Klompé, Margaretha

Deputato del Partito cattolico olandese (Katholieke Volkspartij, KVP), personalità di spicco nel panorama dell’europeismo del suo tempo, nonché prima donna ministro della storia dei Paesi Bassi, K. (Arnhem 1912-L’Aia 1986) visse la sua infanzia in un ambiente sereno, ricevendo un’educazione improntata ai principi del cattolicesimo osservante, seppur temperata dall’approccio critico verso alcune forme di chiusura pregiudiziale manifestate dall’istituzione ecclesiastica.

Dotata di un’eccezionale capacità di analisi, il brillante curriculum scolastico evidenziò di K. da subito la sua particolare attitudine per le materie scientifiche. Non a caso, infatti, diplomatasi ad Arnhem, nel 1929 si iscrisse alla Facoltà di chimica della Rijksuniversiteit di Utrecht. Presto coinvolta nella riflessione sulle tematiche dibattute nell’ambito del prestigioso ateneo, dalla crisi economico-finanziaria al collasso dei valori tradizionali, K. iniziò un ripensamento complessivo delle sue convinzioni religiose, allontanandosi contestualmente dalla chiesa cattolica. Ritrovato il proprio orientamento, non senza aver proceduto alla riscoperta degli aspetti più spirituali e mistici del cattolicesimo, tornò all’osservanza della fede con rafforzata consapevolezza, mostrando altresì maggiore apertura nei confronti delle altre forme di credo.

Nel 1932 l’improvvisa malattia del padre impose a K., neolaureata e intenzionata a conseguire una specializzazione post laurea, di cercare un impiego che le consentisse di finanziare i suoi studi. Decise pertanto di dedicarsi all’insegnamento, accettando l’incarico di docente di chimica presso il liceo femminile “Mater Dei” di Nijmegen. Esperienza che – conclusa, non senza rammarico, nel 1949, per sopraggiunti impegni politici – costituì peraltro un momento di alto valore formativo per la giovane K.

Grazie ai proventi dell’insegnamento, il 21 aprile del 1941 K. riuscì a iscriversi al corso di specializzazione in chimica tenuto dal professore Hugo Rudolf Kruyt, eccellente studioso e personalità tra le più stimolanti della Rijksuniversiteit. Un anno dopo superava un esame complementare di fisica, per approdare infine alla facoltà di medicina, spinta dall’aspirazione a diventare medico di famiglia coltivata fin dall’infanzia.

La guerra, tuttavia, determinando la chiusura dell’università di Utrecht, interrompeva bruscamente la stagione accademica di K., traducendola ex abrupto nella partecipazione attiva alla resistenza. Dapprima, nel maggio del 1940, con le truppe tedesche che tentavano l’invasione del territorio olandese, K. assisteva, come collaboratrice del Servizio di soccorso volontario femminile (Vrijwilligers Vrouwen Hulpdienst), alla rotta degli eserciti nazionali impegnati a respingere l’avanzata nazista a Grebberg, nella parte occidentale del paese, al confine con la Germania. Dal 1941, poi, sotto lo pseudonimo di dr. Meerbergen, svolgeva il ruolo di corriere per i gruppi partigiani, al servizio, tra gli altri, dell’arcivescovo Jan De Jong, attivo soprattutto nella causa contro le persecuzioni antisemite. Ancora militante nella resistenza, nel 1943 K. diveniva vicepresidente dell’Unione delle donne volontarie (Unie van Vrouwelijke Vrijwilligers), incarico che avrebbe ricoperto per dieci anni, offrendo un contributo essenziale durante l’evacuazione della sua città natale. Con lo pseudonimo di Truus ter Aken venne poi conosciuta a Otterloo e Apeldoorn, dove trascorse gli ultimi anni della guerra in clandestinità. All’indomani della liberazione, peraltro, si adopealacremente, nel quadro dell’intervento promosso dall’Unione, per il ripristino della funzionalità e della normalità civile di Arnhem.

