Schuman, Robert

S. nasce a Lussemburgo il 29 giugno 1886 da padre lorenese, stabilitosi in Lussemburgo in seguito all’annessione dell’Alsazia Lorena al Reich tedesco ma è considerato di nazionalità tedesca, e da madre lussemburghese, diventata tedesca con il matrimonio. S. è dunque è di nazionalità tedesca. In famiglia parla francese, ma frequenta la scuola primaria in tedesco e poi, al liceo di Lussemburgo, è un allievo brillante che studia in tedesco e francese. In seguito sceglie la carriera giuridica con l’intenzione di esercitare la professione in Lorena, luogo d’origine della sua famiglia. Questo progetto gli impone di continuare gli studi nelle università di Bonn, Monaco, Berlino e infine Strasburgo. Dopo la laurea in legge con il massimo dei voti si stabilisce a Metz dove apre uno studio di avvocato-procuratore legale.

Sul piano familiare S. subisce una doppia perdita dolorosa, con la morte del padre nel 1900 e della madre, alla quale era profondamente legato, nel 1911. Fervente cattolico, in questo periodo pensa di prendere i voti. Ha aderito al cattolicesimo sociale e si è impegnato nella militanza attiva. Sul fronte politico fa parte dell’Union populaire catholique lorraine, branca di lingua francese del Volksverein für das katholische Deutschland, che sostiene il “centro” cattolico nelle campagne elettorali.

S. deve adattarsi realisticamente alla dominazione tedesca e cercare innanzitutto di difendere gli interessi dei lorenesi. Nei confronti della Francia prova simpatia, ma disapprova la legge del 1905 sulla separazione fra Stato e Chiesa. Di fatto conosce molto poco questo paese, mentre apprezza alcune istituzioni tedesche. Si definisce un “cosmopolita”, un «indifferente, come ce ne sono molti nei nostri paesi di frontiera, dove il sangue si mescola e i caratteri nazionali si confondono» (v. Pennera, 1985, pp. 82-83). La Prima guerra mondiale lo costringerà a scegliere. Riformato nel 1908 per motivi di salute, S. non ha fatto il servizio militare. Ma nell’agosto 1914 è mobilitato a Metz in un’unità combattente con l’incarico di svolgere compiti di segreteria, poi dal luglio 1915 al novembre 1918 è distaccato presso l’amministrazione civile della piccola sottoprefettura di Boulay, il che gli consente di continuare a occuparsi del suo studio di avvocato. Questo trattamento di favore, che gli sarà rimproverato dopo la guerra, si spiega senz’altro con la prudenza di S., in un periodo in cui nei confronti dei francofili vengono presi dei provvedimenti rigorosi e la germanizzazione è sistematica. Ma la brutale invasione del Belgio neutrale da parte dell’esercito tedesco lo segna profondamente. In seguito scriverà: «Vidi aprirsi di fronte a me questo abisso che doveva separarmi per sempre interiormente dalla Germania, dal suo regime, dal suo carattere nazionale, dai suoi principi; vidi la necessità di sbarazzarmi della mia neutralità, di solidarizzare con coloro che erano oppressi dall’ingiustizia e dalla barbarie» (ibid.).

Dopo il ritorno dell’Alsazia-Lorena alla Francia S. entra in politica ed esercita senza interruzione la funzione di deputato della Mosella dal novembre 1919 al luglio 1940. Ha le carte in regola per svolgere questa missione. La sua famiglia paterna è di origine lorenese ed egli stesso ha scelto di stabilirsi a Metz. Nei confronti dei tedeschi non si è sbilanciato. Parla il francese, il tedesco e il dialetto. È un giurista, in grado di difendere il particolarismo locale tramite l’adattamento della legislazione francese alla situazione della provincia liberata. Tra i leader dell’Union républicaine lorraine, il cui programma sociale e regionalista mira a ottenere il mantenimento dei particolarismi religiosi dei dipartimenti recuperati, in tutto il periodo fra le due guerre S. fa parte della Commissione d’Alsazia-Lorena alla Camera dei deputati e della Commissione di legislazione civile e criminale. Diventa l’interlocutore dei capi di governo successivi per la regolamentazione degli affari riguardanti questi dipartimenti. Svolge un ruolo decisivo nella loro reintegrazione progressiva (v. Poidevin, 1986, pp. 58 e ss.), pur difendendo il mantenimento dello statuto particolare della Chiesa e della scuola confessionale, dato che il concordato del 1801 e gli articoli organici della legge del 18 germinale anno X non sono stati soppressi nel Reich, al contrario di quanto è avvenuto in Francia dove sono stati aboliti con la legge di Separazione del 1905.

