Piano Marshall

Introduzione

Il piano di ricostruzione dell’Europa postbellica, che ha preso il nome dell’allora segretario di Stato americano George C. Marshall va considerato come l’evento antesignano dell’Unione europea. L’iniziativa, decisa per urgenti motivi di ordine umanitario e sociale, pose per la prima volta l’economia a servizio della politica estera in modo coerente e coordinato, a coronamento di una serie di iniziative multilaterali avviate dall’America durante la guerra affinché durassero oltre l’emergenza bellica. Ne emerse un inedito sistema di rapporti internazionali collaborativo, costruito attorno all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), di cui la Comunità europea rappresentò la prima clonazione regionale (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio; Comunità economica europea; Comunità europea dell’energia atomica).

Ben prima di tornare a impegnarsi in una guerra europea di dimensioni globali, gli Stati Uniti si erano infatti adoperati per impostare un assetto internazionale radicalmente innovativo rispetto all’equilibrio di potenze vigente da quando i Trattati di Vestfalia, nel 1648, avevano posto fine a un’altra guerra fratricida, quella dei Trent’anni. Il deludente risultato di Versailles, al termine del primo conflitto mondiale, aveva dimostrato che i quattordici principi di Wilson non erano in grado di attecchire spontaneamente nel vecchio continente. Ciò convinse il presidente Franklin Delano Roosevelt della necessità di giocare d’anticipo, accantonando l’ammonimento jeffersoniano di stare alla larga da entangling alliances e riproponendo il sillogismo fra liberismo economico, democrazia diffusa e pace stabile. Spinto dall’esperienza del New Deal, Roosevelt aveva individuato nel libero mercato e nella libertà dei mari il filo conduttore di un sistema più efficace del tradizionale intreccio di alleanze di cui lo stesso esperimento intermedio della Società delle Nazioni aveva decretato l’esaurimento.

La traumatica esperienza della recessione del 1929 e le impietose analisi che ne fecero l’economista John M. Keynes e l’opinionista Walter Lippmann, avevano già convinto la classe politica americana della necessità di impegnarsi per cooptare l’Europa in un sistema di rapporti internazionali che ai contrappesi antagonistici sostituisse una sicurezza collaborativa. Da allora, il ricorso a organizzazioni internazionali di sicurezza si andò progressivamente affermando, non sempre per impulso di Washington, a fini di prevenzione oltre che di dissuasione, con l’invocazione di principi morali superiori per stimolare la riconciliazione degli animi e il buon governo e screditare la tutela esasperata di illusorie sovranità nazionali.

Contesto storico e ragioni politiche ed economiche dell’iniziativa statunitense

A un militare, il generale George C. Marshall, va attribuito il merito di aver dato l’impulso decisivo per il coinvolgimento americano nella riabilitazione di un’Europa sconvolta dalla guerra. Ma il terreno era stato preparato da un drappello di tecnocrati, uomini d’affari ed economisti prestati alla politica, fra i quali W. Averell Harriman, Robert E. Lovett, John J. McCloy, James V. Forrestal e Paul H. Nitze, banchieri a Wall Street, Paul Hoffman, direttore dell’industria automobilistica Studebaker, William L. Clayton, proveniente dall’industria cotoniera, oltre che dall’avvocato Dean Acheson e dal meno noto politologo Leo Pasvolski, principale artefice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Fu Clayton, assistente segretario al Dipartimento di Stato per le questioni economiche, ad avvertirne per primo la necessità: «Soltanto un’immediata affermazione della leadership americana può impedire il riproporsi di una guerra entro un decennio», scrisse in un memorandum a Marshall, sottolineando altresì l’urgente esigenza di «markets, big markets», anche per assorbire il sopravvenuto surplus produttivo e creditizio americano. Ma fu Acheson, sottosegretario politico al Dipartimento di Stato, il primo a dichiarare pubblicamente, in un discorso tenuto nel maggio del 1947 a Cleveland, nel Mississippi, al ritorno dalla Conferenza di Potsdam, l’impellente necessità di stabilizzare la situazione politica ed economica nel continente europeo devastato. A questo obiettivo lavorò quella che fu definita la “migliore generazione” di funzionari, convinti internazionalisti per comune formazione e frequentazione, giunti alla conclusione che la ripresa dell’Europa era anche nell’“illuminato interesse” degli Stati Uniti.

