Van den Broek, Hans

V.d.B. (Parigi 1936), politico olandese di grandissimo spessore, membro del partito cattolico (Christen-democratisch Appèl, CDA), ministro degli Esteri dal 1982 al 1993 e commissario europeo dal 1993 al 1999, crebbe in un ambiente cattolico ed estremamente stimolante sotto il profilo intellettuale. Dopo il diploma, studiò giurisprudenza alla Rijksuniversiteit di Utrecht, specializzandosi altresì in gestione aziendale presso l’Istituto superiore “De Baak”, a Noordwijk.

Tornato a Rotterdam, dal 1965 al 1968 esercitò, con serietà e rigore, la professione di avvocato. Estremamente versatile e intellettualmente vivace, nel 1968 si avvicinò al mondo degli affari. Entrato in servizio presso l’Enka-Glanzstoff (ora Akzo-Nobel), ad Arnhem, dal 1969 al 1972 fu impiegato come segretario presso la direzione generale della società, per poi assumere la funzione di direttore commerciale, che svolse fino al 1976.

Il 1970 segnò l’avvio della carriera politica di v.d.B. Già attivo nell’ambito del partito cattolico (Katholike Volspartij, KVP), fu eletto membro del consiglio comunale di Rheden, la sua città di residenza. Nel 1976 era eletto nelle liste del KVP alla Camera bassa del Parlamento. Due anni dopo entrava nella dirigenza del partito. In tale ambito, oltre a occuparsi delle principali questioni giuridiche e di politica estera, con particolare riferimento al problema della cooperazione allo sviluppo, partecipò attivamente al processo di riforma interna del KVP, contribuendo alla fondazione, l’11 ottobre del 1980, del nuovo partito cristianodemocratico, il Christen-Democratisch Appèl, CDA, nato dalla fusione tra i cattolici del KVP, i protestanti-democratici dell’Anti-revolutionaire Partij (ARP) e i cristiano-democratici del (Christelijk-historische Unie (CHU).

L’anno successivo, v.d.B assumeva il suo primo incarico presso il ministero degli Esteri. Designato segretario di Stato dal secondo governo del cattolico Andreas A.M. Van Agt, si occupò essenzialmente delle problematiche dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), acquisendo una vasta conoscenza dei meccanismi di funzionamento dell’apparato istituzionale comunitario (v. Istituzioni comunitarie), nonché delle dinamiche negoziali dell’Europa dei Dieci.

Il 4 novembre 1982, con l’insediamento della prima coalizione governativa guidata dal leader del CDA, Ruud Lubbers, il quale era peraltro legato a v.d.B. da una profonda amicizia, iniziava la lunga permanenza del giurista cristiano-democratico al vertice del dicastero degli Esteri, conclusasi il 3 gennaio 1993.

La vicenda ministeriale di v.d.B. non si caratterizzò soltanto per l’eccezionale longevità. In effetti, il suo mandato si sviluppò in un quadro europeo e internazionale in forte evoluzione, segnato dagli ultimi sussulti della Guerra fredda, dal collasso sovietico e dalla nascita dell’Unione europea (UE). Ciononostante, il ministro degli Esteri non volle uniformare la propria politica, essenzialmente impiantata sulla più rigorosa fedeltà all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), alle progressive trasformazioni dello scenario mondiale. Al contrario, si irrigidì in una sostanziale soggezione alle direttive di Washington, nell’intento precipuo di guadagnare al “piccolo” alleato olandese ampio prestigio nell’ambito della NATO.

Una linea di condotta che, pur rispondendo alle esigenze di sicurezza progressivamente e variamente avvertite sia nei Paesi Bassi, sia nel più ampio contesto occidentale, almeno fino al 1989, portò il giurista cristianodemocratico a scontrarsi in diverse occasioni con i leader dell’Aia, in primo luogo con Ruud Lubbers, nonché a perdere progressivamente popolarità. Non che tali frizioni inducessero v.d.B. a una maggiore flessibilità di orientamenti. Al contrario, a partire dal novembre 1989, seppur di fronte alla fine del bipolarismo e in opposizione ai progetti per la creazione di una politica estera e di difesa prettamente comunitaria, prese a sostenere con rafforzato vigore la necessità della presenza americana in Europa, la quale, nella sua ottica, rappresentava l’unica effettiva garanzia per la sicurezza continentale.

Al là del pervicace atlantismo, v.d.B. seppe sovente dar prova di straordinaria lucidità politica ed efficacia realizzativa. Non solo, infatti, svolse un ruolo di primo piano nell’ambito del conflitto iugoslavo, allorché promosse e patrocinò la cosiddetta dichiarazione di Brioni, la quale poneva fine alle ostilità in Slovenia, riconoscendo ufficialmente l’indipendenza del paese; ma soprattutto offrì un contributo decisivo sia nelle discussioni sull’unione politica europea, sia durante la conferenza al Vertice di Maastricht (v. Vertici), nel dicembre del 1991, partecipando attivamente, insieme al premier Lubbers, alla stesura del Trattato di Maastricht, istitutivo dell’Unione europea.

Proprio in virtù di tali apporti, nonché delle indiscusse competenze tecniche e politiche, il 6 gennaio 1993 il ministro olandese veniva nominato commissario europeo nel discusso collegio brussellese presieduto da Jacques Santer. Ottenuto il portafoglio della politica estera e dell’Allargamento, v.d.B. si impegnò concretamente nel promuovere e nel coordinare l’ampliamento dei confini dell’Unione, sia presentando strategie e programmi dettagliati di sostegno economico e finanziario per agevolare il processo di convergenza politico-economica dei candidati dell’Europa centro orientale, tra i quali il Technical assistance for the commonwealth of independent States (TACIS), nel luglio del 1996, sia partecipando in prima persona ai negoziati per l’adesione, sia favorendo l’apertura alla Turchia.

Per quanto contraddistinta da prestazioni di altissimo livello sotto il profilo dell’iniziativa e dell’azione, l’esperienza comunitaria di v.d.B. si concluse, ex abrupto, nel marzo del 1999 – di fatto il 15 settembre dello stesso anno –, quando il funzionario dei Paesi Bassi fu costretto a rassegnare le dimissioni dall’incarico, assieme agli altri colleghi europei, a seguito delle accuse di frode e corruzione che avevano investito la Commissione europea presieduta da Santer.

Ritiratosi definitivamente dalla scena politica europea e nazionale, dal marzo del 2000 v.d.B. è presidente dell’Istituto olandese per le relazioni internazionali (Clingendael) e, dal maggio dello stesso anno, direttore dell’emittente “Radio Nederland Wereldomroep”. Il 25 febbraio del 2005, all’Aia, a consacrazione e riconoscimento della lunga e feconda esperienza al servizio delle istituzioni olandesi ed europee, il tenace e discusso politico olandese ha ottenuto la nomina a ministro di Stato, un titolo onorifico conferito a personalità distintesi nella politica.

Giulia Vassallo (2007)




Van Helmont, Jacques

V.H. (Parigi 192-ivi 1996) studia legge ed economia politica, prima di completare la sua formazione all’École des sciences politiques. La sua stretta collaborazione con Jean Monnet inizia nel 1946, quando Van Helmont entra a far parte del Commissariat au Plan de modernisation et d’équipement français, un’inedita struttura francese di cui Monnet è il promotore. Di fronte alle carenze e alle distruzioni provocate dalla Seconda guerra mondiale, lo Stato francese cerca di orientare l’economia per evitare lo spreco delle modeste risorse disponibili e ridurre gli squilibri regionali e sociali. Questo organismo ex nihilo promuove una pianificazione indicativa, stimolante e concertata. Nel 1946 V.H. partecipa all’elaborazione del rapporto sul primo piano di modernizzazione e di infrastrutture. Nel 1947 è uno degli autori del programma francese per gli aiuti del Piano Marshall, che hanno fornito gli investimenti necessari al risanamento dell’economia francese e quindi i finanziamenti per poter realizzare il Piano di modernizzazione e di infrastrutture. Infine, nel 1948-1959, partecipa alla creazione del bilancio economico nazionale.

