Vanoni, Ezio

V. nacque a Morbegno in Valtellina il 3 agosto 1903 da una famiglia della piccola borghesia cattolica animata da un forte senso religioso. Dopo aver frequentato il liceo ginnasio di Sondrio, vinse il concorso come alunno del Collegio universitario Ghislieri di Pavia, iscrivendosi nell’anno accademico 1921-1922 alla facoltà di giurisprudenza. In quegli anni V. aderì al socialismo, diventando presto allievo di Benvenuto Griziotti, studioso insigne di scienza delle finanze e di ideali socialisti. Divenuto capo degli studenti socialisti dell’ateneo pavese durante il delitto Matteotti, si laureò con una tesi sulla Natura ed interpretazione delle leggi tributarie. Nel 1925-1930 ottenne una borsa di studio dell’Università cattolica di Milano e la borsa Rockefeller che gli permise di perfezionare i suoi studi con un soggiorno in Germania. Fu in questo periodo che, di fronte alla violenta crisi economica che sconvolgeva allora quel paese, si formò la visione economica e politica di V., che lo avvicinò a un cattolicesimo sociale che si coniugava con un personale recupero religioso.

Nel 1932 V. ebbe il primo incarico di scienza delle finanze presso l’Università di Cagliari, dove si dedicò negli anni successivi agli studi economici fino a ottenere una cattedra nel 1939. V. contribuì al progetto di riforma della codificazione tributaria e della sostituzione dell’imposta sugli scambi con l’imposta generale sull’entrata attraverso l’Istituto nazionale di finanza corporativa, divenendo così di fatto un collaboratore del ministro Thaon di Revel. Il suo ruolo per così dire tecnico, si doveva trasformare in politico nel 1943; la disperata situazione del paese alla vigilia del crollo del fascismo coincise con la stagione di Camaldoli che vide la sua partecipazione alla riunione dei primi cattolici nel monastero aretino.

All’impegno politico si affiancò quello sindacale quando, dopo il 25 luglio 1943, V. fu nominato commissario dei lavoratori del commercio. In questa veste fu firmatario insieme ai responsabili delle altre categorie, Guido De Ruggiero, Bruno Buozzi e Achille Grandi, di un manifesto di resistenza contro l’occupazione tedesca. Iniziata la militanza nel neocostituito partito della Democrazia cristiana (DC), nel congresso del luglio 1944 divenne rappresentante cooptato in rappresentanza delle organizzazioni professionali, economiche e culturali. La sua carriera politica ebbe un forte sviluppo quando fu eletto membro della Consulta nazionale e della Costituente. Come deputato di questo organo partecipò ai lavori della Commissione economica per la Costituente, ma soprattutto fece parte della “Commissione dei 75” incaricata di predisporre il progetto di costituzione. Il 2 febbraio 1947 divenne ministro per il Commercio estero nel III gabinetto di Alcide De Gasperi. Con questo incarico si adopeper l’adesione dell’Italia all’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE), firmata il 16 aprile 1948, tesa ad armonizzare gli scambi e a ridurre progressivamente gli ostacoli al commercio reciproco tra i paesi firmatari oltre che a stabilizzare le economie e le monete. V. vedeva nell’OECE l’inizio di una collaborazione permanente su un piano concreto ed era fermamente convinto che per spingere l’Italia sulla strada del progresso economico fosse necessario stabilire un clima di corretta concorrenza internazionale, soprattutto in contrapposizione alla politica autarchica del periodo fascista. In questa prospettiva fu quindi assertore della costituzione dell’Unione europea dei pagamenti (UEP), organismo nato in seno all’OECE nel 1950. Nel difendere e valorizzare tale organismo V. fu sempre attento a sottolineare il rischio del ritorno al bilateralismo negli accordi commerciali come in quello dei pagamenti, sostenendo che ciò avrebbe comportato il pericolo di una contrazione nel volume degli scambi allontanando vieppiù la prospettiva di una lenta e graduale riunione dei paesi europei.

