Aznar López, José María

A.L. (Madrid 1953) proviene da una famiglia di origine navarrese piuttosto in vista durante il franchismo. Il nonno di A.L., Manuel Aznar Zubigaray, fu un noto giornalista, scrittore e diplomatico, direttore dell’agenzia di stampa EFE e di diverse testate giornalistiche (tra cui la catalana “La Vanguardia”), ambasciatore spagnolo all’ONU, in Marocco, in Argentina e nella Repubblica Dominicana e ministro plenipotenziario negli Stati Uniti. Il padre, Manuel Aznar Acevedo, falangista di Bilbao, fu soprattutto un giornalista radiofonico.

Nel 1975, il giovane A.L., dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’università Complutense di Madrid, decide di intraprendere la carriera nell’amministrazione pubblica e vince il concorso per entrare nel corpo degli ispettori delle finanze, diventando, l’anno successivo, funzionario del ministero. Nel 1978 A.L. lascia Madrid per trasferirsi, destinato dal ministero, a Logroño, una città della regione de La Rioja, nel nord della Spagna.

Dopo la morte di Franco, avvenuta nel novembre 1975, la Spagna attraversa una fase storica cruciale e delicatissima – la cosiddetta “transizione” – durante la quale, in maniera progressiva, le strutture dello Stato franchista vengono modificate per essere sostituite con quelle proprie di una nazione democratica. Un processo politicamente lungo e complicato, sorretto da fragili equilibri e dall’esito non scontato, segnato da grandi slanci, decisioni coraggiose, ma anche da scelte contraddittorie e brusche interruzioni. Un periodo di grandi mobilitazioni ed entusiasmi, di forte partecipazione popolare, in cui i temi in discussione e le trasformazioni richieste o prospettate coinvolgono, trasversalmente, tutti gli abitanti della nazione.

È in un simile contesto sociale, agitato da sollecitazioni e spinte differenti e opposte – ansia di partecipare al rinnovamento, paura del futuro e desiderio di conservare il passato – che A.L. comincia a interessarsi attivamente di politica. Benché, già durante gli anni del liceo, avesse militato nel Frente de estudiantes sindicalistas (FES), un’organizzazione di estrema destra legata agli ideali del falangismo di José Antonio Primo de Rivera e critica nei riguardi del Movimiento naciónal (il partito unico franchista) è con il dibattito intorno alla nuova Costituzione che A.L. si fa conoscere negli ambienti della destra conservatrice. Frequenta soprattutto Alianza popular (AP), federazione che riunisce piccoli partiti liberali e democratico-cristiani, guidata da Manuel Fraga Iribarne, più volte ministro durante la dittatura, ambasciatore e, dagli anni Settanta, rappresentante di una corrente “aperturista” all’interno del regime, propensa all’idea che il franchismo debba – anche se timidamente – riformarsi e aprirsi al centro politico. Dagli articoli che A.L. pubblica in quel periodo (per esempio sul giornale “La Nueva Rioja”) emergono giudizi piuttosto critici nei confronti della nuova Carta costituzionale, soprattutto in merito alla questione del futuro assetto istituzionale e dello Stato delle autonomie. A.L. non nasconde la propria preoccupazione per un’eventuale frammentazione o, addirittura, una possibile rottura dell’unità nazionale spagnola come conseguenza della creazione di comunità autonome e delle sempre più ampie competenze concesse alle diverse regioni (Catalogna, Galizia e Paesi Baschi, innanzitutto).

Nel 1979 A.L. s’iscrive ad AP, diventando segretario generale della regione de La Rioja. La sua carriera politica non è che agli inizi. È nominato secondo segretario della Commissione Costituzionale e consigliere di altre commissioni come quella de Presupuestos, Régimen de las administraciones públicas y mixta per questioni riguardanti la Corte dei conti. Nel 1981 entra a far parte del Comitato nazionale del partito in qualità di vicesegretario per le comunità autonome, mentre nel febbraio dell’anno seguente, durante il V congresso di AP, viene eletto segretario aggiunto al segretario nazionale. Intanto però il partito di Fraga non consegue i risultati sperati, subendo una pesante sconfitta tanto nelle elezioni generali del 1977 (in cui raggiunge l’8,21% delle preferenze) come in quelle legislative del 1979 (dove AP – sotto il nome di Coalicción democrática – ottiene uno scarso 6,05%). Trionfatrice di quelle consultazioni è l’Unión de centro democrático (UCD), formazione fondata dal primo ministro Adolfo Suárez, capace di coagulare attorno a sé i voti degli elettori di centrodestra. Nelle elezioni generali dell’ottobre 1982 AP migliora nettamente. Tramontata l’epoca di Suárez e con l’UCD in gravissima crisi di consensi (dal 34,84% crolla al 6,77%), è il partito di Fraga (in coalizione con il Partido demócrata popular) a trarne i maggiori benefici, raggiungendo il 26,36% dei voti e diventando il secondo partito spagnolo alle spalle dei socialisti del Partido socialista obrero español (PSOE) di Felipe Màrquez González, trionfatori con il 48,11% dei consensi. Tra i 107 deputati che AP è riuscita a portare alle Cortes nelle elezioni del 28 ottobre si trova anche A.L., eletto per la provincia di Avila, una delle poche zone dove l’alleanza AP-PDP riesce a superare il PSOE.