Per coinvolgere l’America nell’impegno bellico contro l’Asse, Roosevelt aveva in effetti invocato ragioni morali piuttosto che mere esigenze di autodifesa. «Questa [nostra] forza – disse – è diretta verso un bene futuro, oltre che contro un male immediato», e concludeva: «noi americani siamo dei costruttori». Una serie di iniziative aveva conseguentemente predisposto l’assetto postbellico. Nel marzo del 1941, quando Pearl Harbour era ancora lontana e inimmaginabile, la cosiddetta legge “affitti e prestiti”, un’iniziativa disposta inizialmente a beneficio del Regno Unito ed estesa subito dopo all’URSS, aveva fatto dell’America “l’arsenale della democrazia”, mettendo a disposizione degli oppositore della forza le risorse materiali degli Stati Uniti. La legge “affitti e prestiti” disponeva, inizialmente per il solo Regno Unito, il diritto di acquistare materiali bellici e materie prime con rimborso alla fine del conflitto, garantito dalle riserve auree e dagli investimenti britannici, per una esposizione complessiva di 35 miliardi di dollari in approvvigionamenti e 11 miliardi di crediti.

Il 14 agosto, al largo di Terranova, Roosevelt e Winston Churchill firmavano una “Carta atlantica” che indicava quali scopi bellici i principi di libertà, sicurezza e solidarietà internazionale. Si trattava dell’esplicitazione delle quattro libertà (dalla paura e dalla fame, nonché di parola e di fede, «ovunque nel mondo») che Roosevelt aveva invocato nel suo quarto discorso di investitura del gennaio 1941 e che riecheggiavano i quattordici punti proclamati vent’anni prima da Woodrow Wilson. Il 1° gennaio del 1942, subito dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, i due leader chiamarono a raccolta a Washington, alla presenza anche dell’ambasciatore russo Maxim Litvinov, altri 23 Stati per sottoscrivere la Dichiarazione delle Nazioni Unite (unite contro l’Asse), che esplicitava meglio l’impegno condiviso, escludendo ogni pace separata e proclamando la comune dedizione a principi quali «le libere istituzioni, il governo rappresentativo, le libere elezioni, le libertà individuali, la libertà di parola e religione, e la libertà dall’oppressione politica». Vi si registrò anche il proposito di «far sì che tutti i paesi, grandi e piccoli, vincitori e vinti» avessero accesso «in condizioni di parità ai commerci e alle materie prime mondiali necessarie alla loro prosperità economica». L’America andava ben oltre la cobelligeranza del 1917.

A San Francisco, il 26 giugno 1945, la Carta dell’ONU venne firmata non senza difficoltà negoziali, nel dichiarato intento di «mantenere la pace e la sicurezza e di promuovere, attraverso la cooperazione internazionale, condizioni di stabilità e benessere fra le nazioni». All’inizio di quell’anno fatidico, Roosevelt aveva affermato che l’organizzazione delle Nazioni Unite avrebbe segnato «l’inizio di una struttura permanente per la pace», che Churchill, più vigorosamente, descriveva come «l’incontestabile potere destinato a condurre il mondo verso la prosperità, la libertà e la felicità». Nel marzo 1946 a Fulton, nel Missouri, lo stesso Churchill dirà invece senza mezzi termini agli americani che una «cortina di ferro» era stata innalzata in Europa.