S. partecipa altresì attivamente alla vita politica francese. Si mostra ostile alle leggi sulla laicità e chiede per l’intera Francia l’abrogazione delle leggi riguardanti le congregazioni e l’insegnamento privato. Affronta i grandi dossier economici e finanziari come membro della Commissione finanze alla Camera dei deputati. Sostiene la politica finanziaria di equilibrio del bilancio e di stabilizzazione monetaria di Raymond Poincaré. Durante la crisi economica all’inizio degli anni Trenta si dichiara favorevole al rigore, pur accettando l’intervento dello Stato per aiutare le imprese minacciate – come nel caso della siderurgia lorenese. Sostenitore dell’ortodossia finanziaria e della difesa della moneta, contrario all’ingerenza dello Stato nella vita economica, S. vuole comunque promuovere la giustizia sociale. Appoggia il sindacalismo cristiano e difende la legge del 1928 del governo Poincaré sulle assicurazioni sociali obbligatorie per i salariati che già esistevano nell’Alsazia Lorena annessa. Nel 1936 è ostile al governo del Front populaire, ma ne sostiene le proposte sociali nei limiti delle possibilità del bilancio. Contribuisce a definire il programma sociale del Parti démocrate populaire, al quale aderisce nel 1932.

Quanto alle istituzioni della II Repubblica, S., parlamentare serio, è favorevole a riforme moderate che permettano il normale svolgimento della democrazia parlamentare. Deplora l’instabilità governativa e auspica una riforma dello Stato tramite la riduzione del numero dei parlamentari, la rappresentanza proporzionale, il suffragio femminile e familiare, una migliore disciplina dei lavori parlamentari e una rigida separazione dei poteri, il rafforzamento del ruolo del Presidente della Repubblica, il coinvolgimento delle organizzazioni professionali nell’elaborazione e nell’applicazione delle leggi che le riguardano.

Sul piano internazionale S. segue con attenzione la situazione della Germania sconfitta. Approva la dura politica di applicazione del trattato di Versailles da parte di Raymond Poincaré, ma è preoccupato per la pace, e sostiene anche la politica di avvicinamento con la Germania voluta da Briand sotto l’egida della Società delle Nazioni, mentre i parlamentari dell’Alsazia-Lorena si mostrano scettici. S. si mantiene prudente: ritiene indispensabile prendere le precauzioni necessarie alla sicurezza della Francia e vota i crediti per la costruzione della linea Maginot. Non partecipa ai numerosi incontri franco-tedeschi e non reagisce alla proposta di Aristide Briand per un’unione europea, nel settembre 1929, né ai successivi dibattiti sull’argomento. D’altra parte, è ostile anche al patto franco-sovietico del 2 maggio 1935, per avversione nei confronti del regime comunista. Quando Adolf Hitler, nel marzo 1936, fa entrare le sue truppe nella zona smilitarizzata della Renania S. approva il governo di Pierre-Etienne Flandin, che si è rivolto alla Società delle Nazioni e si appella alle potenze garanti del trattato di Locarno, il Regno Unito e l’Italia, per imporre alla Germania un nuovo statuto della regione renana. Ma è un fallimento. S., che ha sperato in una soluzione pacifica, ritiene che di fronte al pericolo tedesco i francesi debbano essere forti e uniti. Con i suoi amici vota a favore del prestito di difesa nazionale deciso dal governo di Léon Blum il 9 marzo 1937. Durante la crisi del settembre 1938, quando Hitler rivendica la parte della Cecoslovacchia abitata da una popolazione di origine tedesca, S., preoccupato innanzitutto della pace, approva, come la maggioranza dei parlamentari e dei francesi, gli accordi di Monaco che amputano la Cecoslovacchia, malgrado sia alleata della Francia.

