di affidare al genero la carica di ministro degli Approvvigionamenti, una funzione nel complesso minore, che probabilmente nasceva dall’opportunità di evitare accuse di favoritismi di natura familiare. In ogni caso S. finì con l’allinearsi sulle maggiori questioni europee, dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) alla Comunità europea di difesa (CED), alle caute posizioni espresse dal governo conservatore e ad accantonare quindi le vaghe istanze federaliste espresse in precedenza. Nel 1955 Churchill abbandonava la vita politica ed era sostituito da Anthony Eden; S. entrava a far parte del nuovo gabinetto con la responsabilità del ministero per lo Housing and local government. La sua carriera proseguì anche negli anni successivi durante la premiership di Harold Macmillan. Tra il 1957 e il 1959 fu ministro della Difesa, dal 1959 al 1960 responsabile del dicastero dell’Aviazione, dal 1960 al 1962 segretario di Stato al Commonwealth e dal 1962 al 1964 al Commonwealth e alle Colonie. I suoi interessi parvero concentrarsi dunque sulle questioni relative alla difesa. Nel 1957 promosse un importante Libro bianco (v. Libri bianchi), che sottolineando il ruolo dei missili dal punto di vista della politica difensiva inglese condusse a una crisi della ricerca nel settore degli aerei militari.

S. dovette inoltre affrontare problemi complessi quali l’indipendenza del Kenya e l’atteggiamento dei coloni bianchi della Rhodesia ostili al processo di decolonizzazione. Quanto alle questioni europee, egli si espresse a favore della decisione presa da Macmillan nell’estate del 1961 di presentare la candidatura di Londra alla Comunità economica europea (CEE), ma senza svolgere un ruolo di rilievo nel negoziato protrattosi sino al veto di Charles de Gaulle del gennaio 1963. Nella fase conclusiva del gabinetto Macmillan, S. dovette difendersi da accuse ingiuste che sembravano vederlo coinvolto nello “scandalo Profumo”. Con il 1964 e la sconfitta dei conservatori alle elezioni, la sua carriera politica aveva termine. Nominato nel 1974 pari del regno dalla regina con il titolo di Lord, S. fondava altresì il Civic trust, di cui divenne presidente. Moriva nel 1987.

Antonio Varsori (2010)




Santer, Jean Jacques

S. (Wasserbillig 1937) è un uomo politico lussemburghese, primo ministro dal 1984 al 1995, eurodeputato e presidente della Commissione europea dal 1995 al 1999. Di formazione cattolica, studiò diritto ed economia a Parigi, dove frequentò il prestigioso Institut d’études politiques (IEP) – e si laureò in giurisprudenza a Strasburgonel 1960. Al suo rientro in patria, nel 1961, fu nominato avvocato della Corte d’appello del Lussemburgo, restando in carica fino al 1965.

La forte vocazione per la politica, tuttavia, spinse il ventottenne S. a lasciare da parte la professione giuridica per dedicarsi interamente alla militanza nell’ambito del partito cristiano-sociale (Chrëschtlech Sozial Vollekspartei, CSV, o Parti Social Chrétien, PSC), la principale formazione politica del Granducato. Nominato segretario parlamentare nel 1966, nel 1972, oltre a ricevere l’incarico di segretario generale del CSV, venne chiamato dall’allora primo ministro Pierre Werner a ricoprire la funzione di segretario di Stato per gli Affari culturali e gli Affari sociali.

La carriera politica di S., a Lussemburgo come pure nel contesto internazionale, sembrò a quel punto destinata a un’ascesa folgorante. E difatti, nel decennio 1974-1984, la sua vicenda professionale fu un rapido susseguirsi di candidature e attribuzioni di uffici progressivamente più rilevanti. Nel 1974, eletto alla Camera, assumeva la presidenza dei deputati del suo partito; dal 1975 al 1979 approdava al Parlamento europeo, esercitando la funzione di vicepresidente per il biennio 1975-1977; nel 1979 gli venivano conferiti due importanti portafogli, quello delle Finanze, e quello del Lavoro e della Sicurezza sociale, nel secondo governo presieduto da Pierre Werner; nel 1984 veniva quindi designato primo ministro, ministro di Stato e ministro delle Finanze, oltre che governatore della Banca mondiale.

Come premier, S. precisò fin da subito le linee programmatiche e le strategie di intervento che avrebbe perseguito il nuovo governo, concentrandosi in particolare su due obiettivi prioritari e in parte correlati: rilancio e modernizzazione dell’economia nazionale e saldo ancoraggio del Lussemburgo alla costruzione comunitaria. Relativamente al primo aspetto, il primo ministro intendeva far fronte alle disastrose ricadute della recessione economica dei primi anni Ottanta – conseguenza degli choc petroliferi del 1973 e del 1979 – catalizzando le iniziative e avviando un’operazione di risanamento strutturale del sistema produttivo nazionale; una manovra che – riteneva S. – avrebbe altresì prodotto effetti positivi sull’occupazione. Con riguardo al secondo obiettivo, il premier cristiano-sociale, profondamente convinto che l’avvenire del Granducato fosse strettamente vincolato agli sviluppi dell’integrazione continentale (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), si riproponeva di inquadrare il riassetto dell’economia lussemburghese nel più ampio progetto comunitario di riconversione complessiva dell’economia europea, del quale il perfezionamento del mercato interno costituiva un elemento centrale e imprescindibile. (v. Olivi Santaniello, 2005, pp. 127-128).

Nel gennaio del 1985, a pochi mesi dall’insediamento di S. al vertice del governo lussemburghese, al Granducato spettava la presidenza semestrale del Consiglio europeo (v. anche Presidenza dell’Unione europea). Per il primo ministro, quindi, si presentava l’opportunità per affermare la capacità propulsiva del Lussemburgo nel contesto comunitario, nonché di accrescere, in tal modo, l’influenza del piccolo stato membro nel triangolo istituzionale della Comunità economica europea (CEE). Il contributo lussemburghese, inoltre, sarebbe stato ancor più significativo tenendo conto delle importanti questioni all’ordine del giorno sul tavolo negoziale dei Dieci. Per la precisione, alla nuova presidenza era affidato il compito di convocare una Conferenza intergovernativa (CIG) incaricata di mettere a punto un progetto di Trattato sulla Politica estera e di sicurezza comune – sulla base delle proposte franco-tedesche e britanniche –, nonché di esaminare la possibilità di una riforma istituzionale della CEE, con particolare riferimento al Processo decisionale in seno al Consiglio dei ministri e all’estensione dei poteri della Commissione e del Parlamento (ivi, p. 143). Iniziati il 9 settembre 1985 nella capitale lussemburghese, i lavori della CIG si protrassero per non più di tre mesi e si conclusero con l’adozione dell’Atto unico europeo, il quale sarebbe stato poi predisposto dalla presidenza olandese nel 1986.

Nonostante la forte delusione espressa dal Parlamento europeo – il quale aveva auspicato di ottenere la Codecisione in materia legislativa, mentre doveva di fatto accontentarsi dell’introduzione della Procedura di cooperazione – S., che era stato abilissimo nel gestire l’acceso confronto diplomatico sviluppatosi a Lussemburgo, ritenne che la CIG avesse raggiunto risultati di grande portata. In primo luogo sul piano economico, dove era stata programmata la creazione di uno spazio senza frontiere interne e retto sul criterio delle quattro libertà di circolazione. In secondo luogo sotto il profilo politico, giacché, oltre a rivitalizzare la cooperazione tra i paesi membri della CEE mediante l’introduzione di nuove politiche comuni, l’Atto unico estendeva il voto a Maggioranza qualificata del Consiglio e altresì attribuiva al Parlamento maggiori competenze sia a livello decisionale (Procedura di parere conforme) sia in campo legislativo (procedura di cooperazione tra Parlamento e Consiglio).

I successi conseguiti in Europa, uniti alle buone prestazioni offerte alla guida del Lussemburgo, schiusero a S. le porte di una stagione politica particolarmente intensa. Più precisamente, nel 1987 veniva accolto dall’Assemblea di Strasburgo come presidente del Partito popolare europeo (PPE) – secondo gruppo politico nell’Europarlamento – rimanendo in carica fino al 1990; nel 1989 era riconfermato primo ministro del Granducato e contestualmente nominato ministro di Stato, ministro del Tesoro e ministro degli Affari culturali; nello stesso anno veniva designato governatore del Fondo monetario internazionale (FMI), funzione che, dal 1991, avrebbe esercitato anche presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS).

Anche il secondo premierato del leader del CSV coincise con il turno di presidenza lussemburghese del Consiglio europeo, nonché con un momento tra i più delicati della storia dell’integrazione continentale. In effetti, i grandi rivolgimenti consumatisi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo – in primissimo piano la fine della Guerra fredda, il crollo dell’URSS e lo scoppio della prima guerra del Golfo – imponevano all’Europa dei Dodici una riflessione più matura e sistematica sulla possibilità di dotare la CEE di un effettivo contenuto politico. Si era pertanto decisa la convocazione di due CIG parallele, una sull’Unione economica e monetaria (UEM) e l’altra, per l’appunto, sull’unione politica. E proprio il Lussemburgo di S. era chiamato a presiedere questi due incontri decisivi per il futuro del continente.

In un primo momento, e pur nella sostanziale positività della congiuntura economica, i negoziati sembrarono procedere all’insegna della stanchezza e della confusione. Ciononostante, la presidenza lussemburghese, nel 1991, riuscì a presentare due importanti documenti. Il primo precisava le linee guida dell’UEM e prefigurava la struttura del Sistema europeo di banche centrali (SEBC). Il secondo consisteva in un progetto di Trattato sull’unione politica, il quale introduceva il concetto dei tre Pilastri dell’Unione europea – il primo comunitario, il secondo dedicato alla politica estera e di sicurezza comune e il terzo, di carattere intergovernativo come il secondo, consacrato alla Giustizia e affari interni – e di fatto delineava l’effettiva fisionomia dell’Unione europea (UE).

Quest’ultimo progetto, inizialmente, sollevò non poche resistenze, sia da parte della Commissione di Jacques Delors, la quale ribadiva la necessità di progettare un’architettura istituzionale unica per la nuova Comunità, sia di alcuni delegati dei governi nazionali, in specie i rappresentanti di Londra e, seppure in misura minore, di Parigi. In tale contesto, S. intervenne suggerendo una formula di compromesso, la quale prospettava limpidamente la possibilità di un progressivo sviluppo in senso federale per la costruenda Unione (ivi, p. 180). Anche se destinata a una rapida archiviazione, a causa delle veementi rimostranze britanniche, la proposta di S. ebbe comunque il merito di riaprire, per di più nell’ambito di un consesso diplomatico, il dibattito sulla possibile vocazione federale dell’Europa (ivi, pp. 180-181) (v. anche Federalismo).

