Zagari, Mario

Z. nacque a Milano il 14 settembre 1913. Laureatosi all’Università di Milano in giurisprudenza, si avvicinò allo studio dell’economia politica e fu borsista presso l’Università di Berlino divenendo poi assistente all’Università di Milano.

Durante la guerra prestò servizio militare come ufficiale degli Alpini, inquadrato nella divisione Julia, riportando una decorazione al valor militare. Entrato nella lotta clandestina, contribuì a dar vita al Movimento di unità proletaria, nato a Milano nel gennaio 1943 sotto la guida di Lelio Basso. Dopo il ritorno in patria di Pietro Nenni, Z. partecipò alla formazione del Partito socialista di unità proletaria (PSIUP), nella cui direzione entrò a far parte.

Z. partecipò attivamente alla Resistenza militare romana, in particolare agli scontri di Porta San Paolo. Nell’ottobre del 1943 venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, dal quale però riuscì a evadere. Riprese dunque l’attività partigiana nel fronte militare della Resistenza, e fu membro effettivo e poi supplente del Comitato di liberazione nazionale. Risale a questo periodo la frequentazione e l’amicizia con Eugenio Colorni, uno degli europeisti della prima ora, coautore insieme ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi del Manifesto di Ventotene.

Nel vivace dibattito che attraversò il socialismo italiano all’indomani della fine della guerra, in merito ai rapporti con il Partito comunista, alla prospettiva dell’unificazione fra i partiti dei lavoratori e all’attitudine nei confronti dell’Unione Sovietica, Z. si schierò su posizioni autonomiste. In questa prospettiva la creazione di un’Europa “terza forza”, autonoma rispetto alle due superpotenze, era vista come la sola risposta al pericolo che il definirsi di due blocchi internazionali contrapposti in lotta per il potere portasse al soffocamento delle lotte dei lavoratori e della prospettiva socialista. Forte di queste convinzioni, Z. nel 1946 fu tra i fondatori della corrente interna al PSIUP denominata “Iniziativa socialista”, che raccoglieva una buona parte della componente giovanile e si schierava su posizioni di autonomia nei confronti dei comunisti e di confronto con gli esperimenti socialisti nei paesi del Nord dell’Europa, in specie il Regno Unito. Iniziativa socialista ottenne un grande successo al congresso di Firenze dell’aprile 1946, a seguito del quale Z. fu nominato responsabile dell’Ufficio internazionale del Partito socialista italiano (PSI), ma di fronte all’irrigidirsi della dirigenza del partito su posizioni frontiste, Z. nel gennaio 1947 fu tra i promotori della scissione socialdemocratica ed entrò nel Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI).

Il 2 giugno 1946 Z. venne eletto deputato nell’Assemblea costituente. Egli diede il suo contributo soprattutto alla formulazione della parte della Carta relativa al ruolo dell’Italia nella politica internazionale, in specie dell’articolo 11.

Eletto deputato nel 1948 nelle file del PSLI, fu membro della direzione di tale partito (Partito socialista democratico italiano, PSDI, dal 1952) dal 1947 al 1949 e dal 1951 al 1958. Nel 1948 fondò e diresse a lungo la rivista “Iniziativa europea” e poi “Sinistra europea”. Diresse altre numerose testate, tra cui dal 1953 il quotidiano “La Giustizia”, tutte improntate allo sforzo di delineare una politica di sostegno all’integrazione e di analisi delle questioni economiche internazionali.

Z. fece parte della sinistra socialdemocratica e si trovò spesso in polemica con le scelte dell’ala moderata del partito. Gli esponenti di Iniziativa socialista infatti si astennero in Parlamento nella votazione sull’Adesione all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, ritenendo che tale scelta compromettesse le prospettive di creazione di un’Europa indipendente dai due blocchi, e continuarono a battersi per l’unità delle forze socialiste. In questa ottica Iniziativa socialista, con Z., Giuseppe Faravelli, Ugo Guido Mondolfo, fu tra le correnti che parteciparono alla nascita del Partito socialista unitario (PSU) nel 1949, guidato da Giuseppe Romita a sua volta uscito dal PSI. Il PSU poi confluì nel PSLI nel maggio 1951.