La Seconda guerra mondiale per S. è un periodo particolarmente difficile. Deve tenere sotto controllo l’evacuazione verso il Poitou-Charente dei lorenesi che abitano tra la frontiera tedesca e la linea Maginot, più arretrata, secondo il piano elaborato al principio del 1939: ha inizio il 1° settembre, prima della dichiarazione di guerra della Francia e dell’Inghilterra alla Germania – il 3 settembre – che ha appena invaso la Polonia e rifiuta di evacuarla. Il 21 marzo 1940, quando la “strana guerra” si cronicizza, Paul Reynaud succede a Édouard Daladier come presidente del Consiglio e forma un nuovo governo chiamando S. come sottosegretario di Stato per i rifugiati. S. non solo deve organizzare un piano di evacuazione supplementare dei lorenesi, ma quando l’offensiva dei tedeschi si intensifica a partire dal 10 maggio dovrà fronteggiare un autentico esodo di francesi e di belgi. S. segue il governo a Bordeaux, poi a Vichy, dove il maresciallo Philippe Pétain, che ha sostituito Paul Reynaud il 17 giugno e ha firmato l’armistizio con la Germania il 22 giugno, convoca il Parlamento (Camera dei deputati e Senato) perché gli conceda i pieni poteri ed elabori una nuova Costituzione. I deputati di Alsazia e Lorena esitano: Pierre Laval assicura che votare “no” o astenersi sarebbe considerato dai tedeschi come un rifiuto di restare francesi. S., insieme ai suoi colleghi, vota i pieni poteri il 10 luglio, ma rifiuta di partecipare al nuovo governo formato dal maresciallo dopo aver sciolto il Parlamento, con Laval vicepresidente del Consiglio.

S. torna a Metz per aiutare i rifugiati, ma è arrestato il 14 settembre, unico tra i rappresentanti dell’Alsazia Lorena. I suoi amici lorenesi e anche i capi autonomisti intercedono in suo favore, ma è tutto inutile. Il maresciallo Pétain incarica il suo rappresentante a Parigi Fernand de Brinon di intervenire. Quest’ultimo chiede al Gauleiter di Metz, Josef Bürckel, di attenuare le condizioni della detenzione di S., che il 13 aprile 1941 è trasferito a Neustadt, cittadina del Palatinato, dove viene sistemato in una residenza sotto sorveglianza. Rifiuta la proposta di Bürckel di collaborare con la stampa tedesca. Il 1° agosto 1942, con una falsa carta di identità evade e si stabilisce a Lione, nella “zona libera”, dove si occupa dei rifugiati lorenesi espulsi dai tedeschi. Quando questi ultimi invadono la zona non occupata, dall’11 novembre, S. deve nascondersi e vivere in clandestinità cambiando residenza, tra conventi e istituti religiosi.

Dopo la Liberazione S. rientra a Metz, dove è accolto calorosamente anche dai membri della Resistenza francese, e ricomincia a occuparsi dei suoi compatrioti in difficoltà. Ritiene suo dovere tornare ad assumersi le sue responsabilità politiche. Ma come ex ministro di Pétain e parlamentare che ha votato i pieni poteri al maresciallo è considerato dal governo provvisorio ineleggibile, sebbene il comitato di liberazione di Metz l’abbia invitato a farne parte in ragione delle sue competenze. Viene presentata contro di lui un’istanza alla Corte di giustizia. È necessario l’intervento del generale Charles de Gaulle perché sia pronunciato un non luogo a procedere, con la motivazione che S. ha lasciato il governo Pétain il 17 luglio e ha aiutato la Resistenza. Quindi S. può tornare alla vita politica ed è eletto deputato il 21 ottobre 1945. Aderisce al Mouvement républicain populaire (MRP), di tendenza democratico-cristiana, guidato da Georges Bidault. Quando quest’ultimo è nominato capo del governo provvisorio, il 19 giugno 1946, propone a S. il portafoglio delle Finanze, incarico che conserverà nel governo Ramadier del 22 gennaio 1947. È l’inizio di una brillante carriera ministeriale.

S. deve fronteggiare una situazione finanziaria catastrofica, che cerca di risanare senza ricorrere, per ragioni politiche, a provvedimenti impopolari, pur auspicando una politica di austerità. Arriva a ridurre il deficit del bilancio grazie a economie e maggiorazioni di imposte. Fedele al liberalismo, accetta le nazionalizzazioni già attuate dal generale de Gaulle, ma a condizione che siano redditizie. Ritiene che il dirigismo sia giustificato solo in circostanze eccezionali. Le sue convinzioni non coincidono ovviamente con quelle del suo collega ministro dell’Economia, il socialista André Philip.

