Martino, Edoardo

M. (Alessandria 1910-Roma 1999), laureato in lettere alla Scuola Normale superiore di Pisa, nel 1936 entra in ruolo come insegnante straordinario di storia e filosofia nei licei; alla fine del 1938 è collocato a disposizione dal Partito nazionale fascista (PNF) e trasferito da Cividale del Friuli al Collegio del Foro Italico (GIL) a Roma. Nel 1939 passa al ruolo di ordinario nei licei.

Promosso tenente dopo il completamento del corso per allievi ufficiali, dal marzo 1939 al marzo 1940 è in congedo dal suo lavoro di insegnante perché richiamato alle armi per corsi di crittografia presso lo Stato maggiore. Nella prima metà del 1939 viene sottoposto a ulteriori corsi di perfezionamento e di aggiornamento d’interesse militare. Dal 21 maggio 1940 è mobilitato. Il 18 giugno dello stesso anno viene trasferito al Servizio informazioni militari (SIM) presso il ministero della Guerra; il 1° novembre 1941 viene trasferito allo Stato maggiore del Regio esercito. Il 10 giugno 1942 parte per la Russia per raggiungere il Comando dell’VIII armata. Rimpatriato nel febbraio 1943 viene ancora trasferito a Trieste e da qui a Roma presso l’Ufficio informazioni dello Stato maggiore del Regio esercito; l’8 settembre 1943 lo coglie nei pressi del Monte Conero (Ancona) dove dirige una postazione di intercettazione dei messaggi provenienti dalla costa dalmata.

Viene considerato in servizio nelle forze combattenti a partire dal 9 settembre 1943 al 7 giugno 1945 in qualità di comandante della XI divisione autonoma partigiana “Patria” operante in Monferrato e nell’alessandrino. Quest’ultima è costituita per lo più da cattolici e M. ne prende il comando con il nome di “Malerba”. Il maggiore Leach, delle forze speciale britanniche, paracadutato nella zona d’operazioni della divisione “Patria” testimonierà nel maggio 1945 la propria ammirazione a “Malerba” e ai suoi uomini per la dedizione al dovere, la disciplina, il patriottismo e lo spirito di corpo.

Tornato alla vita civile, M. riprende servizio presso il liceo “Mazzini” di Genova. Alla fine del 1946, per interessamento di Giuseppe Brusasca, importante esponente politico della Democrazia cristiana locale e nazionale, il nome di M. viene segnalato al ministro degli Esteri Pietro Nenni per ricoprire un incarico da ministro plenipotenziario a tutela degli interessi economici e migratori dell’Italia in un paese dell’America del Sud, considerata la buona conoscenza da parte di M. dello spagnolo e la necessità di trasmettere una nuova immagine del paese in nazioni in cui la presenza italiana è già consolidata. Il passo di Brusasca presso Nenni rimane pesenza seguito, nonostante il processo di epurazione abbia aperto numerose falle nelle file del corpo diplomatico italiano.

Dietro le insistenze di Alcide De Gasperi, M. si avvicina alla politica nelle file della Democrazia cristiana, e senz’alcuna precedente esperienza viene chiamato a far parte del governo in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nei primi quattro governi De Gasperi (1947-1953); eletto deputato nelle prime quattro legislature repubblicane (1948-1968), assume successivamente gli incarichi di sottosegretario alla Difesa nel ministero Giuseppe Pella (1953), nel primo e nel secondo ministero Amintore Fanfani (1954, 1958-1959) e nel ministero Antonio Segni (1959-1960), sottosegretario agli Esteri nel quarto ministero Fanfani (1962-1963) e nel ministero Leone (1963). Progressivamente i suoi interessi si spostano verso la politica estera; nell’autunno del 1957 viene nominato membro della delegazione italiana all’Assemblea generale dell’ONU; dal 27 febbraio 1958 è designato tra i rappresentanti italiani della Camera dei deputati all’Assemblea parlamentare unica delle Comunità europee di Strasburgo.

