Eden, Anthony Robert

E. (Durham 1897-Salisbury 1977) fu il più significativo esponente del partito conservatore inglese, insieme con il coetaneo (e concorrente) Harold Macmillan, tra la generazione di Winston Churchill e Neville Chamberlain e quella di Edward Heath e Margaret Thatcher. Abile ministro e diplomatico, non fu altrettanto felice come statista e non riuscì mai a diventare un vero leader di partito e di governo. Forse nessun esponente politico espresse più di lui le contraddizioni del Regno Unito nel Novecento, non più grande potenza e non ancora potenza europea.

E. proveniva da una nobile e agiata famiglia della cosiddetta fox hunting England, la parte più tradizionalista del paese. Egli ne condivise sempre il rigore morale e il vittoriano senso del dovere, ma anche i pregiudizi e la visione imperiale, in misura superiore a quella di aristocratici “bucanieri” come Churchill, capaci di pensare e agire, se necessario, anche contro le loro origini. Il senso di appartenenza all’Inghilterra “eterna” aiutò la fulminea ascesa di E., ma si rivelò a lungo andare un limite che non gli permise di capire i rivolgimenti prodotti da due guerre mondiali.

E. Studiò a Eton e Oxford, diplomandosi in arabo e persiano. A diciott’anni partì volontario al fronte, dove fu ferito e decorato e perse due fratelli. Eletto ai Comuni nel 1923, vi rimase ininterrottamente sino al ritiro dalla vita pubblica, nel 1957. La sua vocazione per gli affari internazionali si manifestò precocemente, quando divenne sottosegretario di Stato al Foreign Office con Austen Chamberlain e mantenne l’incarico con i successori di Chamberlain, Lord Reading e John Simon. Nominato Lord del sigillo privato (1933), entrò nel gabinetto di William Baldwin quale ministro delegato per la Società delle Nazioni, poi ministro degli Esteri (1935), allorché Samuel Hoare si dimise dopo il fallimento dei negoziati con l’Italia per evitare l’invasione dell’Etiopia. La nomina di E., che aveva appena compiuto trent’otto anni, influì sulla decisione di Benito Mussolini di contrapporgli il trentatreenne Galeazzo Ciano per dimostrare che il fascismo giovanilista era in grado di battere le decadenti plutocrazie anche all’anagrafe.

E. guidò il Foreign Office nel biennio che vide crollare le ultime speranze di pace, tra la guerra di Spagna e il riarmo tedesco. Sostenitore dei principi societari della sicurezza collettiva, si oppose alla politica di conciliazione, o appeasement nei confronti di Adolf Hitler e Mussolini e intuì le mire di Iosif Stalin sul continente. Ma quando Chamberlain sostituì Baldwin nel 1937, si trovò in minoranza e si dimise l’anno seguente, per protesta contro la decisione del primo ministro di escluderlo dalle nuove trattative con Mussolini. Contrariamente a un’opinione diffusa, E. non tornò al governo con Churchill nel maggio 1940, ma sin dallo scoppio del conflitto, nel settembre 1939, quale segretario ai dominions nell’ultimo rimpasto del gabinetto Chamberlain. Fu tuttavia accanto a Churchill che E. gestì per cinque anni la diplomazia di guerra, anche se di rado riuscì a tener testa al primo ministro. Uniti nella vittoria bellica, lo furono subito dopo nella sconfitta politica, allorché nel 1945, le prime elezioni politiche del dopoguerra mandarono al potere, a sorpresa, i laburisti di Clement Attlee.