Poi, molto rapidamente, S. si assume responsabilità più pesanti: dopo la caduta del governo Ramadier diventa presidente del Consiglio. Il 24 novembre 1947 forma un governo con il MRP, i socialisti e i radicali. La situazione interna è grave. I comunisti, eliminati dal governo da Ramadier il 4 maggio, fanno leva sui movimenti di scioperi rivendicativi che si moltiplicano nei servizi pubblici e nell’industria assumendo un carattere insurrezionale. Il paese è paralizzato. S. dà prova di fermezza e sangue freddo. Decide di chiamare alle armi i riservisti per far rispettare la libertà di lavoro. È coadiuvato in questo compito dall’energico ministro degli Interni Jules Moch, che mobilita le forze dell’ordine contro gli scioperanti. All’Assemblea nazionale i comunisti fanno un violento ostruzionismo e trattano S. da “tedesco”, ma non riescono a impedire l’adozione della legge sulla difesa della Repubblica e la libertà del lavoro. A fine novembre gli scioperi cominciano a diminuire, ma i sabotaggi si moltiplicano provocando un grave deragliamento ferroviario vicino ad Arras. Poi il lavoro riprende progressivamente al principio di dicembre e l’ordine pubblico viene ristabilito. Il Partito comunista esce indebolito dalla crisi perché l’opinione pubblica è stanca di disordini. La Confédération générale du travail (CGT) si divide, con la secessione della corrente di minoranza che forma la CGT-Force ouvrière. S. esce rafforzato da questa prova in cui ha dimostrato la sua statura di uomo di Stato.

Il governo S., con René Mayer alle Finanze, lancia un piano di risanamento del bilancio per ridurre il deficit tramite un prelievo obbligatorio sui redditi (a eccezione dei salariati) e alcune riduzioni delle spese. Cerca di frenare la corsa dei prezzi e dei salari e la spirale inflazionistica, ma si scontra con forti resistenze. Il 25 gennaio 1948 è necessario svalutare il franco e ridurre la massa monetaria con il blocco temporaneo dei biglietti da 5000 franchi.

Sul piano politico il primo governo della “Terza forza” deve affrontare gli avversari del regime: a sinistra i comunisti e a destra i gollisti. Il generale De Gaulle si dichiara «pronto ad assumere la guida del paese per portarlo verso la salvezza e la necessaria grandezza» e chiede elezioni generali. Stima S., ma giudica il suo governo “incapace”. La maggioranza parlamentare che lo sostiene si divide sul problema delle sovvenzioni all’insegnamento privato, fra cui le scuole confessionali. Infine, i socialisti esigono la riduzione degli stanziamenti per le spese militari, mentre gli scioperi si estendono alla funzione pubblica. Alla fine il governo S. cade a causa dei socialisti il 19 luglio 1948, dopo soli otto mesi dalla sua formazione.

Nel governo successivo, guidato dal radical-socialista André Marie in carica dal 24 luglio, S. succede a Georges Bidault, al Quai d’Orsay dal 10 settembre 1944 fino alla Liberazione, salvo l’intermezzo del governo Blum (16 dicembre 1946 al 22 gennaio 1947). Quindi il dipartimento resta un feudo del MRP, ma S. gli dà un orientamento meno atlantico e più europeo. Resterà al Quai d’Orsay nei nove governi successivi fino all’8 gennaio 1953, quando tornerà Bidault.

S. arriva al Quai d’Orsay in piena Guerra fredda fra gli occidentali e i sovietici. La Francia è impegnata al fianco degli Stati Uniti e beneficia degli aiuti economici del Piano Marshall dal 28 giugno 1948. Per ottenere anche aiuti militari, ha firmato con la Gran Bretagna, il Belgio, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, il patto di Bruxelles (17 marzo 1948), che apre la strada all’Alleanza atlantica con gli Stati Uniti del 4 aprile 1949 (v. Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, NATO). Ma la ricostruzione dell’Europa e la sua sicurezza nei confronti dell’Unione sovietica rendono necessario che la Germania Ovest si risollevi e si possa utilizzare il suo potenziale. A questo proposito la Francia ha dovuto battere in ritirata, rinunciare al progetto di internazionalizzare la Renania e accettare la costituzione di una Repubblica Federale Tedesca (RFT) per le tre zone d’occupazione inglese, americana e sovietica che ha inizio il 23 maggio 1949. La Francia ha potuto ottenere solo il ricongiungimento economico con la Saar, autonoma rispetto alla RFT, per lo sfruttamento delle miniere di carbone, la creazione dell’Autorità internazionale della Ruhr per la distribuzione del carbone, del coke e dell’acciaio fra la Germania e i suoi vicini, nonché la costituzione di un Ufficio militare di sicurezza per controllare la smilitarizzazione della Germania. Queste precauzioni appaiono tanto più fragili in quanto il nuovo cancelliere Konrad Adenauer chiede uguali diritti per la Repubblica federale e gli alleati atlantici sono disposti a fare della Germania un vero e proprio partner.