Il 20 giugno 1950, in seguito alla Dichiarazione Schuman, a Parigi si apre la conferenza sul Piano Schuman sotto la presidenza di Monnet. V.H. è il segretario della delegazione francese e della conferenza. Il 18 aprile 1951 i negoziati sfociano nella firma del Trattato di Parigi, che dà vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Nel 1952, dopo la creazione delle nuove Istituzioni comunitarie, V.H. è nominato direttore di gabinetto del belga Paul-Henri Spaak, primo presidente dell’Assemblea della CECA. Tuttavia, malgrado le sue funzioni ufficiali lo allontanino da Monnet dal giugno 1952 al settembre 1954, V.H. non smette di essere legato tanto all’uomo quanto alla sua azione. Dietro consiglio di Monnet, Spaak incarica V.H. di seguire dal 15 settembre 1952 al 10 marzo 1953 i lavori della commissione che si è costituita dall’Assemblea ad hoc. Questa commissione, presieduta da Heinrich von Brentano, è incaricata di elaborare lo statuto della futura Comunità politica europea (CPE). Dal giugno 1954 al settembre 1954, V.H. è chargé de mission presso Alcide de Gasperi, successore di Spaak alla presidenza dell’Assemblea comune della CECA. Nel settembre 1954 entra a far parte del gabinetto di Monnet, presidente dell’Alta autorità della CECA. Svolge quest’incarico finché Monnet non lascia l’Alta autorità nel giugno 1955 e lo aiuta a scrivere la sua lettera di dimissioni. Monnet ritiene che un’azione tramite un organo non ufficiale possa servire meglio alla causa europea. V.H. lo segue: prende parte alla creazione del Comitato d’azione per gli Stati uniti d’Europa, al quale poi dedica due periodi della sua vita di militante europeo, prima dal 1955 al 1958, poi, dopo un periodo trascorso all’Euratom, come segretario generale dal 1963 fino al suo scioglimento nel 1975.

Nel febbraio-marzo 1955, V.H. partecipa alla creazione del Comité d’action pour les États Unis d’Europe, la cui prima sessione si tiene in ottobre: è incaricato di informare l’opinione pubblica sulle opzioni adottate da Monnet. In questo quadro mette a punto i documenti elaborati sulla base delle note e degli appunti manoscritti di Monnet, mentre quest’ultimo prende contatto con diverse personalità europee. Il Comité d’action è costituito dalla maggioranza dei partiti politici e dei sindacati non comunisti europei. Cerca di difendere la pace promuovendo un’Europa forte e integrata, in grado di impegnarsi su un piano di uguaglianza nella partnership atlantica. Dopo aver contribuito alla sua creazione, V.H. entra ovviamente a far parte del Comité d’action.

L’influenza del Comité d’action è particolarmente importante durante i suoi primi anni di vita. Monnet ne è il presidente, ma l’azione del gruppo si fonda in parte sul lavoro instancabile di alcuni suoi fedeli collaboratori. Con Max Kohnstamm, Richard Mayne e François Duchêne, V.H. appartiene al nucleo centrale del comitato. È difficile individuare il singolo apporto dei collaboratori di Monnet all’interno del comitato. In generale, avendo una notevole facilità di scrittura, V.H. ha il compito spesso ingrato di redigere e di rivedere, talvolta fino a trenta volte, le versioni successive delle dichiarazioni e risoluzioni del Comité d’action, dato che Monnet si sforza di ottenere il consenso dei suoi membri. Inoltre V.H. è incaricato, in particolare, dei contatti con l’Italia. Il Comité d’action si impegna per far approvare la Risoluzione di Messina (v. Conferenza di Messina) e in seguito per ratificare i Trattati di Roma che istituivano la Comunità economica europea (CEE) e soprattutto l’Euratom, nel quale Monnet credeva profondamente. È un successo, coronato dalla firma e dalla ratifica dei due Trattati. V.H. decide di unirsi alla Commissione europea dell’Euratom fin dalla sua entrata in funzione nel 1958. Dal giugno 1958 al gennaio 1963, è alla guida della Direzione di controllo della Commissione Euratom. In questa veste elabora e fa adottare dei regolamenti per definire le informazioni che le installazioni nucleari dei Sei devono fornire alla Commissione in merito alle loro caratteristiche, agli stock e alle transazioni. Negozia e applica le clausole di controllo degli accordi Euratom/Stati Uniti ed Euratom/Regno Unito, relative alle materie e alle attrezzature importate. Dal novembre 1959 al dicembre 1962, è consigliere speciale del presidente della Commissione Euratom per il progetto di università europea.

Nel 1963, su richiesta di Monnet, V.H. rientra di nuovo nel Comité d’action, di cui diviene segretario generale. Le sue prese di posizione interessano a varie riprese l’ambito istituzionale. In occasione della crisi della “sedia vuota”, il 15 agosto 1965, annota nel suo diario: «L’integrazione economica fornisce all’unità politica l’amalgama delle politiche economiche, dei mercati, delle imprese, come pure un’esperienza istituzionale e un’azione solidale. È molto, non è abbastanza». V.H. crede che l’integrazione economica prepari e agevoli l’integrazione politica, ma è convinto che non possa crearla (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Per questo motivo non è favorevole ad una commissione che trascenda i poteri che le sono stati conferiti e quindi non approva l’azione di Walter Hallstein, presidente della Commissione CEE. V.H. delinea il piano dell’agosto 1973 in cui si propone l’istituzionalizzazione e la regolarizzazione dei Vertici dei capi di Stato e di governo, a suo avviso la sola via che possa condurre all’unione economica europea programmata al vertice dell’ottobre 1972. In precedenza, negli anni Sessanta, V.H. ha lavorato alla fusione degli esecutivi comunitari, che avrà luogo nel 1967. Nel 1975 il Comité d’action si scioglie per iniziativa di Monnet e V.H. non svolgerà più funzioni ufficiali.

Mentre era membro del Comité d’action V.H. ha tenuto un diario (Journal), oggi conservato alla Fondation J. Monnet pour l’Europe, in cui sviluppa una riflessione sull’azione di Jean Monnet e del Comité d’action e riporta fedelmente le crisi e i progressi dell’integrazione europea. Nel 1986 ha pubblicato anche Options européennes 1945-1985. Quindi V.H. è al tempo stesso un protagonista importante e un testimone essenziale degli esordi della costruzione europea.

Anaïs Legendre (2012)




Van Miert, Karel

V.M. (Oud-Turnhout 1942) studia scienze diplomatiche all’Università di Gand (1962-1966). La sua tesi conclusiva verte sul carattere sovranazionale della Commissione europea della Comunità economica europea (CEE), un argomento che decide di approfondire iniziando un dottorato. Per perfezionare la sua conoscenza dell’Europa e della lingua francese prosegue gli studi postuniversitari al Centre universitaire européen di Nancy (1966-1967). Uno dei suoi professori, Émile Noël, che è segretario generale della Commissione CEE, gli propone uno stage al segretariato generale.

Questo stage di sei mesi (agosto 1967-gennaio 1968) è profondamente formativo. Non solo V.M. apprende i meccanismi che regolano le istituzioni europee, ma incontra anche importanti personalità europee come Sicco Mansholt. Quest’ultimo cerca un poliglotta per realizzare il suo progetto di Partito europeo progressista, il PEP. V.M. diviene segretario del partito (1968-1969). In seguito Mansholt gli propone di diventare membro del suo gabinetto ma V.M., che desidera dedicarsi alla carriera accademica, rifiuta.

Dal 1968 al 1971 lavora al Fond national de la recherche scientifique belge e contemporaneamente è assistente di diritto internazionale alla Vrije Universiteit Brussel (1972-1973). Continua anche a dedicarsi alla sua tesi di dottorato e pubblica alcuni articoli sull’argomento. Non riuscirà a concluderla per mancanza di tempo a causa del suo impegno nel Partito socialista belga (PSB).

Henri Simonet, all’epoca vicepresidente della Commissione, nel 1973 gli propone di fare parte del suo gabinetto. Fino al 1975 V.M. si occupa prevalentemente di questioni istituzionali, ma anche di fiscalità e concorrenza. Qui incontra Michel Vanden Abeele, anche lui membro del gabinetto, che V.M. sceglierà come capo gabinetto quando diventerà a sua volta commissario. Decide di non occuparsi della politica belga per dedicarsi agli affari europei.

Ma André Cools e Willy Claes, i due presidenti del PSB, vogliono che li aiuti a ringiovanire il partito e V.M. accetta a condizione di potersi occupare di questioni europee e internazionali. Nel 1976 diventa vicesegretario nazionale del partito e responsabile dei contatti internazionali.

Nel 1977 V.M. diventa capo gabinetto al ministero degli Affari economici. In questo periodo il PSB si scinde in due partiti, uno francofono e l’altro nederlandofono. A V.M. viene chiesto di diventare presidente del Socialistsche partij (SP) nel 1978, a soli 35 anni: eserciterà questa funzione fino al 1988. In questo periodo è anche vicepresidente dell’Unione dei partiti socialisti della Comunità europea (1978-1980) (v. anche Partiti politici europei) e in seguito presidente dell’Internazionale socialista (1986-1992).

Alle prime Elezioni dirette del Parlamento europeo nel 1979 V.M. è capolista del suo partito. Nel 1984 il SP raddoppia i suoi deputati e V.M. ottiene 300.000 preferenze. È membro del Parlamento europeo dal 1979 al 1985 e cercherà di «rivivificare l’organizzazione dei socialisti europei» (v. Van Miert, 2000, p. 23). Nel 1985 torna alla politica belga come membro della Camera dei rappresentanti.

