Scheel, Walter

S. (Solingen, Renania 1919), figlio di un operaio e di una casalinga, crebbe in un ambiente familiare sereno. Dai genitori avrebbe appreso quella semplicità e quel senso dell’ordine che avrebbe conservato anche dopo essere assurto ai massimi onori della Repubblica Federale Tedesca (v. Germania). Questo ambiente ispirato all’onestà e alla parsimonia si caratterizzava per la sostanziale assenza di forti connotazioni politiche. Ciò si riverberò sull’atteggiamento del giovane Walter, il quale mantenne una sorta di distacco nei confronti degli estremismi politici. Furono anni in cui alla frequentazione della scuola si accompagnava quella della chiesa evangelica, con l’inserimento nel Bund Deutscher Jugend. Ma si trattò di un momento di transizione, cancellato dall’inclusione di S. nei ranghi della Hitlerjugend.

Il completamento degli studi superiori vedeva S. proiettato nel perfezionamento nei campi dell’economia e del diritto d’impresa. Arruolato nel 1939, nei cinque anni in cui fu in guerra Walter S. servì nella Luftwaffe. Inviato sul fronte orientale, si distinse per il coraggio e l’abnegazione, ottenendo i gradi di tenente e ricevendo, tra i vari riconoscimenti, due Croci di ferro per azioni di eroismo. Rilasciato da un campo di raccolta inglese nello Schleswig-Holstein ritornò a Solingen dalla famiglia, dove si adopeper rimettere in sesto la ditta Kronenberg, danneggiata dagli eventi bellici. A questa attività principale di imprenditore affiancò l’impegno nelle associazioni imprenditoriali che si erano ricostituite, diventando tesoriere dell’Unione dei produttori di rasoi e membro del consiglio di amministrazione dell’Associazione dei produttori di coltelli.

La posizione ricoperta da S. in ambito imprenditoriale rappresentava un richiamo per i rinati partiti della zona britannica, interessati a cooptare un così valido elemento. Nonostante le offerte della Christlich-demokratische Union (CDU), la scelta di S. andò ai liberali della Freie demokratische Partei (FDP), per i quali accettò di candidarsi alle elezioni comunali nel 1948. L’insieme di valori, dal successo dell’imprenditore privato all’eroismo del combattente, che il non ancora trentenne S. riassumeva nella sua persona, gli fruttò un risultato elettorale lusinghiero: il 22,5% delle preferenze.

Già durante il primo cimento nel consiglio comunale di Solingen, S. manifestò alcuni dei caratteri distintivi del suo pensiero politico: pragmatismo e mancanza di posizioni preconcette, fiducia nell’opera di modernizzazione e soprattutto attaccamento al tradizionale principio liberale di estraneità dello Stato e dell’autorità politica rispetto alla vita privata e alla morale dei singoli. L’esperienza di Solingen ebbe fine nel luglio 1952, quando un decreto del consiglio comunale revocò il suo mandato, motivandolo con il trasferimento di S. a Düsseldorf. Dal 1950, infatti, S. sedeva nel Landtag del Nord Reno-Vestfalia, dove sarebbe rimasto sino al 1953.

Gli anni trascorsi a Düsseldorf videro S. impegnato, oltre che sul fronte politico, anche in campo economico, con la fondazione di due società di consulenza e del centro di ricerca Intermarket e l’assunzione della guida della Deutsche Gesellschaft für Personalführung. Il panorama politico esistente a Düsseldorf vedeva intanto l’operare del gruppo dei cosiddetti “giovani turchi” della FDP, guidato da figure come Wolfgang Döring e Willy Weyer. Pur non ricoprendo un ruolo di primo piano, S. condivise i valori e le istanze di questo gruppo che avrebbe giocato per oltre un ventennio un ruolo decisivo sia a livello comunale che regionale e la cui esperienza avrebbe costituito un modello per sperimentazione a livello federale dell’intesa tra liberali e socialdemocratici.

Le elezioni del 1953 lo fecero approdare al Bundestag, dove sedette sino alla elezione a presidente federale. Sebbene nei primi anni la posizione di S. nel parlamento federale e anche in quello europeo non fosse di particolare rilievo, egli lottò affinché il partito liberale sopravvivesse alle nuove sfide e riuscisse a diventare l’ago della bilancia degli equilibri di governo del paese. Quando Konrad Adenauer impose la riforma della legge elettorale, quel Grabenwahlrecht che minacciava l’esistenza stessa del partito liberale, fu proprio S. a coordinare la strategia per garantire la sopravvivenza al partito e per renderlo un elemento stabile della coalizione governativa. Dopo le fatiche del 1956 e l’affermazione della formula della “piccola coalizione” come formula naturale di governo, S. ritornò nei ranghi, lasciando agli esponenti più in vista del partito gli incarichi di maggiore rilevanza.