Il 15 luglio del 1994, il Consiglio straordinario di Bruxelles, espressamente riunitosi per procedere alla nomina del successore di Delors, designava il primo ministro lussemburghese – allora al suo terzo mandato nazionale – Presidente della Commissione europea. Si trattò, in realtà, di una scelta di compromesso, fortemente condizionata dalle pressioni del premier britannico, il quale, nel timore che Palais Breydel divenisse il quartier generale dei fanatici della federazione europea, già un mese prima aveva posto il veto all’elezione del belga Jean-Luc Dehaene. Sostenendo la candidatura di S. – cioè di una personalità moderatamente autorevole, nonché proveniente dal più piccolo tra gli Stati membri dell’Unione – John Major puntava peraltro a ridimensionare il profilo della presidenza della Commissione, intendendo con ciò sancire la chiusura definitiva della stagione di Delors.

Ottenuta, il 18 gennaio, l’approvazione del Parlamento europeo – a dire il vero con un margine piuttosto esiguo di voti a favore, 260 su un totale di 521, a testimonianza del profondo disappunto degli eurodeputati rispetto alle vicende che avevano portato alla sua elezione – il nuovo presidente procedette a nominare i commissari, i quali entrarono in carica 1° febbraio 1995.

Appena insediatosi a Bruxelles, S. cominciò a occuparsi della folta agenda europea, indicando nel rafforzamento dell’Unione, con particolare riferimento all’introduzione della moneta unica e alla revisione del Trattato di Maastricht, e nella preparazione dell’ampliamento gli obiettivi principali sui quali concentrare gli sforzi. Tale chiarezza di propositi evidenziò da subito che il lussemburghese possedeva, oltre a radicate convinzioni europeiste, una solida caratura politica, abilità diplomatica e pragmatismo. Del resto, l’entità delle questioni sul tappeto, di importanza cruciale per il futuro dell’Unione, richiedevano all’esecutivo brussellese, e particolarmente al suo presidente, un’azione energica e risoluta, nonché una ferma volontà di perseguire l’interesse comune a fronte delle resistenze, più e meno tenaci, degli stati nazionali (v. Castronuovo, 2004, p. 124).

Per parte sua, S. ravvisava nell’unificazione monetaria il traguardo di gran lunga più importante. Nella sua ottica, infatti, la moneta unica rappresentava un passaggio decisivo sulla via dell’unificazione sovranazionale, la cui attuazione dipendeva in larga misura dalla capacità delle Istituzioni comunitarie di gestire la difficile fase di transizione, monitorando attentamente i target di inflazione, di bilancio e di debito pubblico dei singoli stati membri. E, di fatto, successo incontestabile della discussa Commissione presieduta dall’uomo del Granducato fu proprio la realizzazione dell’UEM all’inizio del 1999. S., preoccupato per l’impatto sociale dell’Euro, presentò un’iniziativa, nota come “Azione per l’occupazione in Europa – un patto di fiducia”, la quale invitava i Quindici a coordinare le politiche sociali, le politiche strutturali e i piani nazionali per l’occupazione. Accolta favorevolmente dal Consiglio europeo di Firenze, 21-22 giugno 1996, e divenuta oggetto di una specifica risoluzione del Consiglio europeo di Amsterdam, tale proposta avrebbe costituito un elemento centrale dell’UEM (v. http://www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms_Data/docs/pressData/it/ec/ACF360.htm).

Per quanto concerneva la sfida dell’Allargamento a Est, S. riteneva necessaria l’elaborazione di una strategia complessiva, giacché giudicava impensabile un ampliamento dei confini dell’Unione che non fosse accompagnato da un rafforzamento della crescita e della competitività interne, come pure da un’ampia riforma delle politiche agricole e strutturali. Pertanto, il 16 luglio del 1997 presentava al Parlamento la comunicazione “Agenda 2000”, la quale, oltre a fornire un quadro dettagliato del grado di idoneità all’Adesione dei singoli paesi dell’Europa centro-orientale (PECO) – con relativa indicazione del calendario per l’apertura dei negoziati – prendeva in esame le azioni necessarie, in termini di riforme e finanziamenti, per predisporre l’UE all’ampliamento.

Nell’ultimo anno del suo mandato, la Commissione S. fu protagonista, insieme all’Europarlamento, di un acceso confronto interistituzionale. In effetti, l’Assemblea di Strasburgo, che pure aveva sempre mostrato una certa difficoltà nel dialogare con la compagine in carica a Bruxelles, dalla fine del 1998 aveva inasprito le polemiche, ventilando presunte irregolarità perpetrate dall’esecutivo dell’UE nella gestione del bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea). Accuse pesanti, cui aveva fatto seguito, il 17 dicembre, la mancata concessione del discarico per l’esercizio del budget del 1996. Ne conseguì una crisi istituzionale, la quale mise drammaticamente in luce la fragilità intrinseca del collegio brussellese, nonché la debolezza della leadership del suo presidente. Era opinione diffusa, infatti, che S., incapace di vigilare sul comportamento dei commissari (con particolare riferimento alla francese. Édith Cresson e allo spagnolo Manuel Marin), avesse implicitamente avallato ripetuti episodi di corruzione e atteggiamenti nepotistici.

In un clima di sfiducia e di tensione, nel gennaio 1999 il Parlamento decise di incaricare un comitato di esperti indipendenti affinché indagasse sull’operato complessivo della Commissione. Il 15 marzo, il comitato presentava il suo rapporto, offrendo un’immagine fortemente negativa dell’esecutivo dell’UE nel suo insieme, al di là delle specifiche responsabilità a carico dei singoli commissari. Nella stessa serata del 15 marzo, a seguito di difficili discussioni con alcuni europarlamentari, il presidente annunciava – con tono algido, a nascondere l’amarezza – le dimissioni collettive della Commissione.

Nonostante la débâcle della parentesi brussellese, S. non abbandonò la scena europea. Al contrario, il 13 giugno dello stesso 1999 entrava all’Europarlamento – restando in carica fino al termine della legislatura – e nel 2002 veniva designato tra i cinque membri lussemburghesi della Convenzione sul futuro dell’Europa (v. Convenzione europea).

Quindi, S. è divenuto uno dei componenti del consiglio d’amministrazione della General Mediterranean Holdings (GenMed), società finanziaria dell’anglo-iracheno Nadhmi Auchi, e, a Lussemburgo, ha ricoperto ruoli di responsabilità nell’ambito di alcune commissioni di esperti e del Ministero di Stato.

Giulia Vassallo (2010)




Saraceno, Pasquale

S. (Morbegno 1903-Roma 1991) si iscrisse alla Bocconi nel 1923 e, riuscendo a conciliare studio e lavoro, si laureò nel 1929 con Gino Zappa. Risale a quegli anni, la grande amicizia di S. con Ezio Vanoni. Dal professor Zappa, insieme alle tecniche di analisi dei bilanci aziendali, S. ebbe a recepire piena consapevolezza della presenza, alla radice degli andamenti macroeconomici, dei calcoli e dei comportamenti delle imprese. Proprio tale consapevolezza, bocconiana ed einaudiana, se così può dirsi, avrebbe fatto di Donato Menichella il suo vero maestro, o comunque la personalità che più profondamente avrebbe influito su di lui e sulle sue idee.

Menichella conobbe e apprezzò l’intelligenza di S. in occasione di una ispezione della S.F.I., (la holding nella quale il Credito Italiano aveva concentrato le sue partecipazioni azionarie e di cui lo stesso Menichella era direttore generale), a una società che gestiva a Foggia le “fosse” in cui veniva immagazzinato il grano. Il rapporto sull’ispezione di quel giovane e ancora sconosciuto impiegato della Commerciale, che qualcuno gli aveva casualmente segnalato, parve a Menichella così puntuale da suggerirgli di fare ancora ricorso a S. quando, poco tempo dopo, avrebbe dovuto accingersi a costituire la struttura dell’IRI, il nuovo istituto di cui era stato nominato direttore generale. S. entrò all’IRI nel 1933 e al fianco di Menichella partecipò alla complessa e straordinaria vicenda che portò all’acquisizione da parte dell’Istituto delle partecipazioni azionarie e creditizie delle banche in crisi e poi nel 1936 alla formulazione della legge bancaria.

Contemporaneamente e parallelamente prese avvio la carriera universitaria di S. Nel 1936 conseguì la libera docenza; nel 1942 divenne professore straordinario di Tecnica industriale alla Cattolica di Milano; nel 1959 passò alla facoltà di Ca’ Foscari a Venezia, di cui fu poi professore emerito.

Ancor prima della caduta del fascismo, attraverso Sergio Paronetto, S. entrò in contatto con Alcide De Gasperi, al quale ebbe modo di illustrare il valore della singolare esperienza di intervento pubblico in economia che l’Italia andava compiendo grazie all’IRI. Su questo tema e su quello del Mezzogiorno, in piena sintonia con Menichella e con Francesco Giordani, S. concorse alla formazione degli indirizzi di politica economica dei governi presieduti da De Gasperi e caratterizzati dal ruolo attivo di Einaudi. Decisiva fu l’influenza che il terzetto (Menichella, Giordani, S.) ebbe insieme a Pietro Campilli nella scelta degasperiana di istituire la Cassa del Mezzogiorno.

Sullo sfondo vi era quella intelligente mediazione fra liberalismo e cultura cattolica rappresentata dalla stesura nel 1943 di un documento che prese il nome di “codice di Camaldoli”. S., Vanoni e Paronetto vi collaborarono (insieme a Capograssi, Gonella, Montini e altri intellettuali di ispirazione cattolica) proprio per “codificare” ambiti e limiti dell’intervento in una economia di mercato: cioè per individuare strumenti di intervento dello Stato nell’economia rapidamente smobilizzabili una volta conseguito l’obiettivo. Di qui, fra il 1944 e il 1945, una importante serie di articoli di S. sui temi della moderna economia industrializzata apparsi sulla rivista “Studium”.

Negli anni del secondo dopoguerra S. fece altresì parte della delegazione italiana alla Conferenza della pace di Parigi; partecipò ai lavori della Commissione delle Nazioni Unite per l’Europa, a quelli dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE), più tardi della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e della Comunità economica europea (CEE); fu membro del Consiglio della Banca europea per gli investimenti (BEI).

Nel 1946 (con Menichella, Giordani, Cerzato, Caglioti e altre personalità) S. promosse l’iniziativa, realizzata da Rodolfo Morandi (allora ministro dell’Industria) di fondare l’Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ). Ne sarebbe stato sempre il massimo animatore: prima come segretario generale sotto le presidenze di Morandi e Giordani, poi come vicepresidente sotto le presidenze di Paratore e Cerzato, infine da presidente (carica che avrebbe conservato fino alla morte).

