Waigel, Theo

W. (Oberrohr, Krumbach 1939), dopo aver conseguito la maturità intraprende gli studi di diritto e scienze politiche, prima a Monaco e poi a Würzburg. Supera con successo gli esami di Stato e, nel 1967, consegue il dottorato di ricerca in diritto costituzionale ed ecclesiastico.

Dal 1967 al 1969 è aggiunto giudiziario presso il pubblico ministero del tribunale di Monaco. Successivamente e fino al 1970 è il referente personale di Anton Jaumann, allora sottosegretario di Stato al ministero delle Finanze al fianco del quale rimane anche quando questi assume l’incarico di ministro.

La carriera politica di W. comincia da studente tra le file della Junge Union (Unione giovanile) della quale resta membro fino al raggiungimento del limite massimo d’età nel 1975. Già dal 1960, però, è anche membro della Christlich-soziale Union (CSU). W. entra al Bundestag nel 1972, lavora nella commissione per la Scienza e la formazione e, in seguito, nella commissione per il Bilancio dove resterà fino al 1978 e in cui si distingue per la sua professionalità e competenza. Dal 1978 W. è capogruppo della sua fazione politica all’interno della commissione per l’economia che lascerà nel 1980, anno in cui diventa portavoce per la politica economica del gruppo parlamentare dell’Unione.

Nel 1982, dopo l’insediamento del governo di Helmut Josef Michael Kohl, Friedrich Zimmermann, fino ad allora capo della delegazione regionale della Baviera a Bonn, è nominato ministro degli Interni e W. è designato come suo successore. Mantiene l’incarico fino al 1988 quando, in seguito alla morte improvvisa del presidente della CSU Franz-Josef Strauß, è eletto con circa il 98% dei consensi alla presidenza del partito. Sotto la sua guida l’Unione cristiano-sociale comincia un percorso di grande cambiamento e apertura a metà strada, secondo gli osservatori dell’epoca, tra «tradizione e progresso». Qualche mese dopo, nel 1989, è nominato ministro delle Finanze, incarico che lascerà solo nel 1998. In questi anni W. lavora all’unificazione economica delle due Germanie (v. Germania) e nel maggio del 1990 sottoscrive con il ministro delle finanze della Deutsche demokratisce Republik (DDR) Romberg il Trattato per l’unificazione monetaria e sociale (in vigore dal 1°giugno 1990). Purtroppo il costo della Riunificazione è molto alto e costringe il governo ad adottare misure straordinarie. La pressione fiscale arriva nel 1993 al 44% e ha come conseguenza una significativa perdita di fiducia nel governo in carica e nell’operato di W.

Parallelamente il ministro tedesco lavora anche alla futura Unione economica e monetaria dell’Europa così come stabilito dal Trattato di Maastricht, in calce al quale nel 1992, insieme all’allora ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher, appone la propria firma. Mentre all’interno dei confini nazionali la politica finanziaria di W. incontra spesso grande scetticismo e opposizione, dopo la riunificazione il suo lavoro trova nel mondo, e soprattutto in Europa, conferme e riconoscimenti. La sua politica fantasiosa nel 1997 riavvicina la Germania ai parametri di Maastricht: il deficit statale, infatti, nella primavera del 1998, si attesta al 2,7%. Nonostante il successo, però, W. subisce forti pressioni sia come ministro che come presidente della CSU. Nello stesso 1998 è confermato alla presidenza del partito, ma con un numero inferiore di consensi. Con la fine della legislatura, invece, lascia il suo mandato ministeriale. Gli succederà Oskar Lafontaine (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD). Nel 1999 W. lascia anche la presidenza della CSU scalzato dal rivale Edmund Stoiber.

Nel 2002 W. dà le dimissioni da tutti gli incarichi pubblici rifiutando anche la possibilità di un incarico all’interno della Commissione europea.

Agata Marchetti (2010)




Waldheim, Kurt

W. nacque a St. Andrä-Wördern, nella Bassa Austria, il 21 dicembre 1918. Dopo gli studi ginnasiali a Klosterneuburg si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Vienna, dove conseguì la laurea nel 1944. Durante la guerra servì come ufficiale nei Balcani. Intrapresa nel 1945 nella carriera diplomatica, fu segretario personale dell’allora ministro degli esteri Karl Gruber. Segretario di legazione presso l’ambasciata a Parigi, rimase nella capitale francese dal 1948 al 1951. Ritornato a Vienna, diresse, fino al 1955, l’ufficio del personale. Per un breve periodo fu inviato a New York, come osservatore permanente dell’Austria presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). In seguito divenne capo della missione diplomatica austriaca in Canada fino al 1960. Seguì un periodo al ministero degli Esteri, dove diresse, dal 1960 al 1962, il reparto per l’occidente della sezione politica, per poi diventare direttore politico della divisione estera. Per due volte, dal 1964 al 1968 e dal 1970 al 1971, fu rappresentate austriaco alle Nazioni Unite.

Al termine della sua esperienza diplomatica, W. divenne un esponente di primo piano della politica austriaca. Già nell’intervallo tra i due incarichi presso le Nazioni Unite era stato ministro degli Affari esteri nel gabinetto di Josef Klaus. Nel 1971 la Österreichische Volkspartei (ÖVP) lo scelse poi come suo candidato alla presidenza federale, lanciandolo in una competizione con Franz Jonas dalla quale sarebbe però uscito sconfitto. Il grande prestigio personale e la lunga esperienza diplomatica si rivelarono invece decisivi in un’altra competizione, quella per l’incarico di segretario generale dell’ONU. Eletto per la prima volta nel 1971, W. fu a capo dell’organizzazione per un decennio, durante il quale diede prova della sua abilità di mediatore.

Sfumata l’ipotesi di un terzo mandato, W. passò il testimone a Boutros Boutros-Ghali e andò a insegnare per breve tempo relazioni internazionali alla Georgetown University. Ritornato in Austria, decise di ritentare la competizione per la massima carica della Repubblica austriaca. Il confronto con il candidato socialdemocratico, Kurt Steyrer, fu incentrato quasi esclusivamente sulle tematiche internazionali e W. fece leva sul suo prestigio internazionale, presentandosi come “l’austriaco di cui il mondo si fida”. La campagna elettorale subì una svolta imprevista quando, nel febbraio 1986, la rivista “Profil” accusò W. di aver preso parte, durante la sua permanenza a Salonicco tra il 1942 e il 1943, a crimini di guerra. Lo scontro elettorale assunse toni parossistici, tanto da far registrare rigurgiti di antisemitismo nel paese. Nonostante le pesanti accuse a lui mosse, W. riuscì a essere eletto: dopo aver mancato di un soffio la maggioranza nella tornata elettorale del 4 maggio 1986, ottenne il 53,9% delle preferenze nella consultazione dell’8 giugno.

L’elezione di W. a presidente federale, che portò alle dimissioni immediate del cancelliere Fred Sinowatz e del ministro degli Esteri Leopold Gratz, fu gravida di conseguenze negative anche sul piano internazionale, come dimostrato dall’inserimento nel 1987 del nome di W. nella watch list del governo statunitense, in base alla quale gli si precludeva l’ingresso come privato cittadino negli Stati Uniti. L’Austria venne a trovarsi in una condizione di pesante isolamento, solo in minima parte mitigata dai buoni rapporti intrattenuti dal suo presidente con la Santa Sede e con i governi dei paesi dell’area mediorientale.

Kurt W. moriva a Vienna il 14 giugno 2007. Il suo nome resta legato alle vicende della diplomazia multilaterale più che a quelle specifiche dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Per l’Europa egli può comunque rappresentare, al di là della sua attività materiale, il simbolo delle contraddizioni che affliggono l’Austria. Sebbene non siano emerse prove che dimostrino la colpevolezza di W., il contrasto tra la sua brillante e specchiata immagine internazionale e le ambiguità del suo passato ha fatto sorgere un acceso dibattito nell’opinione pubblica e tra gli intellettuali sulle scelte del popolo austriaco nella tragedia della Seconda guerra mondiale nonché sul ruolo dell’Austria contemporanea in Europa. A più di sessant’anni di distanza dalla liberazione del paese, di cinquant’anni dalla firma del Trattato di Stato, e di dieci anni dall’ingresso nell’Unione europea, e nonostante la sostanziale chiusura dell’affaire W., le contraddizioni di quelle vicende continuano ad agitare l’Austria.

Federico Niglia (2010)




Walker, Peter Edward

W. (South Harrow 1932-Worcester 2010) è stato uno stretto collaboratore del primo ministro britannico Edward Heath e ha sovrinteso all’ingresso del Regno Unito nell’Unione europea. Conservatore europeista, è il fondatore e patrocinatore del Tory reform group (TRG), un gruppo in seno al Partito conservatore che sostiene un conservatorismo moderato e di tendenza filoeuropea, o per lo meno non apertamente euroscettica (v. Euroscetticismo).

W. fu un deputato conservatore britannico alla Camera dei Comuni per il collegio di Worcester, nella contea di Worcestershire, nella regione d’Inghilterra del West Midlands dal 1961 al 1992. Nel 1965 entrò nel governo ombra conservatore e sotto Heath assunse per un breve periodo l’incarico di ministro per l’Edilizia e il governo locale (1970) e successivamente quello di segretario di Stato per l’Ambiente (1970-1972) e poi per il Commercio e l’industria (1972-1974). Nel febbraio 1975, quando Margaret Thatcher assunse la leadership del Partito conservatore, W. non fece parte della sua squadra poiché contrario alle sue politiche sociali ed economiche.

Ciò nonostante, entrò successivamente a far parte del governo del primo ministro per la maggior parte della sua durata su invito della stessa Thatcher, malgrado fosse apertamente ostile alla sua strategia economica, e fu nominato ministro dell’Agricoltura, pesca e alimentazione (1979-1983). In queste funzioni, W. prese parte alle riunioni del Consiglio dei ministri dell’agricoltura, durante le quali, nella primavera del 1980, venne negoziato un lieve aumento dei prezzi agricoli nell’ambito della Politica agricola comune (PAC), aprendo la strada all’accordo sul bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea) che incluse la famigerata compensazione per il Regno Unito.

Dopo le elezioni politiche del giugno 1983 W. divenne segretario di Stato per l’Energia (1983-1987) e successivamente segretario di Stato per il Galles (1987-1990) e in tale ruolo cercò di promuovere buone relazioni tra la regione e la Comunità economica europea (CEE). Si dimise dal governo Thatcher poco prima della sua fine nel 1990. In effetti, la caduta della Thatcher può in parte attribuirsi alla sua mancanza di popolarità tra i conservatori più filoeuropei, che anteponevano i potenziali vantaggi diplomatici ed economici dell’adesione alla Comunità alle preoccupazioni circa la difesa della sovranità nazionale. Questi conservatori modernizzatori, per i quali W. rappresentava una figura chiave, aumentarono quando ebbe fine il thatcherismo, influenzando il governo del primo ministro John Major nel suo approccio verso la Comunità europea.

Nel 1992, dopo essersi ritirato dal Parlamento, W. ottenne il titolo di barone di Worcester, di Abbots Morton nella Contea di Hereford e Worcester e da allora lavora nel settore privato.

Doreen Allerkamp (2012)




Wallström, Margot

W. (Skellefteå 1954), diplomatasi nel 1973, cominciò la sua carriera politica come mediatore civico (Ombdusman) (v. anche Mediatore europeo) per la Lega della gioventù socialdemocratica svedese.

Nel 1979 fu eletta al Parlamento svedese – dove rimase per due mandati di tre anni ciascuno – nelle file del Partito socialdemocratico. Come parlamentare, lavorò nel Comitato per l’istruzione e fece parte di un importante gruppo di lavoro del Partito socialdemocratico per l’elaborazione di un nuovo programma di accesso al sistema del welfare. In questo periodo strinse anche una solida amicizia con Anna Lindh, in seguito nominata ministro degli Esteri, e con Mona Sahlin, che fra l’altro fu vice primo ministro, e consolidò la propria posizione, mostrando affinità ideologiche con i leader socialdemocratici degli anni Ottanta e Novanta, quali Ingvar Carlsson e Kjell-Olof Feldt.

Dopo il suo secondo mandato parlamentare, W. svolse un ruolo attivo nella politica locale e regionale. Nel 1988 fu nominata dal primo ministro Ingvar Carlsson ministro per gli Affari civili, carica che conservò fino alle elezioni del 1991. Nel biennio 1993-1994 fu dirigente in un canale televisivo regionale, conservando un seggio nel comitato esecutivo del Partito socialdemocratico. Partecipò anche attivamente alla fondazione Europaforum, creata nel 1992 per svolgere un’intensa propaganda a favore dell’adesione della Svezia alle Comunità europee.