In seguito alle elezioni e al cambio di maggioranza in Belgio il commissario Willy De Clercq non è riconfermato. Malgrado il sostegno che gli accorda Jacques Delors e alcuni articoli sulla stampa che mettono in dubbio le capacità di V.M., quest’ultimo sostituisce De Clercq. Vorrebbe avere l’incarico dell’Ambiente, ma Delors glielo nega a causa della sua posizione sul nucleare. Quindi gli vengono affidati i portafogli dei Trasporti, della Difesa dei consumatori e del Credito e degli investimenti. Le reticenze di Delors nei confronti di V.M. cadono di fronte al lavoro svolto dal nuovo commissario, al punto che quando il commissario in carica per l’Ambiente abbandona la Commissione sarà V.M. ad assumere questa responsabilità ad interim (luglio 1992). V.M. si rammarica di non aver potuto fare di più in questo settore, in quanto Delors privilegia le proposte che incoraggiano la messa in opera del mercato comune (v. Comunità economica europea). La protezione dei consumatori, portafoglio inizialmente leggero, grazie all’azione di V.M. entrerà nel Trattato di Maastricht. Per quanto riguarda i trasporti, anche se V.M. inizialmente è «poco esperto nelle questioni relative a questo settore» (v. Van Miert, 2000, p. 36), riuscirà a compiere dei passi avanti, in particolare nel settore ferroviario (v. anche Politica comune dei trasporti).

Il mandato di V.M. nella Commissione viene rinnovato dal 1° gennaio 1993 al 1° gennaio 1995. Ma invece di continuare a lavorare sui trasporti Delors lo destina ad altri incarichi. Si occupa della politica della concorrenza, della politica del personale e dell’amministrazione, inoltre della traduzione e dell’informatica. Dopo questo mandato la riconferma di V.M. sembra improbabile, in quanto si prevede che Jean-Luc Dehaene sia il nuovo presidente della Commissione. Invece in seguito al veto britannico contro Dehaene il mandato di V.M. è rinnovato nella Commissione di Jacques Santer. Diventa quindi vicepresidente ed è incaricato della concorrenza.

V.M., commissario alla concorrenza per sette anni, è stato definito talvolta “l’uomo più potente d’Europa”. In questi anni la Politica europea di concorrenza è una materia che si amplia, quindi vengono creati nuovi strumenti. V.M. non considera questa politica come un fine, ma come un mezzo per raggiungere gli obiettivi dell’Unione europea. È «fermamente convinto che per svolgere appieno il suo ruolo la politica della concorrenza non può essere concepita in modo isolato dal progetto politico e sociale più ampio che l’articolo 2 del trattato assegna all’Unione: la promozione del progresso economico e sociale, di un livello di occupazione elevato e duraturo». Tenta di difendere «una concezione equilibrata e rispettosa dell’interesse generale, insieme ad un’applicazione al tempo stesso flessibile, perché sia aderente alle realtà economiche, e rigorosa perché i mercati hanno bisogno di regole del gioco chiare» (v. Van Miert, 1999, p. 1).

Come commissario alla concorrenza V.M. ritiene che siano sei gli obiettivi capitali: «la liberalizzazione di settori monopolistici come le telecomunicazioni [v. anche Politica europea delle telecomunicazioni]; la difesa del mercato interno contro i cartelli e i tentativi di divisione del mercato; l’applicazione riuscita del regolamento “fusioni”; la lotta contro gli aiuti pubblici illeciti; la modernizzazione e l’attualizzazione della politica della concorrenza, sul piano sia dei contenuti che della procedura; l’adeguamento della politica della concorrenza alla mondializzazione crescente» (v. Van Miert, 2000, p. 45).

La concorrenza investe nuovi ambiti come lo sport (sentenza Bosman) o l’audiovisivo (finanziamento da parte dei settori pubblici) (v. anche Aiuti di Stato). L’attuazione dell’Euro lo porta anche a interessarsi ai servizi bancari e finanziari (dossier Crédit Lyonnais). I progressi tecnologici ampliano anch’essi il campo d’azione: televisione digitale, commercio elettronico. Parallelamente all’allargamento dei settori cresce il numero di casi notificati nell’ambito delle concentrazioni. V.M. crede anche nella dimensione internazionale del diritto della concorrenza. Rafforza la cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti. Nel 1995 lancia il Rapporto V.M. sulla politica della concorrenza nel nuovo ordine commerciale in cui ribadisce l’esigenza di rafforzare la cooperazione e le regole internazionali.

Al suo arrivo alla concorrenza sono state sollevate alcune critiche contro V.M., che è stato giudicato troppo “politico” e suscettibile alle pressioni dei settori d’interesse. La sua reputazione di uomo forte della politica della concorrenza non ha smesso di aumentare nel corso dei suoi mandati, culminando nel 1997 nell’affare Boeing/Mc Donnel Douglas (v. Cinni, pp. 205-207).

Durante i suoi mandati alla concorrenza V.M. lavora a stretto contatto con la direzione generale della concorrenza e stringe buoni rapporti anche con le altre istituzioni comunitarie. Davanti al Parlamento europeo e al Consiglio dei ministri spiega a varie riprese la sua politica. Propone un accordo con la Commissione economica del Parlamento per organizzare una cooperazione sistematica e scambi regolari.

V.M., dimissionario insieme a tutta la Commissione Santer, afferma di «aver abbandonato la scena politica europea con un sentimento di profonda gratitudine e con la convinzione di essere stato un uomo privilegiato» (v. Van Miert, 2000, p. 263). Fa parte di numerosi gruppi nazionali e internazionali a vario titolo (consigliere di SairGroup, membro del Supervisory Board di Philips Electronics NV, membro del consiglio di sorveglianza di Vivendi, amministratore di Agfa-Gevaert NV ecc.).

Nell’aprile 2000 viene nominato rettore dell’Università di Nyenrode, nei Paesi Bassi, fino al marzo 2003. Qui insegna politica europea della concorrenza.

Pur avendo lasciato la scena politica europea, V.M. talvolta ha avuto occasione di esserne nuovamente coinvolto: per esempio, nel 2003 viene chiamato a presiedere il Gruppo dell’Unione europea di livello superiore sulle Reti transeuropee di trasporto. Nel 2005 Jacques Barrot, vicepresidente della Commissione europea incaricato dei trasporti, gli chiede di intervenire come mediatore sul progetto Galileo per facilitare il Processo decisionale.

V.M. ha scritto le sue memorie di commissario europeo che sono state tradotte in diverse lingue: Le Marché et le Pouvoir, Souvenirs d’un commissaire européen.

Julie Cailleau (2008)




van Zeeland, Paul

Van Z. (Soigners 1893-Bruxelles 1973) studia diritto, scienze politiche e diplomatiche, filosofia tomista all’Université catholique, poi ottiene un master in economia all’Università di Princeton. Vicegovernatore della Banque nationale de Belgique, ricopre in seguito diverse funzioni pubbliche a livello nazionale: ministro senza portafoglio (1934-1935), primo ministro (1935-1937), ministro degli Affari esteri (1935-1937 e 1949-1954) e del Commercio estero (1935-1937 e 1949-1950), ministro di Stato (1948).

Van Z. è una delle figure di maggior spicco della storia del Belgio contemporaneo. Vanta una quantità di titoli di studio ed è dotato di un’intelligenza e di un senso politico che affascinano i suoi compatrioti. Nel 1935 diventa primo ministro e ministro degli Affari esteri. In molti ritengono che all’epoca sia stato un uomo provvidenziale. Innanzitutto è artefice di importanti riforme strutturali, alcune delle quali sono ancora oggi visibili. Il suo primo gabinetto è celebre soprattutto per la svalutazione e la stabilizzazione del franco del 1935, che Keynes additava ad esempio, e che segna l’inizio del risanamento economico del Paese. Il suo secondo governo (1936-1937) è caratterizzato in primo luogo dalla campagna elettorale preparatoria alle elezioni parziali di Bruxelles, l’11 aprile 1937, che van Z., innalzato a simbolo della democrazia, vince contro il leader rexista belga Léon Degrelle.

L’idea di un avvicinamento dei paesi europei è intimamente legata all’insieme della carriera di van Z. Nel 1931, quando la crisi economica e la grande depressione colpiscono senza pietà, scrive in Regards sur l’Europe: «La cooperazione internazionale in materia economica è il solo e necessario comportamento da adottare: abolizione degli ostacoli al commercio, garanzie per un ordine internazionale permanente, accordi di effettivo avvicinamento, in breve un’organizzazione internazionale al riparo della quale, con la libertà di movimento dei capitali e dei beni, possa rifiorire la prosperità». Nel 1937, quando è primo ministro, van Z. è incaricato dalla Francia e dal Regno Unito di studiare i metodi adeguati a ottenere una riduzione generale delle misure di contingentamento e degli altri ostacoli al commercio internazionale. Il governo che guida all’epoca dà anche impulso ai negoziati fra Belgio e Lussemburgo e alle riunioni dei governi del Gruppo di Oslo che vertono sullo smantellamento delle barriere e del nazionalismo economico, nella convinzione che l’Europa debba fondarsi sull’economia prima che sulla politica. Dopo le sue dimissioni nel 1937 van Z. percorre il mondo, durante e dopo la guerra, partecipando in particolare alla missione di buoni uffici sulla questione indonesiana nel 1947 e facendo parte dei consigli d’amministrazione di diverse imprese belghe e straniere. È anche tra i fondatori della Lega europea di cooperazione economica e si batte a favore dell’Occidente cristiano, in particolare contro la condanna del cardinale Mindszenty. «Servendo la causa dell’Occidente, […] serviamo tutta l’umanità attraverso le grandi cause con le quali si confonde l’ideale civilizzatore dell’Occidente: la pace, la fraternità umana, la crescita del livello di vita delle masse e, non da ultimo, la difesa della Personalità, contro gli attentati del totalitarismo», dichiara quando viene arrestato il primate di Ungheria. E continua: «Alla dottrina che rende l’uomo uno schiavo non vi è alternativa se non la dottrina cristiana e sociale, la civiltà occidentale, il ruolo della persona umana». In materia economica van Z. sostiene il libero scambio prendendo in considerazione già nel 1941 l’Unione doganale e monetaria dell’Europa.

