Slovacchia

L’adesione della Slovacchia all’UE non avvenne in modo così semplice come per molti altri Stati della regione. La Slovacchia fu ignorata al Consiglio europeo di Lussemburgo del 1997 per non aver soddisfatto i criteri politici stabiliti a Copenaghen quattro anni prima (v. Criteri di adesione), ma in seguito alle elezioni parlamentari del 1998 e allo scioglimento del governo guidato da Vladimir Mečiar, fu invitata ad avviare le trattative per l’adesione durante il Consiglio europeo di Lussemburgo del 1999. Il paese fece grandi passi avanti nei tre anni successivi, che culminarono nell’invito a candidarsi all’UE nel summit di Copenaghen del 2002.

Malgrado la Cecoslovacchia avesse firmato un Accordo europeo (v. Accordi europei) con la Comunità economica europea (CEE), la divisione dello Stato federale rese necessario un nuovo accordo, che fu firmato il 4 ottobre 1993 e debitamente ratificato dal parlamento slovacco due mesi dopo. A questo punto si supponeva che la Slovacchia sarebbe entrata nell’Unione europea (UE) insieme alla Repubblica Ceca; i funzionari UE ritenevano che la sua economia e la capacità di governare fossero all’altezza del compito. Di fatto, le riforme economiche attuate in Cecoslovacchia, tra il 1990 e il 1992, avevano creato una solida base per una soddisfacente economia di mercato.

Tra il 1993 e il 1997 la Slovacchia mancò l’occasione, soprattutto a causa della politica interna. Malgrado il fatto che Mečiar avesse presentato personalmente la candidatura della Slovacchia all’UE e che il suo governo avesse dichiarato la propria ambizione di unirsi alle strutture euro-atlantiche – UE, Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – il governo di coalizione di Mečiar perseguì una politica non conforme alle regole euro-occidentali e generò riprovazione a livello internazionale. Quando la Commissione europea, il 16 luglio 1997, si pronunciò sulle candidature degli Stati dell’Europa centrale e orientale, la Slovacchia emerse chiaramente come un caso anomalo (v. anche Paesi candidati all’adesione). Infatti, fu l’unico paese a essere escluso dal primo gruppo invitato a iniziare le trattative per l’adesione al Consiglio europeo di Lussemburgo, per non aver soddisfatto i criteri politici stabiliti a Copenaghen nel 1993 (v. Henderson, 1999). La Commissione stabilì che il paese non aveva ottemperato ai criteri politici sotto molti aspetti, riferendosi in particolare all’instabilità delle istituzioni slovacche, all’insufficiente radicamento nella vita politica e agli scarsi risultati nel funzionamento della sua democrazia. Inoltre, in materia di principio di legalità, diritti umani e tutela delle minoranze (v. anche Diritti dell’uomo), il governo guidato da Mečiar fu criticato per il divario fra le norme contenute nei testi costituzionali e giuridici, e la loro applicazione politica.

La bocciatura della Slovacchia nel 1997 fu il culmine di una serie di messaggi sempre più critici provenienti da Bruxelles, dopo le elezioni del 1994. Il 23 novembre 1994, prima della formazione del terzo governo guidato da Mečiar, l’UE presentò una démarche che esprimeva preoccupazione nei riguardi delle attività del governo entrante, specialmente in riferimento all’iniziale concentrazione di potere verificatasi fin dalla prima seduta parlamentare del 3-4 novembre. Una seconda démarche venne presentata il 25 ottobre 1995 ed esprimeva critiche per la campagna condotta dal governo contro il presidente e un monito alla Slovacchia affinché facesse fronte agli obblighi sottoscritti nell’Accordo associativo. Il governo, tuttavia, ignorò ampiamente la démarche e preferì, al contrario, considerarla come un comunicato o un promemoria. Le preoccupazioni dell’UE divennero ancora più esplicite in una Risoluzione del Parlamento europeo, approvata il 16 novembre 1995, nella quale si faceva riferimento in particolare alle oscure vicende intorno al rapimento del figlio del presidente Michal Kováč, ai tentativi di Mečiar di fare espellere dal Parlamento membri dell’Unione democratica (che avevano lasciato il partito del primo ministro) e all’esclusione di rappresentanti dell’opposizione dai principali comitati parlamentari (v. Henderson, 1999, p. 232).