Quando, nel 1951, Churchill tornò a Downing Street, ormai anziano e in precarie condizioni fisiche, E. fu riconfermato ministro degli Esteri. Era comunemente ritenuto il delfino del primo ministro e l’infarto che colpì quest’ultimo, nell’aprile 1955, anticipò il passaggio di consegne. Ma il pubblico non sapeva che un malato ne sostituiva un altro: E. aveva già subito, in gran riserbo, tre debilitanti interventi chirurgici. Il candidato più forte nel partito era il cancelliere dello Scacchiere, Rab Butler, e la nomina di E. fu sponsorizzata da Macmillan per sbarrare il passo a Butler. E. guidò il governo per meno di due anni, fino ai primi del 1957, allorché l’esito rovinoso della crisi di Suez lo costrinse a lasciare il posto a Macmillan e a ritirarsi dalla vita politica. Trascorse gli ultimi vent’anni in orgoglioso ritiro, pubblicando quattro volumi di memorie, che non riscuotono in genere molto credito tra gli storici. Nel 1961 fu insignito dalla regina del titolo ereditario di conte di Avon. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche fu quando, visibilmente sofferente, prese parte alle esequie di Churchill, nel 1965. Molti si chiesero se quel giorno l’Inghilterra non avesse seppellito ben due primi ministri. Era comunque la fine di un mondo.

La vita di E. conobbe grandi successi iniziali, una battagliera maturità e un malinconico declino. Fascino, prestanza fisica e stile ne fecero la perfetta incarnazione del diplomatico e del gentleman, guadagnandogli l’invidiosa antipatia dei “colleghi” Joachim von Ribbentrop, Ciano e Serrano Suňer. In realtà, quello di E. era un carattere complesso e irrisolto. L’immagine levigata celava un temperamento solitario, frigido, insicuro, dalla repressa ma forte emotività, fino al crollo psicofisico al momento di Suez. Fu anche molto provato sul piano degli affetti: spartì con Mussolini, Stalin e il principe Fuminaro Konoye il mesto privilegio di perdere un figlio in guerra, il primogenito, che penei cieli della Birmania, nel 1945. Attraversò poi una dolorosa crisi coniugale, dalla quale uscì sposando in seconde nozze nel 1952 una nipote di Churchill.

E. diede il meglio di sé accanto a capi dalla personalità più decisa della sua: Austen Chamberlain, Baldwin e soprattutto il padre-padrone Churchill, che era caratterialmente e umanamente il suo opposto e che non esitò a umiliarlo più volte anche in pubblico. Non fu invece in grado di trasformarsi in leader quando giunse l’occasione tanto attesa. Anche le sue dimissioni nel 1938, comunemente ritenute la sua “ora più bella”, servirono a Churchill e ai suoi fedelissimi, come Robert Boothby e Leo Amery, per preparare la caduta di Chamberlain: E., soprannominato the glamour boy, “il bel ragazzo”, era solo una pedina del loro gioco. Ma pur sapendo in cuor suo di non possedere le qualità adatte, rincorse il potere proprio per dimostrare che non era solo un “eterno secondo”. Gli mancava una base nel partito e ignorava quasi tutto in politica interna, dall’economia alle grandi questioni sociali dell’Inghilterra postbellica. Eppure, paradossalmente, cadde proprio sul terreno in cui poteva vantare un’impareggiabile esperienza, quello della politica estera.

È un paradosso solo apparente. Nato e cresciuto nell’era in cui tramontava il concerto delle grandi potenze, E. lo rimpianse per tutta la vita. Come molti uomini della sua generazione, aveva subito il trauma delle trincee del 1914: in una lettera scritta alla madre dal fronte scrisse che bisognava mettere al muro il “guerrafondaio” Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato. Ma, a differenza di altri reduci, non fu in grado di comprendere che il “mondo di ieri” era veramente finito e che era vano sperare di ricostruirlo. La sua difesa, negli anni Trenta, di uno strumento ormai impotente di fronte al nazifascismo e al bolscevismo come la Società delle Nazioni, era ispirata al bisogno di ritrovare un equilibrio basato sul sistema di checks and balances. La guerra lo convinse che la guida del mondo libero stava passando dal Regno Unito agli Stati Uniti, cosa che lo fece soffrire più del realista e (mezzo-americano) Churchill. Ma non fu in grado di intuire il carattere anticolonialista e democratico-egualitario della politica americana, fino a trovarsi impigliato nella trappola di Suez e nell’assurda sfida ad americani e sovietici.