Il referendum sulla permanenza della Spagna nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e le elezioni del 1986 segnano la fine della leadership di Fraga in AP. L’ex ministro di Franco, dopo la netta vittoria del “sì” (il partito ha, invece, invitato i suoi elettori ad astenersi) e la riaffermazione del PSOE nelle elezioni legislative di giugno, si dimette da segretario, aprendo la corsa al successore. A.L., che nel frattempo è diventato presidente di AP in Castiglia, non appoggia il candidato sostenuto da Fraga, Antonio Hernández Mancha, ma Miguel Herrero y Rodríguez de Miñón, un giurista, uno dei sette padri (con Fraga) della Costituzione ed ex dirigente dell’UCD. La scelta di A.L. si rivela però sbagliata poiché a vincere è Hernández Mancha. Benché perda alcuni incarichi all’interno del partito, quest’errata valutazione non blocca l’ascesa del politico madrileno che, nel giugno 1987, grazie all’appoggio esterno del Centro democrático social, diventa il nuovo presidente della Giunta della regione autonoma della Castiglia-León.

AP non riesce a superare la crisi apertasi nel 1986: il nuovo segretario non solamente non risolleva le sorti del partito, ma come evidenziano i modesti risultati ottenuti nelle consultazioni locali ed europee del 1987, non arriva nemmeno a avvicinarsi alle percentuali ottenute dai socialisti del PSOE. Si va verso una nuova e profonda trasformazione del partito. Nel IX congresso nazionale, celebrato nel gennaio 1989, AP modifica il nome, diventando Partido popular (PP). Con il cambio ritorna Fraga, in qualità di presidente e poi di fondatore del nuovo soggetto politico. Le quotazioni di A.L. crescono, in quanto ha le caratteristiche del candidato ideale per scalzare o al meno scalfire il potere di Felipe González: giovane, ma con una certa esperienza di governo locale, d’idee liberal-conservatrici e privo di legami tanto con il franchismo come con le più recenti legislature ucediste.

Nel settembre 1989, con la benedizione politica di Fraga, A.L. diviene il candidato del PP alle elezioni legislative dell’ottobre di quello stesso anno. Il PSOE, tuttavia vince ancora, conservando – per pochi voti – la maggioranza assoluta, mentre il rinnovato partito conservatore spagnolo non va oltre un 25,79%. Nel 1990, durante i lavori del X congresso, A.L. consolida il proprio ruolo di capo dell’opposizione, ottenendo anche la presidenza del partito, ora che il vecchio leader Fraga, vinte le elezioni per la presidenza del governo autonomo galiziano, si ritira dalla scena nazionale per dedicarsi alla politica locale. Con abilità, pragmatismo, alternando forza e diplomazia, A.L. riesce a dare più unità al partito, a cancellare i personalismi e le lotte interne che avevano caratterizzato negativamente la storia della vecchia AP (eliminando le sette vicepresidenze) e a imporre un nuovo progetto politico che punti verso il centro e che sia espressione di una destra moderna in grado di interpretare i bisogni e le aspirazioni di un elettorato moderato. A.L. comprende che se si vuole far diventare il PP un’alternativa credibile al potere socialista è necessario: svecchiare il gruppo dirigente, marginalizzando personaggi legati al regime franchista, eliminare dal proprio bagaglio ideologico quegli elementi e simboli troppo marcatamente di destra o reazionari, richiamandosi, invece, a una tradizione liberale e democratico-cristiana di respiro europeo e, infine, adattare le strutture del partito alla nuova realtà spagnola delle diverse comunità autonome.

Se nelle elezioni del 1993 il PSOE conferma la propria supremazia, ma questa volta senza ottenere la maggioranza assoluta, il PP di A.L. fa un vero balzo in avanti, raggiungendo il 34,76%. Il declino socialista, dopo il lungo periodo di successi, sembra oramai inevitabile. I primi anni Novanta sono segnati dagli scandali – sempre più frequenti – che coinvolgono figure di spicco del governo e del partito di maggioranza. Si tratta per lo più di casi di corruzione, di malversazione o di arricchimento personale che mettono in evidenza però una fitta trama di comportamenti illegali di politici socialisti ed esponenti della società civile a essi legati (come nei casi di Juan Guerra, fratello del vicepresidente del governo Alfonso Guerra, di Luis Roldán, direttore generale della Guardia civil o del governatore della Banca di Spagna Mariano Rubio Navarro). Ma non solamente. Oltre alle accuse e ai sospetti di corruzione, nel 1994, un altro grave scandalo macchia l’ultima legislatura di Felipe González, quello dei Grupos antiterroristas de liberación (GAL). Organizzazione paramilitare segreta, nata nel 1983 e alle dirette dipendenze dei servizi d’intelligence spagnoli e del ministero dell’Interno, i GAL combattono il terrorismo basco di ETA utilizzando metodi illegali e violenti e operando come una sorta di squadrone della morte, spesso giungendo all’eliminazione fisica dei presunti terroristi. Se il giudice Baltasár Garzón aveva iniziato le indagini sull’attività dei GAL nel 1988, è nel 1994 che l’opinione pubblica viene a conoscenza del fatto che la cosiddetta “guerra sporca” – la guerra sucia – non è altro che un “terrorismo di Stato”, coperto, promosso e finanziato dalle istituzioni e da alcuni fra i suoi più alti funzionari. Gli indici di credibilità e di popolarità del governo socialista, ma soprattutto del primo ministro in persona, subiscono una caduta verticale: la maggioranza dell’opinione pubblica – sebbene i dirigenti socialisti facciano quadrato attorno al loro leader – è convinta che l’esecutivo fosse almeno a conoscenza dell’attività dei GAL.

A.L. sfrutta questo prolungato periodo di scandali in cui il governo è coinvolto, per chiedere le dimissioni di Felipe González. Le elezioni europee (v. anche Elezioni dirette del Parlamento europeo) e quelle municipali del 1994 e del 1995 sono anticipatrici del successo che i popolari ottengono in quelle legislative del 1996. Sebbene il PSOE contenga le perdite, il PP guidato da A.L. prevale con il 38,79% contro il 37,63% dei socialisti.