Tra i tanti studi e documenti ispirati da S. ed elaborati alla SVIMEZ, ricordiamo quelli in vista dello “Schema Vanoni” negli anni Cinquanta, quelli della Programmazione economica nazionale degli anni Sessanta e Settanta, quelli di una intensa collaborazione con ministri come Ugo La Malfa e Antonio Giolitti. Proprio grazie allo SVIMEZ l’esperienza italiana di intervento pubblico nell’economia avrebbe attirato l’attenzione della cultura internazionale. Chiamati appunto da S., del consiglio di amministrazione della SVIMEZ avrebbero fatto parte Paul N. Rosenstein-Rodam, Robert Marjolin, Jan Timbergen.

L’unificazione di un’economia dualistica, quale quella italiana, fu sempre considerata da S. questione europea di primaria grandezza. Il Sud in Europa e l’Europa nel Sud fu l’idea e l’indicazione costante di uomo dell’economia e dell’imprese che della programmazione aveva maturato una propria concezione. Essa doveva concepirsi come metodo attraverso il quale si possono, con continuità di indirizzi e di controlli, modificare le convenienze di mercato affinché sia lo stesso mercato a soddisfare esigenze che nascono al di fuori di esso.

S. può essere, quindi, a buon diritto collocato nell’ambito di quella corrente di pensiero e di azione che nella storia d’Italia fa capo a Nitti, il meridionalista e uomo di Stato che già al volgere del secolo aveva visto con straordinaria lungimiranza come il riscatto del Mezzogiorno non potesse che fondarsi sull’industrializzazione. La quale era da promuoversi per S. attraverso l’intervento dello Stato: non però nella burocrazia e nelle nazionalizzazioni, ma nell’ente pubblico operante nello stesso regime di autonomia e responsabilità che vige per l’impresa privata.

D’altro canto, nell’ultimo periodo della sua vita a S. sarebbe capitato di percepire come nei fatti in Italia il meridionalismo fosse stato sacrificato al regionalismo e come le inadempienze del secondo tendessero a considerarsi fallimenti del primo. Il che gli sembrava ingiusto e ingeneroso.

In alcuni articoli sul “Corriere della Sera”, S. aveva reagito e cercato, invano, di riaprire in termini seri e credibili il dibattito nazionale sulle azioni per far riprendere al Mezzogiorno il cammino verso l’Europa.

Luigi Compagna (2010)




Saragat, Giuseppe

S. (Torino 1898-Roma 1988), giovane Ufficiale di artiglieria nella Prima guerra mondiale, aderì al movimento socialista italiano iscrivendosi, nel 1922, al Partito socialista unitario di Filippo Turati e Claudio Treves.

In seguito all’avvento del fascismo, trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, S. proseguì l’esilio in Francia partecipando al dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il vecchio continente: dal Federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una “Costituente europea per la pace” lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca. La firma del “Patto di non aggressione” fra Germania e Unione Sovietica portò S. a considerare lo scontro bellico come la guerra degli Stati totalitari contro i popoli liberi e a sostenere che il socialismo europeo avrebbe dovuto richiamare costantemente i popoli ai valori dei regimi democratici esistenti in Occidente. È nel quadro di queste argomentazioni che S. si allontanò dall’idea di una unione di Stati europei e socialisti e iniziò a discutere di una federazione degli Stati europei ispirati ai valori democratici occidentali. La rinascita del socialismo europeo, quindi, doveva essere accompagnata da un forte rinnovamento ideologico, che implicava necessariamente la rinuncia al mito dell’Unione Sovietica, sostituito da un nuovo ideale: la Federazione europea.

La valenza di questa prospettiva per S. si rafforzò ulteriormente a seguito della sua nomina ad ambasciatore italiano in Francia, nell’aprile 1945. Ritornato a Parigi il neo ambasciatore entrò in contatto con i rappresentanti diplomatici delle principali potenze mondiali, dibattendo sulle spinose questioni relative al trattato di pace. Determinanti per la successiva decisione di dare vita, con la scissione di palazzo Barberini, al Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), furono la costante frequentazione di Léon Blum e dei socialisti francesi, come anche alcuni incontri con l’ambasciatore sovietico Aleksander Bogomolov, nel corso dei quali si consolidò in S. la convinzione che l’antica avversione comunista nei confronti delle socialdemocrazie europee, messa da parte dopo la “svolta” staliniana sancita nel settimo congresso dell’Internazionale comunista, avrebbe nuovamente preso vigore nel secondo dopoguerra. Per questa ragione, il movimento socialista poteva avere, a livello nazionale ed europeo, una parte importante rispetto alla nascente contrapposizione fra le due grandi potenze e nella creazione di un’Europa “terza forza” indipendente. Nel marzo 1946, S. concludeva la sua breve ma intensa esperienza di ambasciatore denunciando sia l’avversione dei comunisti verso le “terze forze” socialiste e democratiche, che facevano saltare la dialettica manichea dei loro ragionamenti, che la conseguente politica antieuropeista dell’Unione Sovietica, volta a “disintegrare” gli elementi unificatori che germinavano nell’Occidente europeo.

In seguito alla scissione di palazzo Barberini del gennaio 1947, la riflessione socialista sul federalismo europeista rimase in buona parte circoscritta alle correnti che facevano capo alle riviste “Critica Sociale” e “Iniziativa Socialista”, e che confluirono nel neonato PSLI. Il momento discriminante di questa riflessione fu l’annuncio del Piano Marshall, nel giugno 1947. L’iniziativa americana, secondo S., ridiede vigore all’antica idea socialista di creazione di una federazione degli Stati europei (gli Stati Uniti d’Europa) e ben si sarebbe coniugata con la strategia di ripresa economica, nazionale e continentale, sostenuta dal suo partito e fondata sul concetto di pianificazione della spesa pubblica e di sfruttamento razionale e coordinato dei finanziamenti americani che in tal modo sarebbero stati sottratti alle grandi speculazioni del capitalismo europeo. La pratica applicazione di un piano economico in Europa assumeva in tal modo un ruolo pacificatore eliminando ogni discriminazione tra vincitori e vinti attraverso un’opera lenta di penetrazione, mediante il progressivo accentuarsi del comune interesse economico. S., ad esempio, era sicuro del fatto che una volta risolta la questione della Germania e rilanciato il suo ruolo economico in Europa, molti problemi dell’economia italiana sarebbero stati risolti. L’utilità storica del Piano Marshall, secondo il leader del PSLI, era legata, in definitiva, ai seguenti principi: parità di diritti tra gli Stati aderenti; porta aperta all’Unione Sovietica e alle nazioni dell’Europa orientale; coordinamento dei piani di ricostruzione nazionali con quelli degli altri paesi europei.

Nell’autunno del 1947 i socialisti democratici avviarono la stagione della collaborazione governativa. S. ricoprì incarichi nella prima e seconda legislatura. Fu vicepresidente del Consiglio nel quarto e quinto governo di Alcide De Gasperi, nel governo di Mario Scelba e nel primo governo di Antonio Segni.

Convinto della necessità di dover mantenere saldi i rapporti con gli Stati Uniti e le altre democrazie dell’Europa occidentale, dal 1948 in poi S. fu un attivo sostenitore del processo di integrazione economica e militare dell’Europa occidentale (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). La politica “espansionistica” staliniana e i colpi di stato del 1948 portarono S. a considerare con realismo la nuova fase dei rapporti internazionali, determinando un suo progressivo allontanamento dall’ipotesi di un’Europa “terza forza”. Egli fu tra i primi a porre termine alla parabola “terzaforzista” del suo partito, tracciando un bilancio definitivo dell’esperienza sovietica e raffrontando l’azione del regime staliniano a quella dei paesi dell’Occidente capitalista dove, a suo dire, la presenza della democrazia politica avrebbe rafforzato il movimento socialista democratico. Avendo raggiunto la convinzione che le forme d’evoluzione del comunismo sovietico portavano verso un sistema antidemocratico e totalitario, S. si schierò, quindi, a favore dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e (NATO) salutò con entusiasmo la nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), della Comunità economica europea (CEE), della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM).

All’inizio della quarta legislatura, dopo una breve esperienza alla presidenza della commissione Affari esteri della Camera dei deputati, nel dicembre 1963 S. fu nominato ministro degli Esteri nel primo (e poi nel secondo) governo di Aldo Moro. In quella fase la politica estera del governo italiano puntava alla riconferma dell’alleanza militare con gli Stati Uniti, impegnati dall’intervento in Vietnam, e al rafforzamento delle Istituzioni comunitarie. Era necessario assecondare la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica sulla limitazione degli armamenti atomici, accentuando il carattere difensivo del Patto atlantico. Sul piano della politica europea S. si distinse per un notevole attivismo (di stampo antigollista e filobritannico): nel novembre 1964, il ministro degli Esteri italiano presentò un progetto di Dichiarazione per un nuovo trattato volto a “istituzionalizzare” il processo d’integrazione europeo anche sul piano politico, progetto che fallì per l’opposizione francese. È interessante, comunque, ricordare che la Dichiarazione proponeva per il triennio di preparazione del nuovo trattato, l’avvio di una cooperazione politica sistematica tra gli Stati, l’approfondimento di politiche comuni, l’apertura all’Adesione del Regno Unito, l’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo con un rafforzamento dei suoi poteri (v. anche Elezioni dirette del Parlamento europeo), e la fusione delle tre Comunità europee. Per la fase transitoria, S. configurò anche possibili linee generali per una politica estera comune, nonché gli strumenti per attuarla: una commissione politica intergovernativa e un segretariato permanente indipendente con potere d’iniziativa. Infine egli propose l’avvio di un “colloquio annuale” dei governi nazionali con il Parlamento europeo in materia politica.

Più in generale la linea di politica estera filoatlantica ed europeista del ministro degli Esteri S. e del suo governo fu perseguita anche in occasione della crisi di Cipro, del rifiuto opposto all’entrata della Spagna franchista nel Mercato europeo comune (MEC) (v. Comunità economica europea) e durante le tensioni indipendentiste in Alto Adige nell’estate del 1964.

Dopo l’elezione, nel dicembre 1964, alla presidenza della Repubblica italiana, S. proseguì con tenacia a sostenere l’unità europea esaltandone il processo d’integrazione economica, come avvenne, ad esempio, durante l’incontro con il presidente francese Charles de Gaulle in occasione dell’inaugurazione del traforo del Monte Bianco. Nel corso del colloquio S. cercò di ammorbidire la posizione francese sul futuro delle istituzioni europee: il presidente francese aveva posto il veto per l’ingresso della Gran Bretagna nel MEC, S. invece l’aveva caldeggiato. Se de Gaulle mirava a un asse franco-tedesco, S. sosteneva la necessità di un maggiore coordinamento tra Europa e Stati Uniti e insisteva sull’inevitabilità di un’integrazione europea non solo economica ma anche politica; de Gaulle auspicava, invece, “l’Europa delle patrie”.