Anche la sua visione dell’Europa era ispirata al vecchio concerto delle potenze: una generica unione tra nazioni, con poche regole e molti scambi commerciali, controllata da un direttorio franco-inglese al quale associare la nuova Repubblica federale. Ai suoi occhi, le guerre mondiali erano state prodotte dal radicalismo ideologico e non dimostravano affatto la fine dello Stato, che dopo il 1945 sarebbe tornato al centro delle relazioni internazionali. La cooperazione tra gli Stati europei su obiettivi concreti e condivisi rappresentava la loro migliore garanzia contro nuove spinte disgregatrici.

E. aveva puntato sin dalla guerra sulla riconciliazione con la Germania e si batté poi con successo per far ammettere la Repubblica Federale Tedesca nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) nel 1954. La Francia restava per lui il paese di riferimento, anche per i comuni interessi coloniali. Durante il conflitto, intervenne di continuo per mediare tra Churchill e Charles de Gaulle, e fu uno dei pochi sostenitori del generale nella classe politica anglosassone, sentendosi vicino alla visione golliana di un’Europa delle patrie. Non credeva invece alla nuova Italia, per antico pregiudizio e per aver trasferito su di essa il rancore covato nei confronti del duce, che l’aveva beffato ai tempi dell’impresa etiopica (e si deve in buona parte a E. l’atteggiamento punitivo tenuto dagli anglo-americani, contro i loro stessi interessi, verso l’Italia postfascista dal 1943 al 1945). E. non credeva nemmeno ai partner “minori” dell’Ovest e dell’Est, e la pensava più o meno come Neville Chamberlain quando, al culmine della crisi cecoslovacca, aveva dichiarato che non avrebbe mandato a morire la gioventù inglese «per paesi e popoli di cui nulla sappiamo». Quanto all’URSS, E. era stato un negoziatore convinto del trattato anglo-sovietico del maggio 1942 e aveva poi dovuto cedere di fronte a molte richieste di Stalin e Vjačeslav Michajlovič Molotov. Ma era consapevole delle insidie dell’espansionismo sovietico e si adopeper mantenere la coesione della NATO, già minacciata, agli albori dalla pressione pacifista e neutralista.

È evidente che, su queste basi, il rapporto di E. con la costruzione europea non poteva essere felice. I conservatori si erano divisi, sin dal 1945, sulla visione dell’Europa. Solo Churchill riuscì, e non sempre, a conciliare le due anime del partito, quella liberal e quella populista, e dopo la sua uscita di scena la contrapposizione tra eurofili ed euroscettici (v. Euroscetticismo) diventò sempre più acuta, fino all’odierna paralisi del partito sui temi europei. E. si schierò subito tra gli scettici, un po’ per nostalgia imperiale un po’ per catturare gli umori del “popolo” conservatore, con cui aveva, in realtà, ben poco da spartire. Quando Churchill aveva lanciato a Zurigo e Strasburgo l’appello agli “Stati uniti d’Europa”, riprendendo un termine da lui stesso coniato sin dal 1930, E. era rimasto significativamente assente dal dibattito, così come dalla decisione del suo capo di assumere la presidenza del neofondato Movimento per l’Europa unita (UEM) (v. Movimenti europeistici) nel 1947-48. La retorica europeista di Churchill puntava a mettere in difficoltà il governo Attlee, chiuso nella prospettiva di classe e dominato dal dogma delle nazionalizzazioni, tanto da respingere sia il Piano Schuman per una Comunità europea del carbone e dell’acciaio che il Piano Pleven per la formazione di un esercito europeo.