La bocciatura della Slovacchia a Lussemburgo, nel 1997, unita alle irregolarità appurate nel referendum sull’ingresso nella NATO, servì a convincere le varie forze d’opposizione a collaborare più strettamente. Di conseguenza fu formata la Coalizione democratica slovacca (Slovenská demokratická koalícia, SDK) che univa cristiano-democratici, liberali,verdi e socialdemocratici. Inoltre, altri partiti come il successore di quello comunista, il Partito della sinistra democratica (Strana demokratickej lavice, SDL), dichiararono apertamente il proprio desiderio di restituire alla Slovacchia il suo status di normale paese europeo. Nell’autunno del 1998, alle elezioni parlamentari, i partiti d’opposizione ottennero buoni risultati. Subito dopo le elezioni venne formata una coalizione composta da quattro partiti – SDK, SDL, Partito della comprensione civica (Strana obcianskeho porozumenia, SOP) di recente istituzione e Partito della coalizione ungherese (Madarská koalícia, MK). L’inclusione del partito etnico ungherese fu molto importante per l’immagine del governo e del paese, considerate le critiche rivolte alle politiche sulle minoranze durante il governo Mečiar, contenute nell’“Agenda 2000” della Commissione europea.

Inizialmente, il nuovo governo slovacco sperava che il paese sarebbe stato invitato a iniziare le trattative per l’adesione durante il Consiglio europeo di Vienna nel dicembre 1998. In realtà, dopo le elezioni del 1998, i segnali provenienti da Bruxelles erano molto positivi, ma non lasciavano intendere che la Slovacchia sarebbe stata automaticamente promossa nel primo gruppo di paesi candidati. Tuttavia, il nuovo governo slovacco si impegnò per dimostrare la volontà del paese di aderire all’UE con una frenetica attività diplomatica. Il nuovo primo ministro Mikuláš Dzurinda effettuò personalmente 35 visite bilaterali all’estero, presso i paesi dell’UE, durante i primi dodici mesi del proprio incarico (v. Bilčík, 2001, p. 9).

Nel tentativo di riguadagnare terreno nel processo di preparazione per l’adesione, la Slovacchia cooperò attivamente con la Commissione europea. Basandosi sull’opinione favorevole dell’UE rispetto al nuovo governo slovacco, la Commissione creò uno strumento istituzionale unico: il Gruppo di lavoro di alto livello tra la Commissione europea e la Slovacchia, sotto la guida del viceministro degli Esteri Ján Figeľ e del vicedirettore degli Affari esteri CE, François Lamoureux; il Gruppo si riunì cinque volte tra il novembre 1998 e il settembre 1999 (v. Bilčík, 2001, p. 9). La valutazione finale delle attività del Gruppo di lavoro mise in evidenza i cambiamenti politici avvenuti in Slovacchia. Il sistema politico della Slovacchia, in seguito alle elezioni parlamentari, comunali e presidenziali, raggiunse una rinnovata stabilità. L’approvazione della legge sull’uso delle Lingue delle minoranze nazionali, nel luglio 1999, rappresentò una svolta fondamentale nello scenario politico interno, così come il funzionamento piuttosto stabile della nuova e allargata coalizione. Il Gruppo di lavoro concluse che la velocità dell’integrazione slovacca nell’UE sarebbe dipesa in larga misura dalla tempistica e dalla portata delle riforme interne e dalla trasposizione dell’Acquis comunitario nella legislazione slovacca (v. Bilčík et al., 2001, p.243).

Il Gruppo di lavoro e altre Istituzioni comunitarie misero in luce questioni che sarebbero state rilevanti durante l’intero processo di adesione, specialmente la riforma giudiziaria, la situazione della minoranza rom, l’applicazione di leggi volte a rafforzare il mercato interno e aumentare la trasparenza nella privatizzazione, la richiesta al governo slovacco di elaborare progetti mirati alla chiusura del reattore del blocco V1 e l’aumento della sicurezza del blocco V2 della centrale nucleare di Jaslovsé Bohunice.

Furono raggiunti diversi obiettivi nell’arco di tempo tra la formazione del nuovo governo e il summit di Helsinki del dicembre 1999, non da meno quello di rilanciare l’immagine della Slovacchia negli ambienti europei. Furono anche attuate importanti trasformazioni di carattere pratico. Malgrado il precedente governo avesse presentato la prima versione del Programma nazionale per l’adozione dell’acquis nel marzo 1998, il governo di Dzurinda si preparò a rivedere i piani in risposta alle critiche mosse dalla Commissione. Il punto più importante era l’introduzione di un migliore coordinamento dei gruppi di lavoro facenti capo al vice primo ministro per l’Integrazione, Pavol Hamžík. Nel febbraio 1999 venne approvato un nuovo piano d’azione (v. Marušiak et al., 1999, pp. 181-182).