Nel corso dei suoi viaggi all’estero e in Italia, il presidente S. non perse occasione per ricordare le difficoltà nel processo d’integrazione europea, sottolineando il dovere per i governanti di richiamarsi sempre all’idea europeista con una decisa condanna del nazionalismo, e per valorizzare quelle strategie internazionali volte a rendere l’Europa unita e alleata, su basi paritarie, agli Stati Uniti. Divenuto senatore a vita nel 1972 e abbandonati gli incarichi governativi, S. ritornò alla vita politica attiva dedicandosi interamente al partito.

Michele Donno (2010)




Sarkozy, Nicolas

S. nasce a Parigi il 28 gennaio 1955; è il secondo di tre fratelli. Il padre, Pál Sárközy de Nagy-Bocsa, è un aristocratico ungherese, rifugiatosi in Francia a seguito del rifiuto di prestare servizio militare nel proprio paese. La madre, Andrée Mallah, discende da una famiglia ebrea sefardita di Salonicco (da parte di padre, un medico gollista della prima ora) e da una famiglia francese di religione cattolica (da parte di madre).

S. si forma in collegi privati e si iscrive alla facoltà di Legge all’Università di Paris X-Nanterre, specializzandosi in diritto privato e scienze politiche. Prosegue gli studi all’Institut d’études politiques di Parigi, senza concluderli. Nel 1981 diviene avvocato.

Nel 1974 inizia la sua militanza politica nelle formazioni golliste. Si iscrive inizialmente all’Union des démocrates pour la République. Nel 1976 aderisce al Rassemblement pour la République, il partito neogollista fondato da Jacques Chirac: ne diventerà coordinatore e portavoce nel 1997, segretario generale nel 1998 e presidente (ad interim) tra l’aprile e il dicembre 1999. Nel 2002, a seguito delle elezioni presidenziali, l’RPR si federa con altri partiti di ispirazione conservatrice, liberale e cristiano-democratica per dar vita al partito neogollista Union pour un mouvement populaire (UMP): S. ne diviene presidente una prima volta dal 2004 al 2007. Nel 2014 viene eletto nuovamente alla presidenza dell’UMP che, per iniziativa dello stesso S., in un’ottica di rilancio elettorale, assume la denominazione di Les Républicains a partire dal marzo 2015.

L’avvio della carriera politico-istituzionale di S. risale al 1983, quando viene eletto sindaco di Neuilly-sur-Seine: rivestirà tale incarico fino al 2002. Nel 1988 è eletto per la prima volta deputato all’Assemblea nazionale: sarà rieletto nel 1993, 1997 e 2002.

Nella prima metà degli anni Novanta, S. inizia a ricoprire incarichi governativi: in particolare, nel governo di Édouard Balladur (1993-1995) è ministro del Bilancio dal 1993 al 1995 e ministro delle Comunicazioni (facente funzioni) dal 1994 al 1995. Tuttavia, durante il settennato di Jacques Chirac alla presidenza della Repubblica (1995-2002), S. non ricopre altri incarichi governativi, scontando, in questo modo, il sostegno offerto alle elezioni presidenziali del 1995 allo stesso Balladur, sconfitto al primo turno da Chirac e dal candidato socialista Lionel Jospin. Alle successive elezioni presidenziali del 2002, S. sceglie di sostenere la rielezione di Chirac, riuscendo così a rientrare nella compagine governativa. Durante i governi Raffarin, S. è infatti ministro dell’Interno (maggio 2002-marzo 2004) e dell’Economia, delle finanze e dell’industria (marzo-novembre 2004); nel governo de Villepin è ministro dell’Interno e dell’Organizzazione del territorio (giugno 2005-marzo 2007).

In conseguenza di una crescente popolarità, acquisita in particolare nella funzione di ministro dell’Interno, nel gennaio 2007 è nominato candidato ufficiale dell’UMP alla presidenza della Repubblica. Alle successive elezioni presidenziali, S. supera al ballottaggio la candidata socialista Ségolène Royal con il 53,06% dei voti, divenendo il ventitreesimo Presidente della Repubblica (2007-2012).

Nei primi due anni di presidenza, S. si mostra determinato a introdurre cambiamenti ed elementi di discontinuità nella politica nazionale, europea e internazionale, alcuni dei quali annunciati già in fase di campagna elettorale e successivamente delineati, in maniera più organica, nel Libro bianco sulla politica estera ed europea “La Francia e l’Europa nel mondo” (2008) e nel Libro bianco sulla difesa e sicurezza nazionale (2008) (v. Libri bianchi).

Sul piano europeo, l’ambizione del nuovo Presidente francese consiste, in estrema sintesi, nel rilanciare il processo di integrazione, seppur in chiave prettamente intergovernativa (v. Integrazione, Metodo della), al fine di offrire alla Francia la possibilità di tornare a essere, attraverso l’Unione europea (UE), un attore globale strategico. Sono due gli ambiti prioritari in cui S. intende promuovere tale strategia: dialogo Euromediterraneo e Politica europea di sicurezza e difesa (PESD).

In via preliminare, tuttavia, è necessario superare la fase di stallo istituzionale in cui l’UE si trovava fin dal 2005, a seguito dell’esito negativo delle consultazioni referendarie in Francia e Olanda (v. Paesi Bassi) sull’approvazione del Trattato che adotta una costituzione per l’Europa (v. Costituzione europea). Già durante la campagna presidenziale, e in contrasto con la posizione assunta dai suoi principali rivali, S. aveva annunciato l’intenzione di voler negoziare una soluzione per uscire da tale impasse che non comportasse un nuovo ricorso alla consultazione referendaria. Tenendo fede a tale proposito, a metà giugno 2007 la Francia propone l’elaborazione di un nuovo Trattato (intergovernativo) semplificato. Il Consiglio europeo di Bruxelles del 21-22 giugno 2007, decidendo di istituire una specifica Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative), abbraccia tale soluzione, avviando il processo che porterà, nel dicembre 2007, all’adozione del Trattato di Lisbona.

Avviata a soluzione la crisi istituzionale, tra il 2007 e il 2008 S. si fa portatore di un’iniziativa finalizzata a rilanciare il dialogo Euromediterraneo, attraverso la costituzione dell’Unione per il Mediterraneo (v. Unione per il Mediterraneo). Numerosi i fattori, le preoccupazioni e le ambizioni nazionali che inducono il Presidente francese ad assumere tale iniziativa; tra tutti: il tentativo di ribilanciare le relazioni franco-tedesche, spostando l’asse politico dell’UE dal partenariato orientale (ambito in cui la Francia ha minor capacità di influenza rispetto alla Germania) alla regione mediterranea (considerata, invece, tradizionale area di competenza della politica estera francese); la necessità di contrastare le conseguenze negative per la sicurezza francese ed europea prodotte dalla progressiva marginalizzazione economica e dal deterioramento delle condizioni politiche e sociali della regione; l’esigenza di rinvigorire il Partenariato euromediterraneo, lanciato nel 1995 a Barcellona e in fase stagnante.

Il progetto di Unione per il Mediterraneo inizialmente elaborato dalla diplomazia francese, che prevedeva il coinvolgimento esclusivo dei paesi rivieraschi, subisce modifiche sostanziali durante i negoziati con i partner europei intercorsi tra la fine del 2007 e la prima metà del 2008: Spagna, Italia e, soprattutto, Germania chiedono e ottengono la piena partecipazione di tutti i paesi e le istituzioni europee (v. Istituzioni comunitarie), inducendo S. a rivedere il progetto per renderlo compatibile con il quadro generale della politica estera e di vicinato dell’UE.

L’Unione per il Mediterraneo viene ufficialmente inaugurata il 13 luglio 2008 con il Vertice di Parigi per il Mediterraneo, a cui partecipano i capi di Stato e di governo di 43 paesi (27 Stati membri dell’UE e 16 Stati del Mediterraneo orientale e meridionale). Rispetto al precedente Partenariato euromediterraneo, le novità introdotte sono numerose. Sul piano istituzionale, sono creati un segretariato permanente e un sistema di copresidenza Nord-Sud, per promuovere un approccio paritario tra le due sponde del Mediterraneo e la co-ownership del processo; sono inoltre istituzionalizzate le riunioni dei capi di Stato e di governo dei paesi membri. Sul piano politico viene adottato un approccio funzionalista (v. Funzionalismo), che privilegia la realizzazione di progetti di cooperazione transfrontaliera in ambiti prioritari quali infrastrutture, energia, ambiente, protezione civile, istruzione e formazione. Tuttavia, nonostante la realizzazione di alcuni progetti pilota, l’Unione per il Mediterraneo non è riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati: il dialogo su democrazia e diritti umani non è mai stato riattivato; il conflitto arabo-israeliano ha continuato a condizionare l’agenda dei lavori; l’avvento delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha infine alterato in maniera significativa il quadro politico regionale, marginalizzando ulteriormente l’azione dell’Unione e mettendo in evidenza l’inadeguatezza dell’approccio funzionalista adottato.

In materia di politiche di sicurezza e difesa, la visione strategica di S. si basa su un duplice pilastro: rafforzamento della difesa europea e ristrutturazione della cooperazione transatlantica in ambito NATO (v. Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico). Anche in tale ambito, tuttavia, il progetto è funzionale in primo luogo a soddisfare l’ambizione nazionale francese di tornare a essere un attore globale. Nell’ottica di S., infatti, il rafforzamento della difesa europea avrebbe dovuto rappresentare il fulcro attorno al quale costruire un’Europa politica e una efficace politica estera europea, al fine di trasformare l’UE in un pilastro autonomo dell’Alleanza atlantica, corrispondente a quello statunitense; di conseguenza, la Francia sarebbe rientrata nel comando integrato militare del Patto atlantico (da cui si era ritirata nel 1966, per decisione di Charles de Gaulle), acquisendo la leadership del pilastro europeo e guadagnando, in tal modo, lo stesso peso politico degli Stati Uniti nella comune guida del blocco occidentale.

Tra il 2007 e il 2008, S. evoca ripetutamente con i partner europei la necessità di costituire una Europa della difesa, arrivando al punto di delineare un progetto che coinvolgerebbe, inizialmente, sei Paesi (Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Spagna e Polonia). Tale progetto, tuttavia, non ha alcun seguito. Nondimeno, la Francia decide comunque il rientro nel comando integrato militare del Patto atlantico, formalizzato il 4 aprile 2009 nel corso del Summit NATO a Strasburgo, completando il riavvicinamento diplomatico con gli USA dopo la frattura originata dall’intervento statunitense in Iraq nel 2003.

