Beyen, Johan Willem

B. (Utrecht 1897-L’Aia 1976), personalità di spicco nel panorama finanziario internazionale, lucido e pragmatico nella riflessione politica non meno che nell’analisi delle complesse dinamiche economico-finanziarie del suo tempo, fu ministro degli Esteri olandese e ideatore della Comunità economica europea.

Lo scenario entro il quale si sviluppa la vicenda biografica di B. è quello di un’Europa e di un sistema internazionale segnati dalle grandi cesure storiche, rispetto alle quali l’uomo, come pure l’intellettuale e il funzionario istituzionale, non rimasero impermeabili. Al contrario, i profondi rivolgimenti succedutisi nella prima metà del XX secolo influenzarono sensibilmente l’intero arco della sua esistenza: sia perché scandirono le tappe principali della sua formazione, sia perché attorno a essi si plasmarono le sue concezioni economiche, specie negli anni Trenta, sia, forse con un accento ancora più marcato, in quanto riferimenti essenziali della sua elaborazione teorica e della conseguente strategia nel campo dell’integrazione continentale (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), le stesse che gli valsero il titolo di “padre dell’Europa”.

Figlio di Karel Hendrik, segretario della Maatschappij tot Exploitatie van de Staats-Spoorwegen (una società per la gestione delle ferrovie statali con sede a Utrecht), e della pianista Louisa Maria Coenen, B. Trascorse l’infanzia nella cornice storica del primo Novecento, in un’Olanda (v. Paesi Bassi) politicamente stabile e animata da un vivace fermento intellettuale improntato all’attivismo e alla celebrazione del progresso. Dall’ambiente familiare, particolarmente sensibile ai nuovi stimoli culturali, il giovane ereditò l’apertura intellettuale e la passione per le arti, soprattutto per il violoncello, allo studio del quale, pur nella serietà dell’impegno politico, non trascurò mai di dedicarsi.

Nel 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale, B. si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza della Rijksuniversiteit di Utrechet. Gli anni della formazione accademica, nel corso dei quali manifestò in ambito studentesco come pure agli occhi dei docenti – in particolare di Johannes Philipus Suijling, ordinario di diritto – singolare intraprendenza e prontezza di intuito, gli spalancarono le porte di una carriera finanziaria eccezionalmente rapida e brillante.

E difatti, appena due giorni dopo il conseguimento della laurea, il 1° novembre del 1918, mentre l’Europa usciva lacerata dalla Grande guerra, B. apriva ufficialmente il capitolo della sua vita professionale. Grazie all’intermediazione di Suijling, il ministero delle Finanze, per la precisione la Tesoreria generale, lo assumeva come assistente a tempo determinato. Già nel 1923 il giovane impiegato venne nominato supplente dell’allora tesoriere generale, Leonardus Jacobus Anthonius Trip – eminenza grigia della politica finanziaria olandese degli anni Quaranta. B. mostrò una particolare attitudine ad instaurare importanti, nonché biunivoci rapporti con le personalità più in vista nel milieu politico-intellettuale dell’epoca. Lo stesso Trip venne presto affascinato dalla figura del suo collaboratore, al punto non soltanto di iniziarlo al segreto della politica finanziaria, secondo un’impostazione piuttosto conservatrice, ma anche e soprattutto di veicolare la sua carriera verso approdi sempre più prestigiosi.

Nel 1924, dopo che Trip fu nominato direttore della Javasche Bank, B. si trasferì a Eindhoven per prestare servizio, come giurista aziendale, alla direzione generale della Philips, nota all’epoca per la produzione di lampadine elettriche. Intenzionata a irrompere sui mercati europei, l’azienda incaricò il giovane funzionario di curare le proprie relazioni commerciali all’estero, proiettandolo di fatto sulla scena della contrattazione internazionale. Grazie ai suoi numerosi viaggi attraverso il territorio continentale, nonché in virtù degli insegnamenti di Anton Frederik Philips, nuova conoscenza di spessore del suo illustre entourage, B. iniziò a familiarizzare con il dibattito economico-finanziario degli anni Venti, appassionandosi soprattutto alle tematiche dell’imprenditoria sociale.