Subito dopo la vittoria, i rapporti interalleati si erano infatti rapidamente deteriorati, al punto che nel 1947, Harry Spencer Truman decise di chiamare al suo fianco l’artefice della vittoria militare, il generale Marshall, in qualità di Segretario di Stato. Fu lui, uomo d’azione tramutatosi in diplomatico risoluto, a contrastare l’ormai palese espansionismo sovietico, a impegnare i suoi collaboratori nell’elaborazione delle visioni ideali e delle strategie politiche e nella combinazione di strumenti diplomatici, economici e culturali oltre che militari necessari per puntellare il sistema internazionale appena impostato. A delinearne la struttura Marshall chiamò il diplomatico George Kennan che, con il “lungo telegramma” del febbraio 1946 dall’ambasciata a Mosca e poi con l’anonimo articolo apparso su “Foreign Affairs” del luglio 1947, invocò il “contenimento” della Russia sovietica. Si trattava soprattutto di elaborare nell’arco di tre settimane le argomentazioni più appropriate per superare le prevedibili resistenze di una opinione pubblica e di un Congresso decisi a tornare al tradizionale astensionismo dalle faccende internazionali. Fu sempre Marshall, subito dopo la sua investitura, a convincere il presidente Truman della necessità di sostenere anche militarmente la Grecia e la Turchia, in sostituzione di una Gran Bretagna esausta. Un mese dopo, al ritorno dalla conferenza quadripartita di Mosca che dimostrò l’impossibilità di conseguire un trattato di pace con la Germania, in una allocuzione radiofonica, Marshall dichiarò che la ricostruzione in Europa era molto più lenta del previsto: si diffondevano «forze disgregatrici», il paziente peggiorava mentre i medici discutevano, né si poteva far affidamento sull’esaurimento delle parti perché emergessero soluzioni di compromesso.

Il 21 aprile 1947 un rapporto dell’apposito Comitato di coordinamento fra i Dipartimenti di Stato, della Guerra e della Marina, affermò la necessità di contenere la sovversione comunista e di «assicurare sviluppi nazionali liberi da ogni forma di coercizione e da regimi totalitari imposti da aggressioni dirette o indirette, minoranze armate o pressioni esterne», circostanze tutte in contrasto con i principi della Carta delle Nazioni Unite, che avrebbero condotto «a una perdita di fiducia nella leadership degli Stati Uniti». Nel rapporto, i deficit delle bilance dei pagamenti in Europa venivano calcolati in 2,3 e 1,8 miliardi di dollari rispettivamente per la Gran Bretagna e la Francia vittoriose, e in 0,5 miliardi per l’Italia sconfitta, con la precisazione che quest’ultima non sarebbe stata in grado di ripianare il debito in tempi brevi. Le relative ripercussioni per l’America vennero descritte da Clayton come «potenzialmente disastrose» in termini di perdita di mercati e conseguente disoccupazione e nuova depressione, mentre le risorse e le capacità produttiva statunitensi erano «sufficientemente consistenti da fornire all’Europa tutta l’assistenza necessaria».

Il 16 maggio un memorandum di Kennan, posto a capo del neoistituito Policy planning staff con la laconica istruzione di «evitare le banalità», sentenziava che «l’elemento più importante ed urgente per la pianificazione della politica estera è quello di restituire speranza e fiducia all’Europa occidentale […] ivi compresa la rivitalizzazione della capacità produttiva nella Germania occidentale […]». Le azioni intraprese avrebbero avuto «effetti moltiplicatori» per la politica estera americana altrove. Vi si precisava che l’assistenza americana avrebbe dovuto affiancarsi a un programma di collaborazione economica integrato fra i paesi dell’Europa occidentale, possibilmente impostato da uno di loro oltre che approvato dalla Commissione economica per l’Europa (ECE) dell’ONU, e posto al riparo da «ogni sabotaggio o cattivo uso da parte dei comunisti». Il programma avrebbe dovuto essere impostato in modo tale «da incoraggiare e contribuire a una qualche forma di associazione politica regionale fra gli Stati dell’Europa occidentale». Un altro memorandum precisava il 21 luglio che il duplice scopo dell’operazione era far sì che gli Stati europei acquistassero dagli Stati Uniti, e che avessero «sufficiente fiducia in se stessi da resistere a pressioni esterne». Il 23 maggio un documento più elaborato, inviato ad Acheson, ribadirà che lo sforzo di assistenza all’Europa doveva consistere «non nel combattere il comunismo come tale, ma nel restaurare la salute e il vigore economico della società europea». L’iniziativa sarebbe dovuta partire dall’Europa, più precisamente «congiuntamente da un gruppo di Stati europei», comprendenti la Gran Bretagna e possibilmente coordinati da essa, sulla base del piano elaborato da Jean Monnet per la Francia. Si finiva peper escludere l’eventualità di affidarne l’impostazione all’ECE, di cui la Russia ma non l’Italia né la Germania facevano parte, e si affermava che sarebbe stato «essenziale» agire in modo tale che Mosca e i suoi satelliti si autoescludessero qualora non intendessero accettarne le condizioni.