Nell’ambito europeista, dopo una breve esperienza come membro dell’Assemblea parlamentare della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), Z. fu tra i fondatori, nell’autunno 1955, del Consiglio italiano del Movimento europeo (CIME). In seguito aderì al Comitato italiano per la democrazia europea (CIDE), fondato nel dicembre 1963 da Spinelli, un gruppo di pressione animato da personalità del centrosinistra convinte che il rinnovamento del paese fosse strettamente legato a una politica di costruzione della democrazia europea. Nell’ambito del CIDE, Z. fu tra gli estensori, insieme a Spinelli, Leopoldo Elia e Aldo Garosci, di uno dei documenti più significativi elaborati dal Comitato, la Nota sulla democratizzazione della Comunità, del gennaio 1964, in cui si invitava il governo italiano a chiedere l’elezione diretta del Parlamento europeo entro il 1965.

Nel 1956, all’indomani dei fatti di Ungheria, Z. ebbe colloqui con Guy Alcide Mollet, Pierre Cormin, poi con Morgan Phillips, allo scopo di ottenere il sostegno dell’Internazionale socialista alla sua richiesta di convocazione di un congresso per l’unificazione socialista. Erano soprattutto i socialisti francesi e belgi a spingere per la creazione di un forte partito socialista italiano a sostegno dell’integrazione. Fallito il tentativo del 1956, Z., insieme ad altri esponenti della sinistra del PSDI, come Faravelli, Ezio Vigorelli e Matteo Matteotti, uscirono dal partito per costituire il Movimento unitario di iniziativa socialista, poi confluito, nel giugno 1959, nelle file del PSI.

Nel 1961 Z. divenne membro del Comitato centrale del PSI, con l’incarico di dirigere il Centro di documentazione della direzione socialista. Nel 1962 venne eletto consigliere comunale di Roma. Nel 1963 tornò in Parlamento come deputato del PSI, e fu poi riconfermato in tale posizione nel 1968, nel 1972 e nel 1976. Dal 1964 fu vicepresidente del gruppo parlamentare socialista.

Membro per molti anni, a partire dal 1958, dell’Esecutivo internazionale della Sinistra europea, ne fu vicepresidente, nonché presidente della sezione italiana. Nel 1960 fu uno dei tre inviati dal PSI alla IV Conferenza dei partiti socialisti dei paesi del Mercato europeo comune (MEC) (v. Comunità economica europea) e si batté, contro le tesi tedesche e dei belgi, per approdare quanto prima alle elezioni dirette dell’Assemblea parlamentare europea, nonché alla riunificazione delle tre Comunità.

Le responsabilità di governo di Z. iniziarono con gli esecutivi di centrosinistra guidati da Aldo Moro e Mariano Rumor, nell’ambito dei quali fu sottosegretario agli Esteri dal 1964 al 1969, a parte la breve parentesi del II ministero Leone. In questa veste Z. ricoprì incarichi legati al settore culturale e della cooperazione scientifica e tecnica internazionale e si occupò anche dei temi del disarmo. Curò particolarmente il rafforzamento dei rapporti fra l’Italia e i paesi dell’Europa dell’Est e con i paesi in via di sviluppo. Nel 1968 fu presidente della Delegazione italiana alla seconda sessione della Conferenza della Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (United Nations conference on trade and development, UNCTAD). In ambito europeo, in questo periodo, Z. si impegnò soprattutto nel realizzare le condizioni per l’adesione della Gran Bretagna alla Comunità economica europea (CEE), collaborando strettamente con Nenni.

Da un punto di vista degli indirizzi politici strategici, Z. guardava con preoccupazione al gap tecnologico dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti e riteneva necessario che la sinistra si impegnasse a realizzare una politica di programmazione economica e di ricerca su scala continentale.