In seguito alla raccomandazione della Commissione del 13 ottobre 1999 affinché si avviassero le trattative con la Slovacchia (insieme alla Romania, Bulgaria, Lettonia, Lituania e Malta), nel dicembre 1999 il Consiglio europeo di Helsinki acconsentì ad avviare le trattative per l’adesione agli inizi del 2000. Nel febbraio 2000, quando la Slovacchia presentò la sua posizione generale sull’ingresso nell’UE ebbero inizio. Il governo dichiarò che non avrebbe richiesto deroghe rispetto all’acquis e che avrebbe fatto istanza di periodi di transizione soltanto per un numero limitato di aree e affermò coraggiosamente il proprio ambizioso obiettivo di armonizzare la legislazione slovacca con la legislazione UE (v. Armonizzazione) entro la fine del 2002 e fissò il 1° gennaio 2004 come data di ingresso (v. Bilčík et al., 2001, p. 244).

La Slovacchia iniziò a trattare otto dei 31 capitoli (statistiche, piccole e medie imprese, scienza e ricerca, istruzione e formazione, relazioni esterne e politica estera e di sicurezza comune, cultura e politica dell’audiovisivo e concorrenza), e la conclusione preliminare dei primi sei venne confermata nella riunione dei ministri degli Esteri a Lussemburgo nel giugno 2000. Il mese successivo, la Slovacchia aprì altri otto capitoli (politica industriale, tutela dei consumatori, pesca, Libera circolazione dei servizi, Libera circolazione dei capitali, trasporti, telecomunicazioni e tecnologia dell’informazione e Unione doganale), i primi tre dei quali vennero chiusi nell’ottobre 2000, mentre quello relativo alla cultura e Politica degli audiovisivi fu chiuso il mese successivo. Malgrado i progressi compiuti, gli analisti espressero perplessità riguardo alla capacità della Slovacchia di rispettare l’ambiziosa data d’ingresso (v. Bilčík et al., 2001). Restavano ancora molti capitoli, ritenuti tra i più difficili, da chiudere e si erano raggiunti scarsi progressi in settori particolari come il diritto commerciale e le capacità istituzionali della Slovacchia di stare al passo con i vicini.

La Slovacchia, sostenuta in parte dal Consiglio europeo di Nizza del dicembre 2000 (che approvò una road map per completare le trattative e auspicò che nuovi Stati membri partecipassero al turno successivo per eleggere il Parlamento europeo nel giugno 2004), compì “notevoli progressi” nelle trattative per l’adesione durante il 2001 e riuscì a tenere il passo dei più importanti paesi candidati, almeno per quanto riguardava la chiusura dei capitoli dell’acquis (v. Bilčík, 2002, p. 286).

Sebbene l’UE avesse inizialmente deciso di aprire le trattative con la Slovacchia per l’adesione su tutti i rimanenti capitoli – eccetto quello relativo al controllo finanziario – i diplomatici slovacchi riuscirono a persuadere i funzionari UE a includerlo. Durante la presidenza svedese nella prima metà del 2001 (v. Presidenza dell’Unione europea), la Slovacchia riuscì a chiudere altre nove capitoli (Libera circolazione delle merci, libera circolazione dei servizi, diritto societario, Politica sociale e occupazione (v. Politiche per l’occupazione), telecomunicazioni e tecnologia dell’informazione (v. Politica europea delle telecomunicazioni), Libera circolazione delle persone, libera circolazione dei capitali, unione doganale e Unione economica e monetaria). I progressi realizzati in questo periodo si rivelarono significativi al punto che il Consiglio europeo di Göteborg nel giugno 2001 prese la decisione di concludere le trattative con i paesi candidati meglio preparati, entro la fine del 2002. Grazie alle trattative relativamente rapide, la Slovacchia era riuscita a tenere il passo con i vicini del primo gruppo. Al termine della presidenza svedese, la Slovacchia aveva chiuso 20 capitoli, un risultato simile a Polonia (17), Ungheria (22) e Repubblica Ceca (19; v. Bilčík, 2002, p. 288).