Spesso si è sottolineato come la vittoria di A.L. abbia portato con sé non solamente un cambio politico – dopo quattordici anni di governo socialista – ma anche generazionale. Il neo primo ministro quarantatreenne e i suoi collaboratori appartengono alla generazione successiva a quella di Felipe González e compagni, una generazione che aveva cominciato a impegnarsi politicamente quando il processo di democratizzazione era già in atto e che, di conseguenza, non aveva conosciuto la dittatura dal quel punto di vista, nemmeno nella sua ultima stagione. Questa nuova generazione di esponenti di centrodestra poteva guardare al franchismo come a una fase oramai conclusa e non ripetibile della recente storia di Spagna. In forza della loro età anagrafica, essi non erano costretti ad affrontare il “senso di colpa” o difendersi dalle accuse di connivenza con il regime com’era talvolta capitato ad altre personalità, specie nei primi due governi UCD e nella scomparsa AP. Lontano dall’aver ottenuto la maggioranza assoluta, A.L. per poter governare, deve cercare l’alleanza di quei partiti nazionalisti regionali che, in passato aveva criticato. Convergència i uniò (catalano), Partido nacionalista vasco (basco) e Coalición canaria (isole Canarie), sottoscrivono un patto di governabilità insieme ai popolari. In realtà, se da un punto di vista strettamente numerico sarebbero decisivi i soli voti della formazione catalana guidata da Jordi Pujol, A.L. insiste per includere nel patto anche baschi e canari. In cambio della fedeltà, il governo s’impegna a concedere maggiori autonomie e competenze alle comunità autonome in materia politica e fiscale (con un nuovo modello di finanziamento per le regioni e più responsabilità e libertà nell’imposizione, esazione e ridistribuzione delle tasse, con l’assegnazione del 30% dell’IRPEF). L’accordo stretto tra PP e forze autonomiste è un’importante novità politica, dato che durante la legislatura precedente, i catalani di CiU avevano limitato il loro supporto al governo socialista di González al voto di investitura.

La composizione del governo è il riflesso di quella molteplicità di esperienze e di sensibilità politiche che aveva dato origine ad AP prima e al PP poi. A.L., inoltre, si circonda di uomini di fiducia, persone che hanno condiviso le medesime esperienze, situazioni e scelte durante la lunga e non sempre facile evoluzione della destra spagnola, dai primi anni Ottanta fino al 1996. Come ministro della Presidencia e primo vicepresidente, A.L. sceglie l’aliancista e stretto collaboratore, Francisco Álvarez-Cascos Fernández, come ministro dell’economia, un altro militante dell’ex AP, l’amico Rodrigo Rato Figaredo, mentre agli Interni chiama Jaime Mayor Oreja, centrista e proveniente dall’esperienza UCD.

Rilancio dell’economia e lotta antiterrorista sono i due problemi che il primo governo popolare è chiamato a risolvere. Sebbene, quando A.L. sale al potere, la crisi congiunturale degli anni 1992-1994 sia ormai passata, i buoni risultati che l’economia spagnola riuscirà a raggiungere negli anni successivi si debbono attribuire anche alle scelte e alle strategie di politica economica operate dal suo governo. Le ricette sono quelle proposte dal liberalismo economico: deregulation dei mercati e dei servizi, ridotta presenza dello Stato nell’economia, maggiori liberalizzazioni e privatizzazioni, smantellamento dei monopoli, più concorrenza, riduzione della pressione fiscale e contenimento della spesa pubblica.

Sul piano economico, la vera sfida per l’esecutivo è quella di riuscire a rientrare nei rigidi parametri fissati dal Trattato di Maastricht in maniera che anche la Spagna possa accedere sin da subito – ovvero dal 1 gennaio 1999 – alla terza fase dell’unione monetaria. Le manovre economico-finanziarie intraprese dal governo popolare danno i loro frutti: l’inflazione è scesa all’1,8% nel 1997, il deficit delle amministrazioni pubbliche passa dal 7,3% del 1995 al 2,6% del 1997, mentre la crescita è intorno al 4%. Malgrado la Spagna non sia perfettamente in linea con i parametri europei sulla riduzione del debito pubblico, la nazione iberica entra lo stesso a far parte del primo gruppo di paesi che, dal 1999, adotteranno l’euro come moneta unica.

Se sul piano delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, il governo A.L. prosegua nell’opera già incominciata dai socialisti durante i primi anni Novanta, è possibile scorgere importanti differenze. Non solamente la sua azione risulterà meno timida, più sicura di sé e incisiva di quella portata avanti dal PSOE, ma anche i benefici e i ricavi di queste operazioni saranno di molto superiori. Vengono liberalizzati e sottoposti finalmente a un sistema basato sulla libera concorrenza settori importanti come quello dell’energia elettrica e del gas, dei trasporti (specie di quello aereo) o delle telecomunicazioni (si regola il mercato della televisione via cavo e vengono concesse licenze per la telefonia mobile). Nello stesso tempo l’esecutivo procede a importanti privatizzazioni. Si segue questa strategia: privatizzare prima quelle imprese pubbliche, come Repsol, Endesa, Telefónica, Argentaria ed Enagás, in grado, perché in attivo o perché potenzialmente remunerative, di attrarre sin da subito acquirenti e capitali e poi, con il ricavato di queste vendite (che risulteranno essere quattro volte superiori alle aspettative) risanare altre compagnie statali, questa volta meno floride o in decisa perdita. Una volta ristrutturate, queste ultime sono messe sul mercato, di nuovo appetibili per eventuali compratori privati, come avviene per Tabacalera, Aceralia, Iberia, Casa e Santa Bárbara. Alla fine del 1999, in mano pubblica rimangono le ferrovie (RENFE), infrastrutture come porti e aeroporti, alcune industrie legate a settori strategici come la difesa, le poste, la Huelleras del Norte o Hunosa (un’impresa di estrazione mineraria delle Asturie) e i cantieri navali IZAR. Benché la politica delle privatizzazioni abbia condotto a risultati positivi (guadagni per lo Stato, per i piccoli azionisti e, in generale, per l’economia) non mancano le critiche, rivolte all’opportunità di vendere certe compagnie, come la Telefónica, ma soprattutto riguardo all’uso che l’esecutivo fa della golden share (l’istituto giuridico che permette al governo di riservare un certo numero di azioni per sé nonché la possibilità di nominare un membro del consiglio di amministrazione), non rinunciando a far sentire il proprio peso e mettendo alla guida di certe società (come la già menzionata Telefónica) persone in qualche maniera legate a esponenti del governo e allo stesso primo ministro.

