Colonna di Paliano, Guido

Laureato in giurisprudenza all’Università di Napoli, nel 1933 C. di P. (Napoli 1908-Milano 1982) intraprende la carriera diplomatica, che negli anni successivi lo porterà a trasferirsi a New York, Toronto, Il Cairo, Stoccolma e, nell’immediato dopoguerra, a Londra.

Nel 1947-1948 è membro della delegazione italiana alla conferenza di Parigi sul Piano Marshall, dove si occupa soprattutto di problemi industriali e in modo particolare di siderurgia, settore che rimarrà al centro della sua attenzione anche quando, qualche anno dopo, assumerà la carica di segretario generale aggiunto dell’Organizzazione europea di cooperazione economica (OECE). In tale veste egli cercherà infatti di consolidare i legami fra la stessa Organizzazione e la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), riuscendo a favorire una serie di accordi di mutua informazione fra i due organismi. Nel corso degli anni Cinquanta contribuirà a stabilire relazioni analoghe con il Bureau international du travail (BIT), che sopravvivranno anche alla riforma dell’OECE e alla sua trasformazione, nel 1960, in Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

Intanto, nel 1956 C. di P. diviene vicedirettore per gli Affari politici del ministero degli Affari esteri, e nell’ottobre 1957 ottiene la carica di inviato straordinario e ministro plenipotenziario di seconda classe. Nel dicembre 1958 abbandona l’OECE per trasferirsi a Oslo con credenziali di ambasciatore della Repubblica italiana (v. Italia), carica che mantiene fino al 1962, quando torna a Parigi per assumere il ruolo di segretario generale aggiunto dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO). Presiede il Consiglio atlantico durante la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962.

Fra il 1964 e il 1970 è membro della Commissione europea della Comunità economica europea (CEE), prima con la responsabilità del mercato interno e dell’Unione doganale, in seguito degli Affari industriali. A partire dall’entrata in vigore, il 1° gennaio 1967, del Trattato di fusione degli esecutivi, sarà anche presidente del Consiglio di amministrazione del servizio comune di stampa e d’informazione delle Comunità europee.

Da commissario europeo, l’attenzione di C. di P. è rivolta innanzitutto agli effetti del mercato comune sull’economia comunitaria, e in particolar modo sul settore agricolo. Egli condivide con gli altri commissari una valutazione sostanzialmente negativa dei meccanismi della Politica agricola comune (PAC), che non sembra apportare particolari miglioramenti al poco concorrenziale settore primario dei paesi CEE. Per questo C. di P. è favorevole a una riforma della PAC che stimoli cambiamenti strutturali, favorendo innanzitutto la nascita di imprese di grandi dimensioni, che possano sfruttare i rendimenti di scala e raggiungere livelli più elevati di competitività sul mercato interno e mondiale. Nonostante gli sforzi dei membri della Commissione, tali concezioni non trovano però accoglienza positiva presso gran parte degli ambienti politici dei paesi membri.

Ma il lavoro più importante di C. di P. in veste di commissario europeo riguarda le questioni industriali. Il suo nome è infatti legato a un importante documento, intitolato La politica industriale della Comunità (ma più noto comememorandum Colonna”), che la Commissione presenta al Consiglio dei ministri nel marzo del 1970, e che contiene una serie di proposte miranti a consolidare la struttura industriale europea. Concepito innanzitutto per rispondere ai profondi mutamenti subiti dall’economia comunitaria nell’ultimo decennio, il documento non nasconde comunque una visione strategica più ampia, che cerca di inserirsi nei progetti di “approfondimento” del processo d’integrazione (v. Approfondimento; Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della) appena varati dai capi di Stato e di governo alla Conferenza dell’Aia del dicembre precedente. L’estensione delle Competenze comunitarie al settore monetario e l’avvio della cooperazione in materia di politica estera (v. Cooperazione politica europea (CPE) sembrano infatti prefigurare per la Comunità una “identità” politica fino a quel momento sconosciuta, della quale un settore industriale solido e competitivo rappresenterebbe l’indispensabile spina dorsale.

Non a caso, fin dalle prime pagine dell’introduzione, nel memorandum si parla della necessità di favorire la costituzione di un vero e proprio «tessuto industriale europeo», che assicuri contemporaneamente «le basi irreversibili dell’unità economica, e presto politica, dell’Europa occidentale, il proseguimento dell’espansione economica e un grado ragionevole di autonomia tecnologica rispetto ai grandi partner esterni» (Commissione delle Comunità europee, 1970).

