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Marcora, Giovanni

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M. (Inveruno, Milano 1922-ivi 1983) trascorse un’infanzia e un’adolescenza caratterizzate dalla realtà contadina di un paese della provincia milanese. Frequentate le elementari a Inveruno, passò tre anni al collegio salesiano di Novara e, infine, approdò all’istituto tecnico di Legnano. Ottenuto il diploma di geometra, cominciò a lavorare per un’impresa edile di Milano che aveva ottenuto l’appalto per la costruzione dell’aeroporto di Zemonica, nei pressi di Zara. Le frequenti incursioni dei partigiani titini sul finire del 1942 indussero la società milanese a far rientrare i propri dipendenti in Italia. Tornato a Inveruno, il giovane geometra venne chiamato nel 1943 a prestare servizio militare come allievo ufficiale di un reparto di artiglieria di montagna a Bressanone. Il 14 agosto 1943 il suo reparto ricevette l’ordine di partire verso il sud al fine di fronteggiare eventuali sbarchi sul litorale laziale. Nei pressi di Civitavecchia il treno sul quale il reparto viaggiava venne attaccato dagli angloamericani; M. riuscì a salvarsi e, dopo l’8 settembre 1943, decise di tornare nella sua Inveruno.

Qui, ispirato da un antifascismo di matrice cattolica, M. partecipò attivamente alla Resistenza contro l’occupante nazista, militando nelle formazioni partigiane “bianche”. Questa esperienza lo influenzò profondamente; essa costituì la base di partenza del suo impegno politico, rivelando capacità strategico-organizzative che ne avrebbero fatto, in futuro, un abile politico.

A partire dal gennaio 1944, infatti, M. fu impegnato a riorganizzare le varie formazioni “bianche”; nel giugno 1944, assieme a Eugenio Cefis, destinato a svolgere una grande influenza nella carriera successiva di M., egli organizzò la Valtoce che partecipò tra il settembre e l’ottobre del 1944 alla liberazione della Val d’Ossola. Dopo i rastrellamenti nazifascisti, M. fu l’ispiratore, nel dicembre 1944, del “Raggruppamento Alfredo di Dio” di cui Eugenio Cefis fu nominalmente il comandante, ma del quale il principale ispiratore e organizzatore fu “Albertino” (nome di battaglia) M.

A Liberazione avvenuta, M., dopo una serie di avventure imprenditoriali fallite, fondò nel 1951, assieme a Carlo Vegezzi, l’impresa di costruzioni CEA. Questa, oltreché dell’abilità dei suoi fondatori, si giovò soprattutto delle buone commesse della SNAM-AGIP-ENI, dell’appoggio, cioè, di quelle amicizie che M. aveva cementato durante la lotta resistenziale: Enrico Mattei e Eugenio Cefis.

Ma l’attività industriale di M. rimase sempre sullo sfondo rispetto all’impegno politico che, ben presto, si rivelò la vera vocazione del futuro ministro. Nel 1945 iniziò la sua attività politica iscrivendosi alla Democrazia cristiana (DC). Ammiratore di Alcide De Gasperi, M. maturò la convinzione della necessità di una DC attenta ai progressi socioeconomici che iniziavano a intravedersi e, soprattutto, pronta a un dialogo con un socialismo riformista e autonomo. Caduto De Gasperi e entrato in crisi il centrismo, M. fu il promotore il 27 settembre 1953 del convegno di Belgirate, sul Lago Maggiore, dal quale prese vita la corrente “La Base”. Attorno a questa corrente e al quindicinale omonimo, uscito il 1° novembre 1953, si radunarono vecchi amici della Resistenza come Aristide Marchetti, Gian Maria Capuani, Leandro Rampa e altri giovani emergenti come Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Ciriaco De Mita, Riccardo Misasi e Gerardo Bianco.

