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Berlinguer, Enrico

B. (Sassari 1922-Padova 1984), cresciuto in una famiglia di piccola nobiltà agraria e professionale (il nonno, Enrico, avvocato repubblicano legato a Garibaldi, era stato il fondatore del giornale “La Nuova Sardegna”; il padre, Mario, anch’egli avvocato, era stato eletto deputato dell’Unione amendoliana nel 1924, aveva poi svolto attività antifascista e ricoperto nuovamente incarichi istituzionali dopo la caduta di Mussolini), si giova, nella sua formazione intellettuale, della vivacità culturale e delle frequentazioni politiche che caratterizzano il suo ambiente familiare. Dopo la maturità classica aderisce al Partito comunista (1943) ed è tra i protagonisti dei moti popolari “contro la fame” promossi a Sassari nel gennaio 1944, in seguito ai quali verrà arrestato e incarcerato per tre mesi. Dopo la scarcerazione conosce, a Salerno, attraverso il padre (trasferitosi con la famiglia nella città essendo stato nominato da Badoglio alto commissario aggiunto per la punizione dei delitti fascisti) Palmiro Togliatti. A Salerno è anche lo zio di Enrico, Stefano Siglienti, personalità di spicco del Partito d’azione nominato ministro delle Finanze. Togliatti accoglierà con grande favore il giovane B. nel “partito nuovo”, così come altri figli di famiglie di tradizioni liberali da Giorgio Amendola ad Antonio Giolitti, da Luca Tavolini a Lucio Lombardo Radice. Alla fine dell’anno è chiamato a Roma ed entra nella segreteria nazionale del movimento giovanile comunista.

Al V congresso del PCI (1945-1946) viene ammesso a sorpresa a far parte del Comitato centrale (CC) e dopo il VI congresso (1948), cooptato giovanissimo nella direzione. Sul finire del 1946 è segretario nazionale del Fronte della gioventù e, dopo la ricostituzione della Federazione giovanile comunista italiana (FGCI) nel 1949, ne diviene segretario, carica che mantiene sino al 1956 quando gli succede Renzo Trivelli dopo una fase di acceso scontro interno alla Federazione con Giuseppe D’Alema. In quello stesso periodo, per un triennio, è presidente della Federazione mondiale della gioventù democratica, organizzazione giovanile fondata a Londra nel 1945. Nel 1957, non più confermato nella direzione, viene destinato a un incarico in ombra: dirigere la scuola di partito alle Frattocchie; quindi è nominato vicesegretario regionale della Sardegna. Circa un anno dopo lascia questi incarichi periferici perché chiamato a Roma e cooptato nella segreteria nazionale, il vertice ristretto del partito; qui collabora strettamente con Luigi Longo all’Ufficio di segreteria e frequenta quotidianamente Togliatti. La sua formazione si approfondisce e il suo lavoro è apprezzato, anche pubblicamente, dal segretario comunista.

Al IX congresso (1960) viene nominato responsabile dell’organizzazione, ruolo di grande importanza nella struttura del PCI ricoperto in precedenza da Giorgio Amendola. Nel 1962, a quarant’anni, è incaricato di dirigere l’Ufficio di segreteria e rientra nella direzione. Dopo la morte di Togliatti e in una fase di confronto fra Amendola e Pietro Ingrao sulla linea del partito, B. viene penalizzato dai rinnovati assetti del PCI e inviato a svolgere l’incarico minore di segretario regionale del Lazio.

Ma alle elezioni politiche del 1968, per la prima volta candidato (suo malgrado preferendo l’attività nel partito al lavoro parlamentare), è eletto deputato con una straordinaria affermazione personale (verrà poi eletto, ininterrottamente, per quattro legislature). La scelta di candidarlo era venuta direttamente dal nuovo segretario del PCI, Longo, che in una riunione della direzione aveva inaspettatamente sottolineato la necessità di garantire l’elezione alla Camera dei tre più probabili candidati alla sua successione: B. appunto, Alessandro Natta e Giorgio Napolitano (su cui Longo sembrava puntare: v. Lajolo, 1976, p. 38). Nel novembre del 1968 guida la delegazione del PCI a Mosca e ribadisce, da quella difficile e impegnativa tribuna, le posizioni ufficiali del partito di grave dissenso sull’occupazione della Cecoslovacchia a opera delle truppe del Patto di Varsavia.

Al XII congresso del PCI (1969) viene eletto vicesegretario; quindi, al congresso successivo (1972) è chiamato alla guida del partito, realizzando il disegno dell’ex segretario di compiere un salto generazionale nella massima responsabilità di direzione del PCI, con il sacrificio delle due personalità più autorevoli (ma anche contrapposte): Ingrao e Amendola.

Nella corsa alla segreteria, accantonata la candidatura di Natta, B. viene preferito a Giorgio Napolitano per la sua maggior caratura internazionale: il neosegretario si è, infatti, formato nelle organizzazioni giovanili internazionali comuniste, dirigendo importanti e delicati viaggi all’estero del partito, soprattutto in URSS e nei paesi socialisti.