Il 1949 per van Z. coincide con il ritorno alla politica: infatti è nominato ministro degli Affari esteri, un incarico che manterrà fino al 1954. A livello interno il Belgio è sempre scosso dalla questione del non ritorno del sovrano. Leopoldista della prima ora, van Z. investe tutte le sue energie per favorire il ritorno politico del re. Sul piano della politica estera è convinto che la creazione di un’Unione europea possa rappresentare la vera ricostruzione dopo la guerra. Quindi partecipa alla formazione del Benelux, del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE), dell’Unione europea dei pagamenti (UEP). Già presidente del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa dal 1949 al 1950, nello stesso anno guida anche il Consiglio dell’OECE, nonché il Consiglio atlantico dal 1950 al 1951. È anche a capo della diplomazia belga durante i negoziati del Piano Schuman e del Piano Pleven, e a nome del suo paese sottoscrive i due Trattati di Parigi (v. Trattato di Parigi). Ma temendo che i paesi minori perdano la loro influenza sulla scena europea, van Z. ha sempre rifiutato qualsiasi delega ampia della sovranità e si è mostrato fautore di un’Europa confederale piuttosto che federale (v. Federalismo), essendo convinto, come prima della guerra, che l’Europa si costruisca con “l’economia” prima che con “la politica”. In questo senso non nasconde le sue perplessità riguardo all’articolo 9 diventato articolo 38 del trattato CED che punta alla creazione di una Comunità politica europea (CPE) (v. Comunità europea di difesa).

Van Z. partecipa anche ai lavori preparatori alla costituzione di un esercito europeo, ma lascia il ministero degli Affari esteri nell’aprile 1954, quattro mesi prima del rifiuto di ratifica del Trattato CED da parte dell’Assemblea nazionale francese. Ritenendo che l’Europa debba cooperare strettamente con gli Stati Uniti e il Canada, van Z. è anche un fervente sostenitore dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO).

Quando prende le distanze dal mondo politico nel 1956, van Z. ritrova l’ambiente degli affari che conosceva bene. È nominato consigliere generale della Banque de Bruxelles, presidente della Banque belge d’Afrique, presidente, vicepresidente o amministratore di diverse società belghe e straniere. Van Z. è stato anche docente all’Université catholique di Lovanio, dottore honoris causa di varie università straniere e membro dell’Institut de France.

Vincent Dujardin (2010)




Vandermeulen, Joseph

V. (Melsele 1914-Berchem-Sainte-Agathe 1984), studia alla facoltà di lettere e filosofia dell’Université catholique di Lovanio, dove sotto il regime nederlandofono segue un corso annuale di studi politici e sociali destinati a prepararlo a una carriera giuridica. Nel 1934 interrompe gli studi per fare il servizio militare, terminato il quale si laurea in Scienze politiche e sociali nel 1936. In seguito decide di perfezionare la sua formazione giuridica all’Università di Leida.

Rientrato in Belgio, V. si trova coinvolto nei preparativi della Seconda guerra mondiale. È richiamato nel suo battaglione dal 7 al 17 giugno 1937, poi dall’8 al 18 maggio 1938, come luogotenente di riserva nel corpo di artiglieria. Dopo l’entrata in guerra è mobilitato di nuovo il 3 settembre 1939. Contemporaneamente è riuscito a preparare e a superare brillantemente il primo concorso all’ispettorato delle Finanze. Ottiene la nomina il 1° gennaio 1940. Durante i combattimenti del maggio 1940 si sposta in Francia con la sua unità. Fatto prigioniero, viene mandato in Germania in settembre. Il 16 gennaio seguente è rimpatriato e riprende le sue funzioni civili: il 1° giugno 1943 è nominato ispettore delle Finanze. Alla fine delle ostilità è distaccato al servizio del ministero degli Affari economici. Lavora a stretto contatto con Jean-Charles Snoy et d’Oppuers, segretario generale dell’amministrazione del ministero. In particolare, è incaricato di occuparsi dei beni confiscati dai tedeschi in Belgio. Inoltre si specializza nello studio dei problemi carboniferi.

Nella primavera del 1947 la sua carriera conosce una svolta: entra nel gabinetto del ministro degli Affari economici Jean Duvieusart, dove fa parte del gruppo diretto da Charles Roger, vecchio collaboratore di Paul van Zeeland e, come V., ex studente dell’Università di Lovanio. Un compito essenziale di questo gabinetto consiste nell’assistere le autorità economiche del Belgio nella definizione della politica che intendono adottare nei riguardi del Piano Marshall. Il 1° luglio 1949 diventa capo di gabinetto di Duvieusart, incarico che mantiene anche quando quest’ultimo nel giugno 1950 è nominato capo del governo e con i due successivi primi ministri Pholien e Van Houtte. Alla fine di questa intensa esperienza al più alto livello dello Stato è chiamato al ministero degli Affari economici come direttore generale. In questa veste, nel 1953, muove i suoi primi passi nelle Istituzioni comunitarie. Gli viene affidato l’incarico di rappresentare il Belgio nella Commissione di coordinamento del Consiglio dei ministri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Nel 1955 lo nota Paul-Henri Spaak, che gli accorda la sua fiducia e lo invita a unirsi al gruppo che partecipa ai negoziati di Val Duchesse. L’entrata in vigore dei Trattati di Roma determina la contemporanea creazione di un Comitato dei rappresentanti permanenti (COREPER). In un primo tempo è designato come membro Jean-Charles Snoy, ma l’accumulo delle responsabilità e le tensioni latenti fra il ministero degli Affari economici e quello degli Affari esteri in merito alla priorità dell’esercizio dell’autorità all’interno della rappresentanza europea del Belgio, richiedono una riforma delle modalità di rappresentanza. Il mandato di Snoy è alla fine assunto il 15 gennaio 1959 da V., che in questa circostanza viene nominato ambasciatore. Manterrà questo ruolo fino al suo ritiro, nell’agosto 1979, dopo aver presieduto per sette volte il Comitato.

L’analisi degli archivi che portano il suo nome – quando compare in una particolare corrispondenza – consente di stabilire l’importanza relativa dei vari dossier di cui si è occupato, in particolare nel settore dell’energia e dell’integrazione monetaria. Le analisi di V., malgrado il suo leggendario riserbo, sono state molto apprezzate e consultate dagli ambienti sia economici che politici. Per esempio, uno dei rapporti sulle attività del Consiglio dei ministri dell’Economia e delle finanze, del 16 ottobre 1978, destinato in principio esclusivamente al ministro Henri Simonet, si ritrova negli archivi della Kredietbank. A questa data la banca sta preparando l’introduzione sui mercati capitali di prodotti finanziari innovativi, definiti in unità di conto, che avranno un impatto sul modo in cui verranno condotte all’inizio degli anni Ottanta le trattative relative ai problemi monetari europei. V. è coinvolto, anche dietro le quinte, nella crisi della “sedia vuota” e nei negoziati che accompagnano l’Allargamento dei Sei a Regno Unito, Irlanda e Danimarca. Anche Léo Tindemans si rivolge a V. per redigere il rapporto che gli è stato richiesto dal Consiglio europeo nel 1975.

V., che ha ricevuto dal re un titolo nobiliare, ha voluto rendere pubblico il suo attaccamento ai valori europei, difesi instancabilmente con le autorità politiche che si sono succedute al suo fianco: nelle sue insegne ha inserito le dodici stelle della bandiera europea e ha scelto come motto “Vitam impendere unioni” (“consacrare la propria vita all’unione”) (v. anche Simboli dell’Unione europea).