Il 1° luglio 2008, S. inaugura il semestre di presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea, presentando un programma di lavoro (dal titolo “Un’Europa che agisce per rispondere alle sfide di oggi”) incentrato su quattro priorità: energia e clima; questioni migratorie; Politica agricola comune; sicurezza e difesa europea. S. tuttavia dovrà parzialmente accantonare tali priorità per far fronte a due eventi cruciali per l’UE: il conflitto armato tra Russia e Georgia (iniziato nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008) e l’aggravarsi della crisi finanziaria internazionale (ultimo trimestre del 2008).

Nell’ambito del conflitto russo-georgiano, in qualità di presidente di turno dell’UE, S. si assume quasi interamente la responsabilità di stabilire un dialogo con Mosca, anche a scapito del coinvolgimento delle Istituzioni comunitarie, riuscendo gradualmente a superare le iniziali divisioni tra partner europei sulla linea politica da adottare nei confronti della Russia e a ottenere il sostegno negoziale da parte dell’amministrazione USA. L’opera di mediazione da parte di S. induce Georgia e Federazione Russa ad accettare un piano in sei punti per il “cessate il fuoco” (12 agosto) e, successivamente, a sottoscrivere un più ampio accordo di stabilizzazione (8 settembre) che stabilisce modalità e tempi del ritiro delle rispettive forze e del dispiegamento di osservatori internazionali. Tale successo negoziale rivela, d’altro canto, la tacita accettazione di un fait accompli, ovvero il riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza delle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud e la creazione, in ciascuna delle due regioni, di basi militari russe con la presenza di oltre settemila uomini.

Di fronte alla crisi finanziaria internazionale, la presidenza francese si pone un duplice obiettivo: da un lato, la promozione di un coordinamento europeo e transatlantico, attraverso la convocazione di una serie di Vertici intergovernativi, al fine di superare iniziali esitazioni e divergenze sul tipo di risposta da dare alla crisi; dall’altro, l’aspirazione a riformare le istituzioni del sistema finanziario internazionale, su tutte il Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, le quali, secondo S., si dimostrano non più adatte a gestire l’economia globale nel XXI secolo.

A tal fine, e a discapito delle tradizionali procedure comunitarie, S. decide di individuare sul piano europeo un nucleo decisionale ristretto, rapidamente allargato all’Eurozona. Nel mese di ottobre 2008, infatti, S. convoca un Vertice dei quattro membri europei del G8 (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia), le cui decisioni a tutela del sistema finanziario europeo sono successivamente discusse da una riunione plenaria dei paesi dell’Euro e, quindi, dell’Unione nel suo insieme. Tuttavia, l’iniziale proposta francese, che prevedeva l’istituzione di un fondo comune europeo incaricato di soccorrere gli istituti bancari in crisi e di acquisire quote d’azioni di società europee strategiche in difficoltà, non viene approvata, soprattutto per le resistenze dei governi tedesco e britannico. Accantonata la prospettiva di un piano comune europeo, il salvataggio del sistema finanziario e il rilancio dell’economia è infine affidato, sempre su proposta francese, all’adozione di piani nazionali, di cui ogni paese si sarebbe assunto la responsabilità, da realizzare, tuttavia, in maniera coordinata e in conformità con le normative europee in vigore, soprattutto in materia di mercato interno e di politica di concorrenza. Si tratta, dunque, di una soluzione compromissoria che, pur rispettando l’autonomia attuativa delle singole politiche nazionali, si pone l’obiettivo di preservare, se non altro, il principio di un loro coordinamento europeo.

Contemporaneamente, S. sollecita il presidente USA George W. Bush a convocare una riunione del G20, al fine di discutere i temi della crisi finanziaria su scala globale e avviare il dibattito sulla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (pur non presentando alcun piano dettagliato al riguardo). Il vertice ha luogo a Washington il 15 novembre 2008, ma le conclusioni sono generiche e di portata limitata, a causa della mancanza di consenso tra la posizione statunitense e britannica, diffidente verso un’ulteriore regolamentazione dei mercati internazionali, e quella dei rimanenti paesi europei, tendenzialmente favorevoli all’introduzione di maggiori controlli da parte delle autorità finanziarie internazionali. S. ottiene tuttavia l’impegno a trattare il tema della riforma anche nelle successive riunioni del G20, ma il dibattito non produrrà alcun esito concreto.

La scadenza del semestre di presidenza europeo (31 dicembre 2008) non segna la fine del protagonismo internazionale di S., che tuttavia inizia a manifestarsi attraverso iniziative indipendenti e parallele (se non addirittura concorrenti) rispetto a quelle adottate dall’UE.  Una prima manifestazione di tale propensione si ha già nel gennaio 2009, in occasione dell’intervento armato di Israele nella Striscia di Gaza, quando si assiste al contemporaneo avvio di due iniziative diplomatiche parallele: una condotta dalla troika dell’UE (composta dai ministri degli Esteri di Repubblica Ceca, Svezia e Francia) e una svolta in maniera autonoma da S. in Egitto, Israele, Palestina, Giordania e Siria (5-7 gennaio 2009).

Un secondo caso è rappresentato dall’intervento nella prima fase della crisi libica (febbraio-ottobre 2011). A seguito di una sostanziale inerzia da parte dell’UE di fronte allo scoppio delle proteste in Libia orientale (metà febbraio 2011), i governi francese e britannico assumono dapprima il ruolo di leader diplomatici in seno al Consiglio di sicurezza, facilitando l’adozione delle risoluzioni 1970 e 1973 (rispettivamente del 26 febbraio e 17 marzo 2011), e si pongono quindi alla guida delle successive operazioni militari (a partire dal 19 marzo). Varie implicazioni di carattere interno e internazionale inducono S. a considerare tale intervento, tra cui: la percezione di una minaccia alla sicurezza nazionale derivante dall’instabilità libica e dai massicci flussi di rifugiati in fuga dalla violenza; la difesa del prestigio della politica estera francese nel Mediterraneo; la convinzione che l’intervento militare avrebbe avuto successo a costi relativamente bassi e che senza tale intervento la crisi non sarebbe stata risolta; la convinzione che la norma emergente della “responsabilità di proteggere” sia applicabile al caso libico; la capacità di minimizzare i rischi politici interni grazie al sostegno pubblico e di alcuni partiti di opposizione. Ma, come già in passato, il protagonismo di S. ha contribuito ad alimentare alcune tensioni con i partner europei, in particolar modo con l’Italia (inizialmente contraria all’intervento e successivamente partner riluttante) e la Germania (che si è significativamente astenuta nel voto sulla Risoluzione 1973).

S. conclude il suo quinquennio presidenziale nel 2012. In politica estera, la presidenza S. si è contraddistinta per un intenso attivismo, finalizzato a rilanciare il primato francese in Europa, attraverso un riequilibrio del cosiddetto asse franco-tedesco, e a rafforzare il ruolo della Francia quale attore imprescindibile nelle principali crisi internazionali. Tra i principali successi, possono essere annoverati il riavvicinamento agli USA e all’Alleanza atlantica, dopo cinque anni dall’accesa opposizione francese all’intervento americano in Iraq; la mediazione, in qualità di presidente di turno dell’UE, nel conflitto tra Georgia e Russia; il ruolo centrale svolto nel coordinamento delle prime risposte europee e (in parte) globali alla crisi finanziaria internazionale. A fronte di tali successi, è opportuno riconoscere, tuttavia, che la manifesta volontà di riaffermare il primato francese, associata a una scarsa propensione di fondo verso forme preventive di consultazione e coordinamento con i propri partner, ha spesso ingenerato diffidenze e aperte resistenze negli alleati europei, causando di fatto il naufragio di alcune delle proposte più ambiziose avanzate da S., tra cui il progetto di Unione per il Mediterraneo, l’istituzione di un fondo comune europeo per contrastare la crisi finanziaria, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. Inoltre, sul piano europeo S. è stato tra i principali fautori del metodo intergovernativo, che ha comportato una sostanziale emarginazione delle istituzioni comunitarie, e in particolare della Commissione, dai processi decisionali.

Nell’aprile 2012, in qualità di presidente uscente, S. si ricandida alle elezioni presidenziali, ma è sconfitto al secondo turno dal candidato del Partito socialista, François Hollande, che ottiene il 51,64% dei voti. Dopo un breve allontanamento, S. torna alla politica attiva nel 2014. Nell’agosto 2016 ufficializza la propria candidatura alle primarie presidenziali dei repubblicani, che si svolgono nel novembre 2016: S. ottiene il 20,7% dei voti ed è preceduto da Alain Juppé (28,6%) e François Fillon (44,1%). A seguito di tale sconfitta, S. annuncia il ritiro dalla vita politica francese.

Andrea Cofelice (2017)




Saryusz-Wolski, Jacek

Membro polacco del Parlamento europeo ed ex plenipotenziario per l’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), S.-W. (Lodz 1948) studia economia internazionale all’Università di Lodz (1966-1971) e, dopo la laurea, intraprende gli studi presso il Centro europeo di Nancy. Dapprima assistente all’Università di Lodz, fa presto carriera e diventa professore associato, ottenendo un insegnamento di integrazione europea e fondando il Centro di studi europei. Si vede ripetutamente negare un passaporto durante gli anni Settanta e Ottanta, e soltanto nel 1989 gli è consentito di accettare l’invito a trascorrere un anno presso l’Istituto universitario europeo di Firenze. Durante gli anni Ottanta mantiene legami con Solidarność.

Nel 1991 S.-W. viene invitato a collaborare nel governo di Jan Krzysztof Bielecki per avviare e gestire il ministero per l’integrazione della Polonia. È pertanto nominato plenipotenziario per l’integrazione europea e in tale veste si trova al centro degli sforzi del governo per raggiungere questo obiettivo. Nonostante i frequenti cambi di governo e di maggioranze parlamentari di quel periodo, S.-W. rimane in carica fino al 1996, e durante tale periodo negozia gli Accordi europei polacchi, mirati a spianare la strada all’Adesione finale. Nel 1993 partecipa al summit di Copenaghen in cui l’Unione europea (UE) stabilisce le condizioni per l’integrazione dei candidati con i Criteri di adesione o “criteri di Copenaghen”; nel 1994 supervisiona la candidatura polacca all’UE e partecipa alla preparazione dei negoziati di adesione. S.-W. è perciò coinvolto fin dall’inizio in negoziati sia con la burocrazia e i leader europei sia con il labirintico governo polacco. Tale esperienza gli fornisce la reputazione di esperto di integrazione polacca nell’Unione europea.

Definito “Mr Europa” dalla stampa polacca, dopo aver lasciato il governo nel 1996 S.-W. è nominato vicerettore del Collegio d’Europa a Natolin. Nel 1999 diventa il principale consigliere del primo ministro sulle questioni relative all’integrazione europea.