Per quanto costruttiva, l’esperienza alla Philips si protrasse per non più di un anno. Passato dalla direzione alla presidenza della succursale di Amsterdam della Javasche Bank, infatti, Trip richiamò prontamente il suo pupillo perché rilevasse il ruolo di direttore dell’istituto. Anche tale incarico ebbe, tuttavia, carattere transitorio. Il 1° aprile del 1927, infatti, sulla base delle eccellenti prestazioni offerte alla Javasche Bank, B., non ancora trentenne, veniva chiamato alla direzione della Rotterdamsche Bankvereeniging (Robaver, RB). Un passaggio essenziale per la sua carriera finanziaria, giacché la Robaver era un attore di primissimo piano nel panorama bancario internazionale.

Gli snodi più significativi della vita pubblica di B. coincisero indirettamente con i grandi spartiacque storici del XX secolo. Così, anche i primi interventi ufficiali del giovane direttore della Robaver nel mondo della concertazione economico-monetaria internazionale (dalla partecipazione, nel 1931, alle cosiddette conferenze Stillhalte, gli incontri annuali che regolavano i rimborsi dei crediti commerciali da parte delle banche tedesche; alla presenza, in qualità di delegato dell’Aia, alle discussioni sulla crisi della Credit Ansalt del 1932; all’intervento, dapprima come supplente di Trip e poi come esperto di questioni monetarie, alla conferenza mondiale sull’economia tenutasi a Londra nel 1933) si inscrissero nel convulso quadro finanziario generato dal crollo di Wall Street del 1929. Un evento drammatico e inatteso che stimolò la riflessione di B., il quale iniziò a denunciare le gravi lacune della scienza economica, europea e internazionale, e maturò una concezione del sistema economico mondiale progressivamente più prossima alle teorie keynesiane. In effetti, il banchiere olandese ravvisava nella povertà sociale dilagante e nella disoccupazione di massa gli effetti devastanti di politiche inadeguate e del sostanziale disinteresse dei governi nazionali per le dinamiche economico-finanziarie dei rispettivi paesi. Per converso, sollecitava la dirigenza politica europea ad adottare misure mirate, a intraprendere un’azione di monitoraggio sistematico sulle fluttuazioni valutarie e sulle speculazioni sconsiderate, nonché a farsi carico delle problematiche sociali insorgenti contestualmente alle congiunture economiche sfavorevoli (v. Weenink, 2005, pp. 10, 12).

Forte di tali convinzioni, nel 1933 B. partecipò dapprima come membro e poi, nel 1934, come presidente del comitato direttivo, al Fondo del lavoro, l’organizzazione creata dal governo olandese allo scopo di elaborare progetti concreti per l’occupazione. Per quanto fallimentare, giacché il Fondo non riuscì a tamponare l’emorragia della disoccupazione degli anni Trenta, tale esperienza introdusse l’esperto finanziere nell’ambiente del decision-making dell’Aia, il quale esprimeva peraltro giudizi ampiamente positivi sull’operato del direttore della RB, i cui suggerimenti di carattere tecnico-finanziario quasi sempre confluivano nell’agenda politica nazionale.

Tutt’altro che affascinato dalla pratica di governo, conclusa l’esperienza del Fondo del lavoro, B. riprese tempestivamente la sua attività nel campo bancario. Il 1° maggio del 1935, infatti, su invito di Trip, accettava il prestigioso incarico di vicepresidente della Banca per i pagamenti internazionali di Basilea, della quale, appena due anni dopo, assumeva la presidenza. La congiuntura negativa, tuttavia, gli impediva, anche in questa circostanza, di trarre soddisfazioni dal suo pur solerte operato e lo portava ad allontanarsi dalla Svizzera, nel gennaio del 1940, deluso per non aver potuto contribuire al miglioramento del traffico monetario multilaterale.

