Simitis, Kostantinos (Kostas)

S. nacque il 23 giugno 1936 al Pireo, il porto di Atene nella provincia dell’Attica. I genitori furono attivisti dell’opposizione di sinistra alla dittatura militare del generale Ioannis Metaxas (1936-1940). Il padre, l’avvocato Gheorghios Simitis, docente di diritto all’Università di Atene, durante l’occupazione militare della Grecia da parte delle potenze dell’Asse (1941-1944), entrò nel gruppo dirigente del Fronte di liberazione nazionale (Etnikò Apeleftherotikò Mètopo, EAM) fondato dal partito comunista. Alla vigilia della liberazione del paese, divenne prefetto del Comitato provvisorio di liberazione nazionale (Prosorini Epitropiì etnhikis apeleftherosis, PEEA), il governo nominato dall’EAM in opposizione al governo monarchico in esilio nella regione della Rumelia. Negli stessi anni la madre di S. fu presidente nazionale dell’Unione panellenica delle donne.

Cresciuto durante il secondo conflitto mondiale e la successiva guerra civile (1946-1949), S. si trasferì in Germania per gli studi universitari, dove nel 1959 si laureò in legge all’Università di Marburgo. In seguito si trasferì nel Regno Unito per seguire corsi di specializzazione in economia presso la London school of economics. Tornato in Grecia, intraprese la professione forense e nel 1965 partecipò alla fondazione dell’Associazione di studi Alexandros Papanastasiou.

Dopo il colpo di Stato militare del 1967, S. prese parte al movimento contro la dittatura, trasformando l’Associazione di studi in una struttura politica clandestina, denominata Difesa democratica. Ma nel 1969, costretto all’esilio per sfuggire all’arresto, si stabilì in Germania, dove divenne docente universitario di Diritto civile e mercantile. Il tribunale militare di Atene lo condannò in contumacia per detenzione illecita di esplosivo e associazione sovversiva. All’estero S. partecipò attivamente alla mobilitazione politica degli esuli greci contro la Giunta dei colonnelli e nel 1970 aderì al Movimento panellenico di liberazione (Panellinio Kinima, PAK), fondato nel 1968 da Andreas Papandreu.

Nell’estate 1974, dopo il crollo della dittatura, S. tornò ad Atene, per organizzare assieme a Papandreu la fondazione del Partito socialista greco (Panellinio Sosialistiko Kinima, PASOK). Questo avrebbe dovuto fare da contrappeso alla Nuova democrazia, il partito fondato nelle stesse settimane dal primo ministro Konstantinos Karamanlis, leader storico della destra, richiamato in Grecia dal lungo esilio in Francia per gestire il processo di transizione democratica. Membro del Comitato centrale e del Comitato esecutivo del PASOK, Simitis aderì alla corrente moderata dei cosiddetti “riformisti”. Favorevole all’apertura politica nei confronti delle istituzioni del Patto atlantico e della Comunità economica europea (CEE), S. si mostrò sempre piuttosto refrattario alla retorica della sinistra radicale, tipica del programma politico di Andreas Papandreu, improntato a uno spirito statalista e nazionalista, venato di forti accenti antiturchi, antiamericani e antieuropeisti. Nel 1977 S. ottenne la cattedra di Diritto mercantile presso l’Università Panteion di Scienze politiche ad Atene e assunse la direzione della scuola di formazione per i quadri del partito.

Durante il periodo della metapolitvesi, il cambiamento di regime politico interno, il PASOK subì una costante crescita elettorale, fino alla vittoria dell’ottobre 1981, conseguita sulla base di un programma di riforme radicali, con il 48,1% dei voti. Il primo governo socialista nella storia della Grecia si insediò in coincidenza dell’ingresso definitivo del paese nella CEE, ratificato da Karamanlis prima che egli lasciasse il governo per assumere la presidenza della Repubblica. Insediatosi ai vertici dell’esecutivo, Papandreu assecondò il processo d’integrazione europea (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), non dando seguito alla promessa elettorale di sottoporre a un referendum popolare l’ingresso nella CEE. Malgrado le divergenze politiche più volte espresse nei confronti di Papandreu, S. fu nominato ministro dell’Agricoltura, un ruolo chiave nella nuova compagine governativa, data la rilevanza del settore agrario per l’economia greca. Egli condusse a termine con successo le difficili trattative per il riassetto delle colture mediterranee, con l’impegno della Grecia a non superare le quote stabilite dalla CEE per ogni singolo settore della produzione, e i negoziati per i sussidi in favore degli agricoltori greci.