Nel 1994 W. tornò al governo come ministro della Cultura, incarico che conservò fino al rimpasto di governo del 1996, quando fu nominata ministro per gli Affari sociali con il nuovo primo ministro Göran Persson. Gli anni Novanta furono caratterizzati dai tagli alle spese per il welfare. Ciononostante, W. si dimostrò capace di conservare la sua popolarità all’interno e all’esterno del Partito socialdemocratico. Una delle candidate principali per subentrare a Ingvar Carlsson come leader dei socialdemocratici, fu menzionata di frequente come possibile successore di Persson.

Nella campagna elettorale del 1998 W. fu la figura politica di maggior spicco dei socialdemocratici insieme al primo ministro, ma inaspettatamente dopo le elezioni non ottenne nessun ministero, sebbene i socialdemocratici fossero riconfermati al potere. Fu invece nominata vicepresidente esecutivo dei Worldview global media, un’organizzazione non governativa con sede a Colombo (Sri Lanka), incarico che conservò fino a quando non fu scelta come membro della Commissione europea di Romano Prodi nel settembre 1999.

La nomina della W. a commissario per l’Ambiente (v. Politica ambientale) costituì una sorpresa per la maggior parte degli osservatori del suo paese. In quell’occasione, il Comitato costituzionale del Parlamento svedese criticò il governo per il modo in cui aveva gestito la questione e l’opposizione di centrodestra rivendicò la carica di commissario per uno dei suoi esponenti, come sancito da un tacito accordo con i socialdemocratici. Le critiche colpivano poi direttamente W., accusata di non avere un’istruzione universitaria, di essere priva di esperienza, di non avere competenze specifiche nel settore ambientale e di essere troppo giovane. W. grado riuscì però di dissipare ogni dubbio sulle proprie capacità, tanto che alla fine del suo mandato anche il centrodestra era disposto ad accettare, a certe condizioni, la sua nomina per un secondo mandato come commissario europeo.

Durante il suo mandato, W. nominò capo del suo gabinetto Rolf Annerberg, in precedenza direttore generale dell’Agenzia svedese per la protezione dell’ambiente. Tra le priorità indicate durante le audizioni di conferma al Parlamento europeo vi erano una maggiore osservanza e applicazione delle regolamentazioni esistenti, lo sviluppo di un nuovo programma d’azione per l’ambiente e la previsione di sanzioni pecuniarie per chi inquina

In ragione del rafforzamento del settore ambientale nel Trattato di Amsterdam, la nuova Commissione ebbe l’opportunità di adottare un approccio più dinamico in tale area. Gran parte del lavoro di W. si concentrò sul mantenimento del protocollo di Kyoto relativo ai cambiamenti climatici e sulla messa a punto di una nuova strategia per i prodotti chimici. Quest’ultima proposta fu oggetto di forti critiche sia da parte dall’industria, che la giudicava di portata troppo ampia, sia dalla lobby ambientalista, che la considerata troppo indulgente nei confronti degli industriali. Tale strategia fu trasferita in seguito dalla direzione generale dell’Ambiente alla direzione generale dell’Industria.

Nel 2002 W. fu votata “Commissario dell’anno” dai lettori della “European voice”.

W. è dotata di una mente critica, “incline al dubbio” per principio, perché preferisce affrontare i problemi senza dogmatismi, cercando di analizzarli secondo la formula “considerare, discutere, riconsiderare”. Spiegando la sua affinità con i socialdemocratici, ha messo in risalto i seguenti valori: democrazia, internazionalismo, opportunità/potenzialità della politica, uguaglianza, pari opportunità, conoscenza e razionalità, welfare e solidarietà. Questa visione della socialdemocrazia, caratterizzata da pragmatismo e da un riformismo graduale associato alla modernizzazione, rappresenta una corrente della socialdemocrazia svedese, quella dominante durante la seconda metà degli anni Ottanta e negli anni Novanta. Sulla questione specifica del welfare State, W. si è adoperata attivamente per promuovere un uso crescente delle cooperative, nel campo dell’assistenza all’infanzia e come forma generale di impresa. Per quanto riguarda le questioni europee, W. ha abbracciato una prospettiva filoeuropea più convinta rispetto alla gran parte dei suoi compagni di partito, sottolineando l’esigenza di un Processo decisionale e di istituzioni sovranazionali piuttosto che intergovernative (v. anche Cooperazione intergovernativa).

W. è considerata un’abile comunicatrice e conosce molto bene il lavoro dei media, data anche la sua personale esperienza professionale. Per citare un esempio, quando nel 2003 la Commissione europea lanciò la nuova strategia per i prodotti chimici Registration, evaluation, authorisation of chemicals (REACH), W. presentò i risultati di un’analisi del proprio sangue, dimostrando che vi erano state trovate 28 sostanze tossiche, che vennero tutte incluse nella nuova strategia.

Durante il referendum svedese sull’Euro nel 2003, W. fatto fece parte di un quartetto di donne politiche svedesi di spicco, con una posizione trasversale rispetto ai partiti, che sostennero il voto a favore: Anna Lindh, ministro degli Esteri socialdemocratico; Marit Paulsen, liberale e membro del Parlamento europeo; Gunilla Carlsson, conservatrice e membro del Parlamento europeo. La forza d’impatto delle quattro donne fu frenata da una grave malattia di Marit Paulsen e ovviamente dall’assassinio di Anna Lindh. Nel dibattito successivo al voto W. imputò in parte il risultato del referendum alla generale mancanza di leadership dei politici svedesi nel settore degli affari europei, un’opinione che fu vigorosamente contestata e smentita dal primo ministro svedese Göran Persson.

Nel 2004, con l’insediamento della Commissione guidata da José Manuel Durão Barroso, W. Fu nominata vicepresidente della Commissione, responsabile per le Relazioni istituzionali e la Strategia di comunicazione.

Fredrik Langdal (2006)




Wałesa, Lech

W. è nato il 29 settembre 1943 a Popowo (un piccolo villaggio nei pressi di Dobrzyn a sud di Danzica e al centro di una “regione agitata”), quarto figlio di Boleslav Wałesa e Feliksa Kaminska. Nato nel 1908, Boleslav Wałesa era un carpentiere; nel 1943 fu internato dai tedeschi in un campo di lavoro a nord di Popowo e non poté assistere alla nascita di Lech. A causa dei maltrattamenti subiti nel campo di concentramento, Boleslav Wałesa si ammalò di polmonite e morì nel 1945; Feliksa Kaminska si risposò, nel 1946, con il cognato Jaroslav con il quale ha avuto tre figli. W. trascorse l’infanzia nella “crudele e spietata” campagna polacca. Sebbene nell’immediato dopoguerra si affermasse il monopolio politico e ideologico del Partito operaio unificato polacco (POUP), la religione riuscì a conservare la propria egemonia culturale: Feliksa Kaminska, considerata la donna “più saggia” della sua parrocchia, impartì ai figli un’educazione cattolica. Nel 1959 W. si iscrisse a Lipno a un corso di avviamento professionale nella sezione “meccanizzazione dell’agricoltura”. Nel 1961 fu assunto come elettricista al Parco nazionale macchine (POM) di Lenie, espressione di quella politica agricola della Polonia socialista che privilegiava un nuovo tipo di “contadino-operaio”. Nel 1963 prestò servizio militare nel corpo dei telegrafisti. Nel 1967 si licenziò dal POM per andare a lavorare ai Cantieri navali di Danzica (in seguito ribattezzati “Cantieri Lenin”), azienda sorta nel 1946-1947 e che tra il 1960 e il 1970 visse il suo periodo di massima prosperità.

Verso la fine del 1968, W. conobbe Danuta Golos, cassiera in un negozio di fiori, che sposò nel novembre del 1969 e dalla quale ebbe otto figli, confermando la tradizione della “vasta ramificazione familiare” dei Wałesa. Nel 1968, nella Polonia attraversata dalla rivolta studentesca, W. esordì come sindacalista, essendo eletto rappresentante nel consiglio dell’azienda. Nel dicembre del 1970 partecipò alla “rivoluzione sociale” contro l’aumento dei prezzi che provocò la caduta del leader comunista Wladyslaw Gomulka, il quale fu sostituto da Edward Gierek. Eletto delegato di officina, W. fece parte di quella rappresentanza operaia che nel gennaio del 1971 incontrò Gierek, che, tra l’altro, accettò la richiesta di costruire una chiesa a Przymorze. La nazione polacca non solo era chiamata alla preghiera per la “patria”, ma gli operai di Stettino cominciarono a rivendicare la creazione di sindacati indipendenti.

Nella prima metà degli anni Settanta la crisi economica della Polonia socialista era destinata ad aggravarsi e a gravare sui lavoratori che, dopo la “rivoluzione” di dicembre del 1970, vivevano una sorta di “dramma della solitudine”: esposti alle vessazioni del potere e ai licenziamenti illegali, i lavoratori soffrivano della “mancanza di solidarietà” sia sul piano sociale, sia su quello internazionale. In seguito alle proteste organizzate per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, nel 1976 W. fu licenziato e fu costretto a vivere di lavori precari. Il 1976 fu un “anno di svolta” perché, dopo gli accordi di Helsinki del 1975, si costituirono diverse organizzazioni indipendenti: Jacek Kuron e Adam Michnik fondarono il Komitet Obrony Robotników (KOR, Comitato di autodifesa degli operai), un movimento di opposizione che era una sintesi tra la rivolta dell’intelligencija del marzo 1968 e quella operaia del dicembre 1970. Nel 1978 W. entrò in contatto con il KOR, iniziando a organizzare sindacati indipendenti e a prendere parte ad alcune manifestazioni di protesta sulla costa del Baltico. Dal canto suo, l’episcopato polacco, facendo appello all’etica cristiana, sosteneva le rivendicazioni operaie, formulando le condizioni per un “minimo vitale”. Il ruolo della Chiesa cattolica polacca nella lotta per la riforma sociale e morale della Polonia era destinato a diventare centrale con l’ascesa al soglio pontificio (16 ottobre 1978) dell’arcivescovo di Cracovia Karol Woytila (v. Giovanni Paolo II). Con l’elezione di Giovanni Paolo II “tutti i frammenti” della “coscienza” nazionale polacca cominciarono a formare un “insieme logico”, soprattutto dopo la visita del papa in Polonia nel giugno del 1979.

Nel maggio 1979 W. fu assunto all’Elektromontaz, ma fu licenziato nel febbraio 1980 per aver organizzato uno sciopero: si stava formando una nuova “aristocrazia operaia” devota alla religione e alla nazione. Nel luglio del 1980 un nuovo aumento dei prezzi dei generi alimentari provocò un’ulteriore ondata di scioperi. Il 14 agosto 1980, a causa del licenziamento di Anna Walentynovciz, impegnata nella costituzione di un sindacato libero, gli operai dei Cantieri Lenin proclamarono uno sciopero: W. non solo si unì agli operai in rivolta, ma si pose anche alla guida del comitato per lo “sciopero di solidarietà” che doveva contrattare con la direzione dell’azienda per far riassumere gli operai licenziati e che sosteneva le rivendicazioni dei lavoratori di altre aziende. Gli scioperanti presentarono le loro rivendicazioni in “21 postulati” che miravano a una “riforma globale” della Polonia e che divennero una sorta di tavole della legge del movimento di rinascita della società polacca: anzitutto si chiedeva il riconoscimento di sindacati liberi e “indipendenti” dal partito comunista, l’introduzione di riforme del lavoro, la garanzia dei diritti civili. Alla “libera repubblica” di Danzica si unirono, in qualità di “esperti”, i “letterati” (tra i quali Tadeusz Mazowiecki e Bronisław Geremek) che conferirono al movimento operaio una “dimensione nazionale”, consentendogli di collegarsi con il passato storico e con la cultura polacca: sul movimento passava il “grande soffio della Storia”.

Il 31 agosto 1980 fu siglato a Gdansk l’accordo con la Commissione governativa e nacque il Sindacato indipendente e autogestito Solidarność. W. divenne l’“eroe carismatico” e il “tribuno del popolo” di una “rivoluzione in ginocchio” sotto le insegne della Madonna nera di Czestochowa, che fondeva tra loro religione e patriottismo, relegati dalla propaganda di regime nel museo della storia, e sostenuta da una sorta di “consenso mistico”. Dopo l’“uomo di marmo” e l’“uomo di ferro”, plumbee icone della Polonia socialista, W. appariva come “uomo di speranza”, icona di quegli operai “solidali, coraggiosi e responsabili” che guidavano una rivoluzione contro un regime che, paradossalmente, avrebbe dovuto essere l’inveramento storico del regno millenario della classe operaia. Quale movimento per la sovranità e l’indipendenza della Polonia, Solidarność operava per un cambiamento di quella “pietrificazione” imposta dalla divisione dell’Europa in due blocchi. Di fronte al tentativo del governo di limitare l’autonomia di Solidarność, W. seguì una linea di moderazione e di collaborazione con le autorità governative.