Churchill prese parte attiva ai lavori preparatori del Consiglio d’Europa e dell’Assemblea di Strasburgo, sensibile, in apparenza, alle argomentazioni della corrente europeista, guidata da suo genero Duncan Sandys, da Boothby, da Macmillan e da Julian Amery. Anche in quella fase, E. evitò di sbilanciarsi. Alla conferenza del partito dell’ottobre 1949 emerse l’opposizione della maggioranza dei delegati a ogni ipotesi di federalismo che implicasse una rinuncia o un’attenuazione della sovranità. Fu tuttavia proprio E. a presentare, d’accordo con Churchill, una mozione che impegnava il partito, una volta tornato al governo, a entrare nei negoziati relativi al Piano Schuman, ribadendo, più in generale, la necessità per il Regno Unito di prendere parte al processo di unità europea, accanto a francesi e tedeschi.

I conservatori erano decisi a vendicare l’umiliazione del 1945, ma per vincere le elezioni la carta europea era diventata troppo rischiosa, dentro e fuori il partito. Significativamente, Churchill accettò di mettere l’Europa al terzo posto, nella piattaforma di partito, dopo il Commonwealth e la comunità dei popoli anglosassoni, ossia le relazioni con gli Stati Uniti. Erano i famosi “tre cerchi”, o “tre sfere”, delineati sin dal 1948, in cui l’enfasi sull’Europa cambiò molte volte in quegli anni, a seconda della tattica di Churchill per riconquistare il potere, che era il suo primo e fondamentale obiettivo.

Il ritorno alla guida del paese del tandem Churchill-E. nell’autunno 1951 parve subito un’edizione “sfuocata” del gabinetto di guerra, in cui la costruzione europea era comunque destinata a giocare un ruolo secondario (v. Versori, 2003, pp. 521-542).

Churchill preferì riprendere a denunciare la minaccia sovietica, proponendosi quale mediatore tra Est e Ovest: tentazione analoga a quella che avrà de Gaulle dieci anni dopo, con risultati altrettanto scarsi. Ma, a differenza di de Gaulle, Churchill ed E. intuivano nell’Europa più un ostacolo che un mezzo per questa strategia di interposizione, ben sapendo che per interessi globali, vocazione storica e posizione geografica il Regno Unito – almeno nelle condizioni di allora – non avrebbe potuto essere al centro della costruzione europea. Churchill lo dichiarò esplicitamente ancora nel maggio 1953, alla vigilia della trombosi da cui non si sarebbe mai completamente ripreso: «Siamo con l’Europa ma non in Europa».

Il Regno Unito poteva essere, viceversa, al primo posto di un sistema di difesa del continente, in stretto accordo con gli Stati Uniti, con i quali la guerra aveva cementato la cosiddetta “relazione speciale”. Era un punto sul quale anche E. era disposto ad andare avanti. Dopo il rifiuto del Parlamento francese di ratificare il trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (CED) nell’agosto 1954, E. propose la convocazione di una riunione dei paesi firmatari del Trattato di Bruxelles con Stati Uniti e Canada per esaminare altre modalità che consentissero di rafforzare il dispositivo di sicurezza collettiva in Europa. L’iniziativa portò alla modifica del Trattato di Bruxelles, che divenne il Trattato dell’Unione dell’Europa occidentale (UEO) alla ministeriale di Parigi dell’ottobre 1954 ed entrò in vigore l’anno successivo, con sede a Londra. In tal modo, gli inglesi avevano ottenuto di formalizzare il carattere intergovernativo della difesa europea (v. anche Cooperazione intergovernativa), sganciandola da qualsiasi legame con il processo di integrazione comunitaria. Per un’inversione di tendenza in materia occorrerà attendere trent’anni, con la Dichiarazione di Roma del 1984.

Il rifiuto da parte di E. di ogni prospettiva federalista fu esplicito nella campagna elettorale del 1955, in cui l’ala europeista dei conservatori preferì tornare prudentemente in ombra. Macmillan, che sostituì E. agli Esteri, sapeva che il Regno Unito aveva i giorni contati come grande potenza imperiale e trovò utilissimo lasciare al mai amato compagno di partito l’ingrato compito di rivelarlo al paese. E. conseguì un notevole successo d’immagine grazie anche al nuovo mezzo televisivo. Ma Macmillan aveva visto giusto: la popolarità del nuovo primo ministro declinò sin dai primi mesi di governo, con l’emergere di un’avversa congiuntura economica. Il suo stile patrizio, che aveva lusingato una certa idea che gli inglesi mantenevano di se stessi e della loro classe dirigente, risultò troppo distante dalla realtà.