Alle elezioni politiche del 1985 il PASOK uscì riconfermato quale partito di governo. La seconda legislatura socialista dovette misurarsi con le difficoltà derivanti da un deficit pubblico di circa tre milioni di dollari, l’inflazione corrente al tasso del 18% annuo e un consistente indebitamento con l’estero, ma anche con l’urgenza di emanare i primi importanti provvedimenti di politica sociale in assenza di un precedente sistema di welfare. Eletto per la prima volta in parlamento nella circoscrizione del Pireo e riconfermato quale membro del Comitato esecutivo del PASOK, S. fu chiamato ai vertici del ministero dell’Economia nazionale. Egli varò un programma di austerità, che includeva il congelamento dei salari per un periodo di due anni, la svalutazione del 15% della dracma, restrizioni alle importazioni, controlli sui prezzi e l’imposizione di una tassa speciale sulle imprese. La politica di austerità fu accolta con favore dai vertici della CEE che la interpretarono come una svolta liberale del PASOK, esaltando l’introduzione nell’economia greca di elementi di efficienza, di razionalizzazione e di competitività necessari a inserire il paese nel sistema del Mercato unico europeo. In politica interna, invece, il programma di Simitis scatenò il dissenso dei sindacati, del Partito comunista e dei settori di sinistra del PASOK, i quali accusarono il ministro dell’Economia di subalternità ai dettami del FMI.

Nel biennio 1986-1987, nonostante l’aumento della pressione fiscale, l’inflazione continuò ad attestarsi sopra al 15% e il deficit pubblico rimase consistente. S. sostenne, da un lato, la necessità di abbattere le barriere doganali (v. anche Unione doganale), abolire i sussidi in favore dei settori meno produttivi dell’economia nazionale e smantellare le tradizionali strutture protezioniste, al fine di favorire la riduzione dei costi di produzione, l’incremento dei consumi e la crescita del mercato interno; e, dall’altro, l’esigenza di migliorare la produttività, di vincolare strettamente la domanda all’offerta e di modernizzare gli apparati industriali adeguando la Grecia agli standard tecnologici dell’Europa occidentale. Andreas Papandreu e la vecchia guardia del PASOK bocciarono un tale orientamento alla stregua di una deriva liberista. S. fu esautorato di fatto dal governo e il 27 novembre 1988 si dimise dall’esecutivo.

Nelle settimane successive un’ondata di scandali finanziari travolse numerosi deputati e ministri del PASOK, accusati di corruzione, frode e concessione illecita di contratti pubblici. Mentre Papandreu esaltò gli accenti più smaccatamente populisti del discorso pubblico del PASOK, S. chiese l’allontanamento dal partito delle personalità compromesse con gli scandali, pena una drastica contrazione dei consensi elettorali.

Disattese le proposte di moralizzazione interna, alle elezioni politiche del giugno 1989 i socialisti scesero al 39,2% dei voti e furono costretti a cedere il governo del paese alla “Nuova democrazia” di Konstantinos Mitzotakis. Disponendo della maggioranza relativa dei seggi in parlamento, il centrodestra strinse un patto con i comunisti con l’unico scopo di garantire l’approvazione dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Andreas Papandreu e dei vertici socialisti. In un clima di crescente incertezza, dopo un’ulteriore tornata elettorale nel mese di novembre, fu varato un governo di unità nazionale, sotto la guida dell’anziano economista, già direttore della Banca centrale di Grecia, Xenofon Zolotas. Nominato ministro dell’Educazione, S. ricoprì l’incarico fino all’aprile del 1990, quando la vittoria elettorale della “Nuova democrazia” consentì la formazione di un governo di centrodestra.