Nel gennaio 1981 W. fu ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II; il 9 febbraio il generale Wojciech Jaruzelski, comandante delle forze armate polacche, fu nominato capo del governo e in ottobre segretario del POUP. Nel settembre del 1981 Solidarność celebrò il suo primo congresso nazionale e W. fu eletto presidente, carica che ha ricoperto fino al 1990. Il 12 dicembre 1981 l’ala radicale di Solidarność si pronunciò per un referendum sul futuro del regime comunista e su una revisione dell’alleanza militare della Polonia con l’URSS. Il 13 dicembre Jaruzelski impose la legge marziale: le libertà civili furono sospese e le università chiuse. Solidarność fu messa fuori legge e migliaia di suoi membri, in primo luogo W., furono arrestati. Nel novembre del 1982 W. fu rilasciato e reintegrato nel lavoro ai cantieri navali di Gdansk, anche se sottoposto a una rigida sorveglianza. Continuando ad operare clandestinamente, Solidarność si divise in due fazioni: una radicale e una moderata guidata da W. Nel luglio del 1983 la legge marziale fu revocata e in ottobre fu conferito a W. il premio Nobel per la pace, per aver fatto assurgere il termine “solidarietà” a un nuovo significato: solidarietà era sinonimo della determinazione di risolvere i conflitti attraverso il “negoziato pacifico” e nel rispetto dell’altrui integrità. Nel discorso di accettazione del Nobel, W. definì la solidarietà una “forza vitale” paneuropea in grado di riscattare la dignità e la libertà della nazione polacca e dell’“altra” Europa.

Nel 1984 i servizi di sicurezza uccisero il cappellano di Solidarność, padre Jerzy Popiełuszko. Dopo il 1985, con l’avvento di Michail Gorbačëv alla guida dell’Urss e con l’affermazione del nuovo pensiero politico (perestrojka e glasnost’) rivolto anche alla costruzione della “casa comune europea”, la Polonia riprese il cammino delle riforme. La situazione economica della Polonia stava peggiorando e il governo, con la “tavola rotonda” del 1989, aprì un negoziato con una delegazione dell’opposizione guidata da W. Il sindacato libero Solidarność fu legalizzato e fu istituito il Senato con potere di veto sulle decisioni del Sejm (Camera bassa). Fu creata, inoltre, la carica di presidente della Polonia e fu consentito a Solidarność di concorrere a libere elezioni con un numero limitato di seggi (il 65% era riservato al POUP). Tale “transizione negoziata” consentì a Solidarność, nelle elezioni del giugno 1989, di ottenere una buona affermazione. W. riuscì a imporre un governo guidato da Tadeusz Mazowiecki, intellettuale cattolico e consigliere del sindacato, per smantellare il sistema comunista; il 19 luglio Jaruzelski fu eletto presidente della Repubblica. Mentre il POUP si dissolse nel gennaio del 1990, Solidarność divenne un partito politico: nell’aprile del 1990 W. fu rieletto presidente. Con le dimissioni di Jaruzelski, si aprì una “guerra al vertice” per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e Solidarność si divise in due fazioni: l’Alleanza di centro sostenne W., il Movimento per l’azione democratica Mazowiecki. Non solo veniva meno l’alleanza tra “letterati” e operai che aveva consentito l’affermazione di Solidarność, ma era contestato il ruolo di W. come “eroe carismatico”. W. vinse le elezioni presidenziali al secondo turno con il 75% dei voti.

Nel 1992 Solidarność cessò di esistere come movimento unificato; nel 1993 W., dopo che il governo aveva ottenuto la sfiducia dal parlamento, indisse nuove elezioni legislative che decretarono la vittoria degli ex comunisti dell’Alleanza della sinistra democratica. W., che aveva varato una riforma economica in senso liberista, perse quel “consenso mistico” che lo aveva sostenuto nella lotta contro il regime comunista e fu accusato di essere un “dittatore” populista. Per sua stessa ammissione, W. rimase ostaggio dei propri trascorsi successi e del proprio mito e alle elezioni presidenziali del 1995 fu sconfitto dall’ex comunista Aleksander Kwaśniewski. Nel dicembre del 1995 fu istituita la Fondazione Lech Wałesa per il consolidamento della democrazia e per favorire l’integrazione della Polonia nell’Unione Europea. In seguito, W. ha fondato un nuovo partito democratico-cristiano e nel 2000 ha partecipato alle elezioni presidenziali ottenendo l’1% dei voti. Definendosi “intrinsecamente rivoluzionario”, nel 2004 W. si è recato in Ucraina per sostenere quella “rivoluzione arancione” che egli considera la continuazione del movimento che è sorto con Solidarność e che è destinato ad estendersi alla Bielorussia e alla Russia.

Nel 2005, in occasione delle celebrazioni del 25° anniversario dell’agosto 1980, W. ha affermato che la rivoluzione di Solidarność, ispirata da Giovanni Paolo II, ha posto fine all’epoca della divisione del mondo in blocchi aprendo la via alla “nuova era” della globalizzazione: il successo di Solidarność è stato determinante per l’integrazione dell’“altra Europa” nell’Unione europea. Durante le celebrazioni, W. ha siglato l’atto per la fondazione del Centro della solidarietà europea di Gdansk per promuovere la democrazia, i diritti umani e il retaggio di Solidarność. Nella “nuova era” globale, il processo di integrazione europea è inserito in una cornice istituzionale che appartiene alla “vecchia era”. Per W., il “continentalismo” europeo, quale equo sviluppo dell’intero continente, è necessario per favorire la globalizzazione solidale: la nuova Europa della solidarietà deve essere più “audace” e porsi oltre il nazionalismo e il protezionismo, cooperando con gli altri continenti e integrandosi in una sorta di governance globale.

Roberto Valle (2010)




Wehner, Herbert

W. (Dresda 1906-Bonn 1990) proveniva da una famiglia di origini umili. La madre, e presto anche Herbert, furono costretti a lavorare per la mancanza del padre, chiamato al fronte nella Prima guerra mondiale. W. ottenne un diploma professionale in commercio a dettaglio, ma studiò ai corsi serali le materie economia, storia della letteratura e filosofia.

All’inizio della sua partecipazione alla vita politica il giovane W. simpatizzava per gli anarchici. Dal 1923 fu membro dell’organizzazione giovanile socialista Sozialistische Arbeiterjugend e dell’organizzazione sindacale Sozialistische Arbeiterföderation del poeta anarchico Erich Mühsam. Dal 1926 W. curò la rivista “Revolutionäre Tat”, legata al gruppo anarchico Anarchistischen Tatgemeinschaft e scrisse per la rivista di Mühsam “Fanal”.

Nel 1927 entrò nel partito comunista (Kommunistische Partei Deutschlands, KPD), rompendo con i gruppi anarchici. Nel 1928 divenne segretario di circoscrizione nella Roten Hilfe Deutschlands (RHD), che affiancava l’organizzazione paramilitare Roten Frontkämpferverbund (RFB). La RHD rappresentava, infatti, un gruppo giovanile fondato dalla KPD, per proteggere e curare gli interessi legali dei membri arrestati dal governo di Weimar dell’organizzazione paramilitare RFB.

La carriera politica di W. procedette rapidamente. Nel 1930 fu sostituto del segretario politico della KPD in Sassonia. Dal 1930 fu membro del parlamento del Land della Sassonia. Si dimise dalla carica subito dopo per diventare commissario tecnico del Politburo del Partito comunista (KPD) a Berlino, dove collaborò anche col presidente del partito Ernst Thälmann.

Dal 1933 al 1945 fu perseguitato per la sua attività di resistenza contro il regime nazista sia in Germania che all’estero. Nel 1935 emigrò a Praga. Alla Conferenza di Bruxelles fu eletto membro del Politburo del KDP in esilio. Si impegnò per costituire un “fronte tedesco” di resistenza antinazista a Parigi. Qui incontrò Willy Brandt, membro del Sozialistische Arbeiterpartei (SAP). Curò dal 1936 “Informationen für Immigranten” e fece parte a Parigi della sezione per gli stranieri della KPD.

Nel 1937 il partito lo chiamò a Mosca, dove divenne referente per le questioni tedesche nella segreteria del Komintern. Nello stesso anno fu sottoposto dal governo nazionalsocialista a un procedimento processuale in concomitanza con l’arresto di Thälmann; il processo fu archiviato nel 1939.

Nel 1941 W. viaggiò in Svezia per riorganizzare il partito comunista in Germania: qui si attivò e propaga nei suoi articoli l’unificazione di un fronte popolare contro il nazifascismo. Dal 1942 al 1944 fu imprigionato dalle autorità svedesi per azioni pericolose alla libertà e neutralità della Svezia. Nel 1942 venne espulso dal Partito comunista per sospetto di tradimento e per essere agente delle potenze nemiche. Dal 1944 al 1946 ha lavorato in una fabbrica tessile e in un archivio. Nel 1946 ritornò in Germania, dove entrò a far parte del partito socialdemocratico (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) e scrisse per la rivista “Hamburger Echo”, legata al partito, articoli sulla politica estera. Nel 1949 si candidò per le prime elezioni del Parlamento, con l’appoggio di Kurt Schumacher, riuscendo a entrare nel Bundestag. Nel 1950 fu consulente dell’ONU per i prigionieri di guerra e nel 1952 prese parte alla delegazione tedesca alla riunione della commissione per i prigionieri di guerra. Dal 1952 fino al 1982 fece parte dell’organo di presidenza della SPD (Parteivorstand) e del Präsidium, un organo organizzativo e dirigente all’interno della presidenza del partito. Dal 1958 al 1973 fu vicepresidente dei socialdemocratici. Dal 1949 al 1966 fu presidente della commissione parlamentare per le questioni riguardanti Berlino e si schierò per la Riunificazione della Germania.

Incominciò in questo periodo la sua notevole attività politica per raggiungere l’unificazione tedesca e assegnare alla Germania un ruolo all’interno dell’Europa. Il fulcro della politica perseguita da W. consistette nel favorire i rapporti fra la Germania occidentale e quella orientale per raggiungere l’unificazione tedesca. A questo proposito egli sviluppò una concezione differente da quella di Kurt Schumacher, che renderà nota solo nel 1952, alla morte di questi. Schumacher pensava che per obbligare l’Unione Sovietica ad accettare la riunificazione tedesca, sarebbe stata sufficiente la pressione politico-diplomatica degli alleati e perciò non dava spazio al ristabilimento del dialogo fra le due Germanie. W., invece, riteneva necessario riavviare i contatti fra le due parti della Germania e, pertanto, fin dagli anni Cinquanta cercò di implementare le relazioni con il suo vecchio collega e rivale Walter Ulbricht, segretario del partito comunista della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) e poi capo del governo.

W. e Ulbricht, la cui carriera politica originava dalla loro esperienza nella militanza comunista durante lo stalinismo, rappresentavano due modelli politici antitetici rispetto alla questione dell’unificazione e del ruolo tedesco in Europa. Ulbricht riteneva possibile l’unificazione sotto l’egida comunista, W., al contrario, seguendo la concezione socialdemocratica, riteneva che la pressione del popolo delle due Germanie per raggiungere l’unità tedesca avrebbe di fatto reso impossibile qualsiasi opposizione e dominio da parte dell’URSS.

Nel 1952 la proposta di Stalin di ricominciare le trattative sull’unificazione tedesca sulla base di libere elezioni nelle due Germanie, a condizione che la Germania restasse neutrale, provocò una forte spaccatura fra l’opposizione della SPD e il governo, diretto dai cristiano-democratici (Christlich-demokratische Union, CDU). Essa, infatti, inasprì la divergenza delle posizioni fra i due partiti, che erano già attestate su due visioni antitetiche in politica estera. Mentre la CDU mirava all’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, Metodo della) e, solo tramite questa, alla soluzione della questione tedesca, molti settori del partito socialdemocratico, fra cui W., favorivano lo sviluppo di accordi fra le due parti della Germania e fra la Repubblica Federale Tedesca (RFT) e l’Unione Sovietica. I socialdemocratici e W., colsero, pertanto, l’occasione che si presentava con la proposta di Stalin, invitando la CDU a testare le intenzioni del politico sovietico. Konrad Adenauer, però, non ascoltò i consigli di W.