Il buon andamento dell’economia e un atteggiamento incline al dialogo permettono al governo di A.L. di riformare il rigido mercato del lavoro spagnolo – più flessibilità e occupazione a tempo parziale – garantendo, nello stesso tempo, il mantenimento di un clima di bassa conflittualità sociale. A questa mancanza di tensione contribuiscono fattivamente l’aumento dei salari e un importante calo della disoccupazione, che passa dal 23% al 15% nel periodo 1996-1999. Sempre durante questi anni il governo opera una ristrutturazione del sistema pensionistico e delle forme del suo finanziamento, correggendo certe incongruenze del passato. L’incremento del numero di occupati e l’emersione del lavoro in nero hanno ricadute positive anche sul bilancio della Seguridad social (più iscritti, più contributi versati e dunque maggiori entrate) che, vantando un attivo del 0,2% nel 1999, consente all’esecutivo di aumentare mediamente le pensioni minime del 5%. Per quanto riguarda la politica fiscale, il governo arriva a ridurre l’IRPEF dell’11% e a esentare dal pagamento delle imposte circa un milione e settecentomila persone appartenenti alle fasce più povere della popolazione. Sebbene la pressione fiscale media – per via della crescita dell’economia – tenda ad aumentare (dal 32% al 35%), quella diretta segna un chiaro decremento.

Se sul piano delle relazioni internazionali e delle scelte di politica estera si è spesso parlato di una certa “continuità” con quanto già fatto dalle precedenti amministrazioni socialiste, ciò non significa che il governo popolare rinunci a imporre una propria linea politica. Senza dubbio, già nella prima legislatura emergono quali sono gli orientamenti di A.L.: primo, una più decisa vocazione atlantista, conseguenza tanto dell’ammirazione nutrita per i modelli politici conservatori d’origine anglosassone (inglese e americana), quanto della sua distanza da quelli francesi, e, secondo, un maggior distacco – che sarebbe peesagerato bollare come euroscetticismo – nei riguardi dell’Europa, che non è più vista come l’unica soluzione possibile ai problemi spagnoli. Nel rapporto con la NATO (North Atlantic treaty organization), il governo A.L. cerca di superare le incertezze del PSOE – costretto a fare i conti con il giudizio negativo di una parte del suo elettorato – e lavora per un maggiore coinvolgimento della Spagna nell’Alleanza atlantica. Convinto che il ruolo della nazione iberica nel quadro internazionale debba essere più centrale e preoccupato che l’ingresso nella NATO di nuovi paesi dell’Europa orientale possa relegarla ai margini, A.L. insiste affinché la Spagna entri ufficialmente a far parte della struttura militare integrata e affinché al paese iberico venga assegnato un ruolo strategico all’interno del quadro difensivo del Mediterraneo occidentale e dell’Atlantico orientale. Ottiene dunque che il nuovo comando regionale della NATO sia ospitato su suolo spagnolo, a Retamares, vicino Madrid. Nel marzo 1999, aerei spagnoli integrati nella flotta NATO partecipano ai bombardamenti sulla Serbia e, nel giugno dello stesso anno, truppe spagnole prendono parte alla missione internazionale nel Kosovo. Completamente nuovo invece l’atteggiamento verso Cuba; il governo A.L. mostra tutta la propria ostilità alla dittatura di Fidel Castro tanto da un punto di vista diplomatico come da un punto di vista politico, congelando crediti e aiuti finanziari all’isola, esigendo riforme e aperture democratiche e sostenendo l’opposizione.

Il rapporto di A.L. con l’Unione europea è più articolato rispetto a quello del suo predecessore socialista. Il buon andamento dell’economia spagnola e il suo elevato tasso di crescita insieme alla richiesta avanzata da Germania, Olanda (v. Paesi Bassi), Austria e Svezia di non versare più fondi di coesione (v. Fondo di coesione) al gruppo di paesi della zona euro, rischiano di privare la Spagna di un’importante fonte di finanziamento per gli anni 2000-2006. A.L. inizia con gli altri membri dell’Unione un lungo e duro negoziato, minacciando di non votare l’ampliamento a Est, qualora la proposta di interrompere le sovvenzioni venisse approvata. La questione, ampiamente dibattuta, trova il suo culmine nel marzo 1999 al Consiglio europeo di Berlino, durante il quale il presidente del governo spagnolo, dopo un’estenuante maratona negoziale, non solamente riesce a convincere i partner europei, ma ottiene condizioni ancora migliori di quelle avute negli anni 1993-1999. Nei successivi sette anni Madrid incasserà 16,3 miliardi di pesetas – cifra che comprende i fondi di coesione, strutturali e agricoli – con un saldo netto con la UE di 1,2 miliardi di pesetas rispetto al periodo precedente.