M. resterà sempre il leader di questa corrente, un leader, però, che preferì rimanere nell’ombra, avocando a sé più i compiti di organizzatore e di stratega che di primo attore. Così, cessate le pubblicazioni de “La Base”, nel 1954 fondò la rivista “Prospettive” affidata a Aristide Marchetti e, successivamente, dopo l’esperienza de “Il Ribelle” e de “Il Conformista”, “Stato democratico” diretto da Luigi Granelli. Il profilarsi della leadership di Amintore Fanfani all’interno della DC aumentò il potere politico della corrente de “La Base” , tant’è che alla prospettiva politica incarnata dal leader aretino M. rimase sempre fedele anche quando Fanfani perse il controllo del partito. Con il prevalere, però, della corrente dorotea all’interno della DC e, soprattutto, dopo le elezioni politiche del 1963, M. individuò in Aldo Moro la personalità adatta per portare avanti il proprio discorso politico.

In quegli anni la carriera politica di M. era in ascesa. Nel 1958 divenne segretario provinciale della DC milanese, carica che mantenne fino al 1961 e poi dal 1964 al 1968. Nel 1961 fu tra gli artefici della prima esperienza di governo del centrosinistra con la composizione della giunta comunale di Milano. Nel 1962 divenne consigliere nazionale DC e membro della Direzione centrale dal 1969. Nel frattempo decise di candidarsi al Senato della Repubblica nel collegio di Vimercate che era stato di Merzagora. Qui M. venne eletto senatore per ben quattro volte (1968, 1972, 1976, 1979) mentre sarà eletto sindaco di Inveruno nel 1970 e nel 1980. Il 5 agosto 1973 fu nominato vicesegretario nazionale della DC, carica dalla quale si dimise nel 1974, mentre, a sorpresa, il 23 novembre 1974 fu nominato ministro dell’Agricoltura e foreste nel IV gabinetto Moro. In tale dicastero M. rimase fino al 18 ottobre 1980 con il succedersi di vari governi (V gabinetto Moro, III, IV e V gabinetto di Giulio Andreotti, I e II gabinetto Cossiga). Dal 28 giugno 1981 al 1° dicembre 1982 fu ministro dell’Industria, commercio e artigianato nel I e II gabinetto di Giovanni Spadolini.

L’approccio di M. alla Comunità economica europea (CEE) si collocò nel solco della tradizione degasperiana. Dal punto di vista internazionale, infatti, egli vide nella partecipazione comunitaria dell’Italia la riaffermazione della scelta di campo occidentale del paese e, soprattutto, il necessario argine politico, economico e militare nei confronti di un possibile espansionismo sovietico. Per ciò che concerne il contesto comunitario, è difficile annoverare M. tra gli europeisti federalisti (v. anche Movimento federalista europeo; Federalismo) alla Altiero Spinelli o tra gli unionisti, propugnatori di un’Europa delle nazioni. M. cercò in tutti i modi di volgere a favore dell’Italia la solidarietà europea e, proprio per questo, comprese che il gioco procedurale e i tecnicismi dei consigli agricoli europei erano più importanti dei discorsi politici e programmatici.

Come membro del Consiglio agricolo della CEE, M. acquistò ben presto, grazie alle sue spiccate qualità e al carattere estroverso, una notevole considerazione da parte dei suoi colleghi europei e, in specie, dell’olandese Petrus Lardinois, commissario all’agricoltura della CEE. Nel contempo, dopo anni, riuscì a porre con forza il problema dell’agricoltura italiana a livello comunitario. In effetti, l’applicazione della Politica agricola comune (PAC) aveva visto privilegiare più che una politica di riforma strutturale delle agricolture comunitarie una politica di alti prezzi agricoli per rinsaldare i redditi degli agricoltori. Tale politica, però, oltre a produrre distorsioni tra i vari Stati in quanto andava a privilegiare aziende di grosse dimensioni, aveva visto favoriti i prodotti dell’agricoltura continentale (carne, latte, zucchero e cereali) con un grande discapito per i prodotti più spiccatamente mediterranei che riguardavano, all’epoca, in misura maggiore la Francia e l’Italia. Lo Stato italiano risultava in tal modo penalizzato, anche in considerazione del fatto che l’agricoltura italiana nel saldo contribuiva alla PAC in misura maggiore di quanto non ricevesse.