Ormai in difficoltà all’interno del paese, E. puntò sulla visibilità internazionale per riconquistare consensi, affidandosi al prestigio e all’esperienza che nessuno poteva negargli. Da ministro degli Esteri, nell’ultima fase dell’era Churchill, aveva riportato indubbi successi, oltre che nel mantenere la coesione della NATO, nell’assicurare l’esito della conferenza di Ginevra sul Vietnam e la firma del trattato di pace con l’Austria, primo e unico caso di ritiro volontario dell’URSS da un territorio occupato durante la guerra. In qualità di primo ministro, E. riteneva di potersi muovere ancora meglio, a condizione di farlo senza che nessuno potesse fargli ombra. Cercò pertanto di eliminare Macmillan, sostituendolo con lo scialbo Selwyn Lloyd, così come Neville Chamberlain aveva cercato di eliminare lui nel 1938, salvo che Macmillan era più coriaceo ed era ben visto sia da Washington che dagli altri governanti europei. La sua esautorazione dalla guida della politica estera indebolì il governo, tanto più che, per lasciare gli Esteri, Macmillan pretese e ottenne di diventare cancelliere dello Scacchiere, mettendosi così in prima fila per succedere a un uomo che ormai gli appariva, come disse ai suoi intimi, done, “cotto”.

Da quel momento, E. moltiplicò gli errori, forse anche per effetto delle medicine con cui cercava di sorreggere un fisico debilitato dalla malattia e dai micidiali ritmi di lavoro. Si scontrò violentemente con il segretario di Stato John Foster Dulles, cercando di contrastare gli interessi americani in Estremo Oriente (Vietnam, Cina e Formosa); gestì con insipienza e inutile spargimento di sangue la crisi cipriota e trascurò l’emergere dell’autonomismo maltese; ruppe con Gamāl ‘Abd El Nasser, divenuto l’uomo forte dell’Egitto e il simbolo del nazionalismo arabo. In poco più di un anno, il governo E. era riuscito a mettere a repentaglio la “relazione speciale” con gli Stati Uniti, ad allontanarsi dall’Europa e a dare l’immagine dell’ultimo bastione dell’imperialismo, pronto a ricorrere alla forza per tener testa agli stati emergenti del terzo mondo. Le avvisaglie della crisi di Suez erano già presenti in questa situazione (v. Lamb, 1987).

Subito dopo la vittoria elettorale, il primo appuntamento europeo al quale E. si trovò a confrontarsi fu la Conferenza di Messina, il 5 giugno 1955. I Sei auspicavano che vi partecipasse anche il Regno Unito. Il belga Paul-Henri Charles Spaak, nominato presidente della Conferenza, e Gaetano Martino si mossero in tal senso. Ma E. fu irremovibile e vietò qualsiasi partecipazione britannica: anni dopo, il suo numero due al Foreign office, Anthony Nutting, rivelò di averlo invano “implorato” di consentirgli di prendere parte ai lavori. Paradossalmente, mentre E. argomentò il suo rifiuto, sostenendo che il Regno Unito aveva uno status e interessi superiori a quelli dei membri del nascente Mercato comune continentale, furono Dwight Eisenhower e John Foster Dulles a insistere perché Londra ritornasse sui propri passi e aderisse all’invito di entrare nel Comitato Spaak, istituito per gestire i seguiti di Messina. Obiettivo prioritario di Washington era infatti ancorare fermamente la Germania all’Europa occidentale e, di fronte all’incognita francese, era opportuno poter contare sul coinvolgimento degli inglesi. Era del resto la fase in cui de Gaulle, ancora in piena “traversata del deserto”, attaccava la “costruzione americana” dell’Europa. Ma quando Spaak e il ministro degli Esteri olandese Johan Willem Beyen si recarono a Londra, E. diede istruzioni a Butler di dire loro che l’Inghilterra non vedeva la necessità di «duplicazioni con l’OECE» (Organizzazione europea per la cooperazione economica). Questa tattica dilatoria fu confermata quando, dopo l’invito formale a partecipare ai lavori del Comitato Spaak, E. inviò a Bruxelles un rappresentante minore, il sottosegretario al Commercio estero Russel Bretherton, per di più con l’incarico di limitarsi a riferire, senza assumere il minimo impegno.