La lotta antiterrorista è l’altro problema – insieme al rilancio dell’economia – che l’esecutivo A.L. è chiamato a risolvere. Tra il 1996 e il 2000 ETA continua la propria attività criminale, compiendo attentati, sequestri e omicidi (13 morti nel 1997 e 6 l’anno successivo). Tra le vittime c’è un consigliere comunale del PP di Ermua, Miguel Ángel Blanco, rapito e ucciso nel luglio del 1997. L’esecuzione del giovane politico popolare scatena una reazione di protesta, partecipata e spontanea, alla violenza di ETA che si diffonde in tutta la società spagnola, Paesi Baschi compresi. Uno sdegno e un rifiuto dei metodi terroristici che, di fatto, porta all’isolamento tanto di ETA come della formazione radicale che la sostiene, Herri Batasuna (HB), dopo che il partito nazionalista basco (PNV) ne prende politicamente le distanze. Ma nel settembre 1998, il nazionalismo radicale riesce a uscire dall’impasse in cui era finito, annunciando di aver stipulato un patto con altre forze nazionaliste moderate (patto di Estella) con l’obiettivo di dare una soluzione al problema basco. ETA dichiara una tregua unilaterale, ma il governo non è propenso a intavolare delle vere trattative con i terroristi, convinto che la sospensione dell’attività da parte dell’organizzazione basca sia strumentale. Le elezioni per il rinnovo del parlamento autonomo basco dell’ottobre 1998 portano a un patto di governo in cui i nazionalisti moderati del PNV si alleano con quelli più radicali di HB e Eusko Alkartasuna (EA). Nel 1999 ETA annuncia la fine della tregua, uccidendo l’anno successivo ben 23 persone, tra cui Fernando Buesa, portavoce del partito socialista basco (PSE-EE) al parlamento di Vitoria. Nel contempo continuano le iniziative dell’autorità giudiziaria con retate, arresti e ordini di chiusura per giornali, radio, movimenti politici e società sospettati di essere conniventi con i terroristi. Puntando poco sul negoziato come possibile via per giungere a una soluzione del problema, A.L. – vittima anch’egli di un attentato etarra nel 1995 – preferisce seguire un’altra strategia che all’azione repressiva, con l’intensificazione di operazioni di polizia e di provvedimenti giudiziari, combina una dura propaganda antiterrorista, con l’avvio di un’intensa e aspra campagna d’opinione contro le forze più radicali con l’intento di condurle verso un sempre maggiore isolamento politico e sociale.

Le elezioni legislative nazionali del 12 marzo 2000 riconfermano A.L. alla guida della Spagna. Questa volta però il margine è ampio e la percentuale ottenuta (44,22%, con i socialisti distanziati di 10 punti) consente di poter governare senza dover scendere a patti con i partiti nazionalisti, quello di Jordi Pujol in primis. Se A.L. nella prima legislatura aveva pragmaticamente ceduto alle richieste dei partiti nazionalisti, le attuali condizioni di forza gli permettono di lasciar corso alle proprie più intime convinzioni. Il politico madrileno esprime tutti i suoi dubbi e le sue riserve sull’attuale stato delle autonomie, così come si è venuto profilando dalla Transizione a oggi, criticando con durezza il discorso dei nazionalismi periferici, catalano e basco innanzitutto. Difensore dell’unità nazionale spagnola – talvolta utilizzando argomentazioni dal sapore nazionalista – e contrario a politiche che conducano a una sempre più ampia autonomia regionale, anticamera di eventuali secessioni territoriali, A.L. è convinto che si debba arrivare a un punto fermo in questo processo, ponendo dei limiti all’acquisizione di competenze da parte delle diverse regioni e rendendo finalmente stabile l’assetto dello Stato.

L’aver conquistato la maggioranza assoluta permette al suo governo anche una maggiore libertà di azione, com’è evidente quando si tratta di intervenire su una questione tanto urgente quanto delicata come la legge sull’immigrazione. Frutto di un accordo trasversale tra socialisti e comunisti, partiti nazionalisti e gruppo misto, la legge votata nel 1999, a fine della precedente legislatura, prevedeva norme più blande rispetto a quelle proposte dal PP. Tenendo fede a una promessa fatta in campagna elettorale, nel dicembre del 2000 l’esecutivo A.L. cambia la legge, introducendo sanzioni più severe contro l’immigrazione clandestina e adottando misure atte a rendere meglio controllabili e gestibili i flussi migratori. Un’ulteriore modifica, in senso più restrittivo, verrà votata dal governo popolare nell’ottobre del 2003.

Gli ottimi risultati ottenuti sul piano economico durante la prima legislatura a guida PP, sembrano ripetersi anche nella seconda. Nel periodo 2000-2003 il tasso di crescita si mantiene su livelli alti (una media del 2,8%, terzo paese nella UE), mentre le percentuali relative al numero di disoccupati fanno registrare un ulteriore calo, toccando il 9%, anche se il dato va interpretato tenendo conto del numero elevatissimo di contratti a tempo determinato firmati nel paese iberico (il doppio della media europea). Parallelamente prosegue una rigorosa opera di risanamento del deficit: per la prima volta si registra un attivo, con le entrate che superano le spese, arrivando nel 2003 a rappresentare lo 0,3% del PIL e viene varata una nuova riforma fiscale, introducendo agevolazioni, semplificando e razionalizzando il prelievo e, per quanto riguarda le comunità autonome, stabilendo nuove regole di distribuzione. A fare da contraltare a questo favorevole contesto è un deciso incremento dell’inflazione che, invertendo la decennale tendenza alla diminuzione, dal 2000 in poi si attesterà sopra il 3%, con pesanti ricadute sul potere d’acquisto delle famiglie spagnole. Ugualmente preoccupanti per le conseguenze negative sull’economia sono tanto le basse retribuzioni (stipendi scarsi e precarietà contrattuale) quanto la salita vertiginosa del prezzo degli immobili, che cresce con un ritmo dell’11,5% annuo contro il 4,5% della media europea (situazione che spesso porta a un forte indebitamento, specie per l’acquisto della prima casa).