Dopo l’esperienza di sottosegretario agli Esteri, Z. venne nominato ministro per il Commercio estero nel terzo gabinetto Rumor e nel governo guidato da Emilio Colombo, tra il marzo 1970 e il gennaio 1972. Partecipò così alla realizzazione dell’ingresso della Gran Bretagna nella CEE. Grazie al ruolo di responsabile del Commercio estero, Z. ebbe modo di confermare la sua convinzione che fosse necessario non focalizzarsi sui rapporti Est-Ovest ma guardare anche ai rapporti con i paesi in via di sviluppo e alle dinamiche dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Inoltre, Z. compì, nel maggio 1971, la prima visita ufficiale del governo italiano nella Repubblica Popolare Cinese, firmando un accordo di cooperazione. Successivamente fu responsabile dell’ufficio internazionale della direzione nazionale del PSI, e tra il luglio 1973 e l’ottobre 1974 ministro di Grazia e giustizia nel quarto e nel quinto ministero Rumor.

Z. visse anche l’esperienza di parlamentare europeo. Già membro dell’Assemblea a partire dal 1976, ne divenne uno dei vicepresidenti. Nel 1979 fu poi eletto per il PSI nelle prime Elezioni dirette del Parlamento europeo, nel quale fu riconfermato nel 1984. Durante l’acceso dibattito sulla nascita del Sistema monetario europeo (SME) nel 1978 egli, in qualità di vicepresidente del Parlamento europeo, rilanciò con forza il tema dell’impatto politico dello SME e la necessità di rafforzare, allo stesso tempo in cui si imponevano rigidi parametri monetari, i meccanismi democratici del processo d’integrazione. Lo SME non andava trasformato per Z. in un vincolo esterno imposto dalle diplomazie ma andava accompagnato dal rafforzamento della politica europea e del Parlamento europeo come campo d’azione futuro delle forze socialiste organizzate in formazioni sovranazionali.

In seguito, Z. fu presidente di vari enti, tra i quali l’Istituto nazionale per l’informazione e, dal 1980, l’Istituto per gli studi sull’Europa e sui paesi in via di sviluppo (ISEPS). In questa veste Z. promosse e partecipò come relatore a numerosi convegni internazionali, in particolare sul tema dei rapporti tra l’Europa e i paesi del Mediterraneo. Dal 1987 fu presidente del CIME fino al 1995, quando fu sostituito da Giorgio Napolitano. In conclusione ci pare significativo riportare alcuni passi delle riflessioni di Z. sul senso dell’integrazione europea rilasciate pochi anni prima di morire: «Il grande errore in cui siamo incorsi tutti, allora [gli anni Cinquanta] come oggi, ha a che vedere con la relazione tra le istituzioni europee e la storia: le istituzioni sono il prodotto della storia, non il contrario. Non esiste una dinamica inevitabile inscritta nella Comunità europea […]. Vedo molti pericoli pendere sul capo dell’Europa, intrappolata in un consumismo frenetico che le fa perdere di vista i suoi obiettivi e la sua identità. Una delle sfide maggiori che l’Europa deve affrontare, di cui mi sono occupato sin dagli anni Settanta, è rappresentata dalle condizioni del Sud del mondo e dal fondamentalismo islamico che ne deriva» (v. Griffiths, 1993, p. 105). Z. Morì a Roma il 29 febbraio 1996.

Francesco Petrin (2010)




Zapatero, José Luis Rodríguez

Z. (Valladolid 1960) crebbe a León in una famiglia benestante di tradizione democratica e progressista. Il nonno paterno, capitano repubblicano, durante la guerra civile era stato giustiziato dai nazionalisti di Franco, mentre il nonno materno aveva sempre professato idee liberali. Il padre amava discutere di politica con José Luis e con il fratello Juan durante la loro adolescenza, inculcando loro in primis i principi della tolleranza e del rispetto dei Diritti dell’uomo.

Z. studiò dapprima presso la scuola religiosa Discípulas de Jesús, quindi nel Colegio Leonés. Negli anni Settanta si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di León, conseguendo la laurea nel 1982. Parallelamente cominciò a interessarsi alla politica, partecipando nell’agosto 1976, per la prima volta, a una manifestazione pubblica del Partido socialista obrero español (PSOE) a Gijón. In tale occasione fu affascinato dalle parole pronunciate dal leader Felipe González, nonostante le precedenti simpatie comuniste.