Si trattava però di un arretramento solo temporaneo e dettato da considerazioni di opportunità: per l’ex consigliere comunale di Solingen il momento di fare il suo ingresso nella grande politica non avrebbe tardato. Nel 1961 fu nominato ministro federale per la cooperazione economica, incarico che tenne fino al passaggio dei liberali all’opposizione, nel 1966. Fu lo stesso S. a intervenire presso Willi Weyer al fine di essere posto al capo di un dicastero che si occupasse di aiuti allo sviluppo, un ministero che la prassi istituzionale della Repubblica federale ancora non conosceva. L’operazione si doveva però rivelare più ardua del previsto, a causa dell’opposizione di Ludwig Erhard, il quale prese apertamente posizione sia contro l’istituzione di un tale ministero e sia contro la candidatura di S. I tentativi del presidente liberale, Erich Mende, di indurre Erhard ad accettare una soluzione di compromesso si erano rivelati vani. La situazione fu sbloccata da Adenauer: dopo aver inizialmente avallato le richieste del suo delfino, Adenauer finì per acconsentire alla creazione del ministero, al fine di non alienarsi l’appoggio dei liberali. Erhard accettò di rimanere nel governo, a patto che i poteri del nuovo ministero per la cooperazione economica fossero fortemente limitati: era l’inizio di una piccola guerra con il dicastero dell’economia per la ripartizione delle competenze. Il bilancio della prima esperienza governativa di S. è sicuramente positivo. Il neoministro fu capace di dare fisionomia alla sua creatura, che nel 1964 riuscì a ottenere, tra l’altro proprio dal nuovo cancelliere Erhard, competenza esclusiva in materia di definizione delle linee guida, programmazione e coordinamento in materia di aiuti allo sviluppo, oltre che nell’attuazione degli aiuti tecnici. Il suo merito maggiore fu però quello di aver permesso la diffusione, a livello non solo politico ma anche di opinione pubblica, della convinzione che le fortune della Germania non dipendessero dal mantenimento di quella staticità che aveva caratterizzato la politica estera della Bundesrepublik nel primo decennio del confronto bipolare, ma dall’assunzione in prima persona di iniziative internazionali rilevanti. L’avvio di una politica di aiuti allo sviluppo rappresentava la prima tappa di un più ampio disegno, di cui l’Ostpolitik avrebbe rappresentato l’approdo ultimo, nel quale la Germania occidentale assurgeva a motore della distensione e si affermava come potenza civile.

Con la caduta del gabinetto Erhard, nella quale S. aveva avuto una parte rilevante, e l’affermazione della formula della Grosse Koalition ebbero inizio i difficili anni della transizione, sul piano sia umano che politico. L’intesa tra democristiani e socialdemocratici e il passaggio dei liberali all’opposizione faceva apparire ancora prematuro quell’accordo tra liberali e socialdemocratici che S. auspicava sin dal 1953. Il 31 gennaio 1968 fu eletto presidente del partito. Nel suo discorso di insediamento delineò una nuova strategia per il partito in vista delle elezioni del 1969, dove spiccava la priorità attribuita ai temi europei rispetto a quelli della politica interna. La promozione dell’Europa, di cui la Germania doveva farsi carico, non doveva più limitarsi al potenziamento economico e militare della parte occidentale del continente, bensì estendersi alla normalizzazione dei rapporti con la parte orientale di esso: solo attraverso la distensione la Germania sarebbe riuscita a uscire dall’impasse in cui era stata condotta dall’ultima politica di Adenauer e rispetto alla quale i governi che si erano fino a quel momento succeduti non erano stati in grado di elaborare una valida soluzione di ricambio. Corollario per la realizzazione della nuova politica liberale era l’accordo con i socialdemocratici e a tal fine S. si avvalse del suo legame con Willy Brandt, un legame che si era rinsaldato proprio negli anni in cui il partito liberale era rimasto all’opposizione. Che l’intesa potesse funzionare lo si comprese con l’elezione del socialdemocratico Gustav Heinemann alla presidenza della repubblica nel marzo del 1969, resa possibile dall’appoggio dei liberali. Fu comunque una scelta non condivisa né da tutti i membri né da tutti gli elettori del partito liberale, come dimostrato dalla riduzione del partito nelle elezioni per il Bundestag del 28 settembre dello stesso anno, dove fu raggiunto solo il 5,8% delle preferenze, al limite della soglia di esclusione.