Tornati all’opposizione, i socialisti misero l’accento sulla necessità di riformare il partito. Ma la prospettiva della “rinascita” del PASOK non implicò la messa in discussione della leadership di Andreas Papandreu. Denunciando l’urgenza del cambiamento, S. si candidò implicitamente alla successione. Ma l’assoluzione giudiziaria di Papandreu nel 1992 e la vittoria elettorale dell’anno successivo, con il 46,8% dei voti, allontanarono la prospettiva di un cambio della guardia ai vertici del PASOK.

Il terzo governo Papandreu si insediò in un clima internazionale turbato dalle dure reazioni di Atene nei confronti dei partner dell’Unione europea propensi al riconoscimento ufficiale della neocostituita Repubblica di Macedonia, costituitasi in Stato indipendente nel 1991 dopo la secessione dalla Repubblica federale di Iugoslavia. L’accusa di irredentismo nei confronti del nuovo Stato, e la convinzione che la sua esistenza costituisse di per sé una minaccia per l’integrità nazionale della Grecia, spinsero il governo Papandreu a imporre l’embargo economico, con conseguenze drammatiche per un paese privo di sbocco al mare.

Identificato con il settore proeuropeista e con la corrente più incline a una mutazione tecnocratica del PASOK, S. ricevette l’incarico, relativamente marginale, di ministro dell’Industria, commercio, energia e tecnologia. Il suo progetto di privatizzazione delle imprese pubbliche, con un bilancio in deficit, suscitò accesi contrasti nel gruppo dirigente socialista. Le alterne vicende alle quali andò incontro la privatizzazione delle imprese pubbliche, e il coinvolgimento nel piano di ristrutturazione delle imprese dei settori considerati strategici, quali quello telefonico, petrolifero e elettrico, originariamente esclusi dalla manovra di liquidazione, attirarono veementi polemiche nei confronti di S. Ad aggravare il suo isolamento politico all’interno del governo contribuirono le forti divergenze emerse con i ministri competenti in materia di politiche monetarie. Nel 1995, quando ormai si era tacitamente riaperta la lotta per la successione alla guida del PASOK, S. si dimise sia dal governo sia dal Comitato esecutivo del PASOK, per non compromettere una sua eventuale candidatura alla leadership socialista con la permanenza in un esecutivo sempre più impantanato in polemiche interne.

Dopo il ricovero in ospedale di Andreas Papandreu e le sue dimissioni da primo ministro, il 18 gennaio 1996 S. ottenne il consenso della maggioranza dei deputati socialisti nell’elezione interna al partito per la successione alla segreteria, con una vittoria di 86 a 75 sul rivale Akis Tzohatzopoulos, ministro dell’Interno. Egli fu quindi incaricato dal Presidente della Repubblica di formare il nuovo governo. Il 30 giugno, una settimana dopo la morte di Andreas Papandreu, S. fu eletto ufficialmente presidente del PASOK.

La sua ascesa al potere sancì la vittoria definitiva dell’ala riformista, proeuropeista e liberal del socialismo ellenico. Il nuovo governo, insediatosi dopo le elezioni anticipate del settembre 1996, alle quali il PASOK, con il 41,5% dei voti ottenne la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, riscosse il favore delle borse europee e degli ambienti finanziari e imprenditoriali greci.

In politica estera, S. inaugurò un processo di distensione nelle relazioni tra la Grecia e i vicini balcanici, favorendo la ripresa di normali relazioni diplomatiche con la Macedonia. Fu siglato il Trattato di amicizia, cooperazione e buon vicinato con l’Albania e nel 1997 la Grecia aderì alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Protezione delle minoranze etniche, salvo però rinviarne la ratifica definitiva sine die.

S. valorizzò il ruolo della Grecia nell’ambito della cooperazione regionale, soprattutto intensificando i tentativi di mediazione nei confronti della Serbia di Slobodan Milošević. Un contingente militare ellenico partecipò alla missione della Forza multinazionale di protezione (FMP) approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per l’assistenza umanitaria alla popolazione civile albanese, colpita dalla catastrofe finanziaria, dalle rivolte e dall’ondata di saccheggi e, poi, all’Operazione Alba del 1997 sotto il mandato dell’Italia. Nello stesso anno fu firmato in Grecia l’accordo per avviare il cosiddetto Processo di cooperazione del Sud-Est europeo.