Dal discorso di Marshall al varo del Piano di ricostruzione

Dopo che Acheson ebbe sensibilizzato i più influenti congressmen (fra i quali il repubblicano Arthur H. Vandenberg, presidente della Commissione Affari esteri del Senato e il democratico J. William Fullbright, impegnato nell’elaborazione di un programma educativo su scala mondiale), la scena era pronta per il discorso di Marshall all’Università di Harvard, il 5 giugno 1947 (Marshall ne aveva affidato la stesura a un altro diplomatico, il sovietologo Charles E. Bohlen). «Non ho bisogno di dirvi», esordì il Segretario di Stato nel ricevere la laurea honoris causa di fronte ai laureandi di quell’anno, «che la situazione mondiale è molto seria, com’è evidente ad ogni persona intelligente. È logico che gli Stati Uniti debbano fare tutto quello che possono per contribuire alla restaurazione nel mondo di normali condizioni economiche, senza le quali non può esservi né stabilità politica né pace sicura». Oltre alle devastazioni della guerra, il segretario di Stato sottolineava le avverse condizioni di scambio internazionale aggravate dai ritardi nella conclusione degli accordi di pace. I bisogni alimentari e di altri prodotti essenziali per l’intera Europa, proseguiva Marshall nel tono didattico appropriato al suo uditorio giovanile, avrebbero potuto essere assicurati soltanto «spezzando il circolo vizioso e ristabilendo la fiducia dei popoli europei nel futuro dei loro paesi e dell’Europa nel suo complesso». Marshall precisava che l’iniziativa statunitense non era rivolta «contro alcuna nazione o dottrina, bensì contro la fame, la povertà, la disperazione ed il caos». I suoi scopi sarebbero stati quelli di «favorire il ritorno nel mondo di un ambiente economico funzionante in grado di consentire l’affermarsi di condizioni politiche e sociali nelle quali le libere istituzioni possano sussistere». Il programma avrebbe dovuto essere «condiviso, concordato da un certo numero se non da tutte le nazioni europee»; gli Stati Uniti intendevano agire in collaborazione con gli Stati che si fossero impegnati «nel medesimo senso e in accordo fra loro». L’iniziativa, precisava Marshall, doveva venire dall’Europa: il ruolo statunitense sarebbe stato quello di «un’assistenza nel formulare un programma europeo, e poi nel sostenerlo concretamente», nella misura in cui si fosse rivelato possibile farlo.

Il presidente Truman continuò a rimanere in disparte, ma sostenne appieno l’iniziativa convenendo con i suoi immediati collaboratori che si trattava di raccogliere la sfida di Mosca, una sfida che a suo avviso andava assumendo i connotati dei grandi antagonismi della storia: fra Atene e Sparta, Roma e Cartagine, Alessandro e i persiani, Francia e Inghilterra. La questione aveva in effetti finito coll’assumere connotazioni politiche tali da suscitare il disorientamento del Dipartimento del commercio diretto da Averell Harriman. Truman lo aveva chiamato alla presidenza di un apposito Committee of distinguished citizens, composto da esponenti del mondo degli affari, della finanza, del lavoro, dell’agricoltura, dell’istruzione e della ricerca, per determinare l’entità e i limiti della capacità dell’economia americana di corrispondere alle esigenze europee. Una nota interna osservava che il Piano Marshall era «come un disco volante: nessuno sa a che cosa assomigli, che dimensioni abbia, in che direzione si muova, o se esista veramente». Ma si apprezzava che l’impegno non pesasse tutto sulle spalle americane, come sarebbe avvenuto se fosse stato lasciato all’United Nations relief and rehabilitation administration (UNRRA) (che aveva comportato esborsi per 9 miliardi di dollari di aiuti alimentari, finanziati all’80% dagli americani, con le dispersioni dovute ad una distribuzione a pioggia e ad una gestione ripartita fra 17 paesi) ma fosse invece articolato in «una combinazione di accordi multilaterali e bilaterali, sulla base di una serie di promesse reciproche e responsabilità incrociate».