Proprio per tali motivi M., convinto che il sostegno alla politica dei prezzi agricoli europei si dovesse accompagnare a una riforma strutturale dell’agricoltura italiana, si fece promotore, nel quadro di una più generale rinegoziazione della PAC, di un’intensa battaglia a favore dell’agricoltura dell’Italia affinché questa fosse all’ordine del giorno dell’agenda europea. Nominato ministro dell’Agricoltura nel 1974, già nell’anno successivo M. poteva annoverare due importanti successi. Nel corso del 1975, infatti, si ebbe l’emanazione della direttiva sull’agricoltura di montagna e delle altre zone svantaggiate (dir. 75/268 del 28 aprile 1975) che prevedeva aiuti per il reddito degli agricoltori in zone in cui l’attività agricola era ritenuta necessaria per il mantenimento del livello minimo di popolazione; direttiva che, seppur sufficientemente applicata, fino al 1985 prodotto produsse soltanto un’erogazione di indennità di 258 milioni di ECU (v. Unità di conto europea), pari a un esiguo 9% del totale comunitario. Altro punto a favore della politica italiana fu l’istituzione del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) (regolamento n. 724/75 del Consiglio del 18 marzo 1975), fortemente voluta dall’Italia che minacciò nel dicembre del 1974 di non partecipare al Vertice di Parigi se tale provvedimento non fosse stato messo all’ordine del giorno. Tale Fondo, volto a correggere i principali squilibri regionali della Comunità, risultanti in particolare dalla prevalenza delle attività agricole, delle trasformazioni industriali e da una sottoccupazione strutturale, era stato dotato per il periodo 1975-77 di 1300 milioni di ECU di cui il 40% era destinato all’Italia. M. era riuscito, in tal modo, a destare l’attenzione europea per i problemi dell’agricoltura italiana. Dopo una serie di regolamenti comunitari settoriali volti a concedere premi per l’estirpazione di meleti, pereti e pescheti (regolamento 794/76 del 6 aprile 1976) e per la riconversione della viticoltura (regolamento 1163/76 del 15 maggio 1976) nel corso del 1977 si ebbe l’approvazione del regolamento 355/77 (15 febbraio 1977) che prevedeva uno specifico regime di aiuti per il miglioramento delle condizioni di trasformazione e di commercializzazione dei prodotti agricoli.

Tale provvedimento se nella sua prima fase di attuazione (1978-1984) rimase largamente disatteso (furono inoltrati solo 21 progetti), nella seconda (1985-1989) vide la presentazione da parte italiana di 541 programmi specifici.

Il problema maggiore che il ministro M. dovette affrontare in quegli anni, però, era il previsto ingresso della Grecia e la possibile adesione della Spagna e del Portogallo alla CEE. La battaglia condotta dall’Italia e dalla Francia per riequilibrare il privilegio comunitario per l’agricoltura continentale era stata vinta solo parzialmente; il previsto ingresso di paesi a vocazione mediterranea, dunque, era visto come fortemente concorrenziale rispetto alle zone più svantaggiate dei due paesi latini. Per tale ragione, e dopo una forte schermaglia diplomatica, venne varata tra il 1978 e il 1979 una serie di misure definite “pacchetto mediterraneo”, riguardanti le strutture agricole, per cercare di attutire i possibili danni provocati all’agricoltura di Francia e Italia. La prima di queste misure (regolamento 1362/78 del 19 giugno 1978) prevedeva un sostegno ai programmi di irrigazione del Mezzogiorno al fine di migliorarne le strutture agricole e consentirne un ammodernamento. Il programma, della durata di cinque anni, venne approvato alla fine del 1979 e prevedeva uno stanziamento di 700 miliardi, di cui il 50% finanziato dalla CEE con un’estensione dell’irrigazione valutato in circa 200 mila ettari. Il secondo provvedimento (regolamento 1360/78 del 19 giugno 1978) stabiliva degli aiuti volti a stimolare la costituzione di associazioni dei produttori e delle relative unioni. La terza misura (regolamento 1760/78 del 25 luglio 1978) era volta al miglioramento delle infrastrutture nelle zone rurali nelle aree svantaggiate. In Italia l’area ammessa a tale azione ricopriva circa il 73% del territorio nazionale. In concreto erano ammessi al sostegno finanziario della CEE i progetti che prevedevano opere di elettrificazione e di adduzione di acqua potabile in centri minori dediti all’agricoltura, oppure la costruzione e il miglioramento di strade rurali e di comunicazione per soddisfare le esigenze di viabilità dell’agricoltura e della silvicoltura.