Jerome Wilson (2010)




Vanoni, Ezio

V. nacque a Morbegno in Valtellina il 3 agosto 1903 da una famiglia della piccola borghesia cattolica animata da un forte senso religioso. Dopo aver frequentato il liceo ginnasio di Sondrio, vinse il concorso come alunno del Collegio universitario Ghislieri di Pavia, iscrivendosi nell’anno accademico 1921-1922 alla facoltà di giurisprudenza. In quegli anni V. aderì al socialismo, diventando presto allievo di Benvenuto Griziotti, studioso insigne di scienza delle finanze e di ideali socialisti. Divenuto capo degli studenti socialisti dell’ateneo pavese durante il delitto Matteotti, si laureò con una tesi sulla Natura ed interpretazione delle leggi tributarie. Nel 1925-1930 ottenne una borsa di studio dell’Università cattolica di Milano e la borsa Rockefeller che gli permise di perfezionare i suoi studi con un soggiorno in Germania. Fu in questo periodo che, di fronte alla violenta crisi economica che sconvolgeva allora quel paese, si formò la visione economica e politica di V., che lo avvicinò a un cattolicesimo sociale che si coniugava con un personale recupero religioso.

Nel 1932 V. ebbe il primo incarico di scienza delle finanze presso l’Università di Cagliari, dove si dedicò negli anni successivi agli studi economici fino a ottenere una cattedra nel 1939. V. contribuì al progetto di riforma della codificazione tributaria e della sostituzione dell’imposta sugli scambi con l’imposta generale sull’entrata attraverso l’Istituto nazionale di finanza corporativa, divenendo così di fatto un collaboratore del ministro Thaon di Revel. Il suo ruolo per così dire tecnico, si doveva trasformare in politico nel 1943; la disperata situazione del paese alla vigilia del crollo del fascismo coincise con la stagione di Camaldoli che vide la sua partecipazione alla riunione dei primi cattolici nel monastero aretino.

All’impegno politico si affiancò quello sindacale quando, dopo il 25 luglio 1943, V. fu nominato commissario dei lavoratori del commercio. In questa veste fu firmatario insieme ai responsabili delle altre categorie, Guido De Ruggiero, Bruno Buozzi e Achille Grandi, di un manifesto di resistenza contro l’occupazione tedesca. Iniziata la militanza nel neocostituito partito della Democrazia cristiana (DC), nel congresso del luglio 1944 divenne rappresentante cooptato in rappresentanza delle organizzazioni professionali, economiche e culturali. La sua carriera politica ebbe un forte sviluppo quando fu eletto membro della Consulta nazionale e della Costituente. Come deputato di questo organo partecipò ai lavori della Commissione economica per la Costituente, ma soprattutto fece parte della “Commissione dei 75” incaricata di predisporre il progetto di costituzione. Il 2 febbraio 1947 divenne ministro per il Commercio estero nel III gabinetto di Alcide De Gasperi. Con questo incarico si adoperò per l’adesione dell’Italia all’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE), firmata il 16 aprile 1948, tesa ad armonizzare gli scambi e a ridurre progressivamente gli ostacoli al commercio reciproco tra i paesi firmatari oltre che a stabilizzare le economie e le monete. V. vedeva nell’OECE l’inizio di una collaborazione permanente su un piano concreto ed era fermamente convinto che per spingere l’Italia sulla strada del progresso economico fosse necessario stabilire un clima di corretta concorrenza internazionale, soprattutto in contrapposizione alla politica autarchica del periodo fascista. In questa prospettiva fu quindi assertore della costituzione dell’Unione europea dei pagamenti (UEP), organismo nato in seno all’OECE nel 1950. Nel difendere e valorizzare tale organismo V. fu sempre attento a sottolineare il rischio del ritorno al bilateralismo negli accordi commerciali come in quello dei pagamenti, sostenendo che ciò avrebbe comportato il pericolo di una contrazione nel volume degli scambi allontanando vieppiù la prospettiva di una lenta e graduale riunione dei paesi europei.

La liberazione degli scambi e l’Unione europea dei pagamenti furono due elementi che ebbero una importanza fondamentale per la ripresa dell’economia europea e videro in V. un attento sostenitore, che salutò con soddisfazione la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Tra il 1947 e il 1956 V. fu quindi uno degli uomini di punta della DC, portatore di una visione sociale cristiana di “giustizia sociale”, responsabile dei principali dicasteri economici, ispiratore della politica economica del governo, tra cui di particolare rilievo la riforma tributaria del 1951, con l’introduzione dell’imposta progressiva sul reddito, e la costituzione dell’Ente nazionale idrocarburi (ENI) che vide la stretta collaborazione tra V. ed Enrico Mattei.

Ministro delle Finanze con il IV governo De Gasperi (23 maggio 1948), V. mantenne tale incarico anche nei tre successivi governi De Gasperi e durante la breve esperienza del Governo guidato da Giuseppe Pella (agosto 1953, gennaio 1954); dal 26 luglio 1951 al 2 febbraio 1952 resse anche, ad interim, il dicastero del Tesoro. Fu quindi ministro del Bilancio nel I governo di Amintore Fanfani (18 gennaio 1954), e nei governi di Mario Scelba (10 febbraio 1954, 22 giugno 1955) e Antonio Segni (dal 6 luglio 1955), fu ancora ministro del Tesoro ad interim dal 30 gennaio 1956 al 16 febbraio 1956, giorno della sua morte avvenuta in parlamento «al termine di un discorso dai toni insolitamente lirici per un uomo abituato alla scarna eloquenza del ragionamento economico» (v. Magliulo, 1991, p. 17). La sua morte secondo alcuni interruppe la realizzazione del cosiddetto “Piano Vanoni” (v. Barucci, 1977, p. LV), un ambizioso progetto di politica dirigistica teso alla soluzione del problema dell’occupazione che non ebbe alcuna pratica attuazione. “Lo schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito nel decennio 1955-1964”, questo il vero nome del piano, fu presentato dallo stesso V. al congresso della DC di Napoli del 1954 (26-29 giugno) nel quale come è stato osservato «non suscitò subito l’interesse proporzionato al rilievo che ebbe negli anni seguenti» (v. Accame, 1982, p. 38). Il pensiero di V. al riguardo era che la politica economica seguita dall’Italia dal dopoguerra era stata coerentemente diretta alla ricerca di solidarietà e di collaborazione internazionale, in questo quadro il suo paese aveva assunto e mantenuto una posizione confacente alla sua nuova dimensione economica raggiungendo un alto livello di scambi con l’estero, sostenendo la liberazione di questi come uno dei mezzi per raggiungere l’integrazione economica europea sotto lo stimolo della concorrenza internazionale (v. anche Integrazione, metodo della; Integrazione, teorie della). L’Italia si era fatta promotrice non solo della stretta integrazione nel settore del carbone e dell’acciaio e della sua estensione ad altri settori, ma anche del “rilancio europeo”, della ricerca dei principi più idonei per realizzare di una politica comune nei campi economico, finanziario e sociale. Secondo V. i dislivelli fra le diverse economie mondiali erano causa di squilibrio anche per le nazioni più ricche e avanzate; solo con la cooperazione si sarebbero potuti risolvere i problemi non più contestualizzabili in singole aree geografiche nazionali. In questa prospettiva, nel gennaio 1955 V. presentò il suo schema all’OECE sottolineando la funzione europeistica del piano raccogliendo significativi apprezzamenti. Il piano V. fissava una serie di presupposti da perseguire per raggiungere gli obiettivi, ossia l’eliminazione della grave e persistente disoccupazione, l’eliminazione dello squilibrio Nord-Sud, e infine l’eliminazione del deficit della bilancia dei pagamenti.

V. visse la sua stagione politica in pieno centrismo degasperiano costituendo l’ala sinistra attraverso la quale la DC di governo seppe coniugare esigenze di stabilità con riforme sostanziali, ma rappresentò anche la continuità di una politica economica gestita con coerenza e sulla base di precise impostazioni ideali che vedevano già nella cooperazione economica del continente la premessa per la futura integrazione.

Stefano Ciaramelletti (2010)




Varfis, Grigoris

V. (Atene 1927) studiò giurisprudenza ed economia all’Università di Atene e di Parigi.

Prima di entrare al Parlamento europeo nel 1984, ebbe un ruolo chiave nel coordinamento delle politiche europee dei socialisti greci. Nel 1981, quando il Panellinio sosialistiko kinima (PASOK) salì al potere per la prima volta, il suo leader, Andreas Papandreu, si occupò personalmente delle relazioni tra Grecia e Comunità economica europea (CEE). Fu quindi creato all’interno del ministero degli Affari esteri un servizio speciale e V., in quanto viceministro degli Affari esteri, ne assunse la direzione (1981-1984). In tale funzione divenne presidente del Consiglio per il secondo semestre del 1983. Nel 1984 venne eletto al Parlamento europeo e divenne membro della commissione del controllo di bilancio e di quella per i bilanci. L’anno dopo entrò alla Commissione europea della CEE. Dal 1985 al 1986 fu commissario per la Politica regionale e le Relazioni con il Parlamento. Successivamente, dal 1986 al 1989, divenne commissario per la tutela dei consumatori. Nel 1989 abbandonò definitivamente l’attività politica.

