Poher, Alain

P. (Ablon-sur-Seine 1909-Parigi 1996) ha segnato la storia francese soprattutto per aver esercitato la più lunga presidenza del Senato, sotto quattro Presidenti della Repubblica, dall’ottobre 1968 all’ottobre 1992. Ma questo democratico-cristiano si è distinto anche come uno dei massimi protagonisti della costruzione europea fin dagli anni Cinquanta.

Ingegnere alle Mines, laureato in scienze politiche, poco prima della Seconda guerra mondiale inizia una carriera di alto funzionario al ministero delle Finanze. Attivo nella Resistenza, milita nella rete Libération-Nord. Nel 1946 Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa, lo nomina direttore del suo gabinetto. Nello stesso anno è eletto consigliere della Repubblica di Seine-et-Oise. Relatore generale della commissione Finanze, gli viene affidata la segreteria di Stato al Bilancio nel secondo, effimero governo Schuman, il 5 settembre 1948, un incarico che conserva nel governo Queuille fino al 20 novembre 1948, prima di essere nominato commissario generale per gli Affari tedeschi e austriaci.

Europeista convinto, assume importanti responsabilità nelle organizzazioni che prefigurano l’Europa integrata. Dal 1950 al 1952 è il delegato francese presso l’Autorità internazionale della Ruhr. Dopo essere stato nominato presidente del Conseil supérieur du commerce nel novembre 1953, dal 1954 al 1955 è presidente della commissione internazionale dei trasporti all’interno dell’Assemblea comune del Pool europeo del carbone e dell’acciaio concepita da Schuman nel 1950 (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio). È delegato all’Assemblea parlamentare europea fin dalla sua creazione nel 1958; dall’ottobre 1958 all’ottobre 1968 è presidente del gruppo democratico-cristiano e per tre anni, dal marzo 1966 al marzo 1969, è presidente dell’Assemblea.

Nel frattempo costruisce la sua carriera politica in Francia, su scala locale come sindaco di Ablon, su scala nazionale come segretario di Stato alle Forze armate e alla Marina nel governo di Félix Gaillard, dal novembre 1957 al maggio 1958, e come presidente dell’Association des maires de France dal 1974 al 1983.

Ma la carriera di P. è legata soprattutto al Senato, che non lascerà mai dal 1946 al 1992, essendone presidente per un quarto di secolo. Per due volte, nel 1969 e nel 1974, esercita l’interim della presidenza della Repubblica. Ma per questo discepolo di Schuman la posta in gioco politica più importante rimane, durante tutta la sua carriera, esterna alle frontiere: la costruzione europea.

Non passa mese senza che P. intervenga, nelle occasioni più diverse, per riaffermare il suo credo europeista e per chiedere un’accelerazione del processo di integrazione (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Nel marzo 1958, per esempio, davanti al congresso nazionale dell’Association populaire des élus municipaux et départementaux invita le collettività locali ad aderire attivamente all’opera di costruzione del nascente Mercato europeo (v. Comunità economica europea). Il 16 maggio 1961, al congresso del suo partito – il Mouvement républicain populaire (MRP) – a Royan, è incaricato della relazione introduttiva centrata sull’Europa: sottolinea l’impotenza di «un’Europa di sola cooperazione nel rispetto assoluto della sovranità degli Stati», cioè l’Europa gollista, e in particolare chiede l’elezione dell’Assemblea di Strasburgo a suffragio universale. Il 12 giugno 1962, in occasione del grande dibattito in Senato sulla politica estera del governo guidato da Georges Pompidou, P. dichiara che «le Istituzioni comunitarie assolvono un compito di cui i governi nazionali sono incapaci» e si richiama agli «Stati Uniti d’Europa». Il 9 febbraio 1965, davanti al comitato nazionale del MRP, auspica la creazione imminente «di una moneta europea, come aveva previsto Jean Monnet».