Secondo W., il governo tedesco avrebbe dovuto chiarire agli alleati che l’inclusione della Germania tra le potenze occidentali non era l’unica via praticabile per la RFT, soprattutto in vista del suo interesse all’unificazione. La proposta di Stalin doveva pertanto essere valutata positivamente, in quanto l’unità della Germania avrebbe contribuito alla politica di distensione fra i blocchi. Adenauer, tuttavia, rifiutò in blocco la linea politica del partito comunista della Germania orientale (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, SED) denominata “Deutsche an einem Tisch” che mirava alla creazione di una zona smilitarizzata nell’Europa centrale.

Dopo la morte di Schumacher fu W. con il suo collega Fritz Erler ad assumere un ruolo prominente nel partito per quanto riguardava le linee politiche per la riunificazione e la politica estera. Nel 1953, alla morte di Stalin, e durante la crisi del partito comunista della RDT (SED) guidato da Ulbricht, dovuta all’inasprimento delle condizioni di vita nella Germania orientale, W. rilanciò il suo programma per la normalizzazione delle relazioni fra le due Germanie, elaborandolo in cinque punti. Esso prevedeva: la semplificazione dei controlli alle frontiere; la ripresa del piccolo traffico di confine; la riduzione del flusso migratorio dalla RDT accelerando la ripresa economica della RDT; la libera circolazione delle spedizioni a carattere di beneficienza dalla RFT; il libero invio di medicinali dalla RFT per curare i prigionieri nella RDT.

Dopo il fallimento della Comunità europea di difesa (CED) per il veto della Francia nell’estate del 1954, W. si impegnò sia a spingere le potenze occidentali a confrontarsi con la questione tedesca, sia a riaprire il dialogo fra il governo di Bonn e Berlino est. A W. era chiaro che l’entrata della Germania nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) avrebbe reso difficili i rapporti con la URSS e pregò il cancelliere Adenauer di non compromettere l’unificazione e di ripensare alle proposte di Stalin, ribadite dall’URSS nell’agosto del 1954. Alla concezione dei partiti del governo, che temevano la neutralizzazione della Germania, W. contrapponeva l’idea di un sistema di sicurezza nell’ambito delle Nazioni Unite, che doveva comprendere la Germania unificata. Tuttavia, l’entrata della RFT nella NATO, sancita il 5 maggio del 1955, significò la sconfitta della linea di W.

Tuttavia W. non rinunciò a riaprire il dialogo con i rappresentanti politici della RDT. Prima della Conferenza dei ministri degli esteri delle quattro potenze a Ginevra a fine ottobre 1955, egli propose in un discorso televisivo una serie di accordi finanziari, tecnici ed economici tra la RFT e l’URSS per avviare la normalizzazione dei rapporti. Anche dopo il fallimento della conferenza, continuò i suoi contatti con la diplomazia e i politici della RDT.

Nel 1956 W. incontrò a Belgrado Josip Broz Tito ed espresse la propria ammirazione per la sua versione nazionale del comunismo, che differenziava il modello iugoslavo dal comunismo sovietico. In un suo discorso alla Commissione della riunificazione della presidenza federale dell’unione sindacale (Deutscher Gewerkschaftsbund, DGB) all’inizio di gennaio del 1957, W. tratteggiò il suo progetto di riunificazione del movimento dei lavoratori tedeschi, all’epoca diviso nei due blocchi. W. pensava a una transizione politica, che avrebbe permesso l’avvicinamento delle due parti della Germania e avrebbe preservato l’Est dall’abbandono di tutte le sue caratteristiche produttive e organizzative. La riunificazione avrebbe rappresentato non la riprivatizzazione e la restaurazione, ma il raggiungimento di un sistema politico fondato sulla commistione di socializzazione e iniziativa imprenditoriale (v. Freudenhammer, Vater, 1989, p. 179). Tale interpretazione di W. della democrazia si distanziava dalla concezione di democrazia borghese capitalista: W. mirava a fondare una democrazia socialista dei lavoratori. Tale progetto era però in contrasto sia con le idee di Adenauer sia con quelle di Ulbricht.

Dopo la sconfitta elettorale del 1957, W. s’impegnò a trasformare radicalmente la linea politica del partito, appoggiando il programma di Godesberg del 1959. Infatti, nella riunione della SPD tenutasi dal 13 al 15 novembre in Bad Godesberg, il partito votò a favore della svolta della SPD: venne approvata l’entrata della Germania nella NATO e la ricostituzione dell’esercito; nella cosiddetta “economia sociale di mercato” venne indicata la nuova formula economico-politica per sviluppare l’economia tedesca; la proprietà privata fu ufficialmente riconosciuta come mezzo di produzione. In tal modo fu accantonata gran parte della dottrina marxista che costituiva le basi del programma socialdemocratico precedente. Il partito socialdemocratico si trasformò da partito dei lavoratori in un moderno partito di massa. Tale svolta ebbe anche conseguenze per il personale del partito: nel 1960 Willy Brandt, un esponente del “nuovo corso” nonché conoscente di W. dai tempi della Seconda guerra mondiale, ne fu eletto presidente.

Dal 1966 al 1969 W. fu ministro per la questione dell’unificazione tedesca nel governo della grande coalizione. Dal 1969 al 1983 W. ebbe la carica di presidente nel gruppo della SPD in Parlamento; in tale funzione si schierò per la formazione della coalizione social-liberale e per l’implementazione della cosiddetta neue Ostpolitik (nuova politica orientale). Nel governo di Kurt Georg Kiesinger, W. divenne una delle forze trainanti per la definizione della politica orientale, puntando al dialogo con il blocco orientale e al riconoscimento della RDT. W. riuscì a esercitare una forte influenza anche su alcuni settori della CDU, e in particolare sul cancelliere Kiesinger.

Nel 1967 Kiesinger fece sua la proposta di W. di riaprire le trattative con il governo di Ulbricht, invocando tutti gli abitanti delle due Germanie a tentare il possibile per superare e alleviare la tragica situazione della divisione. Questa tappa dei rapporti si arenò senza risultati, a causa del rifiuto finale della RDT di scendere a compromessi con la Germania “capitalista”, e tuttavia segnò un parziale successo per W. nel senso dell’avviamento del dialogo fra i due blocchi. Nel 1968, però, con l’occupazione della Cecoslovacchia e la dichiarazione della dottrina di Brežnev della sovranità limitata degli Stati socialisti, la maggioranza conservatrice della CDU si sentì legittimata a considerare sbagliata la politica di distensione, perseguita da W. e da Keisinger. Conseguentemente durante le elezioni del 1969 i due maggiori partiti, CDU e SPD, ritornarono a rappresentare posizioni contrapposte sulla questione tedesca e sulla politica estera.

Nel 1969 il cancelliere neoeletto Willy Brandt realizzò la coalizione tra il partito socialista SPD e quello liberale, guidato da Walter Scheel, mandando all’opposizione il partito cristiano-democratico CDU. Tale cambiamento nel governo ebbe conseguenze notevoli sulla politica estera, e soprattutto sui rapporti con la RDT e con l’Unione Sovietica. Venne inaugurata la neue Ostpolitik, che mirava a un miglioramento delle condizioni di vita dei tedeschi nelle due Germanie, attraverso una politica di distensione fra i due paesi e il riconoscimento dello Stato della RDT.

Con la vittoria della coalizione Brandt/Scheel aumentarono le speranze di W. di sviluppare energicamente una politica di riavvicinamento tra Est e Ovest. Tuttavia, la politica estera di Brandt sembrò ben presto conservatrice e lenta a W., che intraprese alcune sue iniziative più o meno indipendenti. Il 29 maggio 1973 W. incontrò, senza comunicare i suoi piani al governo, il nuovo capo di governo della RDT Erich Honecker. Tale contatto trovò ostilità a Bonn, anche da parte del cancelliere. I cattivi rapporti fra questi e W. furono evidenti durante il 1973, quando W., durante il suo viaggio a Mosca con una delegazione del Parlamento, rimproverò al governo la mancanza di interesse per la questione dell’unificazione tedesca e la sua politica estera conservatrice. Il governo dei socialdemocratici, il cui scopo era di allentare le tensioni fra le due Germanie, si era rivelato, secondo il politico di Dresda, inadeguato al suo compito.

Dagli anni Settanta W. si occupò di ristabilire i rapporti con i paesi di oltre cortina. Nel 1970 W. visitò di nuovo la Iugoslavia dove venne ricevuto dal capo del governo Josip Broz Tito. Nel 1971 e nel 1972 la sua visita alla Polonia diede il segnale della normalizzazione delle relazioni di questa con la RFT. Nel 1973 incontrò a Berlino Erich Honecker e viaggiò in Unione Sovietica. In seguito all’affare di spionaggio Guillaume, che costò le dimissioni di Brandt nel 1974, i rapporti fra W. e Brandt peggiorarono.

Durante il governo di Helmut Schmidt, W. riuscì ad affermare in parte la sua linea di politica del dialogo. W. si schierò per la smilitarizzazione dell’Europa centrale e per il sostegno delle relazioni fra la NATO e le nazioni del Patto di Varsavia, come dichiarò nella sua visita in Polonia del 1976. La sua concezione politica era orientata a elaborare una terza via fra capitalismo e socialismo e pertanto a facilitare il riavvicinamento fra coloro nella RDT che rifiutavano il comunismo dottrinario per avviare la democratizzazione, e coloro nella RFT, i quali non accettavano acriticamente il mercato capitalista e miravano a realizzare la democrazia sociale. L’unità della classe lavoratrice sarebbe stata l’unica possibile via per la riunificazione tedesca. L’Europa avrebbe dovuto riconquistare, nella visione di W., il suo ruolo fondamentale di mediazione fra Est e Ovest, mantenendo la sua indipendenza e neutralità nei confronti delle due potenze mondiali. In questa chiave W. ammirò e appoggiò l’opera europeista di Jean Monnet e, nel 1955, insieme con Erich Ollenhauer, aderì al Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa.

Nel 1980 W. aprì la seduta inaugurale del nono parlamento tedesco come Alterspräsident (carica onorifica riguardante il membro più anziano del parlamento). Nel 1982 pubblicò un libro di memorie, Zeugnis. Nel 1983 si ritirò dalla vita politica.

Patricia Chiantera-Stutte (2010)




Weizsäcker, Richard Freiherr von

W. (Stoccarda 1920) discende da una famiglia württemberghese di teologi e funzionari pubblici. Il bisnonno, Carl Heinrich, professore di storia ecclesiastica e rettore dell’Università di Tubinga, fu insignito nel 1861 del titolo nobiliare. Il nonno di W., Karl Hugo, fu ministro della Pubblica istruzione e degli Affari ecclesiastici del regno di Württemberg, nonché negli anni 1906-1918 ministro degli Affari esteri e presidente del regno di Württemberg, e ottenne e nel 1916 il titolo di barone (Freiherr) dal re di Württemberg.

Il padre di W., Ernst Heinrich, fu diplomatico e divenne nel 1938 sottosegretario di Stato nel ministero degli Affari esteri, dal 1943 ambasciatore presso lo Stato vaticano. A causa del lavoro del padre, W. trascorse la sua infanzia all’estero e a Berlino. Nel 1938 prestò servizio militare presso il reggimento della nona fanteria di Potsdam. La decisione di W. di entrare nel celebre reggimento d’élite prussiano, a cui appartennero molti membri della nobiltà e in cui durante la guerra si formò gran parte della cospirazione militare del 1944 contro Hitler, segnò la sua vita.

Lo stesso reggimento combatté in primissima linea durante l’assalto alla Polonia nel settembre 1939. Dal 1939 fino al 1945 rimase quasi sempre sul fronte orientale, e ricevette la medaglia al valore. Nell’aprile 1945 fu gravemente ferito. Nelle sue funzioni amministrative e come aiutante di campo W. conobbe molti personaggi della Resistenza civile e militare contro Hitler. Benché sapesse dall’attentato contro il Führer nel luglio 1944, non prese parte attivamente alla cospirazione.