Londra, Parigi e Varsavia reagirono subito positivamente all’esortazione americana. Il ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin, preavvertito da Acheson, apprese del discorso di Marshall dalla BBC e sollecitò un Georges Bidault esitante. Ambedue invitarono immediatamente Molotov a Parigi dal 27 giugno al 3 luglio, con la segreta speranza che Mosca rifiutasse di associarsi. L’impegno personale di Clayton si rivelò più laborioso del previsto, per le persistenti riluttanze, anche a Londra, nei confronti di quel che si presentava come un processo di accelerata liberalizzazione e integrazione continentale osteggiato in particolare dalle sinistre tornate al potere, e dalla necessità di predefinire la questione delle riparazioni tedesche.

La Russia si rese conto di non poter contrastare il Piano Marshall, ma non poteva associarsi a esso, né consentire ai suoi satelliti di farlo. Andrej Zdanov dichiarò che si trattava di un «piano di asservimento, diretto contro le basi dell’indipendenza degli Stati democratici in Europa». A Parigi Molotov, contrario all’implicita perpetuazione della presenza americana in Europa, si oppose a ogni condizionamento dell’offerta americana, proponendo che ci si limitasse invece a sommare alcune richieste dei singoli Stati («come chiedere un assegno in bianco», commentò Bevin) nonché, con minor determinazione nei confronti dell’Italia, che gli ex nemici partecipassero soltanto in posizione “consultiva”. La conferenza tripartita, convocata per esplorare le intenzioni reciproche, ebbe pertanto il pregio di mettere le carte in tavola, distanziando i russi e avvicinando Londra e Parigi, che sollecitarono quindi la partecipazione degli altri Stati europei (la Spagna si autoescluse, mentre la Turchia aderì). Mosca si ridusse a sperare che una recessione americana vanificasse le intenzioni di Washington (e annunciò un “piano Molotov” per i paesi dell’Est occupati). La defezione per le pressioni di Mosca del “fronte degli Stati slavi”, come Josif Stalin lo definì, facilitò il raggiungimento di un’intesa, ma determinò la prima frattura intraeuropea riducendo le capacità di una ripresa europea complessiva. Marshall stesso si adoperò invece perché Bevin accettasse la partecipazione di Roma alla Conferenza di Parigi ancor prima della firma del Trattato di pace, con l’argomentazione che «la ripresa dell’Italia, per le sue dimensioni», era «essenziale per la salute economica dell’Europa e del mondo» e che si trattava di tagliare ulteriormente l’erba sotto i piedi ai comunisti, che non osarono opporsi alla partecipazione italiana. Quanto alla Germania, essa non poteva essere rappresentata che dalle potenze occupanti, peraltro consapevoli che la soluzione della questione tedesca rimaneva essenziale per il successo dell’impresa. Le resistenze francesi non mancarono, ma cedettero presto a fronte delle esigenze complessive.