Nella seconda, terza e quarta legislatura, M. fa parte della commissione Affari esteri della Camera dei deputati, e in particolare nel corso della quarta legislatura della commissione parlamentare per il parere al governo sulle norme delegate nelle materie previste dai trattati della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Nel 1964 viene indicato come membro del Parlamento europeo e viene eletto presidente della Commissione politica del medesimo, incarichi che mantiene fino al luglio 1967, data in cui presenta le sue dimissioni dal parlamento italiano e da quello europeo per assumere le funzioni di Commissario europeo alle Relazioni esterne nella Commissione europea presieduta da Jean Rey (1 luglio 1967-30 giugno 1970). Negli stessi anni, M. viene designato quale relatore permanente del Parlamento europeo sulle relazioni tra la Comunità e l’America Latina. È inoltre indicato quale relatore generale sull’attività del Parlamento europeo all’Assemblea del Consiglio d’Europa nel 1964 e come relatore sul problema dell’unione politica al Parlamento europeo nel 1966.

M. assume la titolarità del portafoglio Relazioni esterne nella Commissione Rey, la prima dopo la fusione degli esecutivi delle tre Comunità; in seguito a questo fatto la ex DG I (Direzione generale Relazioni esterne) viene divisa in due e una parte di essa che mantiene lo stesso nome affidata a M. (con direttori generali Axel Herbst e dal 1970 Helmut Sigrist), mentre, a seguito dello sdoppiamento, viene creata una nuova direzione generale al Commercio estero (DG XI), diretta da Edmund Wellenstein e affidata al commissario francese Jean-François Deniau, incaricato anche dei rapporti con gli Stati Uniti, il Canada, il Sudafrica, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone, l’Estremo Oriente, i paesi europei del blocco orientale, dei rapporti con l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

Il periodo trascorso da M. alle Relazioni esterne della Commissione coincide sostanzialmente con la fase aurorale di quella politica di partenariato che rappresenta spesso solo il primo passo di una “strategia dell’attenzione” verso paesi terzi destinata spesso a sboccare in nuove adesioni alla Comunità; essa si manifesta in un attivismo che si concretizza in trattati di associazione, aiuti allo sviluppo, intese commerciali fino alla firma di veri e propri accordi quadro siglati allo scopo di regolare l’insieme della normativa in un determinato settore – ad esempio, in quegli anni, la seconda Convenzione di Yaoundé (v. Convenzioni di Yaoundé) e la Convenzione di Arusha per i rapporti tra la Comunità economica europea e i paesi africani.

Alcuni elementi contingenti lasciano un segno sui rapporti tra la Comunità e alcuni paesi europei che contano su un accordo di associazione con la CEE; M. si trova, ad esempio, a gestire nel 1967 la crisi dei rapporti tra la Grecia e la Comunità seguita al colpo di Stato dei colonnelli. Parlando a nome della Commissione davanti al Parlamento europeo il 7 maggio 1969, egli ribadisce la posizione congiunta del Consiglio dei ministri e della Commissione, ferma nel considerare operante solo la gestione ordinaria dell’accordo di Associazione applicata alle disposizioni commerciali e tariffarie, ma sospesi sine die gli impegni assunti dalle Istituzioni comunitarie nel proseguimento e nella conclusione dei negoziati per l’Armonizzazione delle politiche agricole, nella stipula di un nuovo protocollo finanziario, nella creazione di un polo di sviluppo industriale, nell’attuazione delle disposizioni dell’accordo in materia di concorrenza, diritto di stabilimento e assistenza tecnica per la formazione professionale e nella cooperazione bilaterale tra il Comitato economico e sociale (CES) e un corrispondente organismo greco.