Si ritiene generalmente che nei nove mesi che vanno dalla prima riunione del Comitato Spaak, nel luglio 1955, alla conclusione del suo rapporto, nell’aprile successivo, il Regno Unito abbia perso l’occasione di influenzare dall’interno quella che, nelle successive riunioni dei capi di Stato dei Sei a Venezia e Bruxelles, sarebbe diventata la bozza dei Trattati di Roma. Il governo inglese si limitò a controproporre il cosiddetto “Piano G” per l’istituzione di una zona di libero scambio in Europa, che oltretutto mirava a salvaguardare gli interessi protezionistici dei settori più esposti dell’industria inglese, come chimica e tessili e ad escludere dall’accordo qualsiasi riferimento ai prodotti agricoli. Ma ormai tutta l’attenzione di E. era rivolta alla crisi di Suez, che scoppiò nel luglio 1956, ed egli coltivò perfino l’illusione che i francesi, coinvolti negli stessi eventi, potessero essere staccati dal treno di Messina.

Se l’atteggiamento ostruzionistico di Londra ebbe un effetto, fu semmai quello di convincere Spaak e i Sei della necessità di stringere i tempi in vista della sottoscrizione dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957. Ironia vuole che trai firmatari vi fosse, per la Francia, quel ministro degli Esteri, Christian Pineau, che con E. e Guy Alcide Mollet era stato uno dei protagonisti negativi della crisi di Suez, ma che a differenza di loro era riuscito a superare quella vicenda, grazie alle credenziali del suo impegno europeista.

Nel frattempo, E. era uscito di scena. Tra l’ottobre e il dicembre 1956, la crisi di Suez aveva raggiunto l’apice, aggravata dal rifiuto di Washington di sostenere la caduta vertiginosa della sterlina. In questa pesantissima situazione, i nervi ormai scossi di E. non ressero all’urto. Di ritorno da una breve convalescenza in Giamaica, cercò di riprendere in mano la situazione, ma era ormai troppo tardi. È corsa a lungo la voce che Eisenhower fosse intervenuto personalmente per mettere il veto sul suo nome. Se è vero, si sarebbe trattato di un’ingerenza senza precedenti, di cui non è rimasta traccia, ma che tutti i primi ministri inglesi dopo di allora sembrano aver tenuto bene a mente. E. rassegnò le dimissioni il 7 gennaio 1957, contemporaneamente da tutte le sue cariche, parlamentari, di governo e di partito, ed anche questo era un fatto senza precedenti. Esattamente un anno dopo, i Trattati di Roma entrarono in vigore, ma senza la Gran Bretagna.

Trent’anni dopo, Margaret Thatcher ricorderà il “trauma di Suez” come la lezione politica più importante per la sua generazione. Di certo, da Suez in poi, gli inglesi sanno che la “relazione speciale” con gli Stati Uniti comporta per Londra ben precisi limiti di manovra. Ma vi fu anche il trauma del mancato aggancio iniziale del Regno Unito all’Europa, che toccò poi ai più realisti successori di E., come Macmillan, Wilson ed Edward Heath, cercare di attenuare, trovandosi però confrontati alle resistenze golliste. In definitiva, l’ingresso tardivo in Europa fu per Londra ben più costoso.

Maurizio Serra (2010)