Avviata il 12 luglio, sempre a Parigi, la Conferenza per la cooperazione economica in Europa (CEEC) racchiuse gli europei occidentali in una coabitazione forzata, impegnandoli nell’elaborazione di progetti comuni e delle implicazioni tecnico-operative della distribuzione dei relativi investimenti. Gli assistenti segretari Lovett (che sostituì Acheson a fine giugno del 1947) e Clayton operarono dietro le quinte, con dichiarate funzioni di “supporto amichevole”, anche per superare le residue esitazioni degli europei, vincitori e vinti. Anche Kennan fu dislocato a Parigi per ribadire i rigorosi condizionamenti di Washington, consistenti essenzialmente nella convergente progressione verso l’autosufficienza e l’eliminazione di tariffe doganali, oltre che in una struttura permanente per amministrare il programma. A differenza di Italia e Francia, il Regno Unito resistette alle pressioni per un’Unione doganale e altre intese multilaterali. Inoltre, osservava Kennan, gli scandinavi erano «patologicamente timorosi della Russia. Trovandosi in modo in un certo senso inatteso in una associazione denunciata da Moltov come politicamente perniciosa» si comportavano «con la nervosa incertezza di chi percorre la strada eccitante ma insolita del peccato», concludendo che l’Europa doveva essere aiutata «suo malgrado». Complessivamente, furono tremila gli esperti americani coinvolti nell’impostazione, assistenza e valutazione dei progetti. I sedici paesi europei erano sostanzialmente divisi in tre gruppi: il Regno Unito e alcuni Stati minori con i bilanci in ordine; la Grecia e la Turchia con necessità di un’assistenza di emergenza; la Francia e l’Italia in situazione politica instabile, oltre che con economie prevalentemente pianificate e a partecipazione pubblica; la Germania era invece rappresentata dai paesi occupanti presenti. Nel Comitato esecutivo, presieduto da Bevin, figuravano Francia, Italia (con Giovanni Malagodi), Olanda (v. Paesi Bassi) e Norvegia. A Jean Monnet, copresidente dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE) (successivamente Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che avrebbe amministrato la ripartizione degli stanziamenti del Piano Marshall e avrebbe provveduto alla multilateralizzazione del sistema di pagamenti, alla collaborazione monetaria e alla progressiva instaurazione di una maggiore libertà degli scambi), assieme al britannico Sir Oliver Franks e amico personale dei principali interlocutori americani dai tempi prebellici in cui era investment banker a Washington, fu affidato il compito di predisporre un questionario di base per l’elaborazione del rapporto conclusivo che, “preliminare” ed “emendabile”, fu pubblicato il 22 settembre. Alla fine, la richiesta complessiva avanzata dagli europei ammontava a 28 miliardi di dollari per il previsto periodo quadriennale.

Il Dipartimento di Stato ritenne accettabili le linee generali finalmente concordate, sia pur nella consapevolezza che la maggior parte degli aspetti tecnici andavano ulteriormente precisati per soddisfare non soltanto il Congresso ma anche una business community prevenuta da anni di New Deal. Una profusione di discorsi pubblici, interviste, volantini, articoli di stampa dei maggiori opinionisti, tra cui Walter Lippmann, Joe e Stewart Alsop e James Reston, si rivolse direttamente all’opinione pubblica. Come interfaccia americana dell’OECE fu istituita una Economic cooperation administration (ECA), interministeriale, indipendente dal Dipartimento di Stato, affidata all’industriale automobilistico Paul Hoffman, di cui Averell Harriman era stato rappresentante alla Conferenza di Parigi. Un suo memorandum insisteva il 29 settembre che «dal punto di vista degli interessi vitali degli Stati Uniti, la questione principale in Europa oggi è se o meno diventerà totalitaria […] e se la cortina di ferro si sposterà sull’Atlantico […] ciò che comporterebbe il completo ri-orientamento della nostra politica estera, con la conseguenza che gran parte degli obiettivi per i quali abbiamo combattuto e che abbiamo ottenuto andrebbe perduto». Data l’urgenza, in dicembre il Congresso si risolse ad approvare uno stanziamento preliminare di 600 milioni di dollari.