Dopo la guerra W. studiò giurisprudenza presso l’Università di Gottinga. Grazie al suo fratello maggiore, il celebre fisico Carl Friedrich, che a partire dal 1946 insegnò fisica presso lo stesso ateneo, W. fece conoscenza dei più illustri professori di scienze naturali, teologia, storia e filosofia della Germania del dopoguerra. In questo periodo, W. fu influenzato nel suo sviluppo morale-etico soprattutto dallo zio, il celebre neurologo e filosofo Viktor von Weizsäcker, professore a Heidelberg. Grazie alle lunghe conversazioni con questo sui temi etici, W. acquistò le qualità morali che gli permisero di affrontare i faticosi chiarimenti dei crimini nazisti nel cosiddetto “processo della Wilhelmstrasse”. In tale processo, che ebbe luogo in seguito al Tribunale di Norimberga, furono accusati di crimini di guerra i maggiori protagonisti del ministero degli Affari esteri. Tra gli imputati vi era anche il padre di W., Ernst, cui il figlio prestò assistenza legale. Durante i diciotto mesi del processo, W. studiò accuratamente più di 39.000 pagine di prove dell’accusa. Acquisì così una conoscenza dettagliata sui protagonisti del Terzo reich e sui loro atroci crimini, e la sua nuova consapevolezza incise anche molto sul suo futuro impegno politico. Più tardi, come presidente della Repubblica federale fu proprio questa consapevolezza che diede ai suoi discorsi sul Terzo reich il loro alto significato morale. Alla fine del processo Ernst fu condannato a cinque anni di reclusione, ma nel 1950 fu scarcerato dal commissario americano John McCloy.

Dopo il processo, W. ritornò di nuovo a Gottinga, finì i suoi studi e nel 1950 divenne impiegato presso la sezione legale del gruppo Mannesmann a Gelsenkirchen, dove partecipò a una ricerca sulla cogestione nella industria di carbone e acciaio. Nel 1953, dopo l’esame d’assessore, entrò definitivamente nella sezione legale della Mannesmann a Düsseldorf e divenne il collaboratore più stretto del consulente legale Wolfgang Pohle, membro della Unione democratica cristiana (Christlich-demokratische Union, CDU) alla Camera dei deputati e figura chiave del connubio tra economia e politica in Germania. Le convinzioni politiche di W. in questo periodo furono influenzate dalle etiche sociali nonché dalla dottrina cristiana sociale. Nel 1954 aderì alla CDU senza, però, ambire a una carriera politica.

Nel 1962 fu eletto membro della direzione del Convegno dei fedeli della chiesa evangelica tedesca (Deutscher evangelischer Kirchentag). Due anni dopo fu nominato preside del Convegno dei fedeli, carica che detenne fino al 1971. Dal 1968 al 1975 fu membro del comitato centrale del Consiglio ecumenico delle Chiese e dal 1968 al 1984 membro del sinodo e del consiglio della Chiesa evangelica tedesca.

Nel 1966 W. si dedicò a tempo pieno alla carriera politica. Quando Helmut Josef Michael Kohl gli propose una candidatura alla Camera dei deputati, W. rifiutò l’idea ritenendola incompatibile con i suoi incarichi alla presidenza del Convegno dei fedeli. Nondimeno nel 1966 divenne membro del consiglio del CDU e mantenne tale ruolo fino al 1984. Ancora nel 1966 cercò di farsi eleggere candidato della CDU alla presidenza della Repubblica, ma fu sconfitto nelle elezioni interne dal ministro degli Affari esteri della CDU Gerhard Schröder.

Dal 1969 fino alla sua rinuncia al mandato nel 1981 fu membro della Camera dei deputati, dal 1973 fino al 1977 come vicepreside del gruppo parlamentare del CDU e dell’Unione sociale cristiana (Christlich-soziale Union, CSU). Dal 1971 al 1978 presiedette all’elaborazione dei nuovi principi programmatici della CDU. Nella sua funzione di presidente del Convegno dei fedeli, W. era particolarmente sensibile alle problematiche del conflitto fra Est e Ovest. Contrariamente alla maggioranza degli aderenti alla CDU/CSU, fu un sostenitore dell’Ostpolitik della coalizione socialdemocratico-liberale durante il governo guidato da Willy Brandt. Nel 1972 durante i dibattiti parlamentari sulla ratifica dell’Ostverträge del 1970 (innanzitutto i Trattati di Mosca e i Trattati di Varsavia) W. tenne due discorsi di grande rilievo che convinsero i deputati della CDU/CSU ad astenersi dal voto, rendendo poi possibile la ratifica degli stessi trattati. W. partecipò nel 1973 inoltre alla prima visita di una delegazione dei parlamentari nell’Unione Sovietica.

Nel 1974 W. fu il candidato della CDU/CSU alla presidenza della Repubblica, ma perse contro Walter Scheel. Malgrado la grande stima di cui godeva, fu sconfitto anche nel 1979 alle elezioni per la carica di sindaco di Berlino. Dal 1979 al 1981 fu vicepreside della camera dei deputati e nel 1981 fu eletto sindaco di un governo minoritario a Berlino. La svolta politica a Bonn nell’autunno del 1982, nella quale la coalizione CDU/CSU e Partito liberale democratico (Freie demokratische Partei, FDP) fece cadere il governo di Helmut Schmidt, rese in seguito possibile anche a Berlino una coalizione di maggioranza tra CDU e FDP.

W. assunse inoltre dal 1981 fino al 1984 la presidenza della CDU di Berlino, un trampolino di lancio per la futura carriera politica. Politicamente Berlino era, infatti, il punto d’incrocio dell’Ostpolitik, della politica fra i due Stati tedeschi e della politica europea, temi che da tempo erano al centro delle ambizioni politiche di W. Nel 1983 uscì una raccolta dei suoi discorsi e saggi dal 1962 fino al 1983 (Die deutsche Geschichte geht weiter), una serie di considerazioni filosofiche, teologiche ed etiche sulla democrazia tedesca, nonché sul rapporto con la Germania orientale.

Non solo teoricamente ma anche nell’esercizio delle sue funzioni di sindaco, W. mostrò una notevole autonomia rispetto alle direttive politiche del suo partito. Ne è un esempio la sua visita ufficiale nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT) nel settembre del 1983 in qualità del membro del consiglio della Chiesa evangelica tedesca: la prima visita di un sindaco di Berlino nella RDT, non molto gradita agli occhi della classe politica di Bonn.

Dopo il cambiamento di governo nel 1982 e le elezioni nazionali del 1983 si modificò anche la maggioranza nell’assemblea federale a favore del CDU/CSU. Alla vigilia della nomina del nuovo candidato per la presidenza sia la Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD) che la FDP segnalarono il loro appoggio alla candidatura di W. alla presidenza. Benché anche l’opinione pubblica fosse molto favorevole alla candidatura di W., Helmut Kohl esitò a nominarlo. Soltanto dopo il voto favorevole dell’avversario di W., Franz-Josef Strauß, Kohl annunciò la candidatura di W. nel novembre del 1983. Nel 1984 l’assemblea federale lo elesse a larga maggioranza Presidente della Repubblica contro l’unico candidato concorrente, la scrittrice Luise Rinser, nominata dai Verdi.

W. ebbe un concetto piuttosto innovativo del ruolo di presidente. Benché non oltrepassasse mai i limiti stabiliti della Costituzione, riuscì a crearsi un ampio spazio di autonomia rispetto al governo e al Parlamento. W. fu il primo presidente a saper utilizzare i mass media a favore della sua carica. L’8 maggio del 1985 W. tenne davanti alla camera dei deputati il suo celebre discorso in occasione del 40° anniversario della capitolazione della Germania, in cui egli, un democratico conservatore, definì tale data un autentico “giorno di liberazione” per tutti.

Se in Germania questo schietto discorso, che infranse molti tabù, provocò forti polemiche nell’ambiente conservatore tedesco, all’estero suscitò grande scalpore e apprezzamento, grazie alla sincerità con cui W. si espresse sull’unicità storica dell’Olocausto e sulla questione della colpa e del riscatto dei crimini nazisti. Questo discorso, che fu presto tradotto in molte lingue e fu senz’altro il più politico e più importante della presidenza di W., gli valse nel 1989 il celebre riconoscimento “Union medal” del seminario teologico a New York e contribuì a migliorare i rapporti fra la Germania e i paesi vittime dell’aggressione nazista. Durante le sue visite ufficiali nei Paesi Bassi nel maggio e giugno e nell’ottobre dello stesso anno in Israele, W. poté constatare l’impressione favorevole destata all’estero dal suo discorso, che fu definito “storico” dal presidente israeliano, Chaim Herzog. In Israele W. ricevette anche la laurea honoris causa dell’istituto Weizmann a Rehovot.

Nelle sue numerose visite all’estero W. si impegnò particolarmente in favore dei paesi via di sviluppo, nonché per un miglioramento nei rapporti tra Est e Ovest. Particolarmente rilevante fu nell’estate del 1987 la visita che egli fece, assieme al ministro degli Affari esteri, Hans-Dietrich Genscher, nell’Unione Sovietica, al fine di calmare l’irritazione sovietica per un commento offensivo di Kohl su Michail Gorbačëv. La visita di W. fu una tappa importante della nuova intesa tra la Germania e l’Unione Sovietica.

Grazie alla stima che W. seppe conquistarsi sia all’estero sia in patria, il 23 maggio del 1989 fu eletto per la seconda volta a maggioranza Presidente della Repubblica, senza dover affrontare un candidato concorrente. Questo secondo mandato fu pienamente all’insegna dell’unità tedesca. Come tutti gli altri politici, anche W. fu colto di sorpresa dai rapidi cambiamenti nella RDT dopo la caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre del 1989. W. aveva sempre considerato l’unità tedesca come compito dell’Europa intera. Anche nelle fasi dell’entusiasmo nazionale, egli non perse mai di vista lo sfondo europeo dell’unità tedesca, che considerava il primo passo verso l’integrazione dei paesi orientali nell’Unione europea. Nel gennaio del 1990 abbozzò in un discorso a Zurigo la possibilità di un futuro ordine economico comune per l’intera Europa. All’estero cercò il consenso e la comprensione per il desiderio di Riunificazione del popolo tedesco, illustrando le possibilità che offriva l’unificazione tedesca in ambito europeo. In patria, invece, non esitò a mettere in luce anche le verità scomode relative ai costi e all’andamento dell’unificazione.

Nel discorso in occasione della cerimonia “del primo giorno dell’unità”, tenuto il 3 ottobre del 1990, davanti alla Camera dei deputati e al Consiglio federale, W. criticò aspramente il silenzio delle autorità politiche alla vigilia delle elezioni nazionali in dicembre sui costi e sui sacrifici economici imposti alla popolazione dal finanziamento dell’unità. In questa occasione, W. lanciò un appello alla solidarietà ai cittadini dell’Ovest e coniò il motto: “unirsi, significa imparare a dividere”. Non fu questa l’unica occasione in cui il presidente democristiano dimostrò pubblicamente la sua disapprovazione per la politica del governo di centrodestra. W. si oppose anche fortemente alla tendenza del vertice politico a intendere l’unità soltanto in termini di assorbimento della società, dell’economia e della cultura della Germania orientale nella RFT, reclamando il riconoscimento dei contributi e degli interessi dei cittadini orientali.

Nel 1991 W. pubblicò una raccolta dei suoi discorsi e pensieri riguardante il futuro europeo della Germania con il titolo programmatico: “Dalla Germania all’Europa. La forza motrice della storia” (Von Deutschland nach Europa. Die bewegende Kraft der Geschichte), che fu un grande successo editoriale. Pur considerandosi un patriota, W. rifiutava categoricamente ogni forma di nazionalismo, e considerava la Germania unita come l’anello di congiunzione fra l’Europa occidentale e orientale, alla quale spettava anche il compito di aiutare a creare pacificamente il nuovo ordine politico europeo. Piuttosto che una via tedesca all’europeizzazione, egli chiedeva che gli interessi nazionali tedeschi passassero in subordine rispetto al cammino verso il futuro comune dei paesi europei. La Germania doveva avere, però, anche il carattere di modello per un futuro ordine politico europeo. Nella sua visione del futuro d’Europa, W. attribuiva al Federalismo e in particolare al regionalismo un’importanza particolare. A suo avviso il peso delle regioni sia nel contesto nazionale tedesco sia in quello più ampio europeo doveva rafforzarsi per permettere il superamento del centralismo nazionale.

Molto discussa, poi, fu la ferma presa di posizione di W. nel 1991 in favore di Berlino come sede del governo. Egli fu tra i primi e più decisi fautori del trasferimento di tutti gli organi costituzionali da Bonn a Berlino. Durante il suo secondo mandato, inoltre, W. fu fortemente critico nei confronti dei partiti politici, troppo interessati al potere. Ciò contribuì a rendere definitiva la rottura tra W. e i suoi critici nel Partito democristiano, i quali già da molto tempo guardavano con diffidenza le sue iniziative politiche, ritenendo che andassero ben oltre gli interessi tedeschi.

