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Cresson, Édith

C. (Boulogne-Billancourt, Parigi 1937) è figlia di Gabriel Campion, ispettore generale delle finanze iscritto alla Section française de l’International ouvrière (SFIO) – un caso raro che quindi vale la pena di sottolineare – e da Jacqueline Vignal, appartenente a una agiata famiglia borghese. Fino al 1937 la famiglia abita in una villa a Boulogne-Billancourt ed Édith è affidata alle cure di una governante inglese, alla quale deve la perfetta conoscenza di questa lingua. Nel 1940, a sei anni, a seguito dell’invasione tedesca, viene mandata in Savoia. Dopo la Liberazione, la carriera del padre la porta a viaggiare da Belgrado al Marocco. La giovane Édith viene iscritta al collegio religioso Dupanloup. Poi entra agli Hautes études commerciales (HEC) – Jeunes filles, «una scuola per stenodattilografe d’eccellenza», secondo la sua stessa definizione. Dal 1958 al 1960, è ricercatrice nella Compagnie française des pétroles. Incontra Jacques Cresson, quadro superiore alla Peugeot, e lo sposa nel dicembre 1959. Sceglie di seguirlo a Nantes, dove si occupa delle due figlie Alexandra e Nathalie. Insegna in un liceo e comincia a scrivere una tesi sulla vita femminile in un comune rurale del cantone di Guéméné-Penfao. Dieci anni più tardi, dopo il dottorato in demografia, dirigerà diversi istituti economici.

A trent’anni, la strada di C. si incrocia con quella di una vecchia compagna di scuola, Paulette Decraene, che la inizia alla militanza politica. Nel 1965, le due donne lavorano insieme per la campagna presidenziale del candidato François Mitterrand e nello stesso anno, C. aderisce alla Convention des institutions républicaines (CIR), al cui interno, un anno più tardi, diventa responsabile degli affari agricoli. Nel 1967, Édith conosce Mitterrand e, nel 1971, lo segue nel Partito socialista (PS), nella Federazione di Parigi. Nel 1974, entra a far parte del comitato direttivo come segretario nazionale incaricato della gioventù e degli studenti.

Contrariamente all’opinione di Pierre Abelin, ministro di Valéry Giscard d’Estaing e deputato-sindaco di Châtellerault, Mitterrand sa quello che fa quando manda il “suo piccolo soldato” C. in battaglia, in occasione delle elezioni legislative parziali del 1975. Di fronte alle critiche e alle polemiche, la candidata risponde laconicamente: «Mi piace la mischia». E lo dimostra andando al ballottaggio con Abelin. Questa prima tornata è salutata come un successo e il mondo politico conosce ormai il suo nome. Le elezioni municipali del 1977, molto favorevoli alla sinistra, la portano alla guida del municipio di Thuré, un comune del dipartimento della Vienne. Due anni dopo, ottiene il mandato europeo. Simone Veil, all’epoca presidente del Parlamento europeo, ricorda di averla trovata «molto settaria», ma anche «molto europea». C. fa parte della commissione agricoltura, un settore che ritrova in Francia quando viene nominata ministro dell’Agricoltura nel gabinetto di Pierre Mauroy, dopo la vittoria socialista alle elezioni presidenziali del 1981. Mitterrand le ha anticipato alcune difficoltà affidandole questo ministero: «Sarà dura fisicamente: le maratone di Bruxelles durano tutta la notte e logorano la salute». Ma la presenza sul campo di questa “parigina” elegante e sorridente scatena reazioni estremamente violente. C. affronta con coraggio due anni di scontri e di insulti per difendere la Politica agricola comune (PAC), criticata da numerosi Stati. Il “piccolo soldato”, diventato deputato della Vienne nel 1981 e consigliere generale del dipartimento l’anno seguente, non demorde. Nel 1983, realizza la sua prodezza conquistando il municipio di Châtellerault, unica città con oltre 30.000 abitanti che la sinistra strappa allo schieramento avversario. Nello stesso anno, il Presidente della Repubblica le affida il ministero del Commercio estero e del turismo con un handicap in partenza: un deficit di 93 miliardi di franchi. C. si batte per inserire nel suo ministero anche l’industria, e realizza questo obiettivo nel 1984, creando il ministero della Riorganizzazione industriale e del Commercio estero. Gli industriali si compiacciono della sua lungimiranza poiché considerano questi due aspetti intrecciati.