B. tornò quindi a volgersi al mondo degli affari, trasferendosi a Londra per accedere alla direzione della multinazionale anglo-olandese Unilever. In tale veste, nella primavera del 1940, assisteva dalla distanza all’invasione tedesca del territorio olandese, nonché all’arrivo del governo dei Paesi Bassi e della Corona nella capitale britannica. Tale evento determinò l’apertura di una parentesi vivace e significativa nella carriera istituzionale di B., il quale si ritrovò improvvisamente, non senza il consenso dell’Unilever, a operare al fianco delle massime cariche politiche olandesi in qualità di consulente finanziario del governo in esilio. E il suo astro cominciò a brillare a tal punto che, nel 1941, venne addirittura candidato per la carica di ministro delle Finanze, sebbene, in ultima istanza, il primo ministro Pieter Sjoerds Gerbrandy gli preferì Jan van den Broek, più addentro alle logiche della politica del tecnocrate concorrente. (v. Brouwer, cit., p. 200).

Il pragmatico B. risultò invece la personalità più idonea per rappresentare il governo dei Paesi Bassi nelle trattative per l’accordo monetario del 21 ottobre 1943 tra Belgio-Lussemburgo e Olanda, il quale avrebbe costituito il primo passo verso l’unione economica del Benelux, ufficialmente istituita il 3 febbraio 1958.

Il tema della cooperazione regionale, che aveva ispirato la nascita del Benelux, cominciò, proprio nel corso dell’avventura londinese, a divenire per B. oggetto di studio e di approfondimento. In effetti, il consulente del governo in esilio iniziò progressivamente a concepire tale forma di collaborazione interstatale quale efficace catalizzatore del riordino economico postbellico. In tale contesto, nel 1943, l’invito del presidente della Unilever, Paul Rijkmans, a unirsi al Gruppo di Studio per i problemi della ricostruzione (Studiegroep voor Reconstructie-problemen), costituito dallo stesso Rijkmans nell’estate del 1941, rappresentò per B. un’occasione importante per consolidare le proprie convinzioni confrontandosi altresì con alcuni tra i principali esperti del settore. Ne nacque un importante rapporto, che suscitò interesse anche al di là dell’Atlantico, nel quale la collaborazione regionale tra i gruppi economici, sia a livello europeo che su scala planetaria, veniva indicata come unica via praticabile per affrontare efficacemente le problematiche del riassetto economico-finanziario internazionale del dopoguerra (v. Mans, 1986, vol. 2, pp. 463-464). Le discussioni nell’ambito dello Studiegroep andarono a irrobustire le concezioni del finanziere olandese, alcune delle quali maturate già negli anni Trenta, sull’incapacità delle organizzazioni di carattere mondiale, come la Conferenza di Londra del 1933, o continentale, come la Società delle nazioni, di provvedere adeguatamente alla gestione e alla regolamentazione delle relazioni economiche internazionali.

Nel luglio del 1944 B. tentava di promuovere il tema della cooperazione regionale anche alla Conferenza di Bretton Woods. Divenuto ormai riferimento indispensabile per la programmazione finanziaria del governo in esilio, infatti, il direttore della Unilever era stato incaricato di partecipare, come capodelegazione dei Paesi Bassi, all’importante riunione indetta allo scopo di progettare l’impianto di un sistema internazionale postbellico. Bretton Woods (oggetto di uno dei saggi più celebri di B., Money in a Maelstrom, uscito a New York nel 1949), pur consacrando il delegato olandese come esponente di spicco dell’élite di pensiero del panorama finanziario mondiale, fu tuttavia teatro dell’aperto confronto tra l’impostazione regionalista del rappresentante dell’Aia e la concezione dominante, di matrice americana, del one-world. A prevalere, com’è noto, fu la visione statunitense. Seppur amareggiato, nonché sostanzialmente scettico sulla bontà dell’esito della discussione, B. collaborò attivamente alla progettazione delle due istituzioni che della Conferenza furono il diretto prodotto: la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (FMI). Le stesse istituzioni che, successivamente nel 1946 e nel 1948, lo avrebbero ospitato nelle rispettive direzioni.