Durante la seconda legislatura del PP viene meno il clima di bassa conflittualità sociale che aveva caratterizzato il rapporto tra esecutivo, organizzazioni sindacali e associazioni imprenditoriali nel periodo 1996-2000. Nel maggio del 2002, l’approvazione da parte del consiglio dei ministri di una nuova legge sull’occupazione che contempla misure in grado di garantire ancora maggiore flessibilità del mercato del lavoro, scatena le reazioni dei sindacati che proclamano lo sciopero generale, il primo dal 1994. Se inizialmente l’esecutivo sembra deciso a procedere con la contestata riforma, in seguito rivede il progetto, accogliendo quasi tutte le richieste delle forze sociali. Altro motivo di profonda divisione è la legge di riforma del sistema universitario, approvata alla fine del 2002 e che porterà alla mobilitazione dei partiti di sinistra, dei sindacati, di alcune associazioni degli studenti, dei professori universitari e della Conferenza dei rettori.

Sempre nel 2002, in almeno due altre occasioni, l’operato del governo A.L. diviene motivo di scontro politico e causa di vivaci proteste da parte di settori dell’opinione pubblica. Innanzitutto, in seguito alla catastrofe ambientale che nel novembre colpisce le coste galiziane, quando la nave petroliera Prestige, naufragando, rilascia nel mare tonnellate di greggio. In quell’occasione il governo è duramente criticato per il modo in cui gestisce la crisi tanto nelle sue fasi iniziali come nelle settimane seguenti. All’esecutivo e alla giunta galiziana guidata da Fraga si imputano errori e decisioni sbagliate (l’ordine di rimorchiare al largo la nave danneggiata avrebbe peggiorato la situazione), la mancanza di coordinamento e di preparazione da parte delle istituzioni preposte a fronteggiare queste emergenze e una certa tendenza alla disinformazione sulle reali dimensioni del disastro e sull’operato delle istituzioni.

Divide e fa discutere anche la maniera con cui il governo popolare gestisce e risolve l’incidente diplomatico con il Marocco. L’11 luglio, un plotone di gendarmi marocchini occupano l’isolotto disabitato di Perejil o Leila, territorio conteso situato di fronte alle coste marocchine nella regione di Tetuan. Siccome né le proteste dell’esecutivo spagnolo né quelle dell’UE e della NATO fanno recedere il governo marocchino dai suoi propositi, Madrid ritiene di dover ricorrere alla soluzione di forza per recuperare il piccolo promontorio. Il 17 luglio, dopo aver richiamato l’ambasciatore a Rabat, il governo dà il via libera all’operazione militare che, senza colpo ferire, restituisce l’isola alla Spagna. Se l’opposizione accusa apertamente A.L. di aver reagito in maniera sproporzionata rispetto a quanto le circostanze lo richiedessero, rischiando di aprire una pericolosa crisi (diplomatica ma anche militare), dai comandi NATO, dagli altri paesi europei e dall’amministrazione statunitense trapela la preoccupazione per le possibili ricadute negative nelle relazioni tra paesi dell’area. La vicenda si chiude alla fine di luglio con la mediazione del segretario di Stato americano Colin Powell che ottiene la demilitarizzazione dell’isola da entrambe le parti. Benché anche prima di questo episodio, altre questioni di non semplice soluzione (l’immigrazione illegale, il narcotraffico, le rivendicazioni territoriali del governo marocchino su Ceuta, Melilla e sull’ex Sahara spagnolo e il rinnovo degli accordi sulla pesca) facessero trapelare una certa freddezza, l’incidente di Perejil non contribuisce a distendere i rapporti tra Madrid e Rabat.

Tuttavia ancora più contestata è la decisione di A.L. di appoggiare il governo degli Stati Uniti nell’azione militare contro l’Iraq di Saddam Hussein. A differenza di quanto era accaduto nei quattro anni precedenti, la politica estera del secondo governo A.L. si discosta nettamente dalle tradizionali linee che l’avevano fino allora guidata, allontanandosi dall’europeismo che ne era stato il tratto distintivo da quando la Spagna aveva intrapreso la via della democrazia. Il nuovo asse attorno al quale ruota la politica estera del paese iberico non è più dunque quello europeo – e, in special modo, franco-tedesco – ma quello atlantico. Benché il vincolo che lega Spagna e Stati Uniti non sia mai stato in discussione, rimanendo saldo anche durante l’epoca socialista, nella seconda legislatura popolare la relazione con Washington – e con Londra – si fa ancora più forte e cordiale, assumendo i tratti dell’esclusività e giungendo – come sarà evidente durante la crisi irachena del 2003 – all’allineamento politico completo. Parallelamente – riflesso o conseguenza dell’incondizionato sostegno spagnolo alla politica americana – A.L. stringe con il presidente repubblicano George W. Bush e con il primo ministro laburista Tony Blair, un forte legame di collaborazione e di amicizia.

Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, la Spagna partecipa alla missione ONU in Afghanistan, in sostegno all’azione americana contro il regime dei talebani. Nel corso del 2002 A.L. appoggia e difende l’operato del governo Bush in merito alla discussa questione sul trattamento e sullo status giuridico dei sospettati di terrorismo tenuti prigionieri nella base statunitense di Guantanamo, sull’isola di Cuba. Ugualmente, il primo ministro spagnolo concorda con le linee guida espresse a mesettembre nella dottrina che porta il nome del presidente americano. Un documento di capitale importanza perché, rovesciando alcuni fra i criteri sui quali, per quasi cinquanta anni, si è basata la politica estera statunitense – come il multilateralismo – parla apertamente di unilateralismo e introduce il concetto di guerra preventiva.