Tuttavia, durante la seconda metà del 2001, i progressi rallentarono. Malgrado Figeľ avesse espresso il desiderio di arrivare a chiudere i capitoli relativi a energia, tassazione e trasporti, raggiungendo allo stesso tempo progressi considerevoli nel controllo finanziario, ambiente, concorrenza, giustizia e affari interni, questi obiettivi non furono raggiunti. Soltanto altri due capitoli (energia e ambiente) si conclusero prima della fine del 2001. Per entrambi i capitoli la Slovacchia negoziò accordi transitori. Nel caso del capitolo sull’Energia, l’UE riconobbe che sarebbero stati necessari ulteriori e significativi investimenti e una dilazione di tempo affinché la Slovacchia soddisfacesse i requisiti UE e portasse le riserve strategiche di petrolio fino a un livello corrispondente a 90 giorni di consumo, per cui accordò alla Slovacchia una proroga di cinque anni. La Slovacchia inoltre negoziò sette periodi di transizione per i capitoli sull’ambiente (v. anche Politica ambientale).

I preparativi per l’adesione all’UE, non furono certamente favoriti da uno scandalo scoppiato nella primavera del 2001. I funzionari del governo slovacco vennero sospettati di essersi appropriati indebitamente di fondi UE. Lo scandalo condusse alle dimissioni di Hamžík, che venne sostituito, come vice primo ministro per l’integrazione europea, da Maria Kadlečíková. Inoltre, l’UE rispose con il temporaneo congelamento di ulteriori fondi per la Slovacchia. Per quanto le indagini sullo scandalo non svelarono attività criminali, la vicenda mise in evidenza una mancanza di trasparenza e una impreparazione generale delle istituzioni slovacche a recepire gli strumenti di assistenza dell’UE nella fase di preadesione (v. Bilčík, 2002, p. 290).

Tuttavia, nel 2001 si osservarono progressi considerevoli nella riforma giudiziaria e nella pubblica amministrazione. Nel novembre 2000, la Commissione europea nella sua relazione periodica criticò la Slovacchia per l’insufficiente indipendenza del sistema giudiziario, gli scarsi risultati nella lotta alla corruzione, il livello generalmente scarso di preparazione istituzionale e di capacità amministrativa complessiva. In risposta, il 23 febbraio 2001, il parlamento slovacco «adottò il più ampio emendamento alla Costituzione slovacca» sin dall’indipendenza (v. Bilčík, 2002, p. 289). L’emendamento spianò la strada alla riforma del sistema giudiziario, chiarì lo status dei trattati internazionali, ridefinì i poteri della Corte Costituzionale, provvide alla creazione di un mediatore (Ombudsman) nel campo della tutela dei diritti civili e favorì la riforma della pubblica amministrazione.

Durante la presidenza spagnola, nella prima metà del 2002, la Slovacchia chiuse altri quattro capitoli (tassazione, trasporti, giustizia e affari interni e istituzioni). Per quanto concerne il primo di questi, i negoziatori slovacchi si dimostrarono vincenti, esigenti e abili nell’ottenere vari periodi di transizione e deroghe mirati ad attutire l’impatto dell’adesione all’UE sull’imposta sul valore aggiunto e sui diritti di accisa (v. Bilčík, 2003, p. 331).

La fase finale delle trattative slovacche fu completata durante la presidenza danese, nella seconda metà del 2002. La fase più spinosa si rivelò quella relativa alla concorrenza, che non venne chiusa fino all’ottobre 2002. I negoziati si concentrarono sull’assistenza statale fornita alle aziende private, specialmente le agevolazioni fiscali e gli incentivi concessi a due tra i più importanti investitori stranieri, Volkswagen e US Steel (v. Bilčíc, 2003, p. 333). Sebbene l’UE rifiutasse generalmente di accordare periodi di transizione e deroghe in questa materia, si arrivò infine a un accordo. Per quanto riguarda la Volkswagen, fu concesso alla Slovacchia di continuare a fornire gli aiuti di Stato in base agli accordi stabiliti tra la casa automobilistica e il governo slovacco fino al 2008. L’accordo riguardante la US Steel fu complesso, ma in modo analogo il governo slovacco poté continuare a fornire sgravi fiscali, alle stesse condizioni dell’accordo iniziale. Nella raffica finale di trattative, che culminarono nel Consiglio europeo di Copenaghen del dicembre 2002, prevalsero le questioni relative al bilancio e all’agricoltura (analogamente agli altri Stati candidati). La Slovacchia si dimostrò relativamente flessibile nelle trattative rispetto ad altri paesi candidati come la Polonia.