Il suo impegno politico iniziò tuttavia soltanto l’anno successivo quando, durante la campagna elettorale per le politiche, Z. aiutò sia il PSOE che il Partido comunista español (PCE). Alla fine, comunque, optò per l’iscrizione al PSOE: il suo primo incarico significativo risale al 1982, quando divenne capo dell’organizzazione giovanile socialista nella provincia di León. Z. in quel periodo sosteneva la sinistra del partito, l’ala che chiedeva cioè a González una politica sociale più coraggiosa.

Dal 1982 iniziò inoltre a collaborare con l’Università di León come assistente di Diritto costituzionale, ma ormai il suo interesse principale era rivolto alla sfera politica. Di conseguenza, nel 1986 fu candidato e venne eletto in Parlamento nelle file del PSOE, diventando il più giovane deputato delle Cortes. Nominato segretario generale del PSOE a León nel 1988, si allontanò progressivamente dalla sinistra del partito, che nei primi anni Novanta aveva trovato un punto di riferimento importante in Alfonso Guerra.

Rieletto in Parlamento nel 1989, nel 1993 e nel 1996, a partire da quest’ultimo anno entrò a far parte dell’esecutivo federale nazionale del partito. Negli anni del primo governo di José María Aznar (1996-2000) si distinse come un intransigente contestatore del piano energetico nazionale elaborato dal Partido popular (PP), oltre che come fautore dell’aumento delle pensioni per i militari non professionisti che avevano combattuto per la Repubblica nella guerra civile. Per il suo impegno, l’associazione dei giornalisti parlamentari gli assegnò nel 1999 il premio come “deputato rivelazione”. Rieletto in Parlamento nel marzo 2000, anno del trionfo del PP, in aprile Z. fondò il movimento “Nueva via”, una sorta di corrente organizzata all’interno del partito a sostegno di una società multietnica, culturalmente aperta e accogliente, attenta ai diritti civili e sensibile ai problemi sociali. Eletto in luglio segretario del PSOE al posto del dimissionario Joaquín Almunia, Z. divenne l’artefice di una linea di opposizione costruttiva al secondo governo Aznar (2000-2004), una linea pragmatica, che prendeva le mosse dalla constatazione dell’alto grado di consenso di cui godevano in quel momento i popolari nel paese.

Nel marzo 2004, a sorpresa, Z. vinse le elezioni politiche sconfiggendo il primo ministro uscente José María Aznar, cui venne imputata non tanto la colpa di non aver saputo prevenire il tragico attentato terroristico alla stazione di Atocha a Madrid, che, tre giorni prima del voto, aveva provocato la morte di 191 persone, quanto le bugie diffuse nei giorni immediatamente successivi, con il maldestro tentativo di attribuirne la responsabilità non a integralisti islamici affiliati ad al-Qaeda, bensì agli odiati separatisti baschi dell’Euskadi Ta Askatasuna (ETA).

Tra i primi impegni assunti da Z. come premier si deve ricordare il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq, in risposta alla crescente avversione dell’opinione pubblica verso quel conflitto. Seguirono quindi provvedimenti economici e sociali tesi a migliorare la rete infrastrutturale del paese, a sostenere la ricerca e diminuire la precarietà nel lavoro, a incrementare pensioni e salari minimi, nonché a garantire l’assistenza alle persone non autosufficienti. Il suo governo si distinse però soprattutto nell’ampliamento della sfera dei diritti civili, grazie a misure che eliminarono progressivamente le discriminazioni verso le donne, gli immigrati e gli omosessuali, e in riferimento a norme a tutela della laicità dello Stato.

Z. si adoperò inoltre nella riforma dello statuto delle autonomie, cercò di mettere fine al terrorismo degli indipendentisti baschi attraverso un dialogo con l’ETA, si impegnò in una politica della memoria tesa a riconoscere i debiti della Spagna democratica nei confronti delle vittime della guerra civile e del franchismo, affrontò la delicata questione della riforma del sistema televisivo e provò infine a incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Il primo governo Z. fu anche caratterizzato dall’adozione di una politica estera europeista, tesa a ricercare innanzitutto la collaborazione con Francia e Germania, laddove Aznar aveva invece privilegiato l’intesa diretta con gli USA. Egli pertanto sostenne il Trattato costituzionale europeo (v. Costituzione europea), che la Spagna approvò tramite referendum popolare nel febbraio del 2005 con oltre il 76% di voti favorevoli, e dopo la bocciatura di quest’ultimo da parte degli elettori francesi e olandesi, promosse il nuovo Trattato di Lisbona.

