Strauß, Franz-Josef

S. nacque il 6 settembre 1915 a Monaco di Baviera; suo padre proveniva da una famiglia contadina della Franconia. Trascorse la giovinezza a Monaco, dove il padre aveva aperto una macelleria, nel periodo in cui la città bavarese si trasformava da provincia in città industriale e in cui si sviluppavano i movimenti politici estremisti che diedero luogo al nazionalsocialismo.

Il padre di S., attivo nel partito cattolico-conservatore Bayerische Volkspartei, disprezzava i nuovi movimenti della destra radicale volkisch, perché violenti e pericolosi per l’ordine pubblico. Per tale motivo, a S. nel 1935 venne inizialmente rifiutata l’immatricolazione dall’università di Monaco, ormai ligia alla dottrina del nazionalsocialismo. Dopo l’intervento di Johannes Zellinger, tuttavia, S. fu ammesso a seguire l’università, e, fra gli altri, i corsi di economia nazionale, diretti da Adolf Weber, concludendo poi i suoi studi durante un periodo di permesso dal servizio militare nel 1940. S. si era infatti arruolato già all’inizio della Seconda guerra mondiale nel reparto di artiglieria, e nel 1941 prese parte alla campagna sul fronte russo. Nel 1943 gli fu assegnato il compito di insegnante per la contraerea dell’armata ad Altenstadt, in Svevia. Alla notizia della marcia delle truppe americane in Germania, S. con gli altri insegnanti chiuse la scuola e si vestì con abiti civili, ma venne riconosciuto e arrestato per quattro settimane. Presto, però, divenne assistente del presidente della giunta provinciale Franz Xaver Bauer, grazie alla sua conoscenza dell’inglese.

Nel 1946 venne fondato il partito bavarese Christlich-soziale Union (CSU), a cui S. partecipò fin dal principio. La CSU, partito di ispirazione cristiano-conservatrice che si opponeva alla concezione centralistica dello Stato, comprendeva al suo interno anche un’area liberale-conservatrice con figure come Joseph Müller e Adam Stegerwald. In questo periodo il governo bavarese doveva affrontare il grave compito amministrativo e politico di accogliere e integrare una gran parte di rifugiati tedeschi dalle zone dell’Europa orientale. La ricetta per superare la crisi economica dovuta alla massiccia immigrazione fu indicata dal partito a livello nazionale Christlich-deutsche Union (CDU) in un “socialismo cristiano”, e dal partito bavarese CSU nella pianificazione economica e nell’accantonamento dei principî dell’economica liberale. La tradizione economica protezionista e regolativa, a cui si richiamavano i due partiti conservatori, si fondava su idee ben radicate nella società e nell’economia tedesca, idee che furono poi difficili da contrastare per Ludwig Erhard, il ministro delle Finanze e poi cancelliere tedesco che negli anni Sessanta sostenne una visione economica liberale.

Nel corso delle elezioni del 1946 la CSU ottenne il 20,9% dei voti, mentre la CDU ne ebbe il 29,2% e formò il governo regionale insieme al partito socialista (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) e contro la CSU. S. iniziò la sua carriera politica all’ombra del liberale Joseph Müller nel 1946, e divenne segretario generale della CSU nel 1949. Un anno prima era stato inviato a Francoforte a rappresentare l’ala liberale di Müller al consiglio economico delle due zone di occupazione americana e inglese – una prima forma del Parlamento tedesco – dove venne eletto per la circoscrizione di Weilheim. La sua carriera si sviluppò perciò ben presto a livello nazionale.

A seguito delle prime elezioni parlamentari nell’agosto del 1949, Konrad Adenauer formò il suo governo sulla ricomposizione del fronte cristiano-conservatore e diede il via alla coalizione con i liberali (Freie demokratische Partei, FDP) e con la Deutsche Partei; i socialdemocratici della SPD costituirono l’opposizione. Con l’incarico di Fritz Schäffer, nominato ministro delle finanze, la CSU ottenne una prima vittoria nazionale. Nel primo parlamento dopo la Seconda guerra mondiale, S. guidò il gruppo della CSU, che faceva capo alla frazione della CDU.