Sul piano più strettamente economico, la Commissione cerca di rispondere alla sfida posta dalle multinazionali statunitensi, avvantaggiate non solo dalle loro grandi dimensioni o da quelle del loro principale mercato di riferimento, ma anche da una dotazione tecnologica mediamente superiore a quella europea. Il memorandum propone quindi alcune linee d’azione volte a colmare gli svantaggi dell’industria del vecchio continente rispetto a quella d’oltreatlantico. La prima consiste nel completamento del Mercato unico europeo, che richiederà l’eliminazione delle numerose barriere al commercio intracomunitario rimaste anche dopo la realizzazione, il 1° luglio 1968, dell’unione doganale. La seconda è un’Armonizzazione del quadro giuridico e fiscale, per eliminare possibili discriminazioni fra le merci e i fattori di produzione dovute alle differenze fra i sistemi nazionali (v. anche Principio di non discriminazione). Analogamente, sarà necessario unificare il quadro finanziario per realizzare la Libera circolazione dei capitali, elemento costitutivo essenziale del mercato comune (v. anche Comunità economica europea).

Il “cuore” della proposta della Commissione è però nella terza linea d’azione, che punta da una parte a favorire un processo di concentrazione industriale tale da conferire alle imprese europee dimensioni più adeguate alla competizione internazionale, dall’altra a stimolare lo sviluppo delle tecnologie di punta utilizzando, ad esempio, fondi comunitari per finanziare programmi di ricerca europei (v. anche Programmi comunitari). Inoltre, per affrontare adeguatamente le conseguenze sociali della ristrutturazione industriale, la quarta linea d’azione del memorandum Colonna prevede l’avvio di una vera e propria politica regionale (v. Politica di coesione) e una riforma del Fondo sociale europeo che ne adatti i meccanismi alle nuove esigenze.

Corollari fondamentali dell’intero disegno sono poi individuati nell’avvio di un dialogo fra le Parti sociali a livello europeo e nella realizzazione di una vera Politica dell’istruzione comunitaria, considerato che «le necessità dello sviluppo economico non richiedono, come spesso si crede, un insegnamento sempre più pratico e specializzato, ma al contrario una formazione di base concepita per permettere gli adattamenti e le riconversioni, vale a dire i cambiamenti di mestiere nell’età adulta» (Commissione delle Comunità Europee, 1970).

Infine il memorandum individua una “dimensione esterna” della politica industriale comunitaria, consistente nella promozione di un sistema di scambi più liberi su scala mondiale e in un’azione volta a favorire lo sviluppo dei paesi più poveri attraverso vasti programmi di cooperazione tecnologica e di discriminazione commerciale positiva verso i loro prodotti.

Il memorandum non trova l’appoggio sperato da parte dei governi degli Stati membri e, anche a causa dei problemi economici e valutari che di lì a poco investiranno l’Europa, finirà sostanzialmente dimenticato nel corso degli anni Settanta. Esso ha comunque il pregio di raccogliere in un disegno unitario e coerente alcune delle tematiche chiave della vita economica comunitaria, parte delle quali guideranno gli sviluppi del processo d’integrazione nei decenni successivi. Per questo rappresenta probabilmente l’eredità più importante dell’esperienza europea di C. di P., che l’8 maggio del 1970, appena due mesi dopo la pubblicazione del memorandum, presenta le proprie dimissioni da commissario.

Abbandonata contemporaneamente anche la carriera diplomatica, C. di P. usa la lunga esperienza in campo internazionale per ottenere incarichi importanti nel settore dell’industria privata, divenendo membro dei consigli di amministrazione della FIAT, della Compagnia generale di elettricità (CGE) e del Gruppo Solvay, presidente della Rinascente, e assumendo anche responsabilità di rilievo in seno a Confindustria. Il tutto gli varrà la nomina a Cavaliere del lavoro.

Nel 1973 C. di P. è inoltre uno dei fondatori della Commissione trilaterale, organismo promosso da David Rockefeller e composto di personalità del mondo politico ed economico nordamericano, europeo e giapponese, fra le quali Zbignew Brzezinski, George Bush senior, Giovanni Agnelli e l’ex ministro degli esteri Kichi Miyazawa. Scopo dell’organizzazione è combattere contro ogni forma di nazionalismo economico e favorire un’apertura generale dei mercati mondiali, cercando al contempo di smorzarne le conseguenze sociali meno accettabili. In tale contesto C. di P. partecipa al gruppo di lavoro sulle questioni commerciali, collaborando alla stesura del rapporto Directions for world trade in the nineteen-seventies che, pubblicato nel 1974, individua in una forte riduzione delle barriere tariffarie la via migliore per affrontare i problemi posti dalla crisi petrolifera e valutaria e per creare l’atmosfera di collaborazione necessaria a tale scopo.

Lorenzo Mechi (2010)