All’inizio del 1999 la Grecia contribuì con un modesto contingente militare all’invio di una Forza di garanzia (International fellowship of riconciliation, IFOR) per l’applicazione degli accordi di pace di Dayton in Bosnia-Erzegovina e si adopeper una soluzione non militare della nuova crisi esplosa in Kosovo, dopo la recrudescenza della pulizia etnica perpetrata dalle bande paramilitari serbe nei confronti della popolazione albanese. In seguito, S. decise di mantenere la Grecia in una condizione di partecipazione indiretta all’intervento dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) contro la Federazione di Iugoslavia, limitandosi a mettere a disposizione basi logistiche e a inviare aiuti umanitari e forze di pace in Albania e Kosovo.

Sempre difficili, invece, rimasero le relazioni diplomatiche con la Turchia. Nel 1996, al termine di una lunga serie di provocazioni reciproche, il rischio di un conflitto per questioni di sovranità territoriale nell’Egeo orientale fu evitato solo grazie alla mobilitazione diplomatica della NATO e della UE. Denunciando la persistenza dell’occupazione militare turca nella parte settentrionale dell’isola di Cipro, nonché il mancato rispetto da parte della Turchia di importanti parametri politici ed economici, la Grecia espresse parere nettamente contrario all’ingresso del paese nella UE. Il veto del governo di Atene cadde solo nel 1999. Quell’anno, tuttavia, le relazioni greco-turche furono turbate dalle vicende, mai completamente chiarite, legate alla cattura a Nairobi di Abdullah Ocalan, il leader del Partito dei lavoratori curdi accusato di terrorismo dal governo di Ankara, e della sua richiesta di asilo politico in Grecia.

S. fu riconfermato per la terza volta alla guida del governo dopo la vittoria elettorale del PASOK alle elezioni politiche dell’aprile 2000 con il 43,8% dei voti. Ma la congiuntura economica negativa, aggravata dal pessimismo degli investitori dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, e fattori congiunturali come l’aumento del prezzo del petrolio, misero in luce i limiti del modello socialdemocratico propugnato dal PASOK. Il governo socialista riuscì a conseguire l’ambito obiettivo di un inserimento della Grecia nell’area dell’Euro, ricorrendo a una politica di austerità e di riforme strutturali.

Il 1° gennaio 2002 l’euro sostituì la dracma. Nel primo semestre 2003, durante il turno di Presidenza dell’Unione europea da parte della Grecia, S., in stretta collaborazione con il dinamico ministro degli Esteri Georghios Papandreu, figlio di Andreas, affrontò il delicato compito di ricomporre le relazioni tra i partner europei, nel quadro delle gravi divergenze emerse in merito alla guerra dichiarata dagli Stati Uniti contro l’Iraq.

Al trattato di Adesione all’UE di dieci nuovi paesi la cui adesione definitiva fu fissata per il 2004, seguì la firma del progetto per la nuova Costituzione europea, in una solenne cerimonia ufficiale svoltasi a Salonicco con i capi di Stato dei paesi membri. Tuttavia, le proteste sindacali, le polemiche suscitate dall’organizzazione della XXVIII edizione dei Giochi olimpici ad Atene e un diffuso malcontento popolare attirarono nei confronti dei socialisti le accuse di burocratizzazione e di una gestione corrotta della cosa pubblica. Il 7 febbraio 2004 S. cedette la direzione del PASOK a Gheorghios Papandreu, l’unico candidato ritenuto in grado di salvare le sorti elettorali del partito. Ma alle elezioni celebrate nel mese di marzo il PASOK registrò una clamorosa sconfitta, scendendo per la prima volta dal 1990 al 40,6% dei voti, cinque punti percentuale, corrispondenti a 48 seggi parlamentari, meno della Nuova democrazia.

Lidia Santarelli (2005)