Già nel 1951 la Repubblica Federale Tedesca (RFT) aderì alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Nel 1952, l’iniziativa francese di avviare un trattato per costituire la Comunità europea di difesa (CED) aprì il dibattito in Germania sull’opportunità di riconquistare gradualmente un ruolo internazionale: il governo tedesco mirava ad aver voce nell’ambito delle organizzazioni europee per trattare la questione dell’occupazione e della riunificazione e, insieme, per acquisire una posizione politica più forte, in modo da poter decidere insieme con le grandi potenze sul futuro europeo. La SPD, benché più interessata ad avviare un dialogo direttamente con Mosca per la questione della riunificazione che all’integrazione dell’Europa occidentale (v. Integrazione, teorie della; Integrazione, metodo della), non si oppose mai alla politica tedesca pro europea della CDU. S. aderì alle posizioni in politica estera di Adenauer e, nel suo lavoro nella commissione parlamentare per le questioni della CED a partire dal 1952, appoggiò con entusiasmo il potenziamento della CED e la ratificazione del trattato che la istituì a marzo 1953.

Dopo le elezioni del 1953, la CDU/CSU raggiunse quasi la maggioranza assoluta (solo due seggi in meno), e la CSU in Baviera ottenne un rimarchevole successo con il 47,8% dei voti. A S. Adenauer offrì il ministero per gli Affari speciali. In tale veste, S. si interessò soprattutto di politica estera e di difesa, probabilmente in vista di un suo possibile passaggio al ministero della Difesa (il cosiddetto “Amt Blank”, dal nome del politico Theodor Blank, primo ministro della Difesa della RFT), che avvenne diversi anni più tardi. Come presidente della Commissione per la difesa nel parlamento, S. acquistò una competenza specifica e un potere rimarchevole per l’elaborazione dello statuto militare, occupandosi delle modifiche costituzionali e delle leggi necessarie per organizzare il rapporto fra la politica e l’apparato militare, così come del funzionamento e dell’organizzazione di quest’ultimo.

Come ministro per gli Affari speciali, inoltre, S. ebbe occasione di prendere parte attivamente alla risoluzione della questione della Saar. A tale regione, sottoposta all’occupazione della Francia, dopo varie consultazioni diplomatiche tra la Francia e la Germania venne concessa la possibilità di decidere tramite il plebiscito nel 1957 se divenire uno Stato indipendente o riannettersi alla Germania. La popolazione optò per l’annessione.

Dopo il fallimento del progetto della CED nel 1954, S. fu spostato al ministero per le Questioni nucleari (Atomministerium) e prese parte al Consiglio di sicurezza che coordinava le questioni del riarmo in vista dell’ingresso della Germania nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), della quale la RFT entrò a far parte nel 1955 aderendo agli Accordi di Parigi.

Come ministro per le Questioni nucleari, S. istituì una commissione formata da scienziati ed economisti a scopo consultivo. Anche in questo campo lo staff governativo si orientò verso l’europeizzazione della linea politica tedesca, che trovò la sua conferma nell’appoggio alla costituzione della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM, European atomic energy community) nel marzo 1957 e alla costituzione della Comunità economica europea (CEE). L’uso dell’energia nucleare fu comunque prospettato esclusivamente per scopi civili e non militari, seguendo la linea indicata dal presidente americano Dwight D. Eisenhower nel 1953 all’insegna del motto “Atoms-for-Peace”. L’energia atomica era vista in quel momento storico come una possibilità di sviluppo industriale ed economico a cui la Germania non poteva rinunciare. Questa era anche l’opinione di S., il quale trasformò la Baviera in una regione altamente industrializzata attraverso massicci investimenti statali per le nuove tecnologie, e fu strenuo sostenitore dello sviluppo nucleare. Anche per tale ragione S. si recò negli USA, dove ricevette nel 1956 il dottorato honoris causa all’Università di Detroit.

Nel 1956 S. divenne ministro per la Difesa. Tre erano le priorità legate a tale ministero nel contesto storico-politico del dopoguerra: nel campo militare, la creazione delle basi organizzative per l’istituzione di un esercito; in politica estera il riconoscimento della Germania come potenza europea alla pari degli altri paesi; in campo economico-finanziario, la ricostituzione dell’industria degli armamenti.