Grazie a un largo consenso politico sulla necessità di unirsi all’UE e all’assenza di richieste forti durante le trattative per l’adesione, il processo di adesione della Slovacchia fu molto più facile rispetto a quello di altri Stati candidati. La strategia slovacca nei negoziati di adesione all’UE guidati da Ján Figeľ (v. anche Strategia di preadesione), fu diretta e si basò molto sulla fiducia tra le parti interessate. Le richieste slovacche di periodi di transizione furono limitate a poche questioni di vitale interesse nazionale e non ci furono richieste di deroghe sull’applicazione dell’acquis. Le trattative più difficili furono quelle riguardanti i problemi del mercato interno (le “quattro libertà”), ambiente, energia, imposte, agricoltura e concorrenza (v. Figeľ, Adamiš, 2003). Fu grazie a questa strategia negoziale e alla determinazione nel tenere il passo che la Slovacchia riuscì a concludere i negoziati in meno di tre anni.

Dopo la chiusura delle trattative e la firma del Trattato di adesione ad Atene nell’aprile 2003, iniziò la ratifica del trattato (che costituisce il passo conclusivo indispensabile per l’adesione). Tuttavia, la Slovacchia aveva cominciato i propri preparativi prima che il trattato venisse firmato. In risposta a una risoluzione approvata dal Parlamento, il presidente Rudolf Schuster indisse un referendum per il 16-17 maggio 2003. Sebbene non fosse necessario sul piano legale un referendum, i leader politici ritennero che, data l’importanza dell’evento storico, fosse indispensabile. Fu una mossa rischiosa, in particolare a causa del requisito legale del 50% di elettori per convalidare il risultato. Dato l’ampio consenso interno, con solo poche voci marginali che esprimevano seri dubbi sull’impatto dell’adesione, si suppose che il “sì” avrebbe facilmente vinto; tuttavia, la sfida rimaneva quella di assicurare un numero sufficiente di elettori. Dopo una debole campagna a favore del “sì” condotta dal vice primo ministro Pál Csáky, nei più illustri ambienti politici si temette che l’affluenza alle urne sarebbe rimasta sotto la soglia del 50%. Di conseguenza, molti politici di alto profilo, tra i quali il portavoce del Parlamento, Pavol Hrušovký, esortarono i cittadini a recarsi alle urne. Probabilmente gli appelli dell’ultima ora furono decisivi, poiché la partecipazione al voto riuscì a raggiungere la soglia del quorum, con il 52,2% di votanti. Come previsto, una schiacciante maggioranza (92,5%) si pronunciò a favore dell’adesione. Dopo il referendum e il suo significato più simbolico che legale, il parlamento slovacco dovette ratificare formalmente il trattato nel giugno 2003, aprendo la strada all’adesione del 1° maggio 2004.

Sorprendentemente, i deputati del Partito comunista slovacco votarono contro il trattato durante la ratifica parlamentare, anche se la leadership del partito aveva sostenuto il “sì” nel referendum. La stessa leadership non voleva essere considerata come la causa del fallimento dell’adesione all’UE, ma usò la ratifica del voto parlamentare come un’opportunità per sottolineare il proprio dissenso nei confronti delle condizioni accordate per l’adesione (v. Haughton, Rybář, 2004). Infatti, concluso il processo di ratifica, cominciò a emergere un dibattito molto più incisivo su quale fosse il modello di UE al quale il paese voleva aderire. In precedenza, soltanto il dibattito parlamentare sugli emendamenti costituzionali aveva prodotto un risultato significativo e ciò avvenne quando i deputati dell’opposizione accusarono il governo di tradimento.

Durante il processo di adesione era mancata una sostanziale discussione, a tutti i livelli sociali, non soltanto a livello politico ma anche nell’ambito delle organizzazioni non governative e in quello economico, su quale fosse il modello di UE al quale il paese desiderasse aderire. Era stato fatto un tentativo per facilitare questo dibattito nell’ambito della Convenzione nazionale sul futuro della Slovacchia in Europa, ma tale iniziativa si dimostrò inefficace a causa della mancanza d’interesse dei partecipanti.