Nel suo ultimo discorso pubblico in qualità di presidente, il 1° luglio 1994, W. prese fermamente posizione contro la rinascita del fenomeno della xenofobia in Germania. Sin dagli anni Novanta W. si era impegnato pubblicamente per la tolleranza, la comprensione fra i popoli e i Diritti dell’uomo, e ciò gli valse nel 1991 il premio Heine, conferitogli dalla città di Düsseldorf e nel 1994 il premio Leo-Baeck, conferitogli dal Consiglio centrale degli ebrei tedeschi.

Per la sua opera a favore del dialogo cristiano-ebreo W. ricevette inoltre nel 1995 la medaglia di Buber-Rosenzweig dal Consiglio coordinatore delle associazioni per la collaborazione cristiano-ebraica (Deutscher Koordinierungsrat der Gesellschaften für christlich-jüdische Zusammenarbeit). Nel 1994 ricevette alteresì la laurea honoris causa dell’Università di Cambridge e nel 1995 anche dell’Università di Praga.

Con la fine della presidenza nel 1994 cominciarono per W. prestigiosi impegni a livello nazionale e internazionale. Fu, tra le altre cose, presidente della prestigiosa fondazione Koerber di Amburgo, la quale promuove l’intesa fra le nazioni e lo scambio interculturale, e sostiene i giovani artisti. Nel 1994 il segretario generale dell’ONU, Boutros Ghali lo chiamò alla vicepresidenza dell’équipe di dodici esperti per la riforma dell’ONU. Nel rapporto finale del 1995 W. ribadì ancora una volta la sua convinzione politica che le esigenze dei rapporti internazionali debbano sempre essere sovraordinate agli interessi nazionali. Perciò, contrariamente alla volontà politica del governo tedesco egli si dichiarò esplicitamente contrario a un seggio continuo della Germania nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nell’estate del 1996 W. assunse la cattedra “Heinrich Heine” presso l’Università di Düsseldorf e tenne un ciclo di lezioni pubbliche sulla politica europea di distensione nel passato e nel presente. Dal 1999 al 2000 W. fu chiamato dal governo di centrosinistra a presiedere la commissione per le riforme dell’esercito tedesco.

W., che considerò sempre l’Allargamento orientale come il compimento necessario dell’UE, nel settembre 1999 fu invitato dal presidente designato della Commissione europea, Romano Prodi, a elaborare insieme a Jean-Luc Dehaene, ex primo ministro del Belgio, e Lord Simon of Highbury, ex ministro britannico, le proposte sulle implicazioni istituzionali dell’allargamento dell’UE, in vista della imminente Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative). Benché non potessero formulare proposte specifiche, dato che questo compito spetta soltanto agli Stati membri e alle istituzioni competenti, i “tre saggi” fornirono nel loro rapporto dal 18 ottobre importanti stimoli alla riflessione sul futuro allargamento dell’UE, focalizzando l’attenzione sugli elementi che ostacolano l’efficienza del Processo decisionale e la legittimazione democratica. Il rapporto esortava a rendere più flessibile, efficace, efficiente e trasparente il lavoro del quadro istituzionale. Inoltre, sottolineava la necessità di trovare i mezzi adatti per rendere partecipe e per coinvolgere la popolazione. I “tre saggi” proponevano, tra l’altro, di rafforzare l’autorità e di estendere il potere del Presidente della Commissione europea per permettergli di dirigere efficacemente un numero maggiore di commissari. Altrettanto importanti erano ritenuti l’allargamento della votazione a Maggioranza qualificata e la revisione della Ponderazione dei voti nel Consiglio degli Stati membri nei Processi decisionali. Il rapporto suggeriva inoltre di potenziare la funzione legislativa del Parlamento europeo estendendo il ricorso alla Procedura di codecisione.

Su invito del segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, nel 2001 W. partecipò alla stesura del rapporto “Crossing the divide. Dialogue among civilisation”, una sorta di manifesto contro le tesi diffuse da Fukuyama e Hungtinton relative alla fine della storia e allo scontro delle culture. Nello stesso anno W. pubblicò il suo libro Tre volte l’ora zero (Drei Mal Stunde Null), nel quale, partendo dalle tre date 1949-1969-1989, delineava il percorso storico dalla divisione nel 1949, al nuovo inizio della RFT, all’Ostpolitik del governo Brandt nel 1969 e infine, alla fine della Guerra fredda nel 1989 e alla costruzione dell’Europa unita, offrendo la quintessenza delle sue considerazioni storiche e politiche e sottolineando ancora una volta la necessità storica di realizzare una società civile europea (v. anche Società civile organizzata).

Christian Wehlte (2010)




Werner, Pierre

W. (Saint-André, Lille 1913-Lussemburgo 2002) dopo aver frequentato le scuole a Lussemburgo, prosegue gli studi alla facoltà di Diritto dell’Università di Parigi (1935-1937) e all’École libre des sciences politiques. Durante questi anni svolge un’importante attività associativa, sia nazionale che internazionale, e diventa, fra l’altro, presidente dell’Association luxembourgeoise des Universitaires catholiques (AV), dal 1935 al 1937, e vicepresidente di Pax romana nel 1937, due vivai di personale politico democratico-cristiano.

Oltre al suo interesse per le materie giuridiche, fin dall’inizio degli studi W. si sente attratto dalle questioni economiche, in particolare dai fenomeni monetari. Dopo aver sostenuto la tesi di dottorato in diritto a Lussemburgo nel 1938, inizia la sua carriera di avvocato. Poco dopo è chiamato dalla Banque générale, nella segreteria della Direzione, un incarico che lo induce ad abbandonare la carriera di avvocato.

All’indomani della guerra, dopo un breve ritorno all’avvocatura, su richiesta di Léon Schaus – che aveva conosciuto ai tempi dell’AV – diventa attaché al ministero delle Finanze, allora diretto da Pierre Dupong. La politica finanziaria e monetaria lussemburghese dell’epoca si inserisce, da un lato, nel sistema di associazione con il Belgio, all’interno dell’Union économique belgo-luxembourgeoise (UEBL) creata nel 1921, dall’altro, nel sistema mondiale realizzato con gli accordi di Bretton Woods. La collaborazione con il ministero delle Finanze lo porta anche a essere introdotto immediatamente negli ambienti finanziari internazionali e ad acquistare dimestichezza con il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

Questi incarichi portano W. a partecipare a varie commissioni incaricate di realizzare l’unione economica fra Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo (Benelux). Come dichiarerà nelle sue memorie a proposito del Benelux, la «posizione internazionale del Lussemburgo del dopoguerra è stata conquistata soprattutto grazie a una politica di presenza, di ponderazione e di disponibilità discreta» – un orientamento che si può considerare peraltro una costante della diplomazia lussemburghese.

Fino agli anni Sessanta il contribuito di W. al processo di integrazione europea è molto relativo (v. Integrazione, metodo della; Integrazione, teorie della). Come egli stesso affermerà nelle memorie, non era «quello che si può definire un militante europeo della prima ora, uno di quelli che hanno applaudito Winston Churchill in occasione dei discorsi di Zurigo e dell’Aia». Sin dal 1949, peraltro, aveva maturato la convinzione «della necessità imperiosa, per i nostri paesi dell’Europa occidentale, di avviare la costruzione economica e politica dell’Europa unita», che considerava «quasi un obbligo intellettuale» a fronte della debolezza e della divisione dell’Europa.

Negli stessi anni W. partecipa, a volte attivamente, alle riunioni del Partito cristiano sociale. Nel 1953 è nominato ministro delle Finanze nel governo di Joseph Bech. Nel 1954 è eletto per la prima volta deputato e in questa occasione, oltre a quello delle Finanze, riceve anche il ministero della Difesa. Non si occupa ancora di affari europei, compito che spetta a Bech, il quale in compenso delega a W. alcune responsabilità di politica interna. Per esempio, non partecipa ai lavori della Conferenza di Messina, ma si tiene al corrente grazie ai rapporti degli esperti e ai colloqui con Lambert Schaus, capo della delegazione lussemburghese. In assenza di Bech, è incaricato di pronunciare il discorso di fronte alla Camera dei deputati, il 26 novembre 1957, sui Trattati di Roma che deve essere ratificato. Tuttavia, è come esperto in questioni economiche e monetarie, e forte dell’esperienza acquisita nell’UEBL e nel Benelux, che W. affronta il processo di integrazione europea.

Divenuto capo del governo nel 1959 – incarico che ricopre fino al 1974 senza interruzione –W. è anche ministro delle Finanze dal 1959 al 1964, del Tesoro, degli Esteri e della Giustizia dal 1964 al 1967, del Tesoro e della Funzione pubblica dal 1967 al 1969 e, infine, delle Finanze e degli Affari culturali dal 1969 al 1974. Come ministro delle Finanze e come capo del governo, W. è coinvolto al livello più alto nei negoziati sulla Comunità economica europea (CEE).

Favorevole all’idea di un rilancio politico dell’Europa e a una leadership francese, al contrario del suo ministro degli Esteri Schaus diffidava però delle intenzioni più profonde di Charles de Gaulle in merito alle Istituzioni comunitarie. Nel colloquio con il generale del settembre 1960, a Parigi, W. esprime le riserve del governo lussemburghese a proposito delle proposte francesi: tra le altre cose, il timore di rimettere in discussione i Trattati (la nuova struttura non avrebbe dovuto indebolire quelle esistenti) e la necessità della solidarietà atlantica e della coesione all’interno dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Il Lussemburgo esprime un parere favorevole alla prima versione del Piano Fouchet e si dissocia in questa occasione dalla posizione dei partner del Benelux che fanno dell’adesione del Regno Unito (sollecitata nel luglio 1961) la premessa di una più ampia integrazione politica.

W. ritiene – ed è una posizione che manterrà costantemente – che i britannici, di cui auspica la cooperazione, non siano pronti a entrare in Europa e ad accettare tutte le implicazioni dei trattati. Inoltre, teme che la posizione dei membri ostili alla sovranazionalità, tra i quali de Gaulle, possa essere rafforzata da un eventuale ingresso della Gran Bretagna. Infine W. privilegerà sempre la volontà di proseguire innanzitutto con la costruzione europea, anche a costo di farla senza la Gran Bretagna. Ancora nel 1966, sempre per le stesse ragioni (condizioni britanniche eccessive, ostilità della Francia), W. si mostra molto scettico di fronte agli interlocutori olandesi e belgi sulle possibilità di successo di un’iniziativa che mira all’integrazione della Gran Bretagna nelle Comunità. Tornando al Piano Fouchet, durante tutta la fase dei negoziati (W. non partecipa personalmente ai lavori della commissione), il governo lussemburghese cerca una mediazione, ma seguendo l’esempio dei partner, rifiuta l’ultima versione del Piano.

Per W. una delle principali battaglie di questi anni è il Trattato di fusione degli esecutivi, non in quanto tale, ma a causa della questione della sede delle istituzioni. Nel 1950 e nel 1951 Bech riesce a ottenere che la sede “precaria” della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) sia a Lussemburgo, ma il Trattato di fusione degli esecutivi rischia di rimettere in discussione la situazione, perché presuppone che il Mercato comune europeo (MEC) sia collocato al centro degli sviluppi comunitari e che l’Alta autorità e i suoi servizi lascino Lussemburgo e siano integrati sul piano amministrativo a Bruxelles: di qui l’ostilità del Lussemburgo per il Trattato. I rappresentanti lussemburghesi riescono anche a far inserire nel rapporto sulle condizioni di fusione, consegnato alla fine del 1963 ai governi, un paragrafo in cui si afferma che «il problema della sede delle istituzioni e degli organi comunitari riveste per il Granducato di Lussemburgo un carattere essenziale dal punto di vista sia politico che economico». Da qui l’idea di una compensazione «equivalente», che W. fa sfumare gradualmente in compensazione «coerente», per approdare a una specializzazione delle competenze riunite a Lussemburgo allo scopo di farne la capitale giudiziaria e finanziaria e «uno dei perni della futura Europa».

In effetti, il Trattato firmato l’8 aprile 1965 prevede che l’Alta autorità e i suoi servizi si trasferiscano a Bruxelles, in virtù delle disposizioni del Trattato di fusione degli esecutivi, ma in cambio Lussemburgo recupera, fra l’altro, la Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea), la Banca europea per gli investimenti e i loro servizi, oltre ad accogliere le sessioni periodiche dei Consigli dei ministri. In seguito W. riesce, sempre in questa prospettiva della “coerenza”, a far collocare a Lussemburgo la sede provvisoria delle istituzioni finanziarie create dagli Stati membri nel 1973, in particolare quella del Fondo europeo di cooperazione monetaria (FECOM).