Nel 1986, la destra ha il sopravvento nelle elezioni legislative e Mitterrand incarica Jacques Chirac di formare il governo, inaugurando una “coabitazione” destinata a ripetersi. Per due anni, C. è segretario nazionale del PS con incarico per l’industria. Nel 1988, è nominata ministro degli Affari europei, un posto tagliato su misura per lei, in quanto in precedenza era solo un’emanazione del ministero degli Esteri. Il suo compito consiste nel preparare la presidenza francese della Comunità europea (v. anche Presidenza dell’Unione europea) dal luglio 1989 al 1° gennaio 1990. Ben presto, le sue iniziative si scontrano con l’ostilità più o meno larvata di tutti i dipartimenti ministeriali che hanno rapporti con l’Europa, e C. arriva a dare le sue dimissioni nel 1990. A quel punto, l’industriale Didier Pineau-Valencienne, che pur gode di una reputazione negativa tra i socialisti, nomina C. alla testa della Schneider Industries services international, una filiale del gruppo Schneider incaricata di favorire l’inserimento e lo sviluppo del gruppo nell’Europa dell’Est.

Il 15 maggio 1991, C. diventa la prima donna primo ministro di Francia. Simone Veil commenta così la sua nomina: «Sono contenta che sia una donna e che fra le donne sia Édith C. Ha fatto le sue esperienze come ministro. Si è assunta vere responsabilità. Credo che vi siano momenti in cui uno choc è più importante della continuità di una politica. Lo choc ha sempre effetti psicologici». Nel suo nuovo ruolo, C. viene ben presto sommersa dalle critiche, seppure molti francesi apprezzino i segni di modernità e di apertura. Il suo governo è il più breve della storia della V Repubblica, dura esattamente 323 giorni.

In occasione del referendum sulla ratifica del Trattato di Maastricht, C. concede un’intervista al “Journal du dimanche”, in cui comunica la sua visione della situazione: «Il successo dell’Europa come modello politico e sociale ispirato dalla Francia insieme ai suoi partner ha bisogno di un’economia francese forte. Questo è possibile solo con l’Europa. La costruzione europea, attenuando le crisi, aiutando le regioni più povere, rilanciando la cooperazione industriale, stimolando la ricerca, dando impulso alla politica sociale, è un fattore di pace». La sua visione eminentemente economica, e sempre volontaristica, la spinge ad analizzare la situazione in termini di blocchi contrapposti. L’Europa dovrà affrontare molto presto i problemi derivanti dal crollo del sistema comunista, come il controllo dei flussi di migrazione verso l’Ovest, le forme di sostegno economico da fornire ai paesi dell’Europa centro orientale, i potenziali conflitti. C. ribadirà le sue convinzioni nel libro Innover ou subir pubblicato nel 1998.

Dopo l’insuccesso delle elezioni legislative nel marzo 1992, C. torna alla presidenza della Schneider industries stratégies internationales environnement e contemporaneamente è a capo dell’Institut d’études européennes dell’Università di Parigi VIII.

Nel 1994 diventa commissario europeo negli ambiti Scienza, Ricerca, Educazione e Formazione (v. anche Commissione europea); è responsabile di 4300 persone, che rappresentano l’organico principale di un’istituzione che ne conta 21.000. Il bilancio comunitario (v. Bilancio dell’Unione europea) assegnato nel 1995 al settore Ricerca e sviluppo ammonta a 2 miliardi di ECU. L’esecuzione del IV Programma quadro è in corso e se ne delineano i tratti salienti; si rafforza soprattutto la partecipazione europea delle imprese, che rappresentano il 40% degli oltre 12.000 partecipanti ai 2600 progetti sostenuti. Le piccole e medie imprese hanno beneficiato di incoraggiamenti particolari, con effetti positivi che si sono avvertiti immediatamente sui loro progetti di ricerca e di sviluppo. Un altro sforzo coronato da successo è rivolto alle cosiddette regioni con ritardi di sviluppo, che vengono sempre più coinvolte. Il 1995 vede un’iniziativa importante in cui si riconosce nettamente l’impronta di C., vale a dire il lancio delle task-force ricerca/industria che intendono rinsaldare la collaborazione fra industria e ricerca di base intorno a sfide industriali e sociali di particolare rilievo, come l’aereo di nuova generazione, i software educativi multimediali, l’automobile, i treni e i sistemi marittimi del futuro, l’intermodalità nei trasporti, l’ambiente e l’acqua, i vaccini e le malattie virali. Concentrando i mezzi della ricerca e dello sviluppo, la Commissione intende dare a questo settore una maggiore visibilità sulla scena internazionale. Viene avviata un’intensa consultazione degli ambienti industriali, dei responsabili politici della ricerca e dei suoi fruitori. Viene stilato un inventario dei problemi, ai quali le task force cominciano a lavorare dal 1996. Anche Le Livre vert de l’innovation en Europe, pubblicato alla fine del 1995, ispira numerosi dibattiti.