La capacità di tradurre l’esperienza maturata a livello internazionale in atti politici che incidono sugli equilibri del movimento mondiale comunista sarà un tratto significativo del suo “fare politica”. Così, il tentativo di orientare il comunismo italiano lontano dalle tradizionali posizioni filosovietiche alla ricerca di una terza via tra il socialismo dei regimi dell’Est e le socialdemocrazie occidentali, lo condurrà all’Eurocomunismo, stagione che vede principali protagonisti i partiti comunisti italiano, spagnolo e francese, ma che investe anche altri PC come quelli britannico, belga e greco. A rendere possibile l’emergere dell’eurocomunismo sono una serie di fattori concomitanti: lo sviluppo economico e culturale europeo innescato dalle Comunità (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio; Comunità economica europea; Comunità europea dell’energia atomica); la distensione nei rapporti tra USA e URSS; la crisi generale del leninismo e l’appannamento dell’immagine di Mosca e del suo modello di socialismo; le difficoltà e la crisi in politica estera dell’altra superpotenza, ancora molto scossa dalla sconfitta nel Vietnam.

Nel 1973 d’altro canto, sempre con riferimento al quadro europeo, B. aveva coniato una parola d’ordine straordinariamente innovativa: «un’Europa autonoma e democratica, né antisovietica né antiamericana». Questa nuova formula, destinata a grande fama e oggetto di tensioni dentro e fuori il partito, sarà sostenuta principalmente nella direzione da Longo e Napolitano (v. Ferrari, 2007, p. 116).

Se sul piano internazionale il PCI di B. va ricercando nuovi rapporti, similmente sul piano nazionale il segretario ricerca una collaborazione inedita con il principale partito di governo, la Democrazia cristiana (DC), nella prospettiva di realizzare riforme d’ordine sociale ed economico.

Proprio in virtù di questa duplice ricerca di confronto, interno e internazionale, tutti gli anni Settanta sono attraversati dalla politica di B.: sia sotto l’aspetto umano sia per il disegno strategico che persegue, egli – meglio e più di altri – esprime il significato profondo di quella fase storica e può essere considerato la personalità centrale dell’epoca. Per la sua “visione dinamica” delle relazioni internazionali, in grado di immaginare scenari inediti per l’Italia e per il mondo; per la moralità e l’etica in lui connaturate; per il disagio profondo patito nei confronti di una modernità, figlia del neocapitalismo, di cui intravede la carica dirompente di problematiche – sociali, culturali, economiche, ambientali, civili – in gran parte ancora da riconoscere e decifrare; per la riservatezza, la dignità, la correttezza, la trasparenza e l’onestà intellettuale in una società in cui tali valori sembrano star perdendo di significato. E, infine, per l’attenzione all’Europa, un soggetto tutt’altro che minore del suo “fare politica”; sarà l’assunzione convinta e conseguente delle tematiche europeistiche da parte di B. a sancire il ricollocamento del PCI sul piano europeo, oltre che la ricerca di una nuova identità nazionale e internazionale.

In ragione di questo quadro complessivo, negli anni Settanta, il PCI posto il principio ideal-strategico-politico dell’autonomia a guida delle proprie scelte, opera per riformare i propri riferimenti culturali, dando così vita a una delle stagioni più originali nella storia del partito. Tra i più significativi episodi che vedono protagonista B. nella prima parte del decennio si possono ricordare: i tre articoli pubblicata su “Rinascita” nel 1973 (Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile) nei quali – dopo il colpo di Stato militare che spazza via il governo di sinistra di Salvador Allende – formula la proposta di un «nuovo grande compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano la maggior parte del popolo italiano contro possibili derive antidemocratiche; l’intervento svolto nella primavera del 1976 al V congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) in cui ribadisce l’autonomia e l’indipendenza del PCI e il nesso inscindibile tra democrazia e libertà; l’intervista al “Corriere della Sera” del giugno 1976 in cui annuncia che i comunisti italiani considerano l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO) più sicura del Patto di Varsavia.

Anche in virtù del “movimento” innescato dalle posizioni di B., il PCI fa registrare, alle elezioni di quell’anno (1976) un forte avanzamento, toccando il 34,4% dei consensi, che costituirà il picco massimo di tutta la sua storia elettorale. In quegli stessi anni, come scelta conseguente alla ricerca di una maggiore autonomia dall’URSS, B. assume anche la delicata determinazione di porre fine ai finanziamenti “esterni” al partito. Si tratta di una decisione non facile (anche perché condivisa tra pochissimi e fidati collaboratori), ma che sottolinea ancora una volta la volontà del segretario comunista di recidere il legame con i sovietici (per un approfondimento v. Cervetti, 1993).

