1

Duverger, Maurice

D. (Angoulême 1917) cresce a Bordeaux in una famiglia protettiva e sollecita della piccola borghesia. Frequenta brillantemente la scuola in un rinomato istituto cattolico di Bordeaux. Scopre la politica attraverso lo zio, impegnato in un piccolo partito locale di destra, l’Union populaire républicaine (UPR), al quale aderisce alla fine del 1933. Il Front populaire e gli scioperi dell’estate del 1936 gli fanno scoprire la sinistra e le questioni sociali. Nel dicembre 1936, lascia l’UPR per il Parti populaire français (PPF), fondato nello stesso anno da Jacques Doriot, un ex comunista che, dopo aver rotto con il suo vecchio partito, decide di formarne uno agli antipodi, molto vicino al modello fascista. All’epoca, il giovane D. sente quest’adesione come una svolta a sinistra, milita nell’associazione giovanile del partito nella Gironda, ma rompe con il PPF nel 1938, quando il partito comincia a indirizzarsi decisamente verso l’estrema destra. Da questa breve esperienza matura la convinzione di sentirsi più a suo agio con lo studio dei partiti politici piuttosto che con la militanza all’interno di organizzazioni collettive.

Al principio del 1935 si iscrive alla facoltà di Diritto dell’Università di Bordeaux in modo abbastanza casuale, ma poi si appassiona a questa disciplina e inizia un dottorato sotto la guida di Roger Bonnard, pur continuando a insegnare storia fino al 1941 nell’istituto in cui aveva studiato. Nell’autunno 1941 è a Parigi come borsista della Fondation Thiers, nel novembre 1942 ottiene la libera docenza in diritto pubblico ed è chiamato dall’Università di Poitiers, mentre l’anno seguente si trasferisce all’Università di Bordeaux. Nel 1940, sempre nei limiti imposti a un funzionario pubblico, inizia a maturare un atteggiamento sempre più critico verso il governo di Vichy. È incoraggiato in questa direzione da padre Maydieu, un domenicano impegnato nella resistenza cattolica che incontra all’inizio del 1943.

A 23 anni pubblica nella prestigiosa “Revue de droit public” un articolo, che in seguito gli verrà spesso rimproverato, in cui commenta le leggi del 3 ottobre 1940 e del 2 giugno 1941 sullo statuto degli ebrei. Formulata a varie riprese, l’accusa di compiacenza nei confronti del regime di Vichy e della sua politica antisemita dà in seguito luogo a una serie di processi vinti da D. Non si impegna in prima persona nella Resistenza, ma il suo libretto su Les constitutions de la France, pubblicato dalle Presses Universitaires de France nella collana “Que sais-je?” nel 1944, è scritto nel 1943 in un’ottica fortemente critica nei confronti del regime di Vichy, con la complicità del suo editore Paul Angoulvent, e viene distribuito rapidamente prima che la censura governativa possa reagire.

Alla carriera di giurista si affianca un interesse crescente per la scienza politica, concretizzatosi nel 1946 nella creazione di un centro di studi politici presso l’Università di Bordeaux che diventa l’Istituto di studi politici (in francese Institut d’Etudes Politiques, IEP). Da allora D., direttore dello IEP, si impone sia come uno dei grandi costituzionalisti francesi sia come un rinomato politologo. I suoi contributi principali riguardano sia la tipologia dei regimi politici che la teoria dei partiti politici. Nel 1951 pubblica un’opera intitolata Les partis politiques che diventa un classico e gli procura riconoscimenti a livello internazionale. Per classificare i regimi politici si fonda sulla loro natura, ma anche sul sistema dei partiti, e formula un principio noto con il nome di “legge D.”, che sottolinea l’influenza delle leggi elettorali e delle modalità di scrutinio sui partiti politici. Quindi insiste sul ruolo stabilizzatore del sistema maggioritario a uno o a due turni, che incoraggia l’emergere di una struttura bipartitica per il primo, bipolare per il secondo, mentre il sistema proporzionale induce piuttosto un sistema caratterizzato da una pluralità di partiti. Nel 1947, grazie ad un contatto stabilito da padre Maydieu, D. dà avvio alla sua carriera di editorialista collaborando regolarmente con il giornale “Le Monde”.