Nel marzo del 1948 il colpo di Stato comunista a Praga alzò drammaticamente il livello d’allarme, tanto da indurre il Congresso ad approvare finalmente, il 3 aprile, il Foreign assistance Act (al Senato con 69 voti contro 17 e al Congresso con 318 contro 75), avviando l’European recovery program (ERP) per un ammontare iniziale di 5,3 miliardi di dollari. Alla fine saranno 13,3 miliardi su 4 anni, corrispondenti a quasi 100 miliardi odierni, pari allora a 1% del PNL statunitense (4 miliardi in più di quanto stanziato per l’UNRRA, una somma pari a quel che la Russia estrasse subito dai suoi nuovi satelliti, e paragonabile a quanto la Germania odierna ha speso dal 1990 per i Länder orientali). Si trattava per un terzo della fornitura di prodotti agroalimentari e fertilizzanti, mentre i prestiti rimborsabili, a 30 o 40 anni al 2,5 di interesse, erano limitati a un decimo dell’esborso totale. Il mercato americano ne beneficiò per il 30%. La ripartizione alla fine premiò il Regno Unito e la Francia, nazioni alleate e formalmente vincitrici, rispettivamente col 23% e il 20% degli stanziamenti, seguite dall’Italia e dalla Germania con l’11% e il 10%, l’Olanda con l’8%, l’Austria col 5%, e via via gli altri. In termini relativi primeggiarono però la Norvegia e l’Austria con 130 dollari pro capite rispetto ai 19 per la Germania, fanalino di coda. Oltre alle esigenze umanitarie e alimentari, la priorità nella destinazione di quel che oggi si chiamerebbe “sovvenzione iniziale”, venne data alla ricostruzione delle infrastrutture e all’acquisto di beni capitali, contribuendo anche all’aumento del potere di acquisto europeo sui mercati mondiali e negli Stati Uniti («lubrificante, non combustibile della macchina economica europea, cura e non palliativo», aveva raccomandato Marshall). Si determinarono così tre livelli di assistenza: a breve termine, i beni di consumo, il 46% dell’assistenza americana con la fornitura di viveri, grano, medicinali, fertilizzanti e cotone, (finanziati mediante doni); a medio termine, il 40%, in materie prime, acciaio, petrolio, carbone e macchinari (mediante prestiti della Banca mondiale); e a lungo termine, il 14%, in investimenti capitali.

Conseguenze politico-economiche del Piano in Italia

In Europa, sulle “navi e treni dell’amicizia” e sui manifesti murali spiccavano a caratteri cubitali le parole “grano, carbone, viveri, medicinali”. Il logo prescelto fu uno scudetto a stelle e strisce attraversato dalla frase «Strength for the free world from the USA». In media il programma si risolse in un introito supplementare del 2,5% che rilanciò la produttività, ma servì anche a finanziare (specie in Italia) il disavanzo commerciale e della bilancia dei pagamenti. In Italia la somma totale di 1,5 miliardi fu utilizzata in buona parte per l’acquisto di macchinari, mentre i prodotti alimentari, rivenduti a operatori privati, alimentarono un “fondo di contropartita” che andò a finanziare interventi nel Mezzogiorno. Al termine del quadriennio dell’ERP, il PIL europeo era aumentato del 32,5% rispetto ai livelli prebellici (da 119 miliardi del 1947 a 159 nel 1951), quello pro capite del 37%, la produzione agricola del 25%, la produzione industriale del 40%, quella dell’acciaio del 100%, il commercio del 40%. Il tenore di vita crebbe del 33,5%. Se ne avvantaggiò ovviamente anche l’economia americana con il graduale riassorbimento del surplus occasionato dall’economia di guerra, mentre la zona dollaro si imporrà fino all’agosto del 1971, in una combinazione fra convenienza reciproca e comunanza di valori.

In Italia, la partecipazione al Piano Marshall comportò un scelta di campo in anticipo sull’adesione all’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (North Atlantic treaty organization, NATO), come riconobbe subito l’ambasciatore a Parigi, Pietro Quaroni: «Aderendo al Piano Marshall siamo entrati in pieno nel sistema politico americano». Il Trattato di pace non aveva riconosciuto il periodo di cobelligeranza italiano, tanto che alla Conferenza di Parigi Alcide De Gasperi lo dichiarò «ingiusto», facendo tuttavia appello non soltanto alla «personale cortesia» degli astanti ma anche e soprattutto all’esigenza di una «pace duratura e ricostruttiva». Nel gennaio del 1947 la scissione di Palazzo Barberini aveva chiarito gli schieramenti in campo socialista. Nello stesso mese De Gasperi compiva il viaggio in America che per il paese vinto costituì una tangibile «dimostrazione di amicizia e fraternità», suggellata dall’immediata elargizione di un assegno da 50 milioni di dollari. Il primo ministro italiano comparve sulla copertina del “Time” sullo sfondo della penisola aggredita da un polipo rosso. In marzo, l’Italia fu ammessa alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale. Il 26 maggio 1947, col varo del primo governo monocolore con l’aggiunta di tecnici fra i quali un rigoroso Luigi Einaudi alle finanze, pose fine ai governi di unità nazionale. In dicembre, le truppe d’occupazione lasciarono l’Italia. L’instaurazione del Fronte popolare non indusse le sinistre a far mancare la loro collaborazione nell’Assemblea costituente, e nell’aprile del 1948 le elezioni politiche condussero alla netta affermazione della Democrazia cristiana, che sfiorò la maggioranza assoluta.