Ritorna al governo nel 2001, quando il primo ministro lo reputa l’uomo giusto per sbloccare la trasposizione dell’Acquis comunitario che ostacola le trattative con la Comunità europea. Viene quindi nominato segretario del Comitato per l’integrazione europea (Komitet integracji Europejskiej, KIE) e direttore dell’Ufficio del Comitato per l’integrazione europea (Urzad komitetu integracji europejskiej, UKIE). La posizione di stallo del governo sull’integrazione europea ha lasciato l’UKIE senza leadership per 16 mesi, e la nomina di S.-W. all’inizio del 2000 è frutto di una significativa mobilitazione dell’élite in risposta alla pubblicazione di un parere sfavorevole della Commissione europea. Nel febbraio 2000 un intenso dibattito in Parlamento aveva creato il consenso sulla necessità di armonizzare la legislazione polacca con gli standard dell’Unione europea (v. Radio Free Europe/Radio Liberty – RFE/RL, 2001).

Nel ruolo di direttore dell’UKIE S.-W. si dimostra un valido riformatore dell’amministrazione. Dà al fondamentale processo di trasposizione legislativa un significativo impulso trasferendo la responsabilità del suo coordinamento dalla Cancelleria del primo ministro al KIE/UKIE. Nel maggio 2000 il KIE approva una risoluzione formale contenente una lista dettagliata delle leggi da trasporre con precise scadenze. Il segretario del KIE è formalmente incaricato di monitorare i progressi del processo di trasposizione. Cosa ancora più significativa, due mesi dopo viene approvata un’altra risoluzione per trasformare il KIE in un comitato preposto all’elaborazione della legislazione relativa all’UE (v. Zubek, 2001). Tuttavia, l’efficienza amministrativa di S.-W. ha ripercussioni negative sulle relazioni tra l’UKIE e il gruppo di negoziatori europei presso la Cancelleria del primo ministro. Malgrado la separazione tra il processo di Armonizzazione legislativa e i negoziati, S.-W. cerca spesso di scavalcare l’autorità del responsabile dei negoziati, Jan Kulakowski e del primo ministro, rilasciando dichiarazioni senza previa consultazione (v. RFE/RL, 2001). Questa tendenza a rilasciare dichiarazioni per conto del governo sui negoziati europei rischia di far perdere l’incarico a S.-W. allorché egli, nel maggio 2001, senza consultare il primo ministro, dichiara che la Polonia sarebbe stata in ritardo di un anno rispetto alla data del gennaio 2003 per l’adesione all’UE posta come obiettivo da Varsavia (v. RFE/RL, 2001).

Al summit di Nizza del dicembre 2000 S.-W. svolge un ruolo importante come negoziatore, specialmente in relazione alla trattativa sulla riponderazione dei voti nel Consiglio dei ministri (v. anche Ponderazione dei voti nel Consiglio). Si ritiene che egli abbia contribuito alla strategia negoziale conclusasi con una formula che concede alla Polonia gli stessi voti della Spagna nel Consiglio dei ministri. Il risultato del summit dell’UE di Nizza viene definito “straordinariamente favorevole” per la Polonia (v. RFE/RL, 2000). Con l’accordo finale stipulato l’11 dicembre, la Polonia ottiene 27 voti come la Spagna. I quattro paesi europei più grandi, Germania, Regno Unito, Francia e Italia, hanno 29 voti ciascuno.

Il 13 giugno 2004 S.-W. viene eletto deputato al Parlamento europeo con la Piattaforma civica nella lista di Lodz, con 66.589 voti, equivalenti al 24% dei voti della sua regione. Da allora è divenuto membro di quel partito. Il 20 luglio 2004 viene scelto come uno dei vicepresidenti del Parlamento europeo e capo della delegazione polacca, forte di 19 membri, del Partito popolare europeo-Democratici europei (PPE-DE).

Come membro del Parlamento europeo, S.-W. è stato uno dei più aperti critici dell’attuale piano d’azione dell’UE per l’Ucraina nel quadro della Politica di vicinato. Parlando a nome del Partito popolare europeo, S.-W. ha affermato che il piano d’azione negoziato dall’UE con il precedente primo ministro ucraino Viktor Yanukovych, era “sorpassato” e che era necessaria una nuova strategia. «Dobbiamo offrire all’Ucraina la possibilità di aderire all’UE, in modo da incoraggiarla a mantenere lo slancio delle riforme [politiche ed economiche]. [Ciò] è nel nostro massimo interesse, nonché nell’interesse della democrazia di tutta l’Europa orientale», ha affermato S.-W. al riguardo. Poiché «la tempestività è essenziale» per l’Ucraina, S.-W. esprimeva l’auspicio che l’UE iniziasse il prima possibile a negoziare un accordo di Associazione (v. RFE/RL, 2005).

Madalena PontesResende  (2005)




Satrústegui, Joaquín

S. (Madrid 1909-ivi 1992), proveniente da una famiglia dell’aristocratica finanziaria spagnola, partecipa ai preparativi del colpo di Stato del 18 luglio del 1936 contro la II Repubblica, da lui definita, sin dai suoi esordi, come una “catastrofe”.

Studia Diritto presso l’Università di Madrid, e frequenta poi dei corsi di approfondimento in Economia e Diritto costituzionale presso l’Università Georgetown a Washington.

Monarchico legittimista (promotore della restaurazione monarchica in linea di continuità dinastica incarnata da Don Juan de Borbón y Battemberg, figlio di Alfonso XIII), sin dall’inizio degli anni Quaranta S. denuncia il carattere permanente e non provvisorio del potere franchista e la mancata restaurazione della monarchia come forma di Stato, obiettivo per il quale i monarchici avevano appoggiato e condiviso la sollevazione del fronte nazionalista del 1936. Da allora, prendendo le distanze dal regime, si converte in una delle più importanti figure dell’opposizione monarchica al franchismo.

In particolare sin dal novembre del 1942 – in concomitanza con lo sbarco delle truppe alleate a Casablanca – la sua attività politica conferma la sua evoluzione democratica. Molte volte sanzionato dal regime con pene pecuniarie, nel 1957 fonda insieme a Jaime Miralles e Vicente Pimés il movimento Unión española. Di ispirazione liberaldemocratica, il movimento si pone come principale obiettivo la restaurazione monarchica e il riconoscimento della legittimità al trono di Don Juan. Per i primi due anni l’attività del nuovo movimento rimane ristretta ai suoi membri fondatori. La presentazione pubblica avviene nel corso di un ricevimento organizzato presso l’hotel Menfis di Madrid, il 29 gennaio del 1959, durante la quale il gruppo, composto da molti uomini che nel 1936 avevano sostenuto l’alzamiento nacionale, definisce la guerra civile come una immensa tragedia e rinnega le categorie di vincitori e vinti su cui il franchismo ha edificato la legittimità del suo sistema politico.

La restaurazione monarchica, pietra miliare della azione politica dell’Unión española, indirettamente contempla anche la difesa dell’europeismo di cui il gruppo si fa sostenitore. Non solo in chiave di politica interna, ma anche estera, l’istituto monarchico viene infatti descritto come l’unico organo intorno al quale gli spagnoli possono sia sperimentare una transizione democratica, sia essere accettati in seno alle istituzioni europee. Importante veicolo di diffusione di un crescente sentimento antifranchista ed europeista allo stesso tempo, l’attività de Unión española viene segnalata da una pubblicazione interna, “Hoja Informativa”.  Attraverso le sue pagine è possibile ricostruire l’organizzazione di incontri clandestini del gruppo di S. ai quali partecipano non solo monarchici, ma anche rappresentanti del mondo dell’economia e dell’alta finanza spagnola.

Nel giugno 1962 S. prende parte al Congresso di Monaco. Tale evento rappresenta un momento centrale nella storia dell’incardinamento dell’europeismo nel suo pensiero politico.

A quell’epoca tanto i rappresentanti dell’esilio quanto quelli dell’opposizione interna si oppongono alla richiesta ufficiale presentata dal governo spagnolo il 9 febbraio dello stesso anno di aprire un negoziato in vista di una associazione o adesione vera e propria alla Comunità economica europea (CEE).

Allora l’opposizione moderata decide di sfruttare un evento internazionale quale il IV Congresso del Movimento europeo dedicato alla “Democratizzazione delle Istituzioni comunitarie e i mezzi per arrivare alla creazione di una comunità politica”, per fare il punto sulla situazione e per aprire nuove frontiere di dialogo.

Il 5 e il 6 giugno 1962, dunque, 118 rappresentanti dell’opposizione spagnola giungono a Monaco, per discutere i problemi relativi a un’eventuale integrazione del paese in Europa (v. anche Integrazione, metodo della). 80 rappresentanti di tutte le famiglie politiche democratiche, arrivano dalla Spagna, e 38 dall’esilio. Prima di partire per Monaco S. manda una nota al ministro degli Esteri Fernando María Castiella e per conoscenza una copia al cardinale Pla y Deniel, al capitano generale Muñoz Grandes e al ministro dell’interno, Alonso Vega, informandoli della data della riunione e dei temi da trattare.

Dopo un complesso iter di elaborazione e di approvazione incrociata, cinque punti vengono condivisi all’unanimità dalle due opposizioni ai fini dell’integrazione spagnola in Europa. La necessità di istituzioni autenticamente rappresentative e democratiche, la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, soprattutto quelle che garantiscono la libertà personale e d’espressione, il riconoscimento delle “diverse comunità naturali”, l’esercizio delle libertà sindacali su base democratica, la difesa dei diritti fondamentali dei lavoratori, la possibilità di organizzare correnti d’opinione e partiti politici e il diritto al dissenso. La parte finale della risoluzione contiene il primo grande elemento di novità rispetto alle richieste già precedentemente formulate dall’opposizione anche nel corso di altre manifestazioni. In essa, infatti, viene resa esplicita la «ferma convinzione» che la maggior parte degli spagnoli desidera che il cambiamento politico ivi descritto si realizzi all’insegna delle «norme della prudenza politica, con il ritmo più veloce permesso dalle circostanze, con sincerità e con l’impegno da parte di tutti a rinunciare ad ogni tipo di violenza attiva o passiva, prima, durante e dopo il processo evolutivo».

Al suo rientro in patria S. è punito dal regime, che questa volta non si limita a imporgli ingenti sanzioni pecuniarie ma lo condanna insieme a Jaime Miralles e Fernando Alvarez de Miranda al confino politico a Fuerteventura, nelle isole Canarie, dove S. rimane undici mesi.

Mentre la propaganda ufficiale diffonde la notizia che gli spagnoli riunitisi a Monaco ostacolavano l’ingresso del paese in Europa, S., insieme agli altri confinati, chiede la rettifica delle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione e si ribella all’accusa di antieuropeismo, paradossalmente mossa a suoi danni dal regime.