Sofia Papastamkou (2012)




Vedel, Georges

V. (Auch 1910-Parigi 2002) è stato uno dei più importanti costituzionalisti francesi del XX secolo e un ascoltato consigliere di uomini politici. Agrégé in diritto nel 1936, insegnò nelle facoltà di diritto di Poitiers (1937) e Tolosa (1939), fu nominato professore alla facoltà di diritto di Parigi (dal 1948) nella cattedra di Diritto pubblico. Decano della facoltà di Diritto e scienze economiche di Parigi (1962-1967), V. fu autore di numerose pubblicazioni di diritto amministrativo, diritto costituzionale e scienza politica (Traité de droit constitutionnel, Traité de droit administratif).

Negli anni cinquanta V., di tendenza cristiano-democratica, frequentò i circoli degli intellettuali anticomunisti della rivista “Preuves”. In seguito, in numerosi interventi mise in luce le tare del parlamentarismo della IV Repubblica, diventando uno dei protagonisti del dibattito sulle istituzioni francesi. Agli inizi del decennio successivo partecipò al Club Jean Moulin e fu uno degli intellettuali che, pur opponendosi nel 1962 alla pratica del referendum di Charles de Gaulle, contribuì a far accettare l’idea dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica nelle file del centrosinistra. Sostenitore della Costituzione della V Repubblica, ne criticò alcuni aspetti, in particolare il bicefalismo dell’esecutivo, diviso tra Presidente della Repubblica e primo ministro, e condusse una pluridecennale battaglia a favore della riduzione a cinque anni del mandato presidenziale.

Il suo impegno politico non gli impedì di essere apprezzato nel ruolo di arbitro e di saggio. Per citare solo i suoi mandati principali, si ricorda che nel 1968 presiedette la commissione incaricata dal ministero dell’Agricoltura di valutare le “Prospettive a lungo termine dell’agricoltura francese 1968-1985”, vale a dire l’impatto sul settore primario francese della politica agricola delineata in sede comunitaria; l’anno seguente entrò nel Consiglio economico e sociale (mandato rinnovatogli nel 1974); nel 1980 fu nominato membro del Consiglio costituzionale dal presidente Valéry Giscard d’Estaing; nel 1993 fu presidente del Comitato consultivo per la riforma della Costituzione.

Le convinzioni europeiste di V. rappresentarono uno dei suoi engagement più importanti e originali, rafforzate dalla lunga prigionia in Germania durante la Seconda guerra mondiale. La costruzione istituzionale della Comunità europea del carbone dell’acciaio (CECA) lo interessò anche per l’innovazione rappresentata dai suoi meccanismi giuridici. Negli anni 1955-1956 partecipò al Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa creato da Jean Monnet. Come consigliere tecnico del radicale Maurice Faure, segretario di Stato agli Affari esteri (1956-1958), V. fu il principale giurista della delegazione francese alle conferenze che prepararono i Trattati di Roma, specialmente di quella di Bruxelles; egli prese parte, in particolare, alla redazione del trattato sulla Comunità europea dell’energia atomica o Euratom, ricco di problemi giuridici, contribuendo alla stesura dei sei articoli riguardanti lo statuto di proprietà delle materie fissili.

Più tardi, tra il 1971-1972, V. presiedette il gruppo ad hoc di personalità indipendenti, rappresentanti tutti i membri della Comunità, designato dalla Commissione europea e avente l’assai ampio mandato di studiare la riforma delle Istituzioni comunitarie. Il rapporto del Gruppo V., sulla base del quale la Commissione presentò le proprie proposte al Consiglio dei ministri il 26 maggio 1972, mise in luce come il problema fondamentale del sistema comunitario fosse quello della legittimità: solo l’intervento nelle decisioni comunitarie di un organo parlamentare, legittimato direttamente dai cittadini dei paesi europei, poteva colmare tale lacuna (v. Rapporto Vedel). Secondo tale rapporto non era possibile aumentare i poteri del Parlamento europeo (PE) senza riforme sostanziali; si poneva, dunque, il problema generale di un potere di Codecisione del PE nelle materie legislative e di bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea) e quello del suo intervento nella nomina dei membri della Commissione. Così lo stesso V. avrebbe commentato due anni più tardi: «Solo dal momento in cui il Parlamento si arricchisse di una dimensione politica lo stesso dialogo con la commissione diventerebbe reale […]. Solo l’accrescimento di poteri del Parlamento rimetterà in questione tutta la dialettica complicata nella quale esso gioca un ruolo che, secondo il parere di tutti, non è più adatto alle dimensioni di quello che è divenuta la comunità».

Lucia Bonfreschi (2010)




Veil, Simone

V. (Nizza 1927) nasce da una famiglia ebraica stabilitasi in Francia da diverse generazioni. Nel 1944 è arrestata e deportata ad Auschwitz-Birkenau. Solo due delle sue sorelle sopravvivranno alla prova della guerra e del campo di concentramento. Liberata nel gennaio 1945, si iscrive alla Facoltà di diritto di Parigi e segue i corsi dell’Institut d’Études politiques.

Dopo aver seguito il marito in Germania dal 1950 al 1953 e aver concluso gli studi di diritto, vince il concorso per entrare in magistratura nel 1957. Fino al 1970 ricopre diversi incarichi al ministero della Giustizia, fra l’altro nella direzione dell’amministrazione penitenziaria e poi in quella degli affari civili.

Pur interessandosi ai problemi dell’attualità e frequentando personalità del mondo politico, V. non ha incarichi politici in questo periodo e non milita in nessun partito. Dichiara di essersi appassionata all’esperienza di Pierre Mendès France e di essere attratta dalla novità rappresentata da “L’Express”. Senza essere gollista, ritiene che solo Charles de Gaulle sia in grado di risolvere la crisi algerina, lasciandosi convincere dai collaboratori del generale che quest’ultimo non è contrario all’indipendenza. Per spiegare questa sua reticenza nei confronti del generale e delle sue idee, V. scrive nelle sue memorie di non aver apprezzato l’uso del referendum come momento di verifica e di confronto della propria legittimità. Tuttavia sottolinea come sia stata la «freddezza», per non dire il «rifiuto», nei confronti dell’Europa di de Gaulle a rappresentare «sempre […] il freno essenziale» che l’ha «dissuasa dal votare per i gollisti».

Quindi, se pure V. non può essere considerata una gollista, nel 1969 vota ugualmente senza esitazioni per Georges Pompidou. A quest’epoca risalgono i suoi primi passi nella carriera politica, nella quale esordisce sotto il segno delle sue competenze tecniche. Il nuovo ministro della Giustizia René Pleven, che le aveva già proposto senza successo nel 1964 di assumere la segreteria di una commissione di studi all’Assemblea nazionale sull’adozione, questa volta le offre un posto di consigliere tecnico nel suo ministero. V. mantiene l’incarico per un anno, durante il quale fa pratica della vita parlamentare. Nel 1970 Pompidou la nomina segretario del Consiglio superiore della magistratura, poi nel 1972 è incaricata di rappresentare lo Stato nel consiglio d’amministrazione dell’Office de radiodiffusion-télévision française (ORTF).

Nel 1974 la carriera di V. subisce una brusca accelerazione quando Valéry Giscard d’Estaing, che intende dimostrare mediante l’adozione di una legge sull’aborto i cambiamenti tanto annunciati nella sua campagna presidenziale, decide di rivolgersi a lei. Fino al 1979 è nel governo come ministro della Sanità (7 maggio 1974-29 marzo 1977), poi della Sanità e della sicurezza sociale (29 marzo 1977-3 aprile 1978), poi della Sanità e della famiglia (3 aprile 1978-4 luglio 1979). La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza viene adottata ed entra in vigore il 17 gennaio 1975.

Non è l’unico risultato della presenza di V. nel governo, ma è quello che contribuisce maggiormente ad accreditare tra i francesi l’immagine di un’esperta di questioni sanitarie (e più in generale sociali), ma soprattutto quella di una personalità forte e indipendente. Sullo scacchiere politico nazionale V. si colloca al centro: né troppo a destra (condanna con fermezza l’estrema destra, ma è anche contraria al conservatorismo di Raymond Barre e del suo governo e, in seguito, al liberalismo puro di Pasqua nel governo presieduto da Édouard Balladur, o al “sovranismo” della destra gollista in materia europea), né troppo a sinistra – profondamente anticomunista, non apprezza le derive della sinistra nel maggio del ’68 e, sebbene abbia votato più volte per la Section française de l’Internationale ouvrière (SFIO) sotto la IV Repubblica, non si riconosce affatto nel socialismo dell’era di François Mitterrand.

V. assume posizioni moderate nella maggior parte delle questioni, tuttavia mostrando sempre una forte sensibilità sociale. Malgrado i pochi mesi di impegno nelle file dell’Union pour la démocratie française (UDF), non è mai stata una donna di partito. Invece partecipa alle riunioni del “club Vauban”, che il marito ha fondato negli anni Ottanta e che coinvolge personalità di destra e di sinistra per tentare di gettare un ponte tra le diverse formazioni, in particolare sulle questioni europee.