Per quanto riguarda la questione organizzativa, S. rivelò durante il suo incarico tutta la sua competenza di ex ufficiale dell’esercito, e varò progetti fondamentali. Durante il dibattito per lo statuto militare, rifiutò categoricamente, in opposizione con il partito liberale (Freie demokratische Partei, FDP), di assegnare al presidente – all’epoca Theodor Heuss della FDP – un ruolo costituzionale di direzione delle forze armate, assoggettando queste ultime al controllo politico parlamentare. Per la prima volta nella storia della Germania la forza militare veniva assoggettata al potere politico statale. In secondo luogo, S. fu favorevole alla creazione di un’“armata di qualità”, piccola e attrezzata con nuovi mezzi, anziché di un esercito numeroso, al contrario di quanto sostenuto da Adenauer. Tale scelta, secondo S., era imposta dalla necessità di evitare, attraverso il ricorso da parte della Germania ad armi nucleari per azioni militari “limitate”, una guerra totale e devastante fra gli USA e la Russia, che avrebbe distrutto in primo luogo l’Europa centrale.

L’idea del riarmo della Germania era connessa con la questione del riconoscimento della Germania come potenza europea alla pari delle altre nell’ambito della NATO e con la necessità di preservare la nazione, attraverso un rapporto stretto con gli USA, dalla catastrofe provocata da una eventuale guerra fra le sue superpotenze. Ciò significava anche attrezzare la Germania con armi nucleari, in modo da renderla più forte per evitare eventuali attacchi. Tale linea si scontrò, però, con l’opinione pubblica: nel 1957 diciotto scienziati protestarono contro S. e contro il riarmo.

Le elezioni del settembre 1957 confermarono, comunque, la vittoria della CDU/CSU, che ottenne la maggioranza assoluta: si apriva così la strada per l’adesione alla NATO – nel dicembre del 1957 – e per la cooperazione nucleare con gli USA. Anche l’Unione Sovietica, però, si mosse sul piano diplomatico, proponendo la creazione di una zona denuclearizzata nell’Europa centrale (Piano Rapacki), così come la rinuncia bilaterale ai test nucleari e all’aggressione con armi atomiche. Queste iniziative, così come quella della Riunificazione tedesca, invocata da Stalin nel 1952, vennero pepercepite dall’opinione pubblica tedesca come tentativi di ostacolare la creazione di organi comuni europei per la difesa, e non come proposte politiche affidabili.

Agli occhi del politico bavarese, con la sua partecipazione alle Istituzioni comunitarie, la Germania mirava in particolare a realizzare tre obiettivi: la costituzione di uno scudo protettivo per intimidire la Russia, la possibilità di esercitare un influsso determinante sull’attuazione di tale scudo protettivo, e il raggiungimento di una posizione di parità nel consesso internazionale che avrebbe consentito alla Germania di non essere più penalizzati dal passato nazista e di non essere esclusa dall’utilizzo di fonti nucleari. A tale scopo S. puntò al riarmo della Germania più per scopi economico-politici che non al fine di rafforzare la sicurezza nazionale, concentrando l’attenzione sull’espansione dell’industria aeronautica e astronautica. In tale ambito, S. realizzò la completa industrializzazione della zona di Monaco e la relativa espansione delle industrie di armamenti nella Baviera.

Tre avvenimenti storici contraddistinsero il periodo in cui S. svolse il suo incarico al ministero della Difesa: le relazioni della Germania con Israele, la crisi di Berlino e lo scandalo “Der Spiegel”.

Anche se S. non aveva espresso un atteggiamento favorevole agli accordi per la riparazione con Israele (Accordi di Lussemburgo), votando contro di essi nel 1952 nel parlamento, si convinse gradualmente della necessità politica di un sostegno tedesco a Israele, fino al punto da invitare nel 1957 la delegazione di Shimon Peres a Rott am Inn. Ragione di tale iniziativa era il bisogno da parte del governo israeliano di ricostituire le sue forze armate, estenuate dalla guerra del Sinai del 1956. La Germania si mostrò disponibile ad aiutare Israele, sottoposta all’embargo, con vendite di armi per 300 milioni di marchi tedeschi. Tale decisione venne resa nota all’opinione pubblica solo nel 1964.