Il 1969 vide la realizzazione del tanto atteso Machtwechsel, con l’affermazione di un governo di coalizione tra socialdemocratici e liberali. All’interno della nuova formula di governo il leader liberale assunse il doppio incarico di vicecancelliere e ministro degli affari esteri. In questa veste si fece carico di mettere in pratica quanto da lui auspicato in materia di rapporti con i paesi d’oltre cortina e di portare a compimento il lavoro impostato da Brandt durante la sua permanenza alla guida dell’Auswärtiges Amt. Forte dell’appoggio del cancelliere, con il quale, oltre alla visione politica, condivideva l’impostazione pragmatica dell’azione, riuscì innanzitutto a portare a compimento con successo le trattative con i sovietici. Fu proprio nel momento chiave della costruzione della Ostpolitik che S. palesò le sue capacità di negoziatore internazionale, riuscendo a imporre ai sovietici il collegamento tra l’accordo in corso di negoziazione e l’intesa quadripartita su Berlino. Non meno difficili dovevano dimostrarsi i negoziati con Polonia e Cecoslovacchia, poiché con entrambi i paesi permanevano, al dì là dei contrasti dei contingenti, problemi insoluti risalenti al passato: il riconoscimento della linea Oder-Neisse come confine nei confronti della Polonia e la nullità degli accordi di Monaco del 1938 nei confronti della Cecoslovacchia. La capacità di risolvere questi problemi senza farsi condizionare da quelle pregiudiziali che avevano ingessato l’azione di Adenauer e dei suoi successori, gli permise di superare questi ostacoli e raggiungere il suo obiettivo principale: la stipula, il 21 dicembre 1972, del trattato che ristabiliva le relazioni tra i due Stati tedeschi.

La politica di normalizzazione dei rapporti con l’Est rappresenta senza dubbio l’aspetto di maggiore rilevanza dell’attività di S. come ministro degli Esteri. Egli stesso ne era convinto, al punto di definire la politica di distensione e di integrazione come l’attuazione dei principi politici incarnati dai partiti liberali. Nel discorso del 23 febbraio 1972, che accompagnava la presentazione degli Ostverträge al Bundestag, S. giungeva a rivendicare per il suo partito e per i piccoli partiti liberali europei il ruolo di promotori delle istanze europeiste: al pari dei liberali inglesi, che si battevano per l’ingresso del Regno Unito in Europa, i liberali tedeschi dovevano farsi promotori della distensione sul continente. Sebbene il momento della normalizzazione con l’Est rispetto a quello dell’integrazione comunitaria fosse nell’equipe Brandt-S. (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), contrariamente a quanto sarebbe accaduto per la coppia formata da Helmut Schmidt e Hans-Dietrich Genscher, prevalente, bisogna comunque ricordare come in S. l’interesse per la tradizionale politica europea non fosse assente: prova ne è l’attivismo negoziale con cui ha affrontato alcuni momenti chiave, dall’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità economica europea (CEE) alle trattative per lo sviluppo del Mercato comune. Al di là delle valutazioni sulla politica estera di S., quel che giova sottolineare è che fu una politica rispondente alle aspirazioni dei tedeschi, come dimostrato dal risultato elettorale del 19 novembre 1972: in un clima di estrema polarizzazione del confronto politico, l’FDP raggiungeva un risultato estremamente positivo, con l’8,4% dei suffragi.

Con il successo dell’Ostpolitik e l’affermazione del partito sia a livello elettorale che di governo, il successo di S. era completo. Ormai ai vertici della gerarchia di governo ed essendogli precluso il cancellierato, S. avanzò la sua candidatura alla massima carica della Repubblica federale di Germania: la presidenza della repubblica. Non era certo l’ambizione al coronamento di una carriera di successo, quanto piuttosto l’aspirazione a continuare a dare il proprio contributo al consolidamento dei risultati raggiunti negli anni di governo. L’idea che S. aveva della carica presidenziale differiva infatti in misura sostanziale dall’immagine che la prassi aveva delineato: lungi dall’esaurirsi nell’espletamento di mere funzioni rappresentative, la figura del presidente federale acquisiva, nella visione del leader liberale, nuova linfa, assurgendo a soggetto attivo di politica estera, con un particolare ruolo in ambito europeo.

Lo scrutinio del 15 maggio 1974 sanciva la prevalenza di S. su Richard von Weizsäcker, schiudendo le porte di Villa Hammerschmidt al figlio dell’operaio di Solingen. L’elezione di S. alla presidenza federale concludeva definitivamente il ricambio generazionale nel mondo politico della Repubblica federale, con l’affermazione di una generazione che non aveva vissuto l’esperienza della repubblica di Weimar e che, cresciuta all’ombra del regime hitleriano, aveva iniziato a svolgere attività politica solo dopo la caduta di esso. S. ricoprì il suo incarico con la dignità e l’autorevolezza necessarie per guidare il paese in un momento difficile come la seconda metà degli anni Settanta, quando il cancro del terrorismo colpiva anche la Repubblica federale. Tramontata l’ipotesi di una rielezione, S. terminò il suo mandato presidenziale nel 1979. Nonostante l’età non avanzata (S. aveva 60 anni) la natura dell’ultima carica ricoperta gli impedì di far ritorno alla politica attiva.

Nominato presidente onorario del FDP ricoprì diversi incarichi, tra cui la presidenza, dal 1980 al 1989, della Europa-Union Deutschland. In quest’ultimo ambito si dimostrò particolarmente attivo e coerente con quanto affermato nel suo discorso di insediamento, pronunciato a Monaco il 14 dicembre 1980, nel quale rilanciava l’idea di una Europa politica che doveva andare oltre i pur importanti traguardi di integrazione raggiunti con il mercato comune, l’Unione doganale e la Politica agricola comune.

Federico Niglia (2010)