Il trasferimento nella capitale americana segnò l’inizio di un nuovo corso della proteiforme carriera del finanziere olandese, dai risvolti tanto inattesi quanto significativi. In effetti, oltre a costituire un momento di alta formazione professionale, l’esperienza di direttore delle due organizzazioni, protrattasi per quasi un quinquennio, pur comportando il forzato allontanamento dal suolo europeo, favorì un primo avvicinamento di B. al pensiero europeista, la cui eco giungeva sonora sulla sponda occidentale dell’Atlantico, accendendo anche nel Nuovo mondo il dibattito sul futuro del vecchio continente. Il problema su cui si concentravano le riflessioni dei circoli intellettuali americani, non meno che i frequentatori abituali dei salotti ove si discutevano le grandi questioni di politica internazionale, era la ridefinizione delle relazioni interstatali europee, secondo una logica di cooperazione atta a scongiurare il pericolo di nuove conflittualità. B., anche in virtù del ruolo di direttore dei due istituti che meglio incarnavano le aspettative di un ordine mondiale stabile e duraturo – per quanto limitato al terreno economico-monetario – partecipava con interesse alle discussioni, maturando altresì proprie concezioni al riguardo. Di fatto, piuttosto che le pur suggestive aspirazioni al governo mondiale e a un’unificazione europea su basi federali (v. anche Federalismo), il pragmatico B. aveva a cuore la salvaguardia dell’autonomia economica dell’Europa, la quale, a suo avviso, nel nuovo contesto planetario dominato dalle due superpotenze, poteva essere garantita soltanto da una effettiva unità continentale. La sua esperienza di direttore del FMI gli insegnava quanto scarse fossero le possibilità, per i rappresentanti dei piccoli paesi, di avere un qualche peso decisionale in un sistema internazionale progressivamente asservito all’interesse delle grandi realtà statuali (v. Beyen, 1968, pp. 192-195).

Il profondo malessere di B. per la scarsa considerazione accordatagli nella programmazione delle attività della Banca mondiale e del FMI lo spinse a mandare ripetuti segnali all’Aia per sollecitare le autorità governative a conferirgli un nuovo incarico, preferibilmente da ambasciatore, da svolgere in Europa. Che poi, come lo stesso B. avrebbe ricordato nelle sue memorie, a tali richieste facesse seguito la nomina a ministro degli Esteri, fu ironia della sorte piuttosto che ponderata eventualità (ivi, p. 198).

Il 1° settembre 1952 l’Aia salutava con soddisfazione l’insediamento del terzo gabinetto Drees, il quale poneva finalmente termine ad una crisi governativa protrattasi senza interruzioni significative dal gennaio del 1951. Tra i ministri chiamati a prestare giuramento di fronte alle Camere figurava inaspettatamente B., incaricato al dicastero degli Affari esteri. In effetti, la scelta del nuovo ministro era maturata all’improvviso, frutto di valutazioni e circostanze che, ancora oggi, restano invero poco chiare. Il nome di B. era infatti pressoché sconosciuto negli ambiti ristretti del decision-making olandese e altresì non c’è traccia di precedenti contatti tra l’uomo di Washington e il primo ministro Willem Drees. Peraltro, B. aveva da sempre rifiutato di militare in una qualsivoglia formazione partitica, sicché è da escludere che la sua candidatura fosse stata patrocinata da un gruppo politico di peso. Resta da supporre, pertanto, in linea con quanto suggerito dallo storico Ernst van der Beugel, che la nomina di B. fosse stata promossa e caldeggiata dagli ambienti vicini alla Corona, in particolare dall’influente direttore del gabinetto della regina, Marie Anne Tellegen, in virtù di un rapporto di fiducia stretto negli anni dell’esilio londinese (v. van der Beugel, 1991, p. 102). E altrettanto realistica sembra l’ipotesi di un successivo supporto da parte del premier Drees, il quale, piuttosto tiepido nei confronti dell’europeismo dilagante in Parlamento, e nella necessità di istituire, stanti le pressioni delle frange parlamentari più accese, un dipartimento del ministero degli Esteri dedicato alle questioni comunitarie, ravvisò in B. la figura più in linea con i suoi personali intendimenti. In primo luogo, infatti, la connotazione apartitica del candidato avrebbe temperato la configurazione “vaticana” della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), laddove operavano cinque ministri degli Esteri cattolici. In secondo luogo agli occhi di Drees, B., grazie alla continuata esperienza nell’ambiente bancario e affaristico, avrebbe orientato la politica europea olandese secondo un’impostazione pragmatica e risoluta, ben lungi dalle velleità federalistiche largamente condivise tra i membri del Parlamento. Solo alla prova dei fatti Drees avrebbe verificato l’erroneità di tali valutazioni.