A.L. appoggia le tesi dell’amministrazione Bush sull’imminente pericolosità del regime di Baghdad, sui suoi legami con il terrorismo islamista e dunque sulla necessità di intervenire quanto prima per fermarlo. A.L. giudica veridiche le prove – che si riveleranno false – fornite dai servizi segreti americani sulla presenza di armi di distruzione di massa in territorio iracheno e ribadisce (nel celebre incontro delle Azzorre, il 16 marzo 2003, a pochi giorni dall’inizio della guerra) che la Spagna parteciperà alla missione irachena anche se questa non avrà il mandato dell’ONU. Così sarà: il Consiglio dei ministri spagnolo, in luglio, approva l’invio di militari della Brigata Plus Ultra con il compito di pacificare un paese che invece sembra sempre più sprofondare nel caos e nella violenza di una guerra civile.

Analogamente a quanto accade in altri paesi coinvolti nella questione irachena, anche in Spagna la maggioranza dell’opinione pubblica è contraria alla decisione di appoggiare la politica di Bush. Manifestazioni di protesta (come quella molto partecipata del 15 febbraio) e inchieste e sondaggi d’opinione rilevano come più dell’80% degli spagnoli sia fermamente contrario alla guerra. La decisione del governo di sostenere l’alleato americano nell’avventura irachena ha ripercussioni anche sul piano delle relazioni internazionali. Il tentativo di A.L. di convincere alcuni paesi latinoamericani (Messico, Argentina e Cile in particolare) a schierarsi con il presidente statunitense nella sua guerra al terrorismo provoca malumore e preoccupazione. Nello stesso modo l’aspra e prolungata contesa politico-diplomatica che vede schierati, da una parte, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna (v. Regno Unito), l’Italia, la Spagna e alcuni paesi dell’Est europeo e dall’altra nazioni come Francia e Germania, non solamente è fonte di tensione nelle relazioni bilaterali tra questi paesi, ma anche si riflette in maniera negativa sulle relazioni all’interno della UE.

Nel primo semestre del 2002, A.L. ricopre il ruolo di presidente di turno del Consiglio europeo (v. Presidenza dell’Unione europea). I membri dell’UE sono chiamati a decidere su alcune questioni decisive per capire quale sarà il futuro politico dell’Unione (Revisione dei Trattati, ripartizioni delle competenze e l’elaborazione di una Costituzione (v. Costituzione europea). A.L. mostra la propria insoddisfazione nei riguardi del lavoro della Convenzione europea, l’organo temporaneo incaricato di redigere il testo costituzionale. Il primo ministro spagnolo critica l’assenza di un esplicito riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa e non condivide il progetto di un nuovo sistema di voto che, non prevedendo più la ponderazione dei voti (v. Ponderazione dei voti nel Consiglio) stabilita alla fine del 2000 con il trattato di Nizza, opta per la maggioranza qualificata (una risoluzione o una legge potrà essere approvata con il voto favorevole di almeno il 50% degli Stati membri in rappresentanza del 60% della popolazione europea). In merito a quest’ultima questione A.L. in alleanza con il governo polacco, dà battaglia e dal 4 ottobre 2003, giorno della prima seduta della Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative), si oppone fermamente alla possibilità di cambiare il sistema di votazione, penalizzante per la Spagna. Le trattative per sbloccare la situazione proseguono e, dopo che anche paesi più piccoli (come Portogallo, Grecia o Austria) hanno accettato il principio della Duplice maggioranza, A.L., nella riunione del dicembre del 2003, si mostra più disposto a trattare sui cambi proposti. Un’apertura che si rivela non risolutiva, anche a causa dell’atteggiamento di chiusura a qualsiasi possibilità di mediazione del primo ministro polacco. L’approvazione del testo costituzionale sarà rimandata al giugno 2004.

Così come durante la prima legislatura, anche nella seconda, il terrorismo separatista di ETA è uno fra i problemi più urgenti da risolvere. L’organizzazione basca ricomincia a colpire dopo la tregua del 1999 e nel 2000 arriva a uccidere 23 persone. Decise e ripetute operazioni di polizia (investigazione, repressione e arresti) in combinazione con iniziative dell’autorità giudiziaria (perseguendo coloro che sono sospettati di essere fiancheggiatori e finanziatori del terrorismo basco) costringono ETA a ridurre di molto l’attività e portano a un deciso calo delle azioni terroristiche e alla cattura di esponenti di primo piano della banda. Tra le formazioni politiche orbitanti nella galassia di ETA messe fuorilegge dalle ordinanze del giudice Garzón c’è anche HB. Una decisione presa nell’agosto 2002, poche settimane dopo l’approvazione della nuova legge sui partiti politici votata in parlamento, oltre che dalla maggioranza popolare, anche dai socialisti, dai catalani di CIU, dal partito canario e dal Partido andalucista. La strategia antiterrorista del secondo governo A.L. prevede il riconoscimento internazionale di ETA come organizzazione sovversiva e la sua iscrizione nelle liste dei gruppi terroristici. Così avviene nel 2001, quando la formazione basca è inserita nell’elenco stilato dal governo degli Stati Uniti e quando, a margine del Consiglio europeo di Laeken, entra a far parte delle organizzazioni terroristiche operanti sul territorio dell’Unione. Il parallelismo fra terrorismo internazionale e terrorismo di ETA spesso utilizzato da A.L. come argomentazione per giustificare o spiegare scelte di politica estera – come l’appoggio alle iniziative statunitensi – diviene ulteriore motivo di scontro politico.