Il secondo avvenimento fondamentale durante questi anni fu la cosiddetta crisi di Berlino, che ebbe il suo apice nella costruzione del muro tra la parte est e quella ovest nell’estate del 1961. Negli anni Cinquanta il rapporto fra Berlino est e ovest era sbilanciato: molti abitanti della parte est attraversavano il confine per cercare condizioni economiche e politiche migliori nella zona ovest. Una svolta si ebbe allorché Nikita Chruščëv pose un ultimatum il 28 novembre 1958: il governo sovietico richiese il ritiro degli alleati entro sei mesi, per permettere a Berlino di divenire una città libera. La clausola aggiuntiva del presidente russo fu che, se gli accordi per la smilitarizzazione non fossero stati raggiunti, il regime sovietico avrebbe concluso accordi di pace separati con la Repubblica Democratica Tedesca (RDT). Cinque giorni dopo la scadenza dell’ultimatum, il 10 gennaio 1959, la Russia propose un piano di pace che prevedeva il riconoscimento internazionale della RDT, la neutralità della Germania, il riconoscimento della linea Oder-Neiße come confine e la ricostituzione del Partito comunista. Le potenze occidentali rifiutarono tale proposta, e nella conferenza di Ginevra ribadirono la loro posizione, aggravando la crisi. Il governo di Adenauer e S. ritennero di non dover procedere ad alcun tipo di azione militare per paura di ritorsioni, ma provvidero di munizioni e personale militare il confine a scopo intimidatorio. Nemmeno il successivo incontro di Chruščëv con John F. Kennedy, e la presentazione da parte del primo del cosiddetto “memorandum di Berlino” ebbero successo. Nell’agosto del 1961 venne posta dal regime sovietico una rete che divise le due zone: fu l’inizio della separazione che durerà fino al 1989. S. esprimerà nelle sue memorie il suo sconcerto per l’edificazione del muro, e ne attribuirà la colpa al governo americano.

Lo scandalo di “Der Spiegel” fu un evento determinante nella carriera di S., perché condusse alle sue dimissioni. Già nel 1961 S. era stato sottoposto a un’indagine parlamentare, avviata dal partito liberale, relativamente ai vantaggi tratti dall’industria FOBAG per la costruzione di caserme per le truppe americane. Il 10 ottobre 1962 “Der Spiegel” pubblicò un articolo con il titolo Bedingt abwehrbereit (“Parzialmente preparati alla difesa”), in cui si valutava una esercitazione NATO chiamata Fallex 62 (fall exercise ’62) e si denunciavano i punti deboli dell’alleanza. Un attacco nucleare avrebbe causato, secondo tale articolo, la morte di 10-15 milioni di persone, a causa delle carenze nella protezione civile e sanitaria. L’articolo usava fonti segrete del governo, materiale delicato che in parte non era nemmeno a disposizione degli stessi apparati governativi e che venne sequestrato dalla polizia. Lo scandalo investì il caporedattore di “Der Spiegel”, Rudolf Augstein, e il redattore responsabile, Conrad Ahlers, i quali furono incarcerati per alto tradimento. La protesta dei ministri liberali provocò le dimissioni di S., responsabile dell’arresto dei due giornalisti, ritenuto al di fuori della legalità dal ministro Hermann Höcherl. Tale scandalo fu il primo evento del dopoguerra in cui il governo venne messo in crisi da un ampio movimento dell’opinione pubblica e da uno scontro parlamentare frontale. Due fronti in parlamento sostenevano posizioni antitetiche rispetto alla questione nucleare: da una parte gli ottimisti della tecnologia nucleare – tra cui S. – per i quali l’uso di piccole armi nucleari avrebbe evitato la guerra totale, dall’altra quanti – soprattutto nel partito liberale FPD – auspicavano un cambiamento completo di rotta, ossia la creazione di una zona denuclearizzata nell’Europa centrale. Dopo le dimissioni S. mantenne comunque la sua carica di presidente della CSU, che conservò dal 1961 fino al 1988; in tale veste si occupò della ristrutturazione del partito, che diventò un partito di massa.