Conclusioni

Se le motivazioni originarie del Piano Marshall erano state umanitarie ed economiche, il suo significato politico divenne subito evidente. L’European recovery program fu l’acceleratore se non l’unico motore della ripresa economica e politica in Europa occidentale, il puntello e l’elemento federatore esterno (v. anche Federalismo). Marshall stesso lo concepì come «una via di mezzo fra un suggerimento e una esortazione». Retrospettivamente, nel cinquantennale del 1997, George F. Will lo descrisse come «il catalizzatore della fiducia e la psicoterapia per un continente in stato di choc, oltre che la presentazione del modello americano a un mondo indigente». Storicamente, il Piano fu la risposta americana alla constatata impossibilità di un trattato di pace in Europa, per la pretesa di Mosca di consolidare le sue conquiste territoriali e perpetuare la divisione della Germania. Nel dedicare il 5 gennaio 1948 la sua copertina a Marshall, la rivista “Time” lo presentava infatti come «una iniziativa dinamica destinata a riequilibrare l’equilibrio di potere su scala mondiale e persuadere alla fine i Russi della necessità di scendere a compromessi».

In termini di sicurezza e stabilità su scala mondiale, il 1947 rappresentò lo spartiacque del XX secolo, e il Piano Marshall il primo strumento per contenere i drammatici eventi mondiali che si accavallarono dal 1948 al 1950, nel disgregarsi dalla cooperazione interalleata con la Russia, attraverso l’istituzione del Communist information bureau (Cominform), il blocco di Berlino, il colpo di Stato a Praga, la Corea, eventi cui anche l’Europa liberata reagì con il Consiglio d’Europa e il Trattato di Bruxelles (v. anche Unione dell’Europa occidentale) di mutua difesa fra Regno Unito, Francia e Benelux, che aprirono la strada all’Alleanza atlantica, e poi alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e alla Comunità europea di difesa (CED). Si può pertanto affermare che il Piano Marshall completò la dottrina Truman, nella consapevolezza che il “contenimento” doveva consistere in un sapiente dosaggio di bastone politico-militare e carota economica. Nel 1952, con l’elezione di Dwight Eisenhower, un militare dalle ambizioni politiche ben più pronunciate di quelle di Marshall, avviò la “ritirata” e la Guerra fredda.

Affiancandosi all’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Piano Marshall costituì la prima pietra del nuovo assetto multilaterale impostato dalla diplomazia americana durante l’intero svolgimento del conflitto. Agli europei, con la collaborazione politica e la liberalizzazione dei commerci, gli americani imposero una nuova mentalità. Ne risultò soprattutto, come auspicato, la definitiva riconciliazione franco-tedesca (testimoniata dall’immediata presenza della Germania alla Conferenza di Parigi), e più in generale uno stimolo politico che condusse anche all’Alleanza atlantica e stimolò il processo di integrazione europeo (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della). Ne emerse l’“Occidente”, come coalizione per la libertà, la democrazia e la solidarietà internazionale contro il risorgere dei nazionalismi, nella rivitalizzazione dei principi wilsoniani della sicurezza collaborativa e complessiva. Si affermò anche, per converso, quell’“universalismo funzionale” americano che emergerà in modo ricorrente per mantenere gli equilibri strategici continentali e mondiali, una funzione esercitata per secoli dalla Gran Bretagna nei confronti dell’Europa.

L’esperienza del Piano Marshall dovrebbe poter servire tuttora da esempio anche per la perenne opera di ricomposizione del sistema di rapporti internazionali. È agli anni Quaranta che risalgono i concetti di edificazione istituzionale, democrazia partecipativa, sistema internazionale collaborativo, sicurezza complessiva e buon governo, propri della filosofia politica dell’illuminismo e che vengono oggi riproposti dopo il dissolvimento del sistema bipolare. L’applicazione di tali principi da parte dell’Europa, fallita con la CED e proseguita in modo più graduale con i Trattati di Roma, è tuttora in corso.

Guido Lenzi (2009)