Temprata dalla guerra e dal carico di sofferenze sopportate negli anni della clandestinità, nel maggio del 1945 K. decise di affacciarsi alla politica. Determinata e risoluta, si presentò quindi al Nederlandse Volksbeweging (NVB), un partito nato dalla Resistenza, per considerare poi l’eventualità di entrare a far parte del partito socialista, PvdA (Partij van de Arbeid), il quale sembrava voler incarnare la rinascita politico-culturale dell’Olanda postbellica. Allo sguardo attento di K., tuttavia, non sfuggirono gli elementi di continuità che legavano il PvdA al vecchio partito socialdemocratico (Sociaal-Democratische Arbeiders Partij, SDAP), ben lungi dalle aspirazioni all’innovazione politica e al profilo europeo enunciate nel manifesto programmatico. Da qui l’opzione per l’ala progressista del KVP, il partito cattolico, ritenuto la formazione politica più aperta a raccogliere e a far proprio l’invito a ricostruire il paese su nuovi fondamenti, cioè su una sostanziale cooperazione tra le forze politiche, su una maggiore attenzione alle tematiche sociali, nonché su una nuova caratterizzazione europea dell’Olanda, in sintonia con l’appello di Washington alla cooperazione internazionale.

Le elezioni del 1946 segnarono una tappa importante nella riflessione di K. sulla necessità di estendere la partecipazione femminile alla vita pubblica e istituzionale dell’Aia, dove anche l’ultima tornata elettorale aveva confermato la tendenza a precludere alle donne l’accesso al Parlamento. Maturò pertanto, con Wally van Lanschot, conosciuta alla Rijksuniversiteit e alla quale era legata da un rapporto di profonda amicizia e affinità intellettuale, la decisione di fondare un’associazione cattolica femminile di dibattito politico, il Roomsch katholiek Vrouewendispuut, con l’obiettivo di sensibilizzare le donne a prendere parte attiva al processo decisionale e politico nazionale. Si trattava, per la precisione, di un polo di confronto affatto distante da concezioni protofemministe e che al contrario verteva sul principio, che era proprio dell’impostazione di K., di una complementarietà naturale tra uomo e donna, alla quale avrebbe dovuto corrispondere un’equa distribuzione dei ruoli nel policy-making e, più in generale, nella società.

Come presidente di tale associazione, funzione che peraltro avrebbe ricoperto fino al 1950, K. divenne in breve tempo un riferimento imprescindibile per le diverse organizzazioni femminili sorte successivamente in Olanda nei primi anni dopo la guerra. E fu proprio in virtù del credito progressivamente guadagnato in tale veste presso l’opinione pubblica nazionale che, nel 1947, venne designata come membro della delegazione olandese all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nel prestigioso consesso, la sua straordinaria lucidità intellettuale, nonché la tenacia con la quale conduceva le sue battaglie per la rappresentatività delle donne nei luoghi decisionali e nella politica conquistarono, fin dalle prime battute, il deputato Emmanuel M.J.A. Sassen e il senatore Leo J.C. Beaufort, entrambi membri eccellenti del KVP.

Seguirono forti sollecitazioni da parte dei due politici all’indirizzo della giovane collega affinché accettasse di candidarsi alle elezioni del 1948. K., invero piuttosto ostile alla pratica del compromesso ampiamente in uso tra gli scanni parlamentari, accettò di essere inserita nelle liste elettorali cattoliche purché il suo nome fosse collocato nelle ultime posizioni, riducendo così sensibilmente le probabilità di un’elezione. Queste, almeno, erano le sue aspettative. Di fatto, il 12 agosto del 1948, formatosi il governo di coalizione cattolico-socialista e distribuiti i portafogli ai nuovi ministri, Sassen, che aveva ottenuto il dicastero dei Territori d’oltremare, indicò K. come sua sostituta alla Camera. Entrata in Parlamento come deputato, K. si occupò principalmente di questioni di politica estera, forte dell’esperienza acquisita all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, della quale era ormai divenuta frequentatrice abituale.