Ad affiancare B. al vertice del ministero degli Esteri fu designato il cattolico Joseph M.A. Luns. Esperimento inedito e isolato nella storia politica dei Paesi Bassi, la decisione di bipartire il portafoglio era in realtà il risultato di un compromesso raggiunto tra Drees e il partito cattolico (Katholieke Volkspartij, KVP), il quale aveva esercitato forti pressioni sul premier perché provvedesse a un’equa distribuzione degli incarichi ministeriali tra le diverse componenti della coalizione governativa: i socialisti del PvdA (Partij van de Arbeid), i cattolici del KVP, i cristiano-democratici calvinisti del CHU (Christelijk-Historische Unie) e i protestanti dell’ARP (Anti-Revolutionaire Partij).

All’inizio del mandato, il governo stabiliva che i due ministri avessero responsabilità condivisa sulle diverse problematiche all’ordine del giorno, auspicando che entrambi si mostrassero disponibili a decisioni concertate, nonché ad intraprendere un indirizzo politico comune. Tuttavia, la sostanziale incompatibilità di carattere tra B. e Luns, che era all’origine di continue frizioni (rispetto alle quali il segretario generale del ministero degli Esteri, il barone van Tuyl van Serooskerken, sollecitava ripetutamente la mediazione di Drees), rese necessaria una ben definita ripartizione delle competenze. Secondo le nuove disposizioni, quindi, B. sarebbe stato responsabile per gli affari europei e i rapporti multilaterali, ivi comprese l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO) e l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE), mentre Luns si sarebbe occupato delle relazioni bilaterali, con particolare riferimento all’Indonesia. Benché tale misura non avesse, a conti fatti, estirpato le acrimonie latenti, si rivelò tuttavia essenziale affinché B. potesse intraprendere una linea politica autonoma, concentrando le energie sulla questione che maggiormente lo interessava: l’unità dell’Europa. Lungimirante e pragmatico, il suo metodo di lavoro conferì alla politica europea olandese uno slancio propositivo inedito, cui, nella maggior parte dei casi, facevano riscontro realizzazioni di successo.

La prima comparsa ufficiale del neoministro degli Esteri olandese si compì sull’articolato palcoscenico lussemburghese, in occasione della riunione del Consiglio dei ministri della CECA, indetta il 9 settembre del 1952 per ragionare sull’opportunità di un salto qualitativo verso l’unificazione politica sovranazionale. La discussione – aperta nell’ambito del dibattito sulla Comunità europea di difesa (CED) e che, come è noto, portò alla creazione di un’Assemblea ad hoc incaricata di progettare il trattato istitutivo di una Comunità politica europea (CPE) – vide B. imporsi al centro della scena comunitaria con la proposta, già concordata con l’Aia e accolta con favore dalla dirigenza politica nazionale, di avviare, contestualmente al processo di unificazione politica, un approfondimento dell’integrazione economica.

A un mese di distanza dall’incontro di Lussemburgo, il ministro olandese elaborava, guardando all’esperienza del Benelux, il suo primo piano per l’Unione doganale, da attuare mediante l’istituzione di una Tariffa esterna comune, destinata a configurarsi come tappa iniziale del percorso verso un’unione economica generale. Tale proposta introduceva un nuovo elemento nel dibattito sul metodo dell’integrazione europea, il concetto di integrazione orizzontale, contrapposto al modello verticale, o settoriale, di matrice monnetiana (v. Monnet, Jean), il quale aveva ispirato la creazione della Comunità carbosiderurgica e della nascitura CED. Nell’ottica di B., infatti, l’approccio verticale implicava che per ogni settore da integrare insorgessero nuovi ostacoli nell’armonizzazione tra le diverse realtà nazionali; viceversa, il metodo orizzontale avrebbe consentito di affrontare complessivamente e simultaneamente le problematiche dell’integrazione, sia sul terreno politico sia su quello economico, accelerandone sensibilmente i tempi di realizzazione.