Nel 1966 S. rientrò nel governo della grande coalizione CDU/SPD guidato dal cancelliere Kurt Georg Kiesinger (CDU) come ministro delle Finanze. Lavorò in stretta collaborazione con il ministro dell’economia della SPD Kurt Schilling, superando con successo la prima crisi economica tedesca del dopoguerra, che aveva provocato 670.000 disoccupati e un deficit nel bilancio di quattro miliardi di marchi. I provvedimenti mirati a superare la crisi furono di tipo keynesiano, e realizzarono una riforma finanziaria di tipo socialdemocratico e il rafforzamento del governo centrale nelle materie della ricerca scientifica, dell’istruzione universitaria, dell’edilizia sociale, del sostegno economico e della ristrutturazione edilizia civile. Un ulteriore provvedimento della coppia Strauß-Schilling fu costituito dall’introduzione della legge del giugno 1967 per il sostegno alla stabilità e alla crescita economiche e dell’articolo 109 comma 3 della Costituzione: tali provvedimenti predisposero un piano finanziario pluriennale per realizzare una politica di bilancio adattata alla congiuntura e per assicurare una maggiore crescita economica, aumentare il livello di occupazione e ridurre l’inflazione.

Nel suo ruolo di ministro delle Finanze, S. sviluppò ulteriormente la propria concezione europeista, parzialmente in continuità con le concezioni di Charles de Gaulle e Konrad Adenauer. Europeista convinto, S. spinse la Germania sulla via dell’integrazione europea, appoggiando la sua entrata nella CEE e la costituzione di un’area europea forte, dotata di propri organi comuni economici e di difesa, in grado di controbilanciare la potenza americana. Due strumenti avrebbero permesso, secondo S., di rendere l’Europa un partner a pari livello degli USA: la crescita economica e lo sviluppo di una propria forza nucleare. Né l’atteggiamento di S. né quello di de Gaulle potevano definirsi anti-americani, poiché entrambi miravano in primo luogo alla ripresa dell’Europa e alla cessazione del suo ruolo di potenza subordinata agli Stati Uniti. Le questioni europee dovevano essere decise dalla stessa Europa e non sottoposte al controllo esclusivo delle due superpotenze. La collaborazione dell’Europa e dell’America e il primato della NATO non avrebbero dovuto pregiudicare, pertanto, l’integrazione dell’area europea, che avrebbe dovuto estendersi fino alla Russia esclusa. In questa chiave va letto l’appoggio dato da S. all’espansione europea, ossia all’entrata del Regno Unito nella CEE, osteggiata da De Gaulle già a partire dal 1963. Inoltre, la questione dell’Allargamento dell’Europa unita ai paesi sottoposti all’egemonia sovietica si sarebbe risolta, secondo S., favorendo i movimenti politici dissidenti rispetto al Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e i movimenti nazionalisti centrifughi contrari al controllo dell’Unione Sovietica. In questa chiave va letto l’appoggio dato da S. e dalla CDU al riannodarsi delle relazioni diplomatiche fra la Romania e la Germania nel 1967.

Nella stessa chiave europeista va interpretato il rifiuto di S., insieme con Adenauer e i ministri Heinrich Krone e Heinrich von Brentano, della “nuova politica orientale”, rappresentata da Willy Brandt. In particolare, S. si oppose sia alla firma richiesta nel 1963 dal governo di Washington ai governi di Bonn, alla RDT e alla Gran Bretagna per fermare i test nucleari, sia all’adesione ai trattati di limitazione degli armamenti proposta nell’anno seguente.

Il Trattato di non proliferazione del 1° luglio 1968 e la precedente conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) del 1966 a New York, dove si era verificato l’avvicinamento tra Unione Sovietica e USA, furono i chiari segnali dati dalle potenze nucleari per lo smantellamento delle armi nucleari nei territori della RFT e della RDT. Tale nuovo corso della politica internazionale non fu interpretato positivamente da settori molto consistenti del governo tedesco – tra cui da S. Esso avrebbe condotto a un peggioramento della posizione della Germania conseguente alla sua esclusione dalle potenze nucleari, all’impossibilità di usare l’energia nucleare per scopi civili e industriali, e, infine, avrebbe significato una forte sterzata nei rapporti con la RDT, ossia l’abbandono della dottrina Hallstein (v. Hallstein, Walter), fondata sul non riconoscimento della Repubblica Democratica Tedesca. Inoltre, per S. l’abbandono del nucleare avrebbe significato rinunciare per sempre alla possibilità di influire sugli assetti politici internazionali per ottenere la riunificazione della Germania e, implicitamente, accettare lo status quo della divisione tedesca.