Durante la crisi della “sedia vuota” W. mantiene la posizione abituale del Lussemburgo, che punta a dare la priorità assoluta al rispetto dei Trattati. Questo significa non solo opporsi a qualsiasi proposta francese che possa rimetterli in discussione, ma anche cercare una soluzione alla crisi nel quadro comunitario favorendo una posizione comune dei Cinque, la cui coesione è considerata essenziale, atta a ottenere un ritorno della Francia al tavolo dei negoziati. Da qui il suo rifiuto di costituire un fronte del Benelux, come gli propone Paul-Henri Spaak (a seguito delle posizioni radicali adottate da Joseph Luns e dai Paesi Bassi, che considerano anche la possibilità di continuare in Cinque), ma anche di un accordo belga-lussemburghese.

Quando assume la presidenza del Consiglio dei ministri delle Comunità (v. anche Presidenza dell’Unione europea), W. si rammarica che la crisi abbia interrotto l’evoluzione del processo di integrazione europea e si prefigge due obiettivi: trovare un accordo sul finanziamento della Politica agricola comune (PAC) e soprattutto porre fine il più rapidamente possibile alla crisi della “sedia vuota” e riprendere lo sviluppo delle Comunità.

Il principale contributo di W. alla costruzione europea resta il Rapporto sull’Unione economica e monetaria. Nel novembre 1960 tiene una conferenza a Strasburgo, in cui riprende e sviluppa l’idea di Fernand Collin di un’unità di conto comune – “euror” – negli scambi internazionali adattandola al quadro europeo. Evoca altresì la necessità di un avvicinamento monetario fra i Sei «progressivo e concomitante all’avvicinamento delle politiche economiche, e questo nell’interesse della coesione e della solidità dei legami europei, come pure nell’interesse dell’influenza dell’Europa nel mondo». Nel novembre 1962, in seguito a un memorandum della Commissione europea che prospetta la fusione delle politiche economiche nazionali, da un lato, e una politica monetaria comune, dall’altro, perché l’unione economica, in particolare la PAC, rendeva necessaria la fissità dei tassi di cambio con riserva di variazione entro limiti molto stretti, W. sottolinea come sia fondamentale «garantire meglio di quanto non preveda allo stato attuale il trattato la fissità dei tassi di cambio» e prevede, in un primo tempo, di rafforzare la disciplina tra i Sei mediante disposizioni vincolanti, con l’organizzazione di aiuti economici automatici o condizionali come contropartita. L’organizzazione di questa solidarietà monetaria si sarebbe dovuta realizzata nel quadro di un «istituto monetario».

Nel 1967 e nel 1968, mentre appaiono le prime falle nel sistema monetario internazionale, emerge la necessità di una zona monetaria stabile. Nel gennaio 1968, in occasione dell’Euroforum in Germania, W. presenta un programma d’azione monetaria che prevede consultazioni fra i partner per la definizione delle operazioni a carattere monetario, la definizione dell’unità di conto, la specificazione degli impegni reciproci in vista del mantenimento di rapporti fissi tra le monete dei partner, l’articolazione della cooperazione monetaria dei Sei con quella praticata sul piano mondiale, la realizzazione di uno schema di accordo in materia di reciproco aiuto, che si appoggerà su un fondo europeo di cooperazione monetaria. Tutto questo si realizzerà grazie a un’azione «progressiva e organica»: l’uso della moneta di conto e diverse azioni di solidarietà istituzionalizzate» dovranno avvicinarsi al «sistema finale ideale, che si appoggerà su un fondo di riserva europeo e sulla moneta europea».

Nel settembre 1968 W. riprende queste proposte per esporle di fronte agli altri ministri delle Finanze a Rotterdam. Secondo le sue stesse parole, non si tratta di sostituire una moneta comune alle monete nazionali. Tuttavia W. esprime ugualmente la sua «ferma convinzione che non si potrà rinviare il problema della rinuncia alla sovranità monetaria alla fine di un processo politico di unificazione, a meno di rinunciare all’idea di unione economica». Richiama anche con chiarezza l’esistenza di due scuole di pensiero: «quella che sostiene che la comunità monetaria cadrà come un frutto maturo dall’albero della politica comune e che non è il caso di parlarne al momento, e un’altra, che afferma che la costruzione di una vera politica economica e congiunturale comune sarà sempre inibita dall’assenza dell’unificazione monetaria». W. insiste sul necessario «parallelismo» dei due approcci, concludendo che la solidarietà monetaria si stabilirà solo in conseguenza del rafforzamento della politica economica, da cui dipende, ma che rappresenta anche una potente leva per avvicinare le politiche nazionali. Il suo piano risponde a due ordini di preoccupazioni: quella di non essere sufficientemente attrezzati giuridicamente per fronteggiare le tempeste monetarie e quella di raccogliere i frutti degli sforzi effettivi di coordinamento dei punti di vista a livello internazionale, insomma di diventare una minoranza di blocco per alcune decisioni del Fondo monetario internazionale (FMI).

Il Vertice europeo (v. Vertici) dell’Aia del 2 e 3 dicembre 1969 fissa l’obiettivo dell’approfondimento dell’unità europea tramite la costituzione di un’Unione economica e monetaria (già delineata nel febbraio dello stesso anno in quello che è stato chiamato il “primo Piano Barre”) (v. anche Barre, Raymond). Questa decisione dà luogo, fra l’altro, alla creazione di un gruppo speciale di studi presieduto da W., incaricato di stabilire un piano di Unione economica e monetaria da realizzarsi per tappe. In realtà, qualche giorno prima della decisione del Consiglio, la Commissione gli aveva consegnato una comunicazione, il “secondo Piano Barre”, che conteneva gran parte delle proposte che in seguito si ritroveranno nel rapporto W. I due testi sono presentati nell’ottobre 1970 al Consiglio. Al contrario del Piano Barre, il rapporto di W. prevede la creazione di un’unione economica e monetaria che comporta, in materia di politica finanziaria, importanti trasferimenti di sovranità dagli Stati alla Comunità europea, oltre alla convertibilità totale e irreversibile delle monete, all’eliminazione dei margini di fluttuazione dei cambi e alla fissazione di rapporti di parità, alla liberalizzazione completa dei movimenti dei capitali. Tutto ciò avrebbe potuto portare, eventualmente, alla creazione di una moneta unica.

Il rapporto insisteva sul metodo graduale e non fissava un calendario troppo preciso o rigido. Prevedeva, fra l’altro, una prima tappa durante la quale gli orientamenti fondamentali della politica economica e monetaria sarebbero stati gradualmente definiti in comune. I rapporti di cambio fra le monete della Comunità sarebbero stati, fra l’altro, progressivamente rafforzati e l’ampiezza delle fluttuazioni fra i paesi membri avrebbe dovuto essere contenuta entro limiti relativamente stabili, il che avrebbe presupposto il rafforzamento della solidarietà delle banche centrali nazionali. Il rapporto prevedeva, in un secondo tempo, la prosecuzione delle azioni avviate, ma in modo più vincolante, per arrivare in particolare al trasferimento di responsabilità dal livello nazionale allo stadio comunitario: la politica economica comune e la politica monetaria comune sarebbero state stabilite a livello comunitario e in seguito sottoposte al controllo del Parlamento europeo.

Il rapporto W. ottiene un’accoglienza molto tiepida, ma è la Francia a mostrarsi più ostile: Georges Pompidou critica aspramente le implicazioni sovranazionali contenute nel piano e la delegazione francese blocca il processo alla fine del 1970. Secondo Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca ministro delle Finanze, «se si vuole che gli Stati continuino a esistere, è necessario un approccio confederale ai problemi, cioè una filosofia totalmente diversa da quella del piano Werner». Il progetto di unione monetaria adottato provvisoriamente dal Consiglio dei ministri nel marzo 1971 e che resterà negli anni Settanta il testo di riferimento in materia di politica economica e monetaria, malgrado le vicissitudini internazionali (la crisi monetaria della primavera 1971, con la fine della convertibilità del dollaro che rimette radicalmente in discussione il sistema monetario nato a Bretton Woods e compromette fortemente la prospettiva dell’Unione economica e monetaria, più tardi lo choc petrolifero del 1973) ed europee (in particolare, la difficoltà di dare una risposta comune alle difficoltà monetarie), mantiene solo alcune misure del Piano Werner, che miravano in particolare a eliminare le fluttuazioni dei cambi e a creare un meccanismo di collaborazione finanziaria a medio termine.

Il Serpente monetario europeo, realizzato nel 1971-1972, e il Fondo europeo di cooperazione monetaria (FECOM), creato nel 1973, riprendono in parte queste idee. Inoltre, nel febbraio 1974 il Consiglio decide di rafforzare e migliorare le procedure di coordinamento delle politiche economiche, aggiungendo che «alla convergenza rafforzata delle politiche economiche si deve accompagnare […] un meccanismo preciso ed efficace di consultazioni preliminari a ogni decisione di uno Stato membro relativa alle condizioni in cui la sua moneta viene cambiata con le monete degli altri Stati membri o dei paesi terzi». Tuttavia, solo nel 1978 si riprenderà il filo dell’integrazione con il Sistema monetario europeo (SME), basato sull’Unità di conto europea, l’ECU.

Ma W. a questo punto non è più a capo del governo, perché il Chrëschtlech sozial Vollekspartei (CSV) è passato all’opposizione dal 1974 al 1979, ma è alla testa del gruppo parlamentare cristiano-sociale. Eletto al Parlamento europeo nel 1979, si dimette nello stesso anno per riassumere la presidenza del governo, incarico che svolge fino al 1984, dirigendo anche il dipartimento degli Affari culturali e del culto. In questa veste è arbitro delle dispute linguistiche del Granducato, facendo votare una legge che dichiara il lussemburghese lingua ufficiale. Contribuisce anche attivamente ad avviare le operazioni che porteranno all’istituzione della Banca centrale del Lussemburgo (creata nel 1998) nel quadro del Sistema europeo delle banche centrali e svolge un ruolo importante nella promozione del Lussemburgo al rango di piazza finanziaria internazionale. Nel luglio 1984 lascia il mondo politico per l’incarico di presidente del consiglio d’amministrazione della compagnia lussemburghese di telediffusione (CLT), dal 1985 al 1987. Si dedica anche al progetto di diffusione satellitare della televisione lussemburghese, dal 1989 al 1996, come presidente del consiglio d’amministrazione della Società europea dei Satelliti, di cui diventa in seguito presidente onorario.

Nel 1971, come tributo per il suo impegno europeo di lunga data, in particolare al fianco di Jean Monnet nel Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa, W. riceve la medaglia d’oro Robert Schuman, e nell’ottobre 1998 il premio del Principe delle Asturie «per il suo contributo al processo di unione monetaria che è culminato nella creazione dell’Euro».

Christine Vodovar (2012)




Westendorp y Cabeza, Carlos

Diplomatico e giurista spagnolo, a partire dalla metà degli anni Novanta W. (Madrid 1937) ha avuto importanti incarichi politici, che lo hanno tra l’altro portato a ricoprire per un breve periodo la carica di ministro degli Esteri e poi di europarlamentare. Sia nell’adempimento di funzioni più strettamente tecniche sia nello svolgimento di altre più segnatamente politiche, egli si è sempre distinto per la sua particolare competenza nelle tematiche europee e per l’apporto fornito al processo d’integrazione (v. Integrazione, metodo della; Integrazione, teorie della).

Laureato in diritto, dal 1964 intraprende la carriera diplomatica. Il primo incarico lo ottiene già nel 1966, quando viene inviato a San Paolo del Brasile come console aggiunto. Resta in America Latina sino al 1969, anno in cui è chiamato a dirigere il corso di Studi economici presso la Scuola diplomatica di Madrid. Nei primi anni Settanta guida la delegazione spagnola nelle trattative con i rappresentanti della Comunità economica europea (CEE), poiché la Spagna non si accontentava dell’Accordo preferenziale che aveva faticosamente raggiunto nel 1970 e continuava ad aspirare alla piena adesione, pur sapendo che la pregiudiziale democratica avrebbe pesato in maniera decisiva nell’esclusione del paese governato da Franco. Dal 1974 al 1979 W. lavora invece per conto del ministero dell’Industria e dell’Ufficio commerciale dell’ambasciata spagnola all’Aia.