Le sorti del piano B., almeno in una prima fase, sembravano destinate a una fine ingloriosa. Le opposizioni si levavano infatti accese sia dal governo olandese, sia dall’ambiente comunitario. Sul versante interno, il nuovo ministro, giunto direttamente da Washington, non aveva ancora imparato a districarsi nel convulso microcosmo politico dell’Aia, dove le divergenze in tema di integrazione europea avevano creato una profonda linea di separazione tra l’ala degli euroscettici (v. Euroscetticismo), guidata da Drees, e la fazione europeista, raccolta intorno ai federalisti di Sicco Mansholt, ministro dell’Agricoltura, e Jelle Zijlstra, titolare del portafoglio degli Affari economici. La complessità della situazione peraltro – giacché tra il 1952 e il 1955 il processo di unificazione continentale visse una tra le fasi più delicate della sua storia – determinava l’accrescersi costante delle tensioni tra le due correnti, sicché il piano B. divenne l’oggetto del contendere, bersagliato, da un lato, da Drees, che ne contestava gli accenti marcatamente sovranazionali, dall’altro lato da Mansholt, il quale temeva che il progetto di integrazione economica generale potesse rallentare, fino alla paralisi, il già faticoso cammino dell’integrazione politica.

Sul fronte europeo, inoltre, alla tiepida accoglienza che la proposta di B. aveva ricevuto da parte dei governi belga, italiano, lussemburghese e tedesco, si aggiungevano le violente rimostranze francesi sull’ipotesi di far marciare il processo integrativo sul doppio binario politico ed economico.

Nonostante le resistenze degli establishment nazionali, l’Assemblea ad hoc accolse con favore il progetto del ministro olandese. Nella bozza di trattato della CPE, infatti, presentata ai ministri degli Esteri dei Sei il 9 marzo del 1953, tra le competenze attribuite alle istituzioni della nuova Comunità figurava a chiare lettere la realizzazione graduale del mercato comune europeo.

Tuttavia, in uno scenario internazionale estremamente mutevole, non certo estraneo agli inattesi rivolgimenti, anche le prospettive più incoraggianti erano soggette ad improvvise involuzioni. E difatti i destini della CPE e, con essa, del piano B. furono irrimediabilmente compromessi dalla morte di Yosif Stalin, nel marzo del 1953, la quale, rendendo effettivamente meno impellente il problema della difesa europea, favorì la risoluzione dell’Assemblea nazionale francese di congelare irreversibilmente il processo di ratifica del Trattato CED, nell’agosto del 1954.

Non passò molto tempo, tuttavia, prima che l’iniziativa del ministro olandese tornasse ad occupare i tavoli comunitari. In effetti, in una situazione di stallo come quella venutasi a configurare dopo la drammatica notte del 30 agosto, divenne opinione condivisa fra i partner europei che il cammino comunitario dovesse trovare un nuovo impulso, attraverso un progetto forse meno ambizioso, ma di immediata attuabilità.

Su queste premesse maturò l’operazione del “rilancio europeo” – di cui fu teatro la Conferenza di Messina del 1°-3 giugno 1955 – interamente patrocinata e messa a punto dai tre ministri degli Esteri del Benelux, Joseph Bech per il Lussemburgo, Paul-Henri Charles Spaak per il Belgio e naturalmente B. per l’Olanda.

B., in particolare, richiamò i due omologhi, con i quali manteneva, fin dai giorni dell’esilio londinese, una consuetudine di rapporti di attiva collaborazione, a elaborare congiuntamente un nuovo piano per l’Europa. Passato alla storia comeMemorandum del Benelux”, il documento stilato dai tre partner si componeva della proposta originale di B., per la creazione di un Mercato comune europeo, e del progetto ideato da Jean Monnet e sostenuto da Spaak, per l’integrazione nel campo dell’energia atomica e dei trasporti (v. Politica comune dei trasporti). Iniziative che, attraverso successivi negoziati e accurate precisazioni, sarebbero state riprodotte nel testo dei Trattati di Roma, firmati il 25 marzo del 1957 e istitutivi della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea dell’energia atomica (CEEA o Euratom).