Gli impegni a livello internazionale, inoltre, si intensificarono ulteriormente a partire dal 1949. In un panorama mondiale in continua evoluzione come quello dei primi anni Cinquanta – in cui alle crescenti tensioni del bipolarismo, destinate a cristallizzarsi ulteriormente con la nascita dell’Alleanza atlantica, si accompagnava, in Europa, la spinta integrazionista, patrocinata collettivamente da Washington e dalle frange europeiste degli Stati continentali – K. si ritrovò a partecipare alle principali organizzazioni internazionali sorte successivamente in quel periodo, per lo più come unica rappresentante femminile dei rispettivi consessi. In particolare, nel 1949 diveniva membro dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, incarico che avrebbe mantenuto fino al 1956; dal 1952 al 1956, sedeva fra i banchi dell’Assemblea parlamentare della Comunità europea del carbone e dell’Acciaio (CECA), non mancando peraltro di partecipare ai lavori dell’Assemblea ad hoc, il gruppo istituito nel 1953 nel quadro della stessa Assemblea parlamentare della CECA (v. anche Parlamento europeo) – presieduto dal belga Paul-Henri Charles Spaak – e incaricato di preparare un progetto di Trattato volto a realizzare la Comunità politica europea (CPE).

Unica donna invitata al tavolo della concertazione, K. si distinse per slancio propositivo e spirito di conciliazione, non escludendo, con ciò, il ricorso alla fermezza quando erano in gioco le priorità della politica europea del proprio paese, prima fra tutte l’integrazione economica (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Animata da profonda fede europeista, della quale informava sistematicamente i suoi interventi, K. venne ripetutamente elogiata dai suoi colleghi – che pure non nascondevano, Spaak in primis, qualche reticenza sull’opportunità della partecipazione femminile agli incontri di alto livello a carattere internazionale – per lo zelo con il quale, in un terreno complesso come quello dell’integrazione europea, si impegnava a proporre posizioni comuni. Senza mancare altresì di coerenza con i propri principi e logica politica, della quale diede ampia dimostrazione allorché l’Assemblea ad hoc si trovò a ragionare sull’architettura istituzionale della CPE, ivi compresa la ripartizione delle competenze tra i diversi organi. Nel quadro dell’acceso dibattito, infatti, l’attiva rappresentante olandese riuscì sapientemente a contemperare le proprie convinzioni federalistiche (v. Federalismo) con l’imperativo, facente capo ai desiderata dell’Aia, della salvaguardia delle priorità politiche nazionali. A proposte di carattere marcatamente sovranazionale, quali il graduale trasferimento delle competenze dai ministri nazionali al Senato europeo, rappresentativo degli Stati, l’introduzione del diritto di inchiesta per la Camera europea, rappresentativa dei cittadini, nonché, in posizione preminente, il coordinamento dell’amministrazione comunitaria – condizione sine qua non, a suo giudizio, per garantire un corretto funzionamento della macchina burocratica della CPE – facevano eco iniziative a tutela degli Stati nazionali, specie dei piccoli paesi. K. suggerì infatti di introdurre il diritto di veto sulla fissazione del budget comune; si espresse in senso contrario all’elezione politica della Camera europea e soprattutto propugnò con forza – ponendosi come portavoce della delegazione olandese, nonché del gruppo degli Stati più piccoli – l’equa ripartizione dei seggi nel Senato europeo, secondo il principio della composizione paritaria mutuato dal modello americano e nel tentativo di ridimensionare l’eccesso di rappresentatività accordato a Parigi, che con i suoi settanta seggi avrebbe dominato la Camera europea.

Difendendo energicamente le linee guida della sua strategia politica per l’unità europea – sempre in linea con le indicazioni trasmesse dal governo dell’Aia – K. seppe imporre la sua presenza sul proscenio di Bruxelles, ottenendo riconoscimenti importanti da alcuni colleghi illustri, primo tra i quali il collega del PvdA Marinus van der Goes van Naters, nonché guadagnando consensi nell’establishment politico olandese nel quale; pur persistendo un malcelato scetticismo nei confronti della presenza femminile nel decision-making nazionale, diversi furono gli attestati di stima che le vennero tributati per l’incisività del suo operato. Nell’ambito del KVP, peraltro, e soprattutto da parte del leader Carl P.M. Romme, figura di eccezionale rilievo all’Aia, K. veniva apprezzata per il talento politico, la sobrietà e la risolutezza con cui conduceva le proprie battaglie personali, non meno che per lo spirito indipendente.