I risultati conseguiti dal governo Z. vennero tuttavia disconosciuti dall’opposizione di destra guidata da Mariano Rajoy, che optò per la linea del “muro contro muro” arrivando perfino a mettere in dubbio la legittimità di un esecutivo eletto, a suo avviso, sull’onda emotiva di una tragedia. Questa strategia politica messa in atto dal PP tuttavia non pagò a livello elettorale, e così, nel marzo del 2008, Z. venne confermato alla guida del paese, trovandosi però a governare in un contesto completamente differente, caratterizzato dalla crisi economica, dall’aumento della disoccupazione, specialmente quella giovanile, e dalle difficoltà politiche derivanti dal mancato raggiungimento della maggioranza assoluta di seggi in Parlamento.

Z. questa volta fu perciò costretto a fare i conti con una crisi che nel paese iberico si aggravò di mese in mese, e che gli impose, suo malgrado, un cambio di linea economica, con un taglio sensibile alla spesa pubblica e al welfare, oltre a una riduzione dei costi della politica. Contestualmente egli provò a ricucire i rapporti con la Chiesa cattolica, che si erano pericolosamente deteriorati nel corso del suo primo governo, nonché quelli con gli USA, raffreddatisi dopo il disimpegno dalla guerra in Iraq, ma subito migliorati sotto la nuova presidenza Obama. Nel frattempo emersero però nuove tensioni interne, che resero più difficili i rapporti tra governo e sindacati: la sconfitta alle Elezioni dirette del Parlamento europeo del giugno 2009, con il PSOE ampiamente superato dal PP, rifletteva bene la fine del feeling tra Z. e il paese.

A livello europeo, Z. ricoprì, in qualità di presidente del governo spagnolo, nel secondo semestre del 2010 la Presidenza dell’Unione europea, seppure in coabitazione con il belga Herman Van Rompuy, presidente permanente del Consiglio europeo. La presidenza spagnola è stata caratterizzata da un forte dinamismo, anche se purtroppo le gravi difficoltà economiche del paese impedirono a Z. di giocare quel ruolo da protagonista che aveva probabilmente auspicato.

Al momento del suo insediamento Z. indicò tra le priorità dell’Unione europea (UE) la piena attuazione delle riforme previste dal Trattato di Lisbona, l’adozione di misure straordinarie in risposta alla crisi economica, un piano UE contro la violenza alle donne e per l’uguaglianza tra i sessi. Durante questo semestre egli si impegnò pertanto su questi punti, e si adoperò inoltre per l’approvazione della strategia “Europa 2020”, che disegnava un futuro nuovo modello di sviluppo per la UE, per una maggiore trasparenza degli istituti di credito europei e per la riforma del Patto di stabilità e crescita. Una particolare attenzione venne infine dedicata ai rapporti tra la UE e i paesi extraeuropei, e furono specialmente rafforzate le intese con gli Stati dell’America Latina.

L’aggravarsi della crisi economica, drammaticamente arrivata sino alle soglie di un rischio default per il suo paese, costringendo Z. a varare un piano di austerità molto severo nel maggio 2010, lo spinse a indire elezioni anticipate per l’autunno del 2011 e a non ricandidarsi alla guida del governo: al suo posto il PSOE schierava Alfredo Pérez Rubalcaba, ministro degli Interni, e dall’ottobre 2010 anche vicepresidente, nel governo Z. Nel biennio 2010-2011 il premier Z. seguì fedelmente le ricette neoliberiste europee per far fronte alla crisi, ma nell’ultima fase del suo mandato avanzò qualche critica all’UE, all’Eurozona e soprattutto alla Banca centrale europea (BCE), auspicando la creazione di un’Unione più integrata e solidale.