Se quindi V. si fa una reputazione di esperta di questioni sociali, in particolare quelle legate alla sanità pubblica, l’Europa rappresenta l’altro risvolto delle sue battaglie politiche. Si tratta, ai suoi occhi, della «posta in gioco più importante da oltre mezzo secolo». Un’Europa la cui vocazione sia quella di costruire e mantenere la pace, salvaguardare e diffondere la democrazia, sviluppare la solidarietà tra i popoli, difendere i diritti e la dignità dell’uomo.

Come gran parte di quelli della sua generazione, che in un modo o nell’altro erano stati profondamente coinvolti nella Seconda guerra mondiale, V. considera l’Europa il solo mezzo per ricavare delle lezioni dal passato. All’indomani della guerra l’intesa franco-tedesca, in particolare, rappresentava una premessa necessaria alla ripresa di un continente devastato dalla “guerra dei trent’anni” e minacciato dalla Guerra fredda: l’Europa doveva rappresentare la cornice di questa riconciliazione.

In principio V. milita a favore di un’Europa federale e si rammarica per il rifiuto della Comunità europea di difesa (CED), che è stata secondo le sue stesse parole una delle sue «convinzioni [politiche] più incrollabili» dell’epoca. Ostile al “sovranismo” dei gollisti, convinta che la sopravvivenza del vecchio continente, la sua capacità di restare un attore di primo piano sulla scena internazionale, dipendano ampiamente dalla capacità di sviluppare un mercato comune e una politica estera almeno in parte comune anche che la costruzione europea per la quale V. milita da sempre a suo avviso non è «in contraddizione con solide relazioni atlantiche».

A partire dagli anni Ottanta, le sue posizioni federaliste si attenuano gradualmente (v. Federalismo) e V. si pronuncia a favore di una “confederazione intergovernativa”. Quest’evoluzione è determinata da pragmatismo e realismo: gli allargamenti successivi – ai quali dà tutto il suo appoggio, a eccezione della Turchia (e, all’epoca, della Grecia, il cui ingresso era a suo parere prematuro) – rendono la realizzazione di una federazione sempre più complicata (v. anche Allargamento). Fra l’altro i primi nuovi membri, in particolare il Regno Unito e la Danimarca, tradizionalmente ostili alla sovranazionalità e più atlantisti che europeisti, avevano rafforzato il peso dei sostenitori di un’Europa intergovernativa. Inoltre, dalla fine degli anni Ottanta, V. ritiene che l’evoluzione delle mentalità si muova in direzione di un’accentuazione dell’attaccamento all’identità nazionale. Un attaccamento che ora è molto più forte di vent’anni prima, malgrado la crescita dei fenomeni migratori e della circolazione diffusa di persone e informazioni. I rischi di un rigurgito di nazionalismo o semplicemente di predominio degli interessi nazionali su quelli comunitari sono stati accentuati, secondo V., dal Trattato di Nizza, che concedendo a ogni membro un solo commissario, ha fortemente squilibrato il sistema voluto dai padri fondatori in cui è riconosciuto il peso dei grandi paesi.

Se per tentare di risolvere le difficoltà politiche dell’Europa V. è favorevole a mettere in risalto i fondamenti di un’identità europea condivisa da tutti, sottolinea tuttavia quanto sia difficile trovare i riferimenti culturali comuni (in particolare, il riferimento alle radici cristiane è a suo avviso inadeguato a causa del declino della pratica religiosa). Tanto più che «l’Europa non deve incarnarsi in un semplice strumento di potenza sul piano industriale, quanto piuttosto affermarsi come un modello senza precedenti nella Storia della nostra civiltà».

Per quanto riguarda la sua carriera in senso stretto, V. entra in contatto una prima volta con le Istituzioni comunitarie come segretario del Consiglio superiore della magistratura (1970), quando in questa veste rappresenta la cancelleria nelle commissioni del Consiglio d’Europa. Ma il vero debutto risale all’estate 1979, quando su richiesta di Giscard guida la lista dell’Union pour la France et l’Europe (UDF) nelle prime Elezioni dirette del Parlamento europeo a suffragio universale. Pur essendo una figura politica atipica, senza alcuna esperienza elettorale e ai margini dei partiti, V. gode di una grande popolarità, soprattutto fra le donne.

L’elezione è un successo a livello nazionale: la lista UDF supera ampiamente i suoi concorrenti, in particolare i gollisti (l’UDF ottiene il 27,5% dei suffragi, il Partito socialista il 23,5%, il Partito comunista il 20,5% e il Raggruppamento per la Repubblica il 16,2%). V. abbandona il governo per dedicarsi al nuovo compito e Giscard fa tutto quanto è in suo potere per farla eleggere presidente del Parlamento europeo.

Inoltre, il prolungamento della presidenza di Emilio Colombo fino alle elezioni del 1979 era la contropartita di un accordo fra democratici cristiani e liberali: i loro voti sarebbero andati al candidato liberale alla presidenza del Parlamento e in cambio, la volta successiva, i voti liberali sarebbero confluiti sul candidato democratico cristiano. L’accordo viene confermato in luglio, anche se la candidatura di V. incontra parecchie resistenze. Gaston Thorn, presidente dell’Internazionale liberale e sostenuto da numerosi liberali, aspira alla carica (è necessario un voto interno al gruppo liberale per designare il candidato). Democratici cristiani (soprattutto tedeschi e italiani) e conservatori sono sensibili al fatto che V. aveva fatto adottare in Francia la legge sull’aborto. Secondo una testimonianza di Jean Lecanuet, tuttavia, all’epoca presidente dell’UDF e deputato europeo (testimonianza confermata da Pierre Pflimlin nelle sue memorie), in particolare gli italiani sono ostili alla sua candidatura, non tanto nei confronti della «Signora aborto», quanto nei confronti di Giscard che sospettano di voler stabilire un asse franco-tedesco ai loro danni. Quindi sarà necessario un intenso lavoro di Giscard e dei suoi collaboratori con numerosi parlamentari – e due turni di scrutinio – per riuscire a eleggere V., con una maggioranza molto risicata (3 voti in più della soglia richiesta).

Dopo un esordio difficile, in particolare per l’ostruzionismo messo in atto dalle formazioni di minoranza (soprattutto il Partito radicale italiano) allo scopo di farsi riconoscere il diritto di costituirsi come gruppo, o per il rinvio, in mancanza di accordo, della designazione delle commissioni, V. orienta la sua azione nel senso di una ridefinizione del regolamento del Parlamento, per adattarlo alle novità introdotte dall’elezione a suffragio universale (il nuovo regolamento alla fine è adottato nel 1981), di un rafforzamento dell’immagine del Parlamento in Europa e fuori dall’Europa, di un’affermazione dell’autorità del Parlamento all’interno delle istituzioni europee.

Nel discorso inaugurale V. aveva dichiarato che «la nuova autorità del Parlamento» (sulla base dei Trattati del 1970 e del 1975 che gli attribuiscono più ampi poteri finanziari) l’avrebbe portato a «rafforzare la propria azione in due campi: da un lato, esercitare più democraticamente la sua funzione di controllo, dall’altra svolgere con maggior vigore un ruolo di impulso alla costruzione comunitaria». Nel primo caso intendeva il controllo del bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea) e della politica generale, nel secondo il rafforzamento del lavoro in comune tra le diverse istituzioni, nel rispetto dell’autonomia di ciascuna di esse, mediante consultazioni ma anche nel quadro della nuova procedura di concertazione che permette al Parlamento di partecipare alle decisioni (v. Decisione) legislative delle comunità.

V. cerca di rafforzare l’autorità del Parlamento rifiutando di firmare il piano di spesa della Comunità economica europea (CEE) per il 1980. In effetti, il Parlamento aveva la prerogativa di votare il bilancio (dal 1975 approva definitivamente il bilancio e può respingerlo), ma l’unico potere reale all’epoca riguarda il controllo delle spese non obbligatorie (sulle quali può dire l’ultima parola dal 1970). Il 13 dicembre 1979 gli eurodeputati, a larga maggioranza, respingono il bilancio del 1980 presentato dal Consiglio dei ministri. Avevano chiesto che nel quadro delle spese non obbligatorie fosse previsto un aiuto contro la fame nel mondo. Di fronte al rifiuto di V. di firmare il piano di spesa il governo francese, che si era mostrato il più contrario alle richieste dei parlamentari, decide di presentare un ricorso davanti alla Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea) (Mitterrand in seguito lo ritirerà).

V. tenta anche di rafforzare l’autorità del Parlamento prendendo posizione su diverse questioni. In occasione di un viaggio ufficiale negli Stati Uniti, alla fine del gennaio 1980, si dichiara favorevole al boicottaggio dei Giochi olimpici di Mosca in risposta all’intervento sovietico in Afghanistan. È la posizione degli Stati Uniti, ma gli Stati europei sono divisi sull’argomento. Il 16 gennaio il Parlamento aveva adottato una risoluzione in cui si limitava a condannare l’ingerenza sovietica. Alla fine, il 15 febbraio, dopo molte polemiche il Parlamento adotta una seconda risoluzione in cui precisa la propria posizione, chiedendo ai governi dei Nove di pronunciarsi a favore del boicottaggio. Difficilmente avrebbe potuto spingersi più in là.