La discussione sulla firma del Trattato di non proliferazione, non voluto da S., raggiunse una fase molto delicata nel 1968, quando la CSU, sfavorevole al trattato, si contrappose alla CDU, ormai convinta della necessità di firmare. L’intervento armato delle truppe sovietiche nella Cecoslovacchia nel 1968 rese il conflitto fra i sostenitori dei trattati di non proliferazione e la corrente della Realpolitik di cui faceva parte S., ancora più aspra e convinsero il cancelliere Kiesinger a rifiutare la firma.

La tattica “isolazionista” della CSU deve essere anche interpretata nel contesto della necessità di neutralizzare il radicalismo di destra, presente in Baviera soprattutto nei settori dei rifugiati tedeschi, attraverso l’utilizzazione da parte del partito conservatore bavarese delle campagne proprie alla destra. Tale tattica riuscì, ma, al contempo, spostò la CSU verso posizioni estreme di destra.

Proprio per la forte opposizione di S. e di altri politici conservatori, il Trattato di non proliferazione fu firmato solo nel novembre del 1969 con il governo di Willy Brandt, che diede avvio nel 1969 alla coalizione fra i socialdemocratici e i liberali. Solo allora furono avviati passi concreti per riannodare e normalizzare i rapporti diplomatici con la RDT, riconoscendo lo stato di fatto, ossia il confine dell’Oder-Neiße e l’esistenza della Repubblica Democratica Tedesca. S., uscito dal governo, criticò la politica economica e il “nuovo corso” della politica estera di Willy Brandt, mettendosi in contrasto con il capo della frazione Rainer Barzel, che votò per la ratifica degli accordi di Mosca e di Varsavia.

Nel 1975 S. si recò in Cina, dove incontrò Mao Zedong e Zhou Enlai. Nell’instaurazione del governo cinese, in opposizione al comunismo sovietico S. vedeva un possibile modo per indebolire l’Unione Sovietica.

Nel 1976 S. si impegnò nella campagna politica della CDU, il cui candidato era Helmut Josef Michael Kohl, con lo slogan “Libertà o socialismo”. La sconfitta del partito cristiano-democratico causò forti discussioni nel partito e una crisi fra la CSU e la CDU. Nel 1977 S. diventò capo del governo della Baviera e promosse lo sviluppo industriale della regione, curando contatti economici internazionali e relazioni con grandi imprese. Nel 1979 si propose come candidato cancelliere per le elezioni parlamentari dell’anno successivo. La CDU si divise: Helmut Kohl propose contro S. la candidatura di Ernst Albrecht. Alla fine, S. venne confermato come candidato di punta della CDU, ma quest’ultima perse le elezioni del 1980 e S. rinunciò anche al suo mandato parlamentare. La coalizione socialdemocratica e liberale con a capo Helmut Schmidt venne riconfermata nel 1980, ma la crisi parlamentare del 1982 condusse a un voto di sfiducia costruttivo, in cui Helmut Kohl venne eletto cancelliere con l’appoggio dei liberali. S. rifiutò, però, qualsiasi incarico nel governo.

Nelle elezioni seguenti del 1983 la CDU ottenne un risultato molto soddisfacente con il 48,8% dei voti e formò il nuovo governo con il partito liberale FDP e con a capo Helmut Kohl. Anche questa volta, S. rifiutò qualsiasi incarico.

Tuttavia non rinunciò alla sua attività politica a livello internazionale: osservò e criticò la politica del vicecancelliere liberale Hans-Dietrich Genscher, sviluppando una sua politica estera alternativa. In particolare, S. polemizzò con il ministro degli Esteri Genscher per il disinteresse di questi verso aree geografiche come l’Asia, l’Africa e il Medio Oriente, che venivano invece vieppiù controllate dall’Unione Sovietica. Dubbi, però, furono i rapporti di S. con alcuni dittatori che lo ricevettero nei suoi viaggi: S. mantenne infatti rapporti abbastanza stretti con il dittatore dello Zaire, il generale Eyadema e con la classe politica responsabile dell’apartheid in Sud Africa, appoggiandola apertamente.