Nel 1998, inizia il V Programma quadro e l’Unione europea allestisce un proprio padiglione all’Esposizione di Lisbona. Dopo un viaggio in Israele in novembre, dove constata de visu la presenza degli americani nei laboratori e nelle università, C. riesce a far votare dal Parlamento un accordo di associazione fra Israele e l’Unione europea.

C. è all’origine della prima dimissione collettiva della Commissione europea, il 16 marzo 1999. All’inizio dell’anno, l’eurodeputata belga Nelly Maes sporge alla giustizia belga una denuncia che coinvolge anche C. La commissaria avrebbe concesso un “impiego fittizio” a un amico, René Berthelot, dentista a Châtellerault, a spese dei contribuenti dell’Unione europea. Risulta, infatti, in base a tredici false note di spesa, che Berthelot, deceduto all’epoca della denuncia, sarebbe stato impiegato come visitatore scientifico, fra il 1995 e il 1997, dal gabinetto del commissario C., per l’ammontare di 150.000 euro. La denuncia iniziale verte anche su presunte frodi legate alla gestione del programma Leonardo per la formazione continua; secondo le accuse, C. si sarebbe mostrata compiacente, o meglio avrebbe fatto dei favoritismi, nei confronti di un’industria francese.

Dopo due mesi di inchiesta, il Comitato dei saggi, che raggruppa esperti indipendenti, consegna al Parlamento europeo il suo rapporto nel quale si parla di episodi di frode, di cattiva gestione e di nepotismo. Quindi, il Parlamento costringe alle dimissioni la Commissione diretta dal lussemburghese Jacques Santer, al quale succede Romano Prodi, il 15 settembre dello stesso anno.

Nel febbraio 2000, la Commissione europea revoca l’immunità a C. su richiesta del giudice di Bruxelles Jean-Claude van Espen che, nel marzo 2003, la accusa di «falso in scritture, contraffazione e peculato». Il 21 gennaio dello stesso anno, cioè tre anni dopo le dimissioni della commissaria, la Commissione annuncia la sua intenzione di invitare C. a rispondere alle «accuse di aver violato i suoi obblighi durante il mandato di commissario». A chi si stupisce di fronte a una reazione così ritardata, il portavoce del commissario europeo incaricato della riforma amministrativa risponde che si tratta della fase finale di una procedura normalmente lenta. È la prima volta che viene presa una simile iniziativa contro un commissario europeo. Otto funzionari europei sono messi sotto inchiesta e C. rischia che decadano i suoi diritti alla pensione di commissario europeo. Nel settembre 2003, la Commissione europea, che si costituisce come parte civile nel processo condotto dalla giustizia belga, avvia parallelamente la sua inchiesta amministrativa, precisando che potrebbe andare in appello contro una prima decisione di sospensione.

C., che per cinque volte ha risposto per iscritto alle questioni sollevate dalla Commissione, si stupisce di questo accanimento che ritiene sia rivolto più contro la Francia che contro la sua persona. Al giornale “Le Monde” parla di un «affare montato di sana pianta» e osserva che la Christilich-demokratische Union (CDU), partito del centrodestra tedesco, da tre mesi manifesta nei suoi confronti un’incredibile aggressività.

L’edizione di “Le Monde” del 29 maggio 2004 riporta un rapporto del 3 febbraio precedente, il cui contenuto è stato tenuto fino a quel momento segreto. In questo documento, un sostituto della procura belga chiede di lasciar cadere la maggioranza delle accuse contro l’ex commissario e gli altri otto coimputati, perché alcuni fatti di corruzione presunta non si basano su prove inconfutabili. Resta in piedi solo l’accusa di impiego fittizio a Berthelot, il cui costo, in realtà, non supera i 6936 euro. Il 30 giugno 2004, C. beneficia di un non luogo a procedere da parte della giustizia belga. La Commissione europea, il 19 luglio, annuncia comunque che intende rivolgersi alla Corte di giustizia delle Comunità europee (v. Corte di giustizia dell’Unione europea), accusando l’ex commissaria di «favoritismo» e di «negligenza manifesta». C. reagisce, denunciando la lobby «estremamente attiva» che siede al Parlamento europeo e che, a suo parere, si nasconde dietro un «discorso moralizzatore». C., che si considera una «esiliata dall’interno», resta comunque un’artefice appassionata della costruzione europea.

Fabrice D’Almeida (2009)