I rimanenti due regolamenti (269/79 e 270/79 del 6 febbraio 1979) prevedevano aiuti per favorire la forestazione delle zone svantaggiate e per la realizzazione di un’adeguata divulgazione agricola volta a favorire l’informazione e l’orientamento degli imprenditori agricoli. È indubbio che, malgrado i limiti del “pacchetto mediterraneo”, dovuti soprattutto alla scarsità dei mezzi finanziari messi a disposizione e a una certa settorialità degli interventi, le misure adottate tra il 1978 e il 1979 costituiscono uno dei successi più importanti ottenuti dall’Italia nell’ambito dell’agricoltura comunitaria. I provvedimenti in questione, infatti, non solo consentirono all’Italia un saldo nuovamente attivo nel rapporto con la PAC, ma delinearono anche una serie di interventi sui quali M. avrebbe articolato la nota “legge quadrifoglio” del 27 dicembre 1977. Abbandonando, infatti, i precedenti “Piani verdi” che erano consistiti in una serie di finanziamenti a pioggia, con la legge “quadrifoglio” M. cercò, influenzato dall’insegnamento di Ezio Vanoni, di attuare una programmazione agricola, prevedendo dei progetti settoriali di durata pluriennale con una ripartizione delle risorse compiute sulla base di obiettivi produttivi territorialmente definiti. Era ovvio che gli interventi previsti da tale legge dovessero compenetrarsi con quelli previsti all’interno del “pacchetto mediterraneo”. Quale che sia il giudizio sui risultati della legge “quadrifoglio”, molto penalizzati dalla continua decurtazione dei finanziamenti previsti a causa del contenimento della spesa pubblica, essa, pur con i suoi limiti, rispose certamente alle esigenze di riforma da lungo tempo attese.

M., dunque, abile negoziatore – basti pensare alle qualità mostrate in occasione delle interminabili “maratone agricole” – e competente della materia, competenza rafforzata dall’esperienza diretta della sua azienda agricola “La Colombara” di Bedonia (Parma), riuscì, dopo anni di silenzio, a porre i problemi dell’agricoltura italiana alla ribalta sia dello scenario comunitario sia di quello nazionale.

Quanto M. fosse apprezzato dai suoi colleghi europei è testimoniato, oltre che dal soggiorno dei ministri agrari della CEE a Bedonia al termine del semestre di presidenza italiana del Consiglio dei ministri della CEE (giugno 1980) (v. anche Presidenza dell’Unione europea), anche dai giudizi che alcuni di essi espressero sapendo che M. non avrebbe fatto parte della lista dei ministri del governo Forlani (18 ottobre 1980) (v. Forlani, Arnaldo). François Xavier Ortoli, presidente dell’omonima commissione (v. anche Commissione europea), apprendendo la notizia pronunziò una battuta che fece il giro delle redazioni giornalistiche e dei circoli politici comunitari: «Soltanto l’Italia, credo, sa offrirsi il lusso di escludere dalla direzione del paese un uomo di quella competenza».

Parole che attestavano, in maniera inequivocabile, l’apprezzamento che M. era riuscito a conquistare non solo con il suo spirito e la sua arguzia, ma anche grazie al suo impegno (il ministro non fu mai assente alle circa sessanta riunioni convocate nella capitale belga) e alle sue capacità che permisero all’agricoltura italiana di svolgere un ruolo nuovo all’interno delle politiche comunitarie.

Andrea Ungari (2010)

Bibliografia

Borsa G., Giovanni Marcora: un politico “concreto”, dalla Resistenza all’Europa, Centro Ambrosiano, Milano 1999.

Castoldi L., Marcora. Storia di leader, Giornalisti Riuniti, Milano 1986.

Marcora G., La questione agraria e l’Europa, Edagricole, Bologna 1979.

Mazzotta R., Giovanni Marcora, in Il Parlamento Italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia 1861-1922, vol. 21: 1973-1976. Gli anni difficili della Repubblica, Nuova CEI, Milano, 1992.

Saccomandi V., La sua abile capacità di negoziazione ha avvicinato Bruxelles all’Italia, in E. Senese (a cura di), Giovanni “Albertino” Marcora. Ministro della cooperazione, Confcooper, Roma 1993.