Questo impegno federalista ovviamente lo induce a opporsi al generale Charles de Gaulle, come accade per esempio nel suo discorso del 6 giugno 1965 al Senato, dove P. critica energicamente la “superbia” in cui si isola la Francia, che P. giudica «responsabile della rinascita del nazionalismo» nell’Europa dei Sei. «Machiavelli non sedeva al tavolo al quale è stato concluso il Trattato della CECA [Comunità europea del carbone e dell’acciaio]. I negoziatori non credevano nelle virtù esclusive dei sentimenti nazionali», conclude il senatore di Seine-et-Marne. Il 4 luglio 1966, quando Monnet consegna al cancelliere Konrad Adenauer la prima medaglia d’oro dell’Association des amis de Robert Schuman, a Montigny-lès-Metz, P. si esprime nuovamente contro la politica gollista: «Non vogliamo ridiscendere i gradini sui quali siamo saliti con tanta fatica».

Quattro mesi dopo, l’8 marzo 1966, questo oppositore dichiarato del gollismo viene eletto presidente del Parlamento europeo di Strasburgo, raccogliendo al primo turno 73 voti su 111 e diventando il secondo presidente francese dopo Schuman. Il 17 febbraio 1968, a Strasburgo, P. offre una colazione di lavoro alla stampa per ricordare il ruolo e le difficoltà incontrate dall’Assemblea europea, che un mese più tardi lo rielegge presidente all’unanimità, per acclamazione: è il primo presidente eletto per tre anni di seguito. Tuttavia non arriverà al termine del suo mandato perché nell’ottobre 1968 è eletto presidente del Senato. Avrà comunque l’occasione di esprimere il suo credo europeo durante la campagna presidenziale nella primavera del 1969.

Ostile al progetto di riforma del Senato, milita attivamente per il “no” al referendum dell’aprile 1969, il cui fallimento porta alle dimissioni del generale de Gaulle. Presidente della Repubblica ad interim, il 12 maggio 1969 presenta la sua candidatura alle presidenziali. È sostenuto dall’Unione europea dei partiti democratico-cristiani e da tutti gli “europeisti” della classe politica francese. Anche una buona parte della stampa e della classe politica tedesca vedono con favore la sua candidatura: Quand Bonn vote Poher, è il titolo di “Le Monde” il 15 maggio 1969.

Tutta la stampa evoca la passione di P. per l’Europa, in particolare per il Parlamento europeo, realista e tecnico, che preferisce al Consiglio d’Europa, troppo accademico e poco efficace. In “Le Monde” del 14 maggio 1969 il suo collega italiano Natale Santero sottolinea il carattere pragmatico di P., un «uomo che non ama rinchiudersi nelle formule» come «l’Europa delle patrie» o la «sovranazionalità», ma preferisce «le decisioni collegiali» e detesta «qualsiasi subordinazione», in favore di una «Europa delle possibilità».

Il programma presidenziale in dodici punti, presentato da P. il 27 maggio, mette al secondo posto la costruzione dell’Europa, chiedendo un’unità monetaria comune, un progetto di unione politica per tappe, l’Allargamento al Regno Unito, l’iniziativa di una conferenza dei capi di Stato per aprire nuove prospettive verso un’Europa dei popoli. Ma contrariamente a quanto ha dichiarato al quotidiano “L’Aurore”, non propone le Elezioni dirette del Parlamento europeo a suffragio europeo.

Ampiamente battuto da Georges Pompidou al secondo turno delle presidenziali, con il 41,28% dei voti contro il 58,21% dell’ex primo ministro di de Gaulle, P. dedica gli anni successivi a militare a favore dell’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato comune, a condizione che questo possa rafforzare l’integrazione europea. Lo testimoniano numerosi discorsi, come quello pronunciato a Grenoble il 16 febbraio 1970 in occasione delle giornate di studio europee: «La Gran Bretagna vuole entrare nel club. È logico che ne accetti il regolamento. Certo, possono essere accordate delle misure transitorie, ma sarebbe inutile credere e accettare che gli inglesi possano chiedere la trasformazione del Mercato comune in una zona di libero scambio». A Londra, il 16 luglio 1970, in occasione degli stati generali del Consiglio dei comuni d’Europa, ritiene che l’ingresso della Gran Bretagna «non debba compromettere l’evoluzione della Comunità verso la costruzione di una vera Unione economica e monetaria».