Fu proprio in virtù di tali riconoscimenti, non meno che per la sua comprovata sensibilità alle tematiche sociali, che, il 13 ottobre 1956, K. veniva nominata ministro dell’Assistenza sociale (Maatschappelijk Werk) nel quarto governo Drees. La sua designazione suscitò un’eco profonda nella stampa, come pure nell’opinione pubblica, a diversi livelli. E non poteva essere altrimenti, visto che si trattava della prima donna eletta al vertice di un ministero olandese. In realtà, quello dell’Assistenza sociale era un dicastero di nuova formazione, istituito nel 1952, con margine d’azione piuttosto modesto e un’organizzazione interna ancora poco strutturata. Tuttavia l’efficace e innovativa piattaforma programmatica elaborata dal neoministro – costruita sul presupposto che l’assistenza pubblica dovesse fungere da supporto all’iniziativa privata, piuttosto che sostituirsi a essa – accrebbe in breve tempo e in misura considerevole il prestigio del Maatschappelijk Werk, il quale divenne un importante fucina di provvedimenti volti a migliorare la qualità dell’intervento statale sulla società. In proposito, vanno rilevate la legge del 1963 sui ricoveri per anziani, promossa da K. e destinata a porre fine alla situazione disastrosa nella quale versavano la maggior parte delle case di riposo olandesi, nonché, nello stesso anno, la Algemene Bijstandswet (Legge sull’assistenza pubblica), varata dal governo De Quay (1959-1963), la quale istituiva il diritto all’assistenza pubblica, fino ad allora appannaggio quasi esclusivo della Caritas diocesana, per tutti i cittadini olandesi, non solo per le fasce sociali più deboli, sulla base delle rispettive necessità.

Indiscutibili gli effetti positivi dell’azione di K. sulla modernizzazione del dialogo tra Stato e società, ma certo non esenti da critiche, anche violente, da parte dei colleghi in Parlamento, molti tra i quali afferenti al suo stesso partito. Attacchi che, peraltro, non si limitavano alla sfera dei provvedimenti che il ministro andava adottando nell’ambito dell’Assistenza sociale, ma che attenevano, anche e soprattutto, alle posizioni “eterodosse” assunte in merito a tematiche di più ampio respiro, la questione della Nuova Guinea in primis. Vera e propria spina nel fianco della politica estera olandese del secondo dopoguerra, il dibattito sulla concessione dell’indipendenza alla colonia – porzione ormai residuale del vasto impero di fine Ottocento – infiammatosi improvvisamente nel 1962, vide la K. contrapporsi allo stesso leader del suo partito, Romme, nella strenua difesa del diritto all’autodeterminazione delle popolazioni indigene. Di fronte all’acuirsi delle tensioni interne al partito, oltre che amareggiata dai dissensi espressi, più e meno velatamente – e soprattutto dal concorrente ministro degli Affari sociali, Charles J.M.A. van Rooy – rispetto alle tendenze innovatrici della sua politica sociale, K. decise di rassegnare le dimissioni da ministro, il 24 luglio 1963, pur mantenendo il suo incarico alla Camera.

La decisione di dimettersi non fu certo facile, ma il suo spirito libero e la sua integrità morale imponevano a K. di prendere le distanze da una classe di governo più attenta agli equilibri di potere che al reale benessere del paese. Tuttavia, il passaggio più difficile della sua carriera politica doveva ancora compiersi. Tra il 13 e il 14 ottobre 1966, in effetti, nella cosiddetta “notte di Schmelzer”, allorché il leader del KVP, Norbert Schmelzer, chiese ai componenti del suo partito di votare compatti la sua mozione di sfiducia al governo Cals, formatosi da appena un anno, K. si trovò di fronte a una svolta decisiva. Sul piatto della bilancia c’erano infatti, da un lato, la lealtà alla sua compagine politica e, dall’altro, il profondo rapporto di amicizia che la legava al premier Jo M.L.Th. Cals. Sussistevano in realtà concrete motivazioni alla base della decisione di Schmelzer: la situazione economica del paese richiedeva infatti cambiamenti strutturali nella gestione della spesa pubblica ai quali la coalizione di governo in carica aveva dimostrato di non saper provvedere. La ratio politica finì quindi per prevalere sugli aspetti etici e personali, ma la frattura generatasi in quel frangente nei rapporti tra K. e Cals non si sarebbe più ricomposta.