Il commissario italiano prosegue la sua esposizione chiarendo che «i negoziati per la soluzione di tali problemi, che possono considerarsi come uno sviluppo dell’accordo di associazione, sono fermi, e penso che lo saranno fino a quando non si abbiano indicazioni chiare e precise che il governo ellenico intende condurre rapidamente il paese verso una normalizzazione democratica e un ristabilimento delle libertà fondamentali e delle istituzioni parlamentari». M. conclude il suo intervento affermando che, se questa posizione può essere considerata un precedente pericoloso in ragione del fatto che rischia di ingerire negli affari interni di uno Stato sovrano, pure è legittima perché «abbiamo stipulato un accordo il quale stabilisce in modo chiaro una linea di condotta reciproca e consente l’espressione legittima di un interesse comune quando obiettivi morali e materiali siano stati liberamente fissati dalle parti»; in ultima analisi – sottolinea M. – «l’accordo di Atene non ha soltanto un contenuto commerciale ed economico, ma una portata decisamente politica, perché la sua finalità è quella di preparare l’adesione ulteriore della Grecia alla Comunità come membro di pieno diritto».

Un fitto lavorio diplomatico viene messo in piedi dalla Commissione per la firma di accordi analoghi o simili e protocolli addizionali a trattati già esistenti; viene stipulato un protocollo addizionale con la Turchia alla fine del 1970, vengono gettate le basi per gli accordi di associazione con Malta e Cipro e si cerca di regolare lo spinoso problema dei rapporti commerciali tra la Comunità e l’Austria al fine di attenuare politiche discriminatorie nei confronti dei prodotti austriaci all’interno dei confini della Comunità.

Ugualmente numerosi sono gli accordi commerciali che vengono stipulati con paesi dell’America Latina e del bacino del Mediterraneo, tra i quali Israele, Egitto, Tunisia e Marocco, primi embrioni di un partenariato euromediterraneo che verrà formalizzato solo molti anni più tardi.

L’altro dossier scottante nelle mani di M. è rappresentato dalle candidature di Adesione alla Comunità presentate da Regno Unito, Danimarca, Irlanda e Norvegia. La partenza dall’Eliseo di Charles de Gaulle e il vertice dell’Aia fanno riconsiderare il problema; nonostante due pareri positivi emessi in proposito dalla Commissione nel 1967 e nel 1969, la strada per l’adesione si presenta ancora in salita, in particolare per l’ostilità e la diffidenza nei confronti dei britannici manifestate dalla Francia.

In un documento riservato del 24 marzo 1968, M. elenca le condizioni che potrebbero portare un accordo provvisorio tra la Comunità e il Regno Unito a trasformarsi in una adesione: verifica della compatibilità dell’economica britannica alle prospettive di adattamento nel nuovo quadro comunitario; apertura dei negoziati sulla base di tre precondizioni, ossia modifica dei Trattati, modalità di applicazione del periodo transitorio, programma di lavoro della Comunità allargata; procedura di applicazione degli accordi (attraverso la ratifica parlamentare), entrata in vigore degli accordi; periodo transitorio per l’allineamento del nuovo paese membro alle realizzazioni dei Sei; raggiungimento della parità effettiva di diritti e obblighi di tutti gli Stati membri derivanti dall’adesione alla Comunità.

Gli sforzi della Commissione Rey e di M. in questo senso vengono ripagati dalla ripresa dei negoziati con la delegazione britannica il 1° luglio 1970.

Vale la pena di notare come M. sia impegnato anche sul dossier relativo al trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) presentato congiuntamente da Stati Uniti e Unione Sovietica alla commissione del disarmo dell’ONU nel luglio 1968; a questo proposito la Commissione si schiera a favore di una posizione degli Stati membri che non confligga con gli accordi stipulati in materia di energia nucleare nel Trattato Euratom.

Il 1° luglio 1970 la Commissione Rey esaurisce il suo mandato e M. torna in Italia, dove dedica tutto il suo tempo e le sue energie all’Istituto di Studi europei “Alcide De Gasperi” di Roma di cui occupa la presidenza e presso il quale tiene l’insegnamento di Relazioni internazionali.

Andrea Becherucci (2012)