Al di là delle dichiarazioni e delle richieste ufficiali di rettifica, S. si reca a Monaco con l’obiettivo preciso di far cadere l’ipotesi della celebrazione di un referendum sulla forma dello Stato. Sottoporre l’istituto monarchico a referendum lo avrebbe indirettamente indebolito, visto che il “diritto” dinastico era frutto di una concatenazione di eventi la cui fonte di legittimazione primaria proveniva dalla storia stessa e non poteva essere sottoposta a una consultazione popolare.

Diversa è la posizione di S. rispetto al ricorso al referendum per l’approvazione di un futuro testo costituzionale. Una volta che il legittimo erede al trono di Spagna avesse assunto le sue funzioni alla guida del paese, egli non si sarebbe opposto, anzi avrebbe condiviso la successiva approvazione del nuovo testo fondamentale mediante lo strumento referendario, sul modello francese del 1958.

Da quel momento in poi la vita politica di S. segue le vicissitudini della Corona nel suo scontro con Franco.

A partire dal 22 luglio 1969, data in cui Franco nomina come erede al trono di Spagna il principe Juan Carlos, figlio di Don Juan, non rispettando in tal modo i diritti di discendenza, S. interrompe i suoi contatti con il Palazzo della Zarzuela (residenza ufficiale dei re di Spagna).

Da sempre europeista e allo stesso tempo contrario al rinnovo degli accordi con gli Stati Uniti sulle basi americane in Spagna, S. cerca insieme agli altri membri dell’opposizione moderata interna di approfittare delle visite di rappresentanti ufficiali di altri paesi per denunciare anche dal versante della politica estera la falsità dei principi di liberalizzazione tanto difesi dal generale Franco e dal suo entourage governativo. In tal senso gli si presentano due occasioni. La visita di Walter Scheel, ministro degli esteri della Repubblica Federale Tedesca, recatosi nell’aprile del 1970 presso la capitale spagnola per rafforzare i contatti bilaterali con il paese e il maggio dello stesso anno la visita del segretario di Stato americano William Rogers.

Nel primo caso il regime non si oppone e S.; Enrique Tierno Galván, José María de Areilza e Joaquín Ruiz-Giménez Cortés, possono incontrare il ministro tedesco e metterlo a conoscenza dell’attività dell’europeismo dell’opposizione interna. Nel secondo caso, invece, l’ammiraglio Carrero Blanco, consapevole del ruolo che la denuncia dell’opposizione moderata può suscitare, nega ogni autorizzazione e indirettamente minaccia di sospendere il negoziato qualora Rogers si dimostri disponibile all’incontro con l’opposizione moderata.

Dopo la morte di Franco, durante il processo di transizione, alla luce della sua provata fede democratica S. si attesta tra quei leader politici con cui il governo promuove l’apertura del dialogo per favorire la realizzazione di una transizione pattizia. Prende parte alla commissione negoziatrice (Comisión de los nueve) guidata da Felipe Márquez González per stabilire con il governo il ritmo del ripristino dei principali diritti politici e sociali nel corso della transizione. Partecipa alla “Piattaforma degli organismi democratici” e nel 1976, anno della costituzione di Alianza liberal, ne è eletto presidente. Si presenta alle prime elezioni democratiche svoltesi nel giugno 1977 nella coalizione elettorale Senatori per la democrazia e, una volta eletto come senatore, entra nel Gruppo progressista e socialista indipendente. Sin dalla prima campagna elettorale difende l’integrazione del paese in Europa e l’europeizzazione del sistema politico spagnolo. Nel suo programma l’adesione del paese alla CEE occupa un posto assolutamente prioritario. Importante anche il rafforzamento delle relazioni con i paesi di lingua spagnola dell’America Latina, in nome della condivisione della comune identità culturale. In seguito alla dissoluzione di Alianza liberal, nel dicembre 1977, fonda il Partito liberale progressista. Dopo lo scioglimento di quest’ultimo entra nell’Unione di centro democratico, formazione che abbandona però dopo la debacle elettorale subita da quest’ultimo nel corso dell’ottobre 1982.

Maria Elena Cavallaro (2012)




Scarascia Mugnozza, Carlo

Dopo aver svolto servizio militare in Africa Settentrionale negli anni della guerra, e aver ottenuto una medaglia d’argento e una Croce di Guerra al Valor militare, S.M. (Roma 1920-ivi 2004) si laurea in giurisprudenza per iniziare, nel 1945, la carriera di avvocato a Brindisi.

Qui si iscrive alla Democrazia cristiana (DC), della quale è segretario provinciale politico dal 1946 al 1948, e segretario provinciale amministrativo dal 1948 al 1953. Nello stesso periodo viene eletto consigliere comunale, carica che mantiene per molti anni e che riprenderà negli anni Ottanta, una volta ritiratosi dalla politica nazionale ed europea. Nei primi anni al Comune di Brindisi assumerà anche il ruolo di assessore alle finanze.

È consigliere di amministrazione della Cassa di Risparmio di Puglia dal 1945 e commissario, e poi presidente, del Consorzio agrario di Brindisi fra il 1946 e il 1953. Dal 1948 è inoltre presidente dell’Associazione provinciale agricoltori di Brindisi. Tali esperienze gli conferiscono una conoscenza profonda dei problemi dell’agricoltura italiana e gli permettono di seguirne direttamente le principali fasi evolutive, prime fra tutte le trasformazioni seguite all’applicazione della riforma agraria.

Le questioni agricole rappresentano quindi il suo ambito primario d’interesse nel momento in cui, nel 1953, viene eletto deputato nel collegio Lecce-Taranto-Brindisi, dove sarà confermato anche nelle tre legislature successive (mentre alle elezioni del 1948, pur candidato, non aveva ottenuto voti sufficienti all’elezione). Alla Camera dei deputati è spesso portavoce per le questioni di bilancio della commissione Agricoltura, a nome della quale presenta anche importanti progetti di legge concernenti lo sviluppo rurale del Mezzogiorno. Non mancano del resto occasioni di collaborazione con la commissione Affari esteri, con quella per gli Affari costituzionali, con la commissione Lavoro e previdenza sociale e con la commissione Difesa, dovute in parte alla sua partecipazione alla Commissione speciale della Camera per l’elaborazione e l’applicazione delle norme dei Trattati di Roma. Vicepresidente e segretario del gruppo parlamentare della DC fra il 1958 e il 1962, in virtù di tale carica diviene membro del Consiglio nazionale del partito. Presso la direzione centrale democristiana è responsabile nazionale per il settore della pesca.

In qualità di sottosegretario alla Pubblica istruzione del IV governo di Amintore Fanfani, fra il febbraio 1962 e il giugno 1963, S.M. è nominato capo della delegazione italiana alla XII conferenza internazionale dell’United Nations educational, scientific and cultural organization (UNESCO). Nella compagine del successivo governo Leone (giugno-novembre 1963) ha invece l’incarico di sottosegretario alla Giustizia. Presidente del Comitato interministeriale per le questioni ambientali, all’inizio degli anni Settanta guida la delegazione italiana nella fase preparatoria della Conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) di Stoccolma sui problemi dell’ambiente, nonché di una Conferenza organizzata dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e dedicata agli stessi temi.

Per quanto riguarda la politica europea, nel 1954 S.M. è membro della delegazione parlamentare, guidata da Alcide De Gasperi, al Congresso federalista europeo di Parigi (v. Federalismo), dove ha occasione di conoscere anche gli altri “padri” della costruzione europea, come Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer.

Dal 1961 al 1972 è membro del Parlamento europeo, nel gruppo democratico cristiano. Fra il 1967 e il 1969 presiede la commissione Energia e ricerca scientifica, nel cui ambito promuove soprattutto misure volte a tracciare le linee di una politica comunitaria in materia di educazione e di formazione professionale dei giovani, fondamentale ai fini dell’unificazione, particolarmente funzionale alle esigenze italiane, dei mercati del lavoro dei paesi membri.

Nel 1969 succede a Mario Scelba alla presidenza della Commissione politica, nel cui ambito svolge un ruolo di primo piano come portavoce sui problemi relativi ai progetti di Unione politica, di grande attualità soprattutto dopo il “rilancio europeo” dell’Aia del dicembre dello stesso anno. Un suo rapporto sull’avvenire politico delle Comunità europee, presentato nel settembre 1971 a nome della commissione, diverrà un riferimento fondamentale nelle discussioni in materia degli anni successivi. Nel dibattito in assemblea plenaria successivo alla presentazione del documento, S. sollecita una riforma dei meccanismi di Cooperazione politica europea stabiliti nel 1970 dal “Rapporto Davignon”, indicando i tre ambiti, all’ordine del giorno nelle riunioni dei ministri degli Esteri, sulle quali i paesi membri della Comunità economica europea (CEE) dovranno rapidamente esprimere una linea comune di politica estera: il Medio Oriente, il bacino Mediterraneo e la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE).

Tale vicenda aumenterà notevolmente il prestigio di S., tanto che, a seguito delle dimissioni di Franco Maria Malfatti dalla presidenza della Commissione europea (v. anche Presidente della Commissione europea), voci autorevoli come quelle di Walter Hallstein e del presidente degli europarlamentari democristiani Luker lo propongono come nuovo vicepresidente italiano dell’esecutivo di Bruxelles. Dal marzo 1972 al gennaio 1973, nella Commissione presieduta da Sicco Mansholt, S., primo (e finora unico) italiano in tutta la storia del processo d’integrazione (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), è responsabile delle questioni agricole. In tale veste dedica una particolare attenzione ai problemi della ricerca agronomica.

Nei quattro anni successivi, nella compagine presieduta da François-Xavier Ortoli, S. ha la responsabilità delle politiche dell’Ambiente e dei consumatori, appena inserite fra le competenze comunitarie dalla conferenza al Vertice di Parigi dell’ottobre 1972, alla quale si aggiungono la delega ai Trasporti e le responsabilità dei Rapporti con il Parlamento europeo e dell’Informazione. In virtù di quest’ultima si fa promotore dell’istituzione dell’Eurobarometro, un sistema di sondaggi d’opinione periodici fra le popolazioni degli Stati membri su diversi argomenti di interesse generale europeo. Agendo in stretta intesa sia col collega Altiero Spinelli, responsabile delle Politiche industriali, sia con la Farnesina e la rappresentanza italiana a Bruxelles, riesce inoltre a imprimere una parziale correzione allo squilibrio di “nazionalità” fra gli alti funzionari comunitari, che a lungo ha visto gli italiani particolarmente sottorappresentati.

Fra le altre tematiche alle quali S. dedica particolare attenzione in veste di commissario europeo spiccano i temi legati all’elaborazione e all’avvio della politica regionale comunitaria (v. anche Politica di coesione), sui quali è spinto anche dalla volontà di facilitare l’adattamento alla realtà europea delle neoistituite regioni italiane.