Guido Levi (2010)




Zeman, Miloš

Z. (Kolin 1944) descrive la sua prima giovinezza come solitaria e afferma di aver trascorso in quegli anni più tempo sui libri che in compagnia di amici. Dopo essersi diplomato in una scuola secondaria superiore a indirizzo economico, gli fu negato l’accesso a qualsiasi corso di istruzione universitaria, per ragioni politiche relative al retroterra “borghese” della sua famiglia. Trascorsero quattro anni prima che potesse iscriversi alla facoltà di Economia di Praga, presso la quale si laureò nel 1969.

Durante la Primavera di Praga, nel 1968, Z. si iscrisse al Partito comunista guidato dal riformista Alexander Dubcek, ma dopo l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia venne espulso dal partito per le sue critiche nei confronti della nuova linea dura del regime. Nel luglio 1968 chiese di diventare membro del riemergente Partito socialdemocratico, ma non trascorse molto tempo prima che i comunisti riducessero il partito al silenzio. Da quel momento Z. ebbe difficoltà a trovare un’occupazione. Riuscì successivamente a entrare in un’organizzazione sportiva al cui interno sviluppò un centro di pronostici sulle attività sportive. Il centro venne chiuso nel 1984 a causa degli studi critici sugli sviluppi sociali del paese che si svolgevano al suo interno. Allora Z. si impiegò in un’organizzazione agricola dove, tuttavia, si ripropose la stessa situazione e nel 1989 venne licenziato.

Nel novembre 1989, la “Rivoluzione di velluto” fece cadere il regime comunista in Cecoslovacchia e iniziarono a emergere nuovi gruppi politici. Il più eminente fu il Forum civico guidato dall’allora dissidente Václav Havel. Z. entrò a farne parte diventando deputato dell’Assemblea federale cecoslovacca nel 1990. Nel 1992 divenne membro del risorto Partito socialdemocratico cecoslovacco (Česká Strana Sociálne Demokratická, ČSSD) e venne rieletto all’Assemblea federale nelle prime elezioni libere tenutesi nello stesso anno.

Dopo la divisione della Cecoslovacchia, nel 1993 il Partito socialdemocratico cecoslovacco cambiò il proprio nome in quello di Partito socialdemocratico ceco. Z. venne eletto presidente del partito e successivamente confermato in tale carica in tre successivi congressi del partito. Nel 1998, dopo cinque anni con Z. alla presidenza del partito, il ČSSD, viste le difficoltà attraversate dal governo di minoranza di Václav Klaus in merito a segnalati casi di corruzione e alla crisi economica, emerse come la forza maggiore nella politica ceca, con il 32% dei voti.

Dal 1996 al 1998 Z. fu presidente della Camera dei deputati della Repubblica Ceca, mentre il leader del Partito democratico civico di centrodestra (Občanská demokratická strana, ODS), Václav Klaus, divenne primo ministro. Questa soluzione mostrò l’indebolimento dell’influenza di Klaus sulla politica ceca e sulla gestione politica dell’esecutivo nelle camere parlamentari.

Nel luglio 1998 Z. fu nominato primo ministro, ma non riuscì a formare una coalizione di governo. Decise allora di procedere con un governo di minoranza, dopo che l’Unione democratica cristiana/Partito popolare cecoslovacco (Křesťanská a demokratická unie/Československá strana lidová, KDU/ČSL) uscì dalle trattative per la coalizione. Questo governo durò per quattro anni e Z. raggiunse alcuni importanti risultati. Egli reinserì la partecipazione all’Unione europea (UE) tra le priorità dell’agenda di governo e della politica. Z. riuscì a riorientare la politica di adesione all’UE da questione esclusiva di politica estera a questione di politica interna e di riforme. La sua amministrazione coincise, infatti, con una forte spinta verso l’armonizzazione politica e legislativa all’interno dell’Acquis comunitario. Ciò rese possibili riforme cruciali che non erano state attuate dal governo precedente, come quelle nell’amministrazione pubblica e territoriale e lo sviluppo della politica industriale. In questo senso, Z. fornì quella spinta di cui la Repubblica Ceca era carente, per avviare il processo di adeguamento ai requisiti di adesione all’Unione. Quando ottenne l’incarico, la Repubblica Ceca era descritta dalla Comunità europea come paese “in ritardo”.