La liberazione degli scambi e l’Unione europea dei pagamenti furono due elementi che ebbero una importanza fondamentale per la ripresa dell’economia europea e videro in V. un attento sostenitore, che salutò con soddisfazione la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Tra il 1947 e il 1956 V. fu quindi uno degli uomini di punta della DC, portatore di una visione sociale cristiana di “giustizia sociale”, responsabile dei principali dicasteri economici, ispiratore della politica economica del governo, tra cui di particolare rilievo la riforma tributaria del 1951, con l’introduzione dell’imposta progressiva sul reddito, e la costituzione dell’Ente nazionale idrocarburi (ENI) che vide la stretta collaborazione tra V. ed Enrico Mattei.

Ministro delle Finanze con il IV governo De Gasperi (23 maggio 1948), V. mantenne tale incarico anche nei tre successivi governi De Gasperi e durante la breve esperienza del Governo guidato da Giuseppe Pella (agosto 1953, gennaio 1954); dal 26 luglio 1951 al 2 febbraio 1952 resse anche, ad interim, il dicastero del Tesoro. Fu quindi ministro del Bilancio nel I governo di Amintore Fanfani (18 gennaio 1954), e nei governi di Mario Scelba (10 febbraio 1954, 22 giugno 1955) e Antonio Segni (dal 6 luglio 1955), fu ancora ministro del Tesoro ad interim dal 30 gennaio 1956 al 16 febbraio 1956, giorno della sua morte avvenuta in parlamento «al termine di un discorso dai toni insolitamente lirici per un uomo abituato alla scarna eloquenza del ragionamento economico» (v. Magliulo, 1991, p. 17). La sua morte secondo alcuni interruppe la realizzazione del cosiddetto “Piano Vanoni” (v. Barucci, 1977, p. LV), un ambizioso progetto di politica dirigistica teso alla soluzione del problema dell’occupazione che non ebbe alcuna pratica attuazione. “Lo schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito nel decennio 1955-1964”, questo il vero nome del piano, fu presentato dallo stesso V. al congresso della DC di Napoli del 1954 (26-29 giugno) nel quale come è stato osservato «non suscitò subito l’interesse proporzionato al rilievo che ebbe negli anni seguenti» (v. Accame, 1982, p. 38). Il pensiero di V. al riguardo era che la politica economica seguita dall’Italia dal dopoguerra era stata coerentemente diretta alla ricerca di solidarietà e di collaborazione internazionale, in questo quadro il suo paese aveva assunto e mantenuto una posizione confacente alla sua nuova dimensione economica raggiungendo un alto livello di scambi con l’estero, sostenendo la liberazione di questi come uno dei mezzi per raggiungere l’integrazione economica europea sotto lo stimolo della concorrenza internazionale (v. anche Integrazione, metodo della; Integrazione, teorie della). L’Italia si era fatta promotrice non solo della stretta integrazione nel settore del carbone e dell’acciaio e della sua estensione ad altri settori, ma anche del “rilancio europeo”, della ricerca dei principi più idonei per realizzare di una politica comune nei campi economico, finanziario e sociale. Secondo V. i dislivelli fra le diverse economie mondiali erano causa di squilibrio anche per le nazioni più ricche e avanzate; solo con la cooperazione si sarebbero potuti risolvere i problemi non più contestualizzabili in singole aree geografiche nazionali. In questa prospettiva, nel gennaio 1955 V. presentò il suo schema all’OECE sottolineando la funzione europeistica del piano raccogliendo significativi apprezzamenti. Il piano V. fissava una serie di presupposti da perseguire per raggiungere gli obiettivi, ossia l’eliminazione della grave e persistente disoccupazione, l’eliminazione dello squilibrio Nord-Sud, e infine l’eliminazione del deficit della bilancia dei pagamenti.

V. visse la sua stagione politica in pieno centrismo degasperiano costituendo l’ala sinistra attraverso la quale la DC di governo seppe coniugare esigenze di stabilità con riforme sostanziali, ma rappresentò anche la continuità di una politica economica gestita con coerenza e sulla base di precise impostazioni ideali che vedevano già nella cooperazione economica del continente la premessa per la futura integrazione.

Stefano Ciaramelletti (2010)