L’aspetto principale su cui si concentra l’azione politica di S. a Bruxelles sono comunque i problemi del bacino mediterraneo, interesse dettato in parte dal suo retroterra anagrafico e politico, ma che egli concepisce anche come un’estensione naturale delle responsabilità in materia di politica agricola europea ottenute nella prima fase del suo commissariato (v. Politica agricola comune). Contribuisce del resto a incentivare tale interesse anche l’esperienza maturata in qualità membro della Commissione politica del Parlamento europeo. Non a caso la sua proposta principale in materia, che avrà un’eco profonda nell’ambito delle Istituzioni comunitarie e che rimane tutt’oggi uno dei suoi contributi più importanti alla vita comunitaria, è quella relativa al varo di una “politica mediterranea globale”, che orienterà l’atteggiamento della Comunità verso l’area per il successivo quindicennio, e che fornirà la base sulla quale venti anni dopo, sia pure in forme diverse, sarà varato il Partenariato euro-mediterraneo.

Fra i fondatori, nel 1976, del Partito popolare europeo, negli anni dell’impegno comunitario S. si dedica anche ad attività non strettamente legate alla vita politica, assumendo ad esempio la presidenza dell’Accademia nazionale di danza, che manterrà per oltre vent’anni, e quella dell’Istituto del Nastro azzurro tra decorati al valor militare.

Grazie all’esperienza acquisita in Italia e nelle istituzioni europee, fra il 1982 e il 1990 S. assume inoltre la carica di presidente del Centro internazionale di alti studi agronomici mediterranei di Parigi.

Lorenzo Mechi (2010)




Scelba, Mario

S. nacque a Caltagirone, in provincia di Catania, nel 1901. Sin da giovane si avvicinò al movimento cattolico, in particolare all’esponente di punta del neonato Partito popolare, don Luigi Sturzo, di cui divenne nel primo dopoguerra uno stretto collaboratore. Ostile al fascismo, come altri giovani esponenti del PPI, visse con amarezza la decisione di vari esponenti popolari di allinearsi al fascismo, nonché il cauto atteggiamento assunto dalla Chiesa cattolica nei confronti del regime. Durante gli anni della dittatura decise di rinunciare a un’attività politica aperta. Nel 1942 fu comunque uno dei primi esponenti cattolici a favorire la nascita nella clandestinità del nuovo partito che avrebbe assunto il nome di Democrazia cristiana (DC). Fin dalle prime fasi di vita della DC S. si collocò su moderate una linea moderata; le sue posizioni si rifacevano a quelle espresse da Alcide De Gasperi, tanto da essere nominato nel 1944, in occasione del primo congresso democristiano tenutosi a Napoli, vicesegretario del partito.

Con la formazione del governo guidato da Ferruccio Parri, il ruolo di S. quale esponente di rilievo della DC era confermato dalla sua nomina a ministro delle Poste e Telecomunicazioni, incarico che egli mantenne nei due governi, guidati da De Gasperi tra la fine del 1945 e il 1946. In quest’ultimo anno S. veniva eletto all’Assemblea costituente e nel 1948 sarebbe divenuto deputato, restando membro dell’assemblea di Montecitorio sino al 1968 (da quell’anno fino al 1979 avrebbe ricoperto il ruolo di senatore). Nel 1947, con la fine dell’esperienza di coalizione antifascista e con l’uscita dal governo del Partito comunista italiano (PCI) e del Partito socialista italiano (PSI), De Gasperi formava un primo governo centrista, che avrebbe tra l’altro dovuto affrontare la difficile prova delle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana nell’aspro clima di scontro, accentuato dall’emergere della Guerra fredda. In tale contesto la fiducia riposta da De Gasperi in S. era confermata dalla decisione presa dal leader trentino di affidargli la delicata carica di ministro dell’Interno, un ruolo che l’uomo politico siciliano avrebbe mantenuto ininterrottamente per tutta l’“era degasperiana” sino al 1953.

Quale responsabile dell’ordine pubblico in anni particolarmente difficili e di gravi scontri politico-sociali, S. fu al centro di feroci critiche e di duri attacchi a opera delle forze dell’opposizione, sia di destra sia di sinistra. In particolare, il PCI e il PSI individuarono nel ministro dell’Interno il responsabile dell’atteggiamento duro assunto spesso dalle forze di pubblica sicurezza nel fronteggiare manifestazioni organizzate dai partiti di sinistra o dal sindacato social-comunista. In realtà la volontà di S. di affrontare con fermezza quelle che egli considerava forze “antisistema” si esprimeva non solo nei riguardi del PCI e del PSI, ma anche del Movimento sociale italiano (MSI). La posizione di S. si rivelò d’altronde più “sfumata” e “cauta” di quanto allora non venisse affermato dai partiti d’opposizione e, pur essendo animato da un fermo anticomunismo, S. si mostrò abbastanza scettico nei confronti dei suggerimenti che, soprattutto a partire dal 1953, sarebbero pervenuti a opera dell’amministrazione del presidente americano Dwight Eisenhower affinché il governo italiano assumesse un atteggiamento ancor più rigido verso il PCI e i suoi alleati.

Nel corso del 1953 S. fu uno dei principali promotori della legge elettorale maggioritaria – ben presto definita dall’opposizione di sinistra come “legge truffa” – nella convinzione che solo tale provvedimento avrebbe potuto garantire all’esecutivo una solida maggioranza parlamentare. Come è noto, in occasione delle consultazioni politiche del 1953 il meccanismo previsto dalla legge non ebbe modo di scattare e De Gasperi, il quale era stato uno dei sostenitori del provvedimento, fu costretto ad abbandonare la leadership del governo. Sino a quel periodo S. non era stato coinvolto direttamente nelle questioni di politica estera, per quanto avesse sostenuto le maggiori scelte di De Gasperi: dalla adesione al Piano Marshall e al Patto atlantico, alla partecipazione nel processo di costruzione europea avviato con il Piano Schuman e successivamente con il Piano Pleven. Dopo la breve parentesi del governo monocolore guidato da Giuseppe Pella – che si caratterizzò per le prese di posizione in senso nazionalista, fino al punto di subordinare la ratifica della Comunità europea di difesa (CED) a un diverso atteggiamento di Washington e di Londra sulla questione di Trieste – tra la fine del 1953 e gli inizi del 1954 S. procedeva alla costituzione di un governo centrista, al quale prendevano parte, oltre alla DC, il Partito socialdemocratico italiano (PSDI) e il Partito liberale italiano (PLI).

Fra le questioni di politica internazionale che il nuovo esecutivo si trovò ad affrontare vi fu la posizione dell’Italia in merito al futuro del trattato CED e la sorte di Trieste. S., il quale era coadiuvato da un altro democristiano, Attilio Piccioni alla guida del ministero degli Esteri, intese sottolineare il ritorno alle linee guida della politica perseguita da De Gasperi, in particolare la fedeltà nei confronti dell’alleanza atlantica e l’impegno verso il processo di integrazione (v. Integrazione, metodo della). In tal senso S. avviò la procedura parlamentare di ratifica del trattato CED, alla cui sorte si legava la realizzazione del progetto di Comunità politica europea (CPE), che stava particolarmente a cuore a De Gasperi. Il nuovo presidente del Consiglio non poteva però ignorare le difficoltà che la CED stava affrontando in Francia, nonché il difficile clima politico interno e l’incerta situazione internazionale determinata dalla morte di Stalin e dalla comparsa di una nuova leadership in Unione Sovietica. L’esecutivo italiano si mosse dunque con prudenza nell’attesa di un chiarimento da parte delle autorità francesi; nel frattempo si puntava su una rapida soluzione del problema giuliano, anche se ciò avrebbe finito con il porre fine alle speranze italiane di recuperare, non solo Trieste, ma anche la Zona B del Territorio libero di Trieste.

Una volta caduta la CED a causa del voto del Parlamento francese, il governo S. si preoccupò soprattutto del mantenimento degli stretti legami esistenti tra l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Il leader DC non si mostrò favorevole in una prima fase al progetto avanzato dal segretario di Stato britannico Anthony Eden per la nascita di un’alleanza europea occidentale fondata sull’allargamento del Patto di Bruxelles all’Italia e alla Germania Ovest. Ciò infatti avrebbe posto fino agli ideali degasperiani che si fondavano su un approccio federalista alla costruzione europea (v. Federalismo). In occasione della visita di Eden a Roma nel settembre del 1954 S. e Piccioni finirono però con l’accettare il progetto inglese come l’unico in grado di risolvere la grave crisi che aveva scosso il sistema occidentale. Successivamente nell’autunno, a causa delle dimissioni di Attilio Piccioni dalla carica di ministro degli Esteri, S. favorì la nomina dell’esponente liberale, Gaetano Martino, noto per le sue posizioni filo occidentali e favorevoli alla costruzione europea. L’Italia accettava dunque gli accordi di Parigi del 1954 che restituivano la sovranità alla Repubblica Federale Tedesca, ne sancivano l’ingresso nella Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e davano origine alla Unione dell’Europa occidentale (UEO). Quasi contemporaneamente, con il memorandum d’intesa di Londra si poneva fine alla occupazione anglo-americana di Trieste con il ritorno della città alla sovranità italiana.

Nella primavera del 1955 il governo S. esaminava le proposte provenienti dai paesi del Benelux affinché si prendesse in considerazione l’ipotesi di creare una comunità economica europea e una comunità europea per l’energia nucleare. Fu sotto la guida di S. che nel maggio di quell’anno il governo di Roma decise di considerare con favore, benché con un atteggiamento prudente e ponendo alcune importanti condizioni a difesa degli interessi italiani, il progetto delle nazioni del Benelux. Agli inizi di giugno del 1955 si teneva a Messina la conferenza dei ministri degli Esteri dell’Europa dei “Sei” dalla quale avrebbero avuto origine la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (CEEA) (v. anche Conferenza di Messina). Alla fine di quello stesso mese, anche a causa dei crescenti dissidi all’interno della DC e del progressivo cambiamento di equilibri nella Democrazia cristiana simboleggiato dalla elezione di Giovanni Gronchi a Presidente della Repubblica, S. era costretto a rassegnare le dimissioni. Pur restando uno degli esponenti di spicco della DC, il leader siciliano non avrebbe più svolto ruoli di particolare rilievo, ove si escluda la nomina a ministro dell’Interno nel III governo di Amintore Fanfani dopo la parentesi del gabinetto di Fernando Tambroni. Parve invece rafforzarsi, sulla scia delle posizioni che erano state di Alcide De Gasperi, l’interesse di S. nei riguardi del processo di integrazione; egli era pur sempre uno dei maggiori rappresentanti di un partito – la DC – che fin dagli anni Quaranta si era espresso a favore della costruzione europea. Questo impegno risultò confermato dalla sua nomina nel 1969 alla carica di presidente del Parlamento europeo, ruolo che egli avrebbe mantenuto sino al 1971. S. moriva a Roma nel 1991 all’età di novant’anni.

Antonio Varsori (2010)