Alla fine di maggio del 1971 P. si rallegra per l’incontro fra Pompidou ed Edward Heath che mette fine ad anni di malintesi: «L’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato comune non può che avere effetti positivi sull’evoluzione democratica delle istituzioni europee». Il 29 ottobre 1971, ricevendo a Bonn il premio Robert Schuman, si compiace del voto favorevole del Parlamento britannico all’adesione, ma ricorda che è necessario soprattutto che il Mercato comune divenga «innanzitutto un’unione politica, o non sarà nulla».

In effetti l’ossessione di P. è la costruzione di una vera Europa politica. A Caen, il 27 marzo 1970, in un convegno internazionale di giovani quadri, ricorda che «l’Europa è un fatto politico più che una necessità commerciale», che il «Mercato comune è soprattutto un mezzo e non un fine» e deplora che si sia «perso di vista l’obiettivo della costruzione europea». Non smette di insistere su questa concezione volontaristica di un’Europa politica. Il 6 giugno 1970, davanti all’Association des chefs d’entreprise afferma che «l’Europa deve dotarsi di istituzioni comuni», di un Parlamento e di un esecutivo. Otto giorni più tardi, in occasione del ventesimo anniversario della Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, parla a favore di una moneta europea, ma anche perché si arrivi a «dare un senso all’unità politica già abbozzata». Il 2 ottobre 1970, nelle giornate di studio del gruppo democratico-cristiano al Parlamento europeo, ricorda che «di fronte alla potenza dell’Unione sovietica solo un’Europa unita potrà dialogare su basi veramente serie, il gioco personale ed egoistico dei nostri Paesi non può portare a niente di buono». Nella sua prospettiva la politica di apertura a Est del cancelliere tedesco-occidentale Willy Brandt gli appare come un tradimento della politica di amicizia franco-tedesca, fondamento della costruzione europea. Il 24 marzo 1971, di fronte ai membri dell’Unione europea dei federalisti riuniti a Lione, deplora «lo strano languore malato» che ha contagiato la costruzione europea: «L’Europa manca d’aria e di orizzonte – dichiara – bisognerebbe darle un’anima […]. L’Europa non ha un avvenire se non approda ad un governo europeo».

Alla testa del Senato, del quale celebra fastosamente il centenario nel 1975, non perde occasione per affermare le sue convinzioni europeiste. Nell’ottobre 1973, per esempio, è l’artefice di un voto unanime del Senato a favore del progetto di legge che ratifica la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950. Per ottenere questo risultato ha moltiplicato le iniziative presso i capi della maggioranza gollista. Nell’aprile 1974 la scomparsa di Pompidou lo riporta all’Eliseo, per il periodo della campagna elettorale, ma questo non gli impedisce di partecipare a Strasburgo, il 6 maggio 1974, al 25° anniversario del Consiglio d’Europa, dove chiede «un afflato nuovo per la costruzione europea» e un’apertura esterna.

Nel maggio 1984 esprime la sua soddisfazione dopo il discorso di François Mitterrand di fronte all’Assemblea delle Comunità europee. Invece non interviene nelle elezioni europee organizzate un mese più tardi, come non era intervenuto in occasione di quelle del giugno 1979, le prime a suffragio universale. Alle elezioni presidenziali dell’aprile-maggio 1988, P. sostiene Raymond Barre, il più “europeista” dei candidati. L’ultimo, importante intervento europeo di P. risale al 2 dicembre 1991, quando chiede che il ruolo del Parlamento di Strasburgo nella costruzione europea sia stabilito nel Trattato di Maastricht, che sarà firmato nel febbraio 1992. Qualche mese più tardi si ritira dalla vita politica, a 83 anni, lasciando il suo incarico al Senato a René Monory nell’ottobre 1992.

Infaticabile militante della costruzione europea, nella grande tradizione democratico-cristiana del suo mentore Schuman, P. ha risentito della sua marginalità politica, stretto fra i gollisti e i socialisti. Il paradosso di questo grande europeista è che, in mancanza di poteri esecutivi, non ha mai potuto influire in modo determinante sulla costruzione europea.

Jean Garrigue(2012)