Quando, alla fine degli anni Settanta, vengono avviate le trattative per l’adesione della nuova Spagna democratica alla Comunità europea, W. è inserito nella delegazione negoziale capeggiata dal ministro degli Esteri Fernando Morán e in tale contesto assume incarichi di crescente responsabilità, sino a ricoprire il ruolo di segretario generale nelle relazioni con la Comunità europea e poi, al momento dell’adesione vera e propria, firmata il 12 giugno 1985 ed entrata in vigore il 1° maggio 1986, di ambasciatore permanente di Spagna presso la Comunità europea.

In virtù dell’esperienza maturata in ambito diplomatico e soprattutto in campo europeo, nel marzo 1991 W. succede a Pedro Solbes come segretario di Stato spagnolo per gli Affari europei. Tra gli atti più significativi del suo operato devono essere ricordati sia la partecipazione alle trattative che avrebbero portato nel dicembre 1991, nella città olandese di Maastricht, all’elaborazione del Trattato sull’Unione europea (UE), dove la delegazione spagnola guidata da Felipe González, W. e dal ministro delle Finanze Carlos Solchaga si impuntò sui fondi di coesione, sia il contributo apportato nella varie fasi di preparazione della Dichiarazione transatlantica, un documento firmato a Madrid nella fase finale della seconda presidenza di turno del Consiglio europeo, tenutasi nel secondo semestre del 1995, al fine di rafforzare i tradizionali legami tra UE e USA. Pochi mesi prima, nel giugno 1995, W. era inoltre diventato presidente del gruppo di riflessione incaricato di preparare la Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative) prevista nelle disposizioni finali del Trattato di Maastricht incaricata di completare e accelerare le disposizioni del Trattato stesso in materia di Politica estera e di sicurezza comune (PESC) e in quella di Giustizia e affari interni: in quella sede W., in accordo con la nuova linea politica imposta dal premier González, si impegna anche nella tutela degli interessi nazionali spagnoli e nella difesa, soprattutto in prospettiva di futuri nuovi allargamenti (v. Allargamento), dei vantaggi che il suo Paese aveva acquisito nella UE.

Nel dicembre 1995 W. ottiene il primo incarico politico, ossia non puramente tecnico, quando accetta la proposta del primo ministro socialista González di ricoprire la carica di ministro degli Esteri in sostituzione di Javier Solana, appena nominato segretario generale dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Tuttavia pochi mesi dopo, a seguito della sconfitta di González alle elezioni politiche del marzo 1996, è costretto a lasciare l’incarico governativo, ma viene subito nominato ambasciatore spagnolo presso le Nazioni Unite dal nuovo premier José María Aznar, che desidera una figura di grande prestigio al Palazzo di vetro. L’anno successive W. è quindi designato dalle Nazioni Unite come Alto rappresentante internazionale per la Bosnia-Erzegovina, con il compito specifico di contribuire alla riappacificazione della ex Iugoslavia in ottemperanza agli accordi di pace di Dayton.

Nel 1999 il suo nome è incluso nella ristretta rosa dei candidati che presentano i requisiti necessari per ricoprire la nuova carica di Alto rappresentante della PESC della UE, ma nonostante il sostegno di Madrid alla fine viene scelto il connazionale Solana, più conosciuto a livello internazionale. L’elezione al Parlamento europeo di Strasburgo nel giugno 1999 nelle file del Partido socialista obrero español (PSOE) segna comunque una nuova tappa della attività politica di W. Designato presidente della Commissione per l’industria, il commercio estero, la ricerca e l’energia, si oppone tra l’altro con vigore, in nome della libertà scientifica, a quanti vorrebbero bloccare i finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali. Membro della direzione del Gruppo socialista spagnolo al Parlamento europeo (v. Gruppi politici al Parlamento europeo), nel 2002 viene invitato a partecipare ad alcuni incontri con i membri di quella Convenzione europea sull’avvenire dell’Europa che, com’è noto, aveva il compito di redigere il testo del Trattato costituzionale europeo (v. Costituzione europea): in tale occasione egli sottolinea in particolare la necessità di arrivare al riconoscimento della Personalità giuridica dell’Unione europea.

Nel giugno 2003 lascia però a sorpresa l’Europarlamento, essendo stato nel frattempo eletto, sempre nelle file socialiste e a sostegno di Rafael Simancas, candidato del PSOE alla presidenza, nel Parlamento della Comunità di Madrid. W. spiega la sua decisione con la necessità di conferire un maggiore peso europeo alla regione, e mette a tal fine a disposizione le sue pregresse esperienze comunitarie, in modo che la Comunità di Madrid possa tornare a essere il principale artefice dello sviluppo del paese.

Anche questa volta un nuovo incarico non gli permette tuttavia di portare a termine il mandato: su proposta del nuovo premier José Luis Rodríguez Zapatero, nel 2004 W. viene infatti nominato ambasciatore di Spagna negli Stati Uniti, carica che conserverà sino al 2008, quando è sostituito da Jorge Dezcallar.

Guido Levi (2008)




Wigny, Pierre

Costituzionalista e uomo politico belga, W. (Liegi 1905-Bruxelles 1986) è stato un esponente della corrente fiamminga del Partito cristiano-sociale e si è distinto sia nella politica nazionale, ricoprendo importanti incarichi istituzionali sia nella prima fase del processo d’integrazione europea in qualità di rappresentante del parlamento belga all’Assemblea comune della prima Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA).

Figlio di un avvocato, W. intraprese gli studi giuridici nella sua città e dopo la laurea in Scienze politiche e sociali si specializzò in diritto internazionale seguendo un master presso l’Università di Harvard negli Stati Uniti, dove ottenne un dottorato in scienze giuridiche. Per un certo periodo fu professore aggregato di diritto internazionale nella prestigiosa università statunitense e nel 1932, in seguito agli studi compiuti, pubblicò un saggio sul diritto internazionale americano (Essai sur le droit international privé american), studio che rimase a lungo un valido riferimento scientifico per i ricercatori del settore.

Rientrato in Belgio, W. fu nominato segretario generale del Centro studi per la riforma dello Stato (Centre d’Etudes pour la réforme de l’Etat, CERE), dove condusse attività di ricerca nell’ambito del diritto internazionale e del diritto interno dal 1935 al 1939. Durante gli anni Trenta si schierò contro il partito fascista belga di matrice cattolica, il Parti rexiste (REX) e contro la direzione del movimento Pro Juventute. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale e in seguito all’invasione e all’occupazione del Belgio da parte della Wehrmacht militò nella Resistenza antinazista, collaborando tra il 1944 e il 1945 con l’ex primo ministro belga Paul van Zeeland, il quale allora era a capo della Commissione per il rimpatrio dei rifugiati.

Dopo la guerra, W. ricoprì la carica di segretario generale dell’Istituto di relazioni internazionali, quella di presidente della Società per la politica economica e quella di presidente del Centro studi sul cattolicesimo del partito democristiano belga. Nel 1945 decise di impegnarsi in politica e prese parte alla nascita e all’organizzazione del Partito cristiano-sociale belga (Parti Social Chrétien, PSC) il quale, rifacendosi alla dottrina sociale della Chiesa cattolica, divenne uno dei principali partiti politici nel Belgio del dopoguerra. Nel 1949 venne eletto deputato alla Camera dei rappresentanti, dove rimase fino al 1971.

Nel corso della sua lunga carriera politica, W. ricoprì numerosi incarichi istituzionali, concentrando l’attenzione soprattutto sulle questioni di politica internazionale che riguardavano da vicino il futuro del Belgio, quali la gestione politica e l’amministrazione dei possedimenti coloniali e il processo d’integrazione europea, verso cui si mostrò sempre favorevole (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Dal 1947 al 1950 detenne il ministero delle Colonie durante il gabinetto guidato da Paul-Henri Spaak. All’inizio del suo mandato, W. presentò un piano decennale per lo sviluppo del Congo belga che prevedeva ingenti investimenti nel settore delle infrastrutture, dell’industria e dell’agricoltura. Il progetto contemplava un investimento complessivo di circa un trilione di dollari da ottenersi mediante finanziamenti sia pubblici che privati. L’obiettivo principale del ministro belga era quello di incoraggiare lo sviluppo autoctono dell’agricoltura e dell’industria, promuovendo un ripopolamento delle terre; un altro obiettivo era quello di incentivare lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese. Dal punto di vista politico, W. contrastò qualsiasi discriminazione razziale, ma fu anche un fermo oppositore del Movimento nazionale congolese guidato da Patrice Lumumba, il quale sosteneva la decolonizzazione e l’indipendenza del Congo dal Belgio. Dopo l’esperienza coloniale, ricordata nelle sue Mémoires du Congo, W. venne prima nominato ministro degli Affari esteri dal 1958 al 1961, poi ministro della Giustizia dal 1965 al 1966 e, infine, ministro della Cultura francese dal 1966 al 1968.

Nel corso della sua lunga carriera politica W. si impegnò anche a favore dell’unità europea, partecipando alla prima e più delicata fase del processo d’integrazione comunitaria (1945-155). L’europeismo di W. risaliva al periodo della guerra, durante il quale aveva lavorato a stretto contatto con l’ex primo ministro belga e membro dell’Unione europea dei federalisti (UEF), Paul van Zeeland, che, insieme a Paul-Henri Spaak, era stato uno dei principali animatori del Movimento europeo, nato nel secondo dopoguerra in seguito al Congresso dell’Aia del 1948. Nel 1946, W., oltre a militare nel Partito cristiano-sociale del proprio paese, era già attivo in uno dei primi movimenti federalisti presenti in Belgio subito dopo la fine della guerra, quello dell’Union fédérale, guidato dal barone Antoine Allard (v. Federalismo). Dopo una serie di scontri interni tra le correnti europeiste e federaliste, nei primi anni Cinquanta emerse il Mouvement pour la fédération européenne del Belgio (MFE), di cui W. fu subito eletto presidente del Comitato esecutivo.

Il federalista belga fu anche tra i politici europei più attivi sul fronte delle riforme istituzionali relative alla trasformazione e all’Armonizzazione delle strutture delle prime comunità europee (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, Euratom e Comunità economica europea). Nel febbraio del 1958 venne eletto presidente del Gruppo democratico-cristiano presente all’interno dell’Assemblea comune della CECA. In qualità di presidente di quel raggruppamento politico, il futuro ministro belga degli Affari esteri espose, durante i lavori dell’Assemblea, una relazione in cui si avanzava la proposta di una riforma istituzionale degli organi comunitari (v. Istituzioni comunitarie). La relazione esaminava il modo in cui l’Assemblea comune si era avvalsa dei suoi poteri fin dalla prima riunione nel settembre 1952 ed esprimeva l’auspicio di vedere una nuova Assemblea comune svolgere un ruolo chiave nell’Europa nata dai Trattati di Roma (1957). L’obiettivo di W. era quello di stimolare il dibattito sulla riforma istituzionale della comunità per costruire un’Europa più democratica e coerente da un punto di vista politico, mettendo in evidenza e rafforzando il ruolo dell’Assemblea parlamentare all’interno degli equilibri istituzionali. Infine, sempre nell’ottica di migliorare il funzionamento delle tre Comunità, nell’ottobre 1959, il ministro belga lanciò l’idea di fondere in un’unica istituzione l’Alta autorità della CECA e la Commissione della CEE e dell’Euratom (v. anche Commissione europea). Infatti, se i Trattati di Roma avevano costituito per le tre Comunità un’unica Corte di giustizia e una sola Assemblea parlamentare, l’esecutivo comunitario restava diviso in due istituzioni distinte (v. anche Corte di giustizia dell’Unione europea; Parlamento europeo). L’intervento di W. aprì il dibattito sulla necessità di una loro risistemazione, indicando la strada che avrebbe condotto al Trattato sulla fusione degli esecutivi del 1965, il quale unificava le due Commissioni (CE ed Euratom) e l’Alta autorità della CECA da un lato, e i tre Consigli dall’altro (v. Consiglio dei ministri).

Oltre ad aver esercitato l’attività politica per tutta la vita, W. approfondì i suoi studi nell’ambito del diritto internazionale e di quello comunitario, apportando spesso importanti e significativi contributi di cui sono testimonianza le sue numerose pubblicazioni. Va infine ricordato il suo interesse per il diritto costituzionale, specialmente in relazione al caso concreto del Belgio, interesse che lo spinse ad approfondire temi quali il bicameralismo e lo Stato federale, anticipando il dibattito sulla riforma federale del Belgio del 1993.

Filippo Maria Giordano (2012)