Nella formazione governativa del dopo Cals, guidata dall’antirivoluzionario (Anti-Revolutionaire Partij, ARP) Jelle Zijlstra, il 22 novembre del 1966, la pur reticente K. venne designata dallo stesso premier per occupare il ruolo di ministro del dicastero della Cultura, della ricreazione e del welfare (Ministerie van Cultuur, Recreatie en Maatschappelijk Werk, CRM). Gli eccellenti risultati registrati dal CRM, che pure usciva da un periodo opaco di attività, accrebbero ulteriormente la popolarità di K., della quale veniva apprezzato in particolar modo il senso democratico e l’efficacia dell’azione politica. Si cominciò pertanto a vociferare, in Parlamento, su una sua possibile candidatura alla presidenza del Consiglio, in vista delle elezioni del 1967. In effetti, in piena rivoluzione culturale, il KVP guardava con preoccupazione all’allontanamento progressivo del proprio elettorato, il quale cominciava a dar segni di insofferenza verso l’incapacità di autorinnovamento dimostrata dal partito. Era pertanto necessario un leader carismatico, capace di intraprendere una profonda rivitalizzazione della struttura interna del KVP, come pure una sostanziale revisione dell’impianto programmatico, con particolare riferimento alle tematiche socio-culturali. K., tuttavia, ricusò subito la proposta, dichiarando di non possedere le conoscenze tecnico-finanziarie adeguate a un incarico di tale rilevanza. Proseguì tuttavia, anche sollecitata dal nuovo premier, il cattolico Petrus J.S. De Jong, nella sua carriera politica alla guida del CMR. Una funzione che, negli anni caldi 1967-1970, divenne tanto più delicata quanto maggiori erano le ondate di critiche che investivano i paradigmi socio-culturali propugnati dal mondo cattolico, del quale K. era pur sempre espressione. Grazie alla sua versatilità intellettuale, faticosamente costruita negli anni della crisi religiosa, nonché in virtù della sua autonomia di pensiero, che, come si è visto, l’aveva spesso posta in contraddizione con i leader più conservatori del partito, K. riuscì ad affrontare il difficile momento storico e a instaurare forme di dialogo anche con le frange più intransigenti della società dell’epoca.

Disorientato, il governo conservatore di De Jong non seppe cogliere la portata innovativa dell’atteggiamento di K., la quale venne presto confinata in una posizione di progressivo isolamento. Al punto che, il 6 luglio del 1971, l’audace ministro decise di congedarsi definitivamente dal CRM, nonché di chiudere definitivamente il capitolo dell’attività politica. Il che, ad ogni modo, non pregiudicò, il 17 luglio dello stesso anno, la sua nomina a ministro di Stato, la massima onorificenza attribuibile a una personalità politica olandese.

Lasciate le aule parlamentari e i tavoli del governo, K. decise di dedicarsi interamente alla causa del rinnovamento della Chiesa cattolica, sia mantenendo il ruolo, assunto già nel 1967, di consigliere della Commissione pontificia Justitia et Pax, organo di confronto sui grandi temi di politica internazionale; sia entrando successivamente a far parte del Consiglio delle chiese olandesi e della Conferenza episcopale.

Alla notizia della sua scomparsa, avvenuta il 28 ottobre del 1986, i Paesi Bassi, insieme a diverse autorità europee e internazionali, compiansero la perdita della donna che, più di qualsiasi altra personalità pubblica olandese della sua epoca, aveva saputo farsi interprete delle istanze di una società in continua evoluzione, lottando contro le discriminazioni e l’ingiustizia sociale, promuovendo la causa dell’integrazione continentale e tentando di trapiantare, in Olanda e in Europa, un modello culturale di più ampio respiro.

Giulia Vassallo(2010)