Non meno conflittuale è il rapporto che in questi anni esiste tra governo di Madrid e i rappresentanti dei nazionalismi periferici moderati, in particolare con il presidente del governo basco Juan José Ibarrexte, esponente del Partido nacionalista vasco (PNV) e con Pascual Maragall, membro del partito socialista catalano, ex sindaco di Barcellona e dal 2003 presidente del governo autonomo della Catalogna.

Le elezioni amministrative celebrate alla fine di maggio 2003 evidenziano segnali di recupero da parte del PSOE che supera, anche se di poco, il PP in numero di voti. Nonostante negli ultimi mesi l’azione del governo, le scelte della maggioranza o la persona stessa di A.L. siano stati oggetto di proteste e di polemiche, accusati di cattiva gestione e di errori politici (dalla catastrofe ambientale del Prestige, alla politica estera passando per certi gesti o parole del primo ministro), il PP non esce sconfitto dalle amministrative. Malgrado la flessione nell’indice di popolarità, il partito di A.L. guida più amministrazioni locali rispetto ai socialisti e si riconferma vincente in città come Madrid, Valencia e Malaga. I dati economici, anche alla fine del 2003, rimangono molto buoni, così come gli sforzi per contenere la spesa pubblica danno ottimi risultati. Anche la lotta al terrorismo basco – questione molto sensibile per la società spagnola – mostra notevoli progressi: dalle 23 vittime del 2000 si passa alle 3 del 2003.

Leader indiscusso del suo partito e più volte riconfermato presidente, nel gennaio 2002, durante il XIV congresso, A.L. annuncia che non sarà più lui il candidato popolare alla presidenza del governo alle elezioni del marzo 2004. Per l’eventuale successore gli analisti soffermano l’attenzione su tre nomi, quello di Mariano Rajoy, di Rodrigo Rato e di Jaime Mayor Oreja. Nel settembre 2003, A.L. svela i suoi propositi e indica Rajoy come il prossimo candidato popolare alle elezioni legislative. Di due anni più giovane di A.L., il galiziano Mariano Rajoy è un politico esperto avendo alle spalle la lunga militanza in AP prima e nel PP poi e l’esperienza di otto anni di governo durante i quali ha più volte ricoperto il ruolo di ministro. Più propenso al dialogo, di carattere più aperto e meno intransigente di A.L., Rajoy sembra destinato a vincere, come evidenziano i principali commentatori politici e i numerosi sondaggi realizzati sulle intenzioni di voto. Tuttavia, il giovedì 11 marzo, a pochi giorni dalla consultazione elettorale, un evento inatteso e drammatico colpisce la Spagna. A Madrid dieci bombe esplodono in tre affollate stazioni ferroviarie e su alcuni treni carichi di pendolari, provocando la morte di 191 persone e migliaia di feriti.

La strage, oltre a sconvolgere l’intera società spagnola – inevitabilmente – si ripercuote sulle ultime ore di campagna elettorale e ne condiziona l’andamento. Già poche ore dopo la tragedia madrilena, il ministro degli Interni Ángel Acebes non esita ad attribuire l’azione terrorista all’ETA, mentre A.L., in una dichiarazione pomeridiana, fa allusione al gruppo basco senza mai però citarne direttamente il nome. Arnaldo Otegui però, portavoce della disciolta Batausuna, si affretta a condannare gli attentati e a respingere le accuse che provengono da Madrid, suggerendo un’altra interpretazione quella del terrorismo di matrice islamista. Nonostante, nella notte, l’attentato venga rivendicato dalle sedicenti Brigate di Abu Hafs Al Masri con un comunicato al quotidiano inglese – ma di lingua araba – “Al Quds Al Arabi” e malgrado il ritrovamento di un furgone al cui interno si scoprono sette detonatori, resti di esplosivo e un’audiocassetta con incisi versetti del Corano, il governo non abbandona il suo convincimento, indicando nei terroristi baschi gli autori della strage. Anzi, su richiesta spagnola, quello stesso giorno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota una risoluzione di condanna, nella quale si cita esplicitamente l’ETA quale responsabile del massacro. Si parla anche di pressioni esercitate dal governo sui mezzi d’informazione e l’invito fatto dal ministro degli Esteri Ana Palacio agli ambasciatori affinché si insista su questa linea interpretativa. Anche il giorno successivo, venerdì 12, si attribuisce la paternità dell’attentato all’ETA. Tuttavia, tanto sui mezzi di informazione spagnoli e stranieri come nell’opinione pubblica si fa sempre più largo l’idea che i responsabili vadano cercati in quella galassia terrorista che ruota intorno al terrorismo di matrice islamista. Destinataria delle minacce dei capi di Al Qaeda a causa della sua partecipazione al conflitto iracheno, la Spagna era diventata, secondo le segnalazioni dei servizi segreti occidentali, uno dei bersagli più probabili di un futuro attacco terrorista.
Il 14 marzo, in un clima turbato da forti polemiche, più del 75% degli spagnoli aventi diritto al voto si reca ai seggi (nel 2000 la percentuale di votanti era stata del 68,71%). Il PP è sconfitto, raccogliendo il 37,71% dei consensi contro il 42,59% ottenuto dal PSOE. Nuovo Presidente del Consiglio è il socialista José Luis Rodríguez Zapatero.

Ritiratosi dalla vita politica attiva, ma non estraneo al dibattito politico spagnolo, A.L. attualmente è presidente della Fundación para el análisis y los estudios sociales (FAES), istituzione nata nel 1989 e costruita sul modello dei think tank americani.

Nel 2006 è entrato a far parte del consiglio di amministrazione della News Corporation, uno dei maggiori gruppi multimediali al mondo, possessore di numerosi media e controllata dal magnate Rupert Murdoch.

Alessandro Seregni (2009)