Associato all’IEP di Parigi fa parte del gruppo ristretto che insieme a J. Touchard, R. Rémond, Alfred Grosser, J.-B. Duroselle contribuisce a far riconoscere in Francia la scienza politica come una disciplina a pieno titolo. Grazie ai suoi contributi a “Le Monde”, la sua influenza intellettuale negli anni Cinquanta cresce rapidamente uscendo dalle cerchie universitarie. Dal 1955 è docente alla Facoltà di diritto di Parigi e dirige alle PUF una nuova collezione di manuali giuridici e politici – Thémis – che s’impone rapidamente. Partecipa regolarmente con Raymond Aron alla trasmissione radiofonica “La Tribune de Paris” e collabora con “Sud-Ouest” dal 1948 al 1954, poi con “L’Express” dal 1956 al 1965.

Nel suo ruolo di esperto propone nel 1956 insieme a Georges Vedel l’evoluzione verso un regime presidenziale per rimediare ai difetti della IV Repubblica. Non è coinvolto nella stesura della costituzione del 1958, verso la quale è critico. Si dichiara soddisfatto della riforma istituzionale del 1962 ed è lui a formulare il concetto di “regime semipresidenziale”. Dopo il 1971, la sua carriera prosegue all’Università di Parigi “la Sorbona”, dove, nel 1969, contribuisce a fondare il dipartimento di scienze politiche, e, nel 1976, un centro d’analisi comparativa dei sistemi politici e un istituto di ricerca sulle istituzioni e le culture dell’Europa, dei quali è presidente fino al 1985. Nel 1987, diventa professore emerito.

D. interviene indirettamente nei dibattiti politici con una serie di saggi dedicati alla vita politica francese, al socialismo, all’evoluzione delle democrazie liberali, come per esempio Démocratie sans le peuple (1967), Les orangers du lac Balaton (1980), o Janus. Les deux faces de l’Occident (1979), e pubblica anche un testo autobiografico più personale (L’autre côté des choses, 1977). Attento in qualità di giurista alle istituzioni europee, mette a profitto all’estero la notorietà di cui gode in Francia (diventa editorialista del “Corriere della Sera”, “La Repubblica” e “El País”) per entrare in politica con una scelta anticonformista: nel 1989, è eletto deputato europeo come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano, con l’auspicio di sostenerlo nella sua “rivoluzione culturale”, in direzione di una reintegrazione democratica che dovrebbe contribuire a liberare il pensiero marxista delle sue deviazioni totalitarie (“Le Monde”, 7 maggio 1989).

Di fronte al crollo dei regimi comunisti nell’Europa centrale e orientale D. teme che l’Europa unita possa scivolare verso una grande zona di libero scambio dominata dalla Germania e incoraggia la “tartaruga europea” a riacciuffare la “lepre liberale” appoggiandosi a un socialismo democratico rinnovato (D., 1990) e a una riforma istituzionale (v. Istituzioni comunitarie); tutto questo attraverso il rafforzamento del Parlamento europeo e l’instaurazione della Procedura di codecisione. Nel 1992, D. invita a votare per il Trattato di Maastricht in quanto stabilisce un abbozzo di diplomazia e di difesa comuni e prevede una moneta unica (v. anche Euro). Ai suoi occhi un’Unione europea forte è la garante di una democrazia indebolita – malgrado il crollo dei regimi comunisti – dallo slancio dei partiti di estrema destra nell’Europa occidentale, dal risorgere dei nazionalismi in Jugoslavia e dall’integralismo religioso islamico nel Terzo Mondo. A metà degli anni Novanta propone anche un federalismo europeo rinnovato e un abbozzo di costituzione europea (v. Duverger, 1994 e 1995) (v. Federalismo).

Giurista, politologo, giornalista, saggista, parlamentare, D. ha seguito un percorso importante e atipico nella sfera intellettuale e politica del suo Paese, e i suoi scritti sull’Europa chiariscono sempre proficuamente i dibattiti costituzionali europei dell’attualità.

Valérie Aubourg (2009)