Helmut Kohl, attento a proseguire la politica liberale inaugurata dai governi precedenti nei confronti della RDT, cercò di trattenere S. dal perseguire la sua linea contraria alla distensione. L’occasione si presentò quando, nel maggio del 1983, S. fu contattato dalla RDT attraverso un alto funzionario della Stasi (Staatssicherheit, i servizi segreti della RDT), Alexander Schalck-Golodkowski. Temi degli incontri fra S. e l’agente sovietico e, più tardi, fra il primo e il capo dello Stato democratico tedesco, Erich Honecker, furono lo smantellamento degli ordigni automatici al confine con la RFT, la facilitazione delle riunificazioni familiari fra gli abitanti delle due Germanie e del traffico fra i due paesi, così come la concessione da parte della RFT di un prestito alla RDT di un miliardo di marchi.

S., fino ad allora nemico della politica di distensione, accordandosi con il governo della Germania Est, divenne uno dei protagonisti principali del riavvicinamento fra la RDT e la RFT. Il contributo economico concesso dalla Germania Ovest alla parte est, organizzato da S., è da considerarsi nell’ambito del clima di rinnovata tensione fra le due potenze USA e Unione Sovietica, conseguente al riarmo dei missili previsto dagli USA alla fine del 1983. Con lo smantellamento delle postazioni di ordigni automatici, Honecker si distanziava dall’atteggiamento del governo sovietico, ridivenuto molto più ostile agli USA, e poteva avviare, agli occhi di S., un nuovo capitolo nelle relazioni fra le due Germanie. Il miliardo di marchi sarebbe stato utilizzato non per militari, ma per aiuti umanitari e per consolidare i Diritti dell’uomo.

Nel 1987, dopo essersi candidato per le elezioni politiche nazionali, S. rinunciò ancora a tutti gli incarichi nel governo di coalizione dei liberali e dei cristiano-democratici guidato da Kohl. La politica di disarmo di quest’ultimo venne ancora criticata da S., il quale continuò i suoi viaggi all’estero per stringere contatti con le personalità politiche più influenti. Nel 1987 S. incontrò Michail Gorbačëv a Mosca. Morì a Regensburg nel 1988. S. è stato uno degli uomini politici europei più influenti, ma anche più discussi e più coinvolto in vari scandali dell’età contemporanea. Egli rappresentava quei settori politici tedeschi che nel dopoguerra ritenevano di poter cancellare la colpa della Germania attraverso l’impegno atlantico, la lotta anticomunista e la compensazione dei danni a Israele. S. accompagnò all’impegno per la riabilitazione tedesca quello per la ricostituzione della potenza europea attraverso la formazione di una vera e propria federazione di Stati (v. anche Federalismo), con l’alleanza franco-tedesca come fulcro, e per la ricomposizione dell’Europa centrale. «Scopo di una politica europea – scriveva S. (v. Strauß, 1966, p. 15) – non può essere la crescita dell’Europa dell’ovest insieme con quella dell’est, senza che essa si obblighi a realizzare la riunione di un popolo di cui due terzi vivono nell’Europa occidentale e la restante parte è in un paese membro del patto di Varsavia».

Secondo il ministro bavarese, la questione tedesca avrebbe potuto risolversi solo se fosse stata “europeizzata” (Europäisierung der deutschen Frage), e cioè solo nell’ambito della costituzione di una federazione di Stati europei in cui la Germania avrebbe riacquistato un ruolo determinante e avrebbe posto con forza la questione della riunificazione dell’Europa centrale. Pertanto, la visione di S. differiva da quella del cancelliere Adenauer, per il quale le priorità della politica estera tedesca erano il riconoscimento e la realizzazione della Germania come una sola nazione.