Durante il periodo 1998-2002, il principale obiettivo nazionale della Slovacchia fu chiaramente quello di ottenere l’adesione all’UE. Talvolta la Slovacchia appariva come «un cane ubbidiente che segue devotamente gli ordini del suo padrone» (v. Málova, Haughton, 2005). Alla luce della bocciatura di Lussemburgo e del desiderio della Slovacchia di non “perdere il treno”, quella posizione era comprensibile. Ciò che stupisce è il fatto che l’obiettivo dell’adesione ostacolasse l’emergere di un dibattito interno sul modello preferito di Unione europea al quale aderire. In ogni caso, l’adesione costrinse la Slovacchia a definire le proprie priorità nazionali. Pressioni per una chiara diffusione di tali interessi nazionali emersero nel corso della Conferenza intergovernativa (v. Conferenze intergovernative) di Roma nel dicembre 2003. In quanto nuovo Stato membro senza una tradizione di politica estera indipendente, con programmi in molti settori della politica fortemente condizionati nel decennio precedente dall’adesione all’UE e alla NATO, e con attori politici slovacchi così diversamente orientati, forse non era sorprendente che il paese lottasse per definire la propria posizione. Infatti, la posizione ufficiale del paese, che spinse l’opposizione al governo verso un’ulteriore integrazione in un certo numero di settori – in particolare il desiderio di mantenere una strategia di decision-making unanime su tassazione, politica sociale e difesa – fu chiarita solo due giorni prima del summit di Roma.

Dopo quell’avvio infausto, la Slovacchia cominciò a definire più chiaramente la propria posizione. Al contrario delle questioni fiscali, nell’ambito della politica estera, la direzione della strategia governativa fu a favore dell’integrazione. Alla vigilia dell’adesione slovacca all’UE, il primo ministro Dzurinda stabilì come priorità assolute della politica estera slovacca sia i Balcani Occidentali che l’Ucraina. Dopo il suo discorso, il ministero degli Esteri redasse i documenti che delineavano le priorità politiche, basate sul processo di stabilizzazione e di associazione all’UE, sulla politica europea di buon vicinato e sul perseguimento di un’UE sempre più allargata. La Slovacchia dimostrò il proprio impegno verso i Balcani occidentali, facendosi portavoce dell’avvio di negoziati per l’adesione della Croazia, aprendo una propria ambasciata in Bosnia-Herzegovina e inviando un diplomatico di grande esperienza alla guida della missione del paese a Sarajevo. Mentre la Slovacchia aveva espresso il proprio sostegno a iniziative europee quali la Strategia europea per la sicurezza, il governo espresse alcune riserve riguardo a un’ulteriore integrazione in questo settore, in particolare sul fatto che nuove strutture avrebbero potuto gravare sui rapporti tra la NATO e l’UE. In generale, la Slovacchia manifestò il proprio desiderio di garantire buone relazioni tra l’UE e gli USA.

Sembrerebbe che la posizione slovacca rispetto a un’ulteriore integrazione durante il primo anno di adesione fosse riconducibile alle preoccupazioni ideologiche del governo. Dopo aver ottenuto l’adesione, partiti quali l’Unione democratica cristiana slovacca del primo ministro Dzurinda (Slovenská Demokratická a Kresťanská Únia, SDKÚ), che avevano incentrato la campagna elettorale del 2002 sull’adesione all’UE, spostarono la propria attenzione verso preoccupazioni di natura più ideologica. Al centro dei programmi dei ministri nominati della SDKÚ, in particolare quelli del ministro delle Finanze, Ivan Mikloš, vi erano politiche neoliberiste ispirate e incoraggiate da organismi finanziari internazionali come la Banca mondiale. Il governo Dzurinda, ad esempio, introdusse la tanto decantata tassa del 19% di aliquota unica, tagliò i benefici previdenziali e intraprese riforme radicali delle pensioni e della sanità. Queste riforme furono sostenute dalla fiducia nella superiorità del mercato rispetto agli interventi dello Stato e implicarono la sostituzione degli stessi con soluzioni ampiamente basate sul mercato. Mentre la situazione interna, specialmente la debole opposizione, aveva facilitato il perseguimento di tali politiche, la dimensione europea poneva una minaccia. Rinunciare al proprio diritto di veto sulle imposte, per esempio, avrebbe portato all’armonizzazione fiscale e avrebbe messo in pericolo il programma neoliberista (v. Málova, Haughton, 2005).

Box 1 → Banca Nazionale Slovacca

Box 2 → Convenzione Nazionale sul futuro europeo della Slovacchia

Box 3 → Fondazione Friedrich Ebert

Box 4 → Istituto per gli Affari pubblici

Tim Haughton, Jana Shepperd (2007)