Z. come politico non sembrò dare molta importanza alla propria immagine mediatica e non cercò mai di nascondere il proprio disprezzo verso i giornalisti. «Sporcizia, feccia, dilettanti, bugiardi, idioti, prostitute» erano i termini usati sovente da Z. per descrivere i giornalisti (v. Spritzer, 2003). Sebbene Z. godesse della stima di alcuni partiti della sinistra europea, le sue esternazioni non si rivelarono positive per la sua immagine in altre parti del mondo. Durante una visita in Israele paragonò il leader palestinese Yasser Arafat ad Adolf Hitler. Allorché un giornalista della TV israeliana chiese a Z. se avesse voluto affermare che vi erano somiglianze tra il Terzo reich di Hitler e l’Autorità palestinese di Arafat, il primo ministro ceco rispose quanto segue: «Se somiglia a un’anatra, se razzola come un’anatra, se starnazza come un’anatra, se ha il sapore di anatra, è un’anatra» (v. Spritzer, 2003).

Nel 2001 Z. passò di propria volontà le consegne della direzione del ČSSD a Vladimir Spidla. Questa rinuncia gli permise di concentrarsi meglio sul proprio incarico di primo ministro e di ricomporre le divisioni interne al ČSSD. Tuttavia, l’armonia tra i due uomini non durò. Z. mantenne un atteggiamento astioso verso il suo successore, specialmente su temi quali la politica economica e la presidenza. Nel 2003 fece un tentativo fallimentare per ottenere la presidenza. Il primo ministro Spidla non aveva altra scelta che opporsi alla candidatura di Z., poiché quest’ultima avrebbe inevitabilmente diviso il partito, considerato il deterioramento delle relazioni tra la propria fazione e quella di Z. Per la verità, i sostenitori di Z. all’interno della fazione parlamentare del ČSSD rinunciarono a votare per il candidato ufficiale del partito nelle prime elezioni presidenziali del gennaio 2003, spianando così la strada a Z. per partecipare alle seconde elezioni dell’inizio di febbraio, nonostante la sua promessa di ritirarsi dalla politica. Come nelle prime elezioni, la fazione del ČSSD divise i suoi voti e Z. patì una sconfitta imbarazzante al primo turno, per la quale accusò Vladimir Spidla. La divisione interna al ČSSD spianò la strada a Václav Klaus. Tuttavia, le divisioni interne nel ČSSD persistettero. Spidla diede le dimissioni nel maggio del 2004.

Christian C. van Stolk (2006)




Zolotas, Xenofon

Z. (Atene 1904-ivi 2004) dopo gli studi in legge all’Università di Atene si specializzò in scienze delle finanze a Parigi, dove recepì le idee riformiste della socialdemocrazia europea. Trasferitosi in Germania, nel 1926 conseguì il dottorato di ricerca presso l’Università di Lipsia con una tesi intitolata Griechland auf dem Weg zur Industrialisierung (La Grecia sulla via dell’industrializzazione), nella quale affrontava il problema storico della modernizzazione economica in un paese agrario. Ritornato in Grecia nel 1928, iniziò a soli ventiquattro anni una brillante carriera accademica all’Università di Atene.

Membro del Consiglio superiore dell’Economia (1932) e della delegazione greca al Consiglio economico dell’Intesa balcanica (1934-1939), Z. si impose nella vita politica nazionale con un indiscusso carisma intellettuale. Benché le sue idee sul socialismo liberale incontrassero il netto dissenso degli ambienti conservatori, egli conservò gli incarichi pubblici dopo il crollo della Repubblica e l’instaurazione della dittatura del generale Metaxas (1936). Nel 1941, all’indomani dell’invasione della Grecia da parte delle forze dell’Asse, fondò l’Unione socialista, assieme ad altri esponenti politici di formazione riformista, tra i quali Iorgos Papandreu, presidente del primo governo nominato dopo la Liberazione.