Tuttavia, ancora in corso la Conferenza di Venezia, 29-30 maggio 1956, che vide l’approvazione del rapporto Spaak sulla creazione delle due nuove Comunità, e autorizzò la preparazione dei Trattati di Roma, B. – che si era attivamente prodigato affinché la responsabilità politica dell’attuazione del Memorandum fosse rimessa nelle mani di un uomo di sicura fede europeista come Spaak – ampiamente soddisfatto del suo operato, decise di abbandonare simultaneamente la scena europea e il palcoscenico dell’Aia e il 13 ottobre di quell’anno rassegnò le proprie dimissioni da ministro.

Nelle sue memorie, B. riconobbe che, per quanto breve, la pagina del mandato agli Esteri fu la più piacevole e la più densa di significato della sua vita pubblica. (v. Beyen, cit., pp. 167-168). Tuttavia, nella costellazione politica olandese della metà degli anni Cinquanta, dove Luns si era già affermato al centro della scena avviandosi ad intraprendere una ventennale carriera al vertice del dicastero degli Esteri, e il clima parlamentare si presentava sensibilmente più moderato rispetto agli anni caldi dell’europeismo, la creatività politica e l’atteggiamento on-Nederlands (non autenticamente olandese) di B. non trovavano più spazio vitale. (v. Brouwer, 1999, p. 197).

Dopo essersi concesso un anno sabbatico, durante il quale continuò comunque a curare, in qualità di commissario del governo, le trattative con la Germania per il risarcimento dei danni di guerra, il 1° gennaio del 1958 B. si trasferì a Parigi per svolgere l’incarico di ambasciatore. Una nomina tutt’altro che incontrastata, giacché ad ostacolarne il conferimento intervenne ripetutamente e personalmente la regina Juliana, i cui rapporti con B., ancorché confidenziali e profondi fino al 1956, erano andati deteriorandosi attorno agli sviluppi del cosiddetto affaire Greet-Hofmans, così chiamato dal nome dell’amica e guida spirituale della regina, Marghareta Hofmans, la cui influenza crescente su Juliana scatenò nella casa reale tensioni tali da minacciare la stabilità costituzionale dei Paesi Bassi. Della drammatica circostanza, infatti, B., che pure aveva vissuto con profondo rammarico e apprensione l’intera vicenda e che aveva cercato per quanto possibile di mantenere il massimo riserbo sulla questione – in linea con il compito affidatogli dal principe Bernhard – divenne ben presto il capro espiatorio: accusato di aver veicolato la fuga di notizie sull’affaire, soprattutto in direzione della stampa estera, fu allontanato definitivamente da Soestdjik, il palazzo reale. (v. Weenink, cit., p. 13).

Anche l’ultimo incarico di prestigio di B., quello di ambasciatore a Parigi, si consumò in un contesto storico-politico di eccezionale vivacità, in quanto al suo arrivo nella capitale francese seguì, quasi simultaneo, il ritorno del generale Charles de Gaulle all’Eliseo. Si profilava pertanto all’orizzonte una nuova stagione di intenso coinvolgimento dell’alto funzionario olandese nelle problematiche inerenti l’integrazione europea. Non certo perché B. fosse chiamato, in questo frangente, a definire una nuova strategia per l’unità continentale, essendosi definitivamente allontanato dai centri decisionali dell’Aia e del contesto comunitario. Tuttavia, l’attenzione con cui avrebbe osservato la condotta del generale nelle questioni europee e la stima, peraltro reciproca, che nutriva, almeno in un primo momento, nei confronti di de Gaulle, avrebbero in parte risvegliato le pulsioni europeiste dell’ideatore del MEC. In particolare, B. iniziò a confidare nel possibile intervento risolutore dell’uomo della Resistenza francese nel rafforzare e nel consolidare sul piano della sovranazionalità l’ancora fragile struttura della CEE. La vicenda del Piano Fouchet, del 1961, avrebbe ben presto rivelato a B. l’infondatezza delle sue aspirazioni, suscitando altresì le sue aperte rimostranze nei confronti della politica di grandeur.

Un’ennesima delusione che, dopo un biennio (1963-1964) da commissario per alcune importanti società, banche e assicurazioni olandesi, spinse il pur instancabile B., giunto peraltro alla soglia del settantesimo anno d’età, a decidere di ritirarsi a vita privata.

Giulia Vassallo (2010)