Sul finire del decennio B. si fa sostenitore dell’esigenza della “solidarietà nazionale” per far fronte all’emergenza economica e alla stagione terroristica (continui attentati di cui sono principalmente protagoniste le Brigate rosse, BR); dopo il rapimento di Aldo Moro (1978) si schiera per una linea di massima fermezza contro il terrorismo, giudicando qualsiasi ipotesi di trattativa con le BR, avanzata da alcuni esponenti politici, come una forma di cedimento da parte dello Stato.

La morte di Moro e, l’anno successivo, del repubblicano Ugo La Malfa chiude la stagione di dialogo tra il PCI e le forze moderate laiche e cattoliche; le tensioni dell’ultima parte del decennio hanno prodotto nel PCI un forte calo elettorale: alle elezioni del 1979 il PCI perde oltre quattro punti percentuali, corrispondenti a quasi un milione e mezzo di elettori, in prevalenza giovani.

A livello internazionale, nel gennaio 1980, B. condanna duramente – a nome del partito – l’intervento sovietico in Afghanistan e, per la prima volta, qualifica la politica dell’URSS come “politica di potenza” dalla quale possono provenire atti contrari alla causa della distensione e della pace. Alla fine di quello stesso anno – sancita la fine della politica di “solidarietà nazionale” – lancia la parola d’ordine della “alternativa democratica” e pone – con straordinario e lungimirante anticipo – la “questione morale” (vale a dire il nesso irrinunciabile tra etica e politica) al centro del dibattito.

Intervistato da Eugenio Scalfari (“la Repubblica” del 28 luglio 1981) afferma: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune. […] La questione morale, nell’Italia di oggi, secondo noi comunisti, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati».

Qualche mese più tardi, nel corso di una tribuna televisiva, in seguito ai fatti di Polonia e alla messa al bando del sindacato autonomo Solidarność, denuncia l’esaurimento della «spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre», presa di posizione che viene interpretata come il definitivo “strappo” del PCI da Mosca.

Sul piano europeo è indubbio che B., in un quindicennio, può vantare di avere portato a compimento, con forte coerenza, la definitiva scelta europeista del PCI. Saranno gli stessi grandi “padri” dell’Unione europea (da Altiero Spinelli a Giorgio Napolitano) a riconoscere in lui il principale artefice di questo traguardo. B. fa il suo primo ingresso al Parlamento europeo nel 1979, anno in cui il PCI porta a Strasburgo 24 parlamentari; durante l’intera legislatura il gruppo comunista si distingue per la competenza e la serietà nel segno della centralità attribuita all’impegno europeo già posta da B. nelle tesi del XV congresso del partito: nel suo rapporto introduttivo aveva infatti ribadito la scelta occidentale del PCI e aggiunto: «I comunisti italiani, respingendo ogni visione acritica e retorica dell’Europa, hanno colto tutta l’importanza che assume oggi la Comunità europea. I singoli Stati nazionali europei, presi separatamente, sono entità troppo esigue per poter far fronte con successo a quei problemi nuovi. Agendo isolatamente, questi paesi, particolarmente i più deboli, sono destinati inevitabilmente ad assumere una posizione subalterna rispetto alle grandi potenze e aree economiche. È per questo che oggi lo sviluppo del processo di integrazione deve essere visto come una condizione per l’indipendenza reale dei paesi che fanno parte della Comunità, e per il loro stesso sviluppo economico interno».

Ha scritto, al riguardo, Giorgio Napolitano che la scelta europeistica «rimane una delle scelte più innovative e conseguenti di Enrico B. […] un fondamentale punto di arrivo che si collocò oltre le contraddizioni e la crisi dell’eurocomunismo e nel quale si sciolsero le ambiguità di formule come quelle della “terza via” e del “nuovo internazionalismo”» (v. Napolitano, 2005, p. 201).

B. muore a Padova l’11 giugno 1984 in conseguenza di un ictus che lo aveva colpito quattro giorni prima durante un comizio per le elezioni europee (v. anche Elezioni dirette del Parlamento europeo). Il PCI, oltre che il leader indiscusso di un quindicennio, perde anche il politico più sensibile alle grandi questioni europee e internazionali; le conquiste di B. sul terreno europeo restano innegabili, nonostante non si sia compiutamente realizzato l’incontro con le socialdemocrazie: premessa fondamentale all’europeismo dei Democratici di sinistra (DS) e al loro approdo – che infine si concretizza – nella famiglia del socialismo europeo. A B. va soprattutto il merito di aver saputo sanare la frattura, prodottasi negli anni Cinquanta, tra proletariato e prospettiva europea; un risultato notevole che, d’altra parte, è figlio dei profondi mutamenti avvenuti, nel corso dei decenni, nel panorama delle relazioni internazionali, nella natura dell’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) e all’interno della società italiana.

Ai suoi funerali, che si svolsero a Roma il 13 giugno 1984, parteciparono oltre un milione di italiani.

Mauro Maggiorani (2010)