Nell’ottobre 1944, Z. fu nominato governatore generale della Banca di Grecia, carica che conservò per un periodo di appena tre mesi. In questo breve e tormentato periodo, Z. riuscì ad adottare misure decisive per il risanamento finanziario della Grecia, ridotta alla bancarotta dalle conseguenze economiche dell’occupazione. Siglato l’accordo con le autorità britanniche per la stabilizzazione monetaria del paese, nel mese di novembre varò il piano per la riconversione della dracma. Nell’immediato dopoguerra, Z. fu nominato presidente del Consiglio d’amministrazione della Banca dell’agricoltura di Grecia e responsabile per la Grecia del Fondo monetario internazionale, nonché membro della commissione greca dell’United Nations relief and rehabilitations administrations (UNRRA) per la gestione degli aiuti umanitari americani.

Dopo la fine della guerra civile seguita alla Liberazione (1946-1949), fu ministro per il Coordinamento nel governo presieduto da Dimitrios Kiousopoulos, con il quale nel 1953 si chiuse la parentesi dei governi di coalizione, espressione delle correnti moderate e dei circoli liberali riformisti, che avevano caratterizzato la prima incerta fase di stabilizzazione politica del paese. Nel nuovo quadro politico, delineato dall’ascesa al potere delle destre guidate dal maresciallo Papagos, Z. rimase consulente del governo per le questioni finanziarie. Esaurita la prima fase del risanamento monetario del dopoguerra, nel 1953 egli diede un decisivo apporto alla riforma monetaria che, con un’ulteriore riconversione della dracma e una svalutazione del 50% della moneta greca in rapporto al dollaro, ancorò definitivamente la ripresa economica della Grecia al mercato statunitense.

Nel 1955, quando Konstantinos Karamanlis fu chiamato dal re a sostituire il defunto maresciallo Papagos alla guida del governo, Z. fu nominato di nuovo governatore generale della Banca di Grecia. In piena sintonia con l’orientamento europeista del primo ministro e con la firma, nel 1957, degli Accordi di Roma che prefigurarono la graduale integrazione della Grecia nell’area del Mercato comune europeo, Z. si fece promotore di una politica di stabilizzazione economica e finanziaria volta a sostenere la candidatura del suo paese come futuro Stato membro della Comunità economica europea (CEE).

Passato attraverso i molteplici cambiamenti di regime politico interno susseguitisi in oltre trent’anni di carriera politica, nel 1967, dopo il colpo di Stato dei Colonnelli, Z. abbandonò sia l’incarico di governatore generale della Banca di Grecia sia la cattedra universitaria, con un duplice atto di dimissioni compiuto all’insegna della più netta opposizione nei confronti della dittatura militare. Nel luglio 1974, all’indomani del crollo del regime, fu nominato ministro per le attività di Coordinamento nel governo di unità nazionale presieduto da Konstantinos Karamanlis. Insediatosi di nuovo ai vertici della Banca di Grecia, nel medesimo ruolo istituzionale che aveva rivestito nel biennio 1959-1961, diede un contributo decisivo alla ratifica degli accordi per l’ingresso definitivo della Grecia nella CEE siglati tra il 1979 e il 1981. Dopo la formazione, in quello stesso anno, del primo governo socialista nella storia del paese guidato dal Partito socialista panellenico (Panellinio sosialistiko kinima, PASOK) di Andreas Papandreu, fu sostituito nella carica di governatore generale della Banca di Grecia, divenendone presidente onorario.

Nel 1989, sullo sfondo della grave crisi politico-istituzionale provocata dall’ondata di scandali finanziari che coinvolsero lo stesso Papandreu e numerosi altri esponenti del PASOK, all’indomani di due tornate elettorali tenute a distanza di pochi mesi, Z. accettò all’età di 85 anni di presiedere il governo tecnico, appoggiato dai socialisti, dal partito di centrodestra della Nuova democrazia e dalle sinistre riunite nella coalizione della Synaspismos, incaricato di portare il paese fuori dall’impasse elettorale.

Konstantinos Kornetis (2010)