Il 19 gennaio 1982 V. restituisce il suo mandato, come prevede l’accordo tacito fra i gruppi democratico-cristiano e liberale per una presidenza di avvicendamento a metà mandato (30 mesi). Dopo aver esitato a ripresentarsi, alla fine ritira la propria candidatura. Quindi assume la presidenza della commissione giuridica del Parlamento e partecipa anche attivamente all’Internazionale liberale e alla Federazione dei partiti liberali europei. In occasione delle elezioni europee del 17 giugno 1984 impone e guida una lista unica di tutta la destra, Liste d’union pour la France en Europe. La “lista V.” ottiene il 43% dei suffragi, ossia la metà degli 81 seggi assegnati alla Francia. Quindi V. viene eletta presidente del gruppo liberale, democratico e riformista (v. anche Gruppi politici al Parlamento europeo). Dopo aver rifiutato, nel 1989, di ripetere l’esperienza della lista unica, preferendo una lista centrista che otterrà solo l’8,4% dei voti, dal 1989 al 1993 V. è una semplice deputata europea, che partecipa a molti incontri, in particolare con i paesi terzi, e a commissioni sui problemi posti dalla caduta del Muro di Berlino e dall’ingresso dei paesi dell’Est in Europa.

A partire dal 1993 l’azione politica di V. si inserisce nuovamente nella cornice nazionale, infatti è chiamata da Balladur come ministro incaricato degli Affari sociali, della Sanità e delle Aree urbane. Pur non avendo più un mandato elettivo nelle istituzioni europee, prosegue ugualmente la sua azione a favore dell’Europa. Non appena si libera delle funzioni ministeriali (nel 1995), propone la propria candidatura per il posto di mediatore, figura prevista dal Trattato di Maastricht, la cui designazione, tuttavia, era stata rinviata a causa di disaccordi. Alla fine non viene nominata, ma nel 1996 le viene chiesto di far parte della commissione internazionale per i Balcani sotto la presidenza di Léo Tindemans. Le viene proposto anche di guidare il Gruppo, creato nel gennaio 1996, incaricato di occuparsi dei problemi concreti di circolazione delle persone (v. Libera circolazione delle persone). Nel rapporto, presentato nel 1997, sono formulate 80 proposte per migliorare la legislazione esistente. Tuttavia, il Parlamento respinge con 245 voti contrari, 230 a favore e 57 astensioni la relazione di Anne Marie Schaffner sul rapporto V. Erano emerse, in particolare, divergenze sui diritti dei ressortissants dei paesi terzi.

Nel 1997-1998 V. è nominata presidente del Consiglio superiore per l’integrazione, poi membro del Consiglio costituzionale, incarico che manterrà fino al 2007. Secondo la stampa dell’epoca e la sua stessa testimonianza, l’allora presidente del Senato René Monory, al quale spettava il compito di assegnare uno dei posti di consigliere, l’aveva scelta anche per controbilanciare il peso degli altri due neofiti, Pierre Mazeaud e Yves Guena, entrambi noti per il loro “sovranismo”, in una fase in cui uno degli incarichi del Consiglio costituzionale sarebbe stato lo studio dell’adattamento della Costituzione all’Europa. Nelle sue memorie V. conferma che il problema della priorità del diritto comunitario sulla legislazione francese fu dibattuto molto a lungo in questa circostanza. Inoltre V. ha fatto parte di un gruppo di lavoro sulle «prospettive spirituali e culturali nell’Europa allargata».

Essendo tenuta al dovere di riservatezza come membro del Consiglio costituzionale, V. si mette in congedo dall’istituzione nel 2005 per potersi impegnare nella battaglia per il referendum del 29 maggio a favore del “sì”. Gli Stati erano ormai incapaci di difendere da soli i loro interessi di fronte della globalizzazione; la figura del presidente del Consiglio, eletto per due anni e mezzo, avrebbe dovuto permettere all’Europa di parlare con una voce sola sulla scena internazionale. Il Trattato che istituisce la Costituzione europea semplificava, inoltre, le istituzioni, rendendole più democratiche (gli atti legislativi sarebbero stati frutto di una Codecisione fra il Consiglio e il Parlamento). Infine, V. insiste fortemente sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: con il rigurgito di tensioni a livello internazionale, a suo parere, l’Europa deve affermarsi in quanto tale e farsi carico dei propri valori (in particolare la democrazia e la pace, ma anche la tolleranza, l’umanesimo, ecc.).

Christine Vodovar (2005)




Verheugen, Günter

V. (Bad Kreuznach, Renania-Palatinato 1944) consegue la maturità a Brühl (Renania settentrionale-Vestfalia) per poi intraprendere gli studi di scienze politiche, storia e sociologia, prima a Bonn e poi a Colonia. Tra il 1963 e il 1965 svolge un praticantato redazionale a Colonia e a Essen. Nel 1960 entra a far parte della Freie demokratische Partei (FDP) e dei Jungen Demokraten (giovani democratici) di cui è temporaneamente presidente regionale (Renania settentrionale-Vestfalia). Dal 1964 al 1968 cura la rivista dei giovani democratici “Stimmen der jungen Generation” (Voci della giovane generazione).

Le tappe principali della carriera politica di V. sono legate all’allora presidente della FDP Hans-Dietrich Genscher che, prima ministro degli Interni (1969) e poi degli Esteri (1974), gli conferisce importanti incarichi all’interno dei ministeri a lui affidati. I primi contatti fra i due risalgono al 1962.

A partire dal 1977 ricopre la carica di segretario amministrativo del partito fino poi a diventarne nel 1978 segretario generale; allo stesso tempo dirige la fondazione Friedrich-Naumann ed è membro dei comitati esecutivi, sia dei Liberali europei che dell’Unione mondiale dei liberali. In seguito si mette in luce come “programmatore politico” e si impegna per riformare da un punto di vista organizzativo la FDP. La pianificazione e la realizzazione della campagna elettorale del 1980 che porta il partito a ottenere il 10,6% dei consensi, costituisce uno dei suoi più grandi successi politici. Quando nel 1982 divergenze di opinioni portarono alla rottura della coalizione tra FDP e Sozialdemokratisce Partei Deutschlands (SPD) e a un cambiamento di rotta della FDP, V. si oppone a un’alleanza con la Christlich-demokratische Union/Christlich-soziale Union (CDU/CSU) e, nell’autunno del 1982, si dimette dalla carica di segretario del partito per passare, qualche mese dopo, alla SPD.

Tra le file del partito socialdemocratrico V. fa carriera in fretta e, già nel 1983, è eletto al Bundestag. Un anno dopo assume l’incarico di Gesine Schwan all’interno della commissione valori della SPD e, contemporaneamente, nel gruppo parlamentare del partito, prende parte alla commissione esteri (1983-1998) occupandosi in particolare del Sud Africa. Nel giugno 1987, su proposta del tesoriere della SPD Hans-Ulrich Klose, è nominato direttore del giornale di partito “Vorwärts”; guida la rivista per due anni.

Nel 1990 V. fa parlare di sé in seguito alle dichiarazioni rilasciate, durante il dibattito interno al partito, in merito all’accordo per l’unificazione monetaria, economica e sociale delle due Germanie (V. vota a sfavore). Nel 1992 è membro della Convenzione per la Costituzione europea e presidente della commissione straordinaria che, all’interno del Bundestag, lavora al Trattato di Maastricht. Nel 1993 diventa uno dei cinque responsabili amministrativi della SPD. Dopo le elezioni parlamentari che costarono ai social-democratici una forte perdita di consensi nel 1994, diventa capogruppo parlamentare della SPD e gli vengono affidate le questioni inerenti la politica estera, l’economia, la sicurezza e lo sviluppo. Nel 1997, il suo impegno in politica estera lo porta a occuparsi della questione balcanica.

Nel 1998, dopo le elezioni che portano al governo la coalizione di Gerhard Schröder (SPD), V. ottiene l’incarico di ministro di Stato per la politica estera e il ministro degli Esteri Joschka Fischer gli affida immediatamente la politica europea del governo.

Nel 1999 comincia una nuova fase della sua carriera politica: V. è nominato Commissario europeo all’Allargamento. A partire da questo momento svolge un ruolo fondamentale per l’ingresso di 10 Stati nell’Unione europea seguendo i candidati passo dopo passo nel processo di adeguamento ai parametri europei. V. diventa uno stimatissimo mediatore e nel 2004 si fa carico anche della valutazione della candidatura della Turchia. Egli perora l’inizio delle trattative con il governo di Erdogan che con il suo impegno ha avviato un sorprendente processo di riforme.

Nel 2004 V. è nominato nuovamente Commissario europeo, questa volta responsabile dell’Industria, ed è uno dei vicepresidenti della Commissione europea guidata dal successore di Romano Prodi, il portoghese José Manuel Durão Barroso.

Agata Marchetti (2009)