Inoltre, l’europeismo – espresso da S. in scritti quali Entwurf für Europa del 1966 e Herausforderung und Antwort: Ein Programm für Europadel 1968 – prevedeva l’integrazione dei paesi europei in una federazione e non un’Europa delle nazioni, come invece invocava de Gaulle. Anche se S. appoggiò sempre l’opera politica di de Gaulle, la sua concezione rimaneva molto diversa da quella del politico francese, che pure rappresentava per S. l’unico attore politico in grado di iniziare un processo di unificazione e rafforzamento europei.

L’Europa unita, forte e in grado di difendersi e di rappresentare i suoi interessi alla pari con le altre potenze militari, avrebbe, per S., consolidato la NATO nei confronti dell’Unione Sovietica. «Gli europei non hanno alcun diritto – affermava S. nel 1969 – di conferire per sempre agli amici e alleati americani la responsabilità della loro libertà e del loro destino. Sono invece obbligati a rafforzare il proprio continente, per alleviare l’America nei suoi numerosi compiti. In tal modo i due continenti […] rimarranno alleati» (v. Strauß, 1969, p. 5).
Innovativa, anche se in parte contraddittoria, era la concezione di nazione di S. Lo Stato nazione, inteso nel senso del diritto internazionale, doveva essere superato per S. nel suo significato di esclusivo detentore della sovranità. In altre parole, alla sovranità le nazioni europee dovevano rinunciare per favorire la nascita di un’Europa unita, in grado di dialogare a pari livello con le altre superpotenze e di far valere, pertanto, la “vera sovranità” (echte Souveränität), e cioè il potere che proviene dall’indipendente uso di armi di distruzione e pertanto dalla possibilità di prendere decisioni con gli altri paesi sull’ordine mondiale. D’altro canto, per S. la nazione rimaneva determinante come concetto simbolico e come simulacro della coscienza nazionale. In tal modo egli si riallacciava alla tradizione conservatrice della CSU: la restaurazione delle tradizioni e dell’unità tedesche veniva invocata da S. per mobilitare le masse del partito. Tuttavia, tale progetto sarebbe stato possibile solo all’interno di un’Europa unita, e dunque solo abbandonando le prerogative della sovranità nazionale esclusiva: «Per rimanere tedeschi – affermava S. – dobbiamo divenire europei» (v. Strauß, 1967, p. 16). Tale strategia di “europeizzazione della questione tedesca”, però, rimandava di fatto il raggiungimento della riunificazione tedesca a una data molto lontana nel futuro, subordinandolo alla realizzazione della unificazione europea, e non faceva i conti con la situazione politica contingente.
Nella concezione europeista di S. si può distinguere un progetto a breve scadenza, che prevedeva la collaborazione dei paesi dell’Europa occidentale, e una visione a lunga scadenza di un’Unione europea estesa fino agli Urali. Alle radici di tale concezione vi erano motivazioni di politica di potenza, considerazioni di carattere economico-tecnico e relative all’unificazione. La politica europea presupponeva una potenza europea che non avrebbe potuto svilupparsi se l’Europa fosse stata divisa al suo interno e le due potenze egemoniche, URSS e USA, ne avessero stabilito gli orientamenti politici. La risposta europea a Jalta era per S. «l’unione politica per l’Europa occidentale, per tutta l’Europa la riconciliazione, la collaborazione – umana, economica e politica» (v. Bischoff 1973, p. 84). Sul piano economico, l’autosufficienza non avrebbe potuto garantire un adeguato sviluppo alle nazioni, che avrebbero dovuto creare una sfera di influenza europea (europäischer Großraum). Infine, per quanto riguarda la questione dell’unificazione tedesca, la creazione di una federazione europea avrebbe avuto, secondo S., un’influenza importante sui paesi del patto di Varsavia, nel senso di favorire il loro distacco dalla Russia.

In conclusione, occorre sottolineare l’eterogeneità degli aspetti della politica europea straußiana: il rifiuto di riconoscere lo status quo sancito nel dopoguerra si accompagna a una visione molto avanzata e federalista del modello europeo; l’idea della necessità di una difesa comune europea talvolta cozza contro il nazionalismo del politico bavarese. Pertanto, il pensiero di S. offre ancora oggi non solo un importante documento del clima internazionale del dopoguerra ma anche alcuni spunti interessanti per il dibattito attuale sulla costruzione dell’Europa unita.

Patricia Chiantera-Stutte (2010)