S. avverte il pericolo di questa situazione, che impone alla nuova Repubblica federale controlli discriminatori: «Si applicava questa politica con vecchi metodi: concessioni aspramente contrattate, strappate a vincitori reticenti e diffidenti da sconfitti umiliati, sempre più coscienti della rinascita delle loro forze. La riabilitazione morale non procedeva di pari passo con la restituzione progressiva delle libertà politiche […]. Era necessario che cambiasse lo spirito, l’orientamento della nostra politica e che all’antico antagonismo si sostituisse una cooperazione leale a parità di obblighi e di diritti», scriverà in seguito S. (v. Schuman, 1963, pp. 153-156).

Come determinare questo indispensabile riavvicinamento? S., che conosce bene i tedeschi, continua a essere prudente. Un tête-à-tête franco-tedesco gli sembra pericoloso, la riconciliazione deve avvenire nel quadro di un’Europa organizzata. Le strutture già costituite sono insufficienti: l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE), creata il 16 aprile 1948, ha solo facoltà di coordinamento e non ha potuto far adottare un piano di insieme dagli Stati membri, la cui ricostruzione si realizza entro il quadro nazionale. Il Consiglio d’Europa, istituito il 5 maggio 1949, con un’assemblea parlamentare rappresenta un progresso. S. vede in quest’organismo un terreno di incontro in cui i parlamentari della nuova Repubblica federale potrebbero conoscere i loro omologhi dei paesi vicini, avvicinare i loro punti di vista, discutere dei mezzi per arrivare all’unione europea. Perciò nei negoziati che preparano lo statuto del Consiglio S. insiste perché quest’organismo possa essere realmente efficace. Ma si scontra con l’ostilità dei britannici che impongono la creazione di un Comitato dei ministri, l’unico che abbia facoltà di prendere in considerazione, all’unanimità, le proposte adottate dall’Assemblea e di trasmetterle ai governi che sono liberi di tenerne conto. S. non intende assolutamente esautorare i governi nazionali e non ritiene che la federazione europea sia già realizzabile, ma vuole superare lo stadio della semplice cooperazione e creare una struttura più vincolante. Il 26 marzo 1950, di fronte al Comitato centrale del MRP, dichiara di «cercare innanzitutto la realizzazione di una comunità europea e la regolamentazione dei rapporti franco-tedeschi».

S. ritiene che i rapporti con la Germania siano un problema per l’insieme dei paesi occidentali, che devono definire una politica per integrare la Repubblica Federale Tedesca nell’area occidentale. Dean Acheson, segretario di Stato degli Stati Uniti, ritiene che questo compito spetti alla Francia per la sua posizione geografica. L’ha detto il 9 settembre a S., che da questo momento di sente investito da una missione. Nella primavera del 1950 è ancora più urgente avanzare una proposta precisa, perché i rapporti con Bonn sono tesi il seguito alla firma, il 3 marzo, delle convenzioni franco-tedesche che sanciscono l’autonomia della Saar, legata economicamente alla Francia. Il cancelliere Adenauer, auspicando di legare la Repubblica federale all’Europa democratica, suggerisce attraverso la stampa un’unione politica franco-tedesca aperta ad altri Stati europei. S. non può accettare questa formula, perché è la Francia a dover prendere l’iniziativa. È necessario agire, tanto più che il 9 maggio a Londra si tiene una riunione dei tre ministri degli Esteri americano, inglese e francese sulla Germania, in cui si potrebbe decidere l’aumento della produzione dell’acciaio della Ruhr, mentre quella della Francia non cresce. Per evitarlo bisogna proporre un’altra soluzione (v. Schuman, 1990).

S. ha un’idea abbastanza precisa di quello che vuole, ma gli manca ancora un progetto definito. È Jean Monnet, segretario generale per il Piano di modernizzazione, che condivide le sue preoccupazioni in merito all’integrazione della Germania e alla costruzione europea, a fornirgli questo progetto attraverso Bernard Clappier, direttore del gabinetto del ministro. Monnet lo elabora insieme al suo gruppo: Étienne Hirsch, vice commissario, Pierre Uri, capo della sezione economica del Piano, Paul Reuter, docente di diritto internazionale. Il progetto prevede che Francia e Germania mettano in comune la loro produzione di carbone e acciaio in una comunità aperta ad altri paesi, sotto la direzione di un’Alta autorità indipendente di carattere sovranazionale. Clappier riferisce di aver sottoposto il progetto a S., che è in partenza per passare il fine settimana nella sua piccola proprietà di Scy-Chazelles vicino Metz. Al suo ritorno, il 1° maggio, gli risponde affermativamente. Il testo definitivo è messo a punto dall’équipe di Monnet e da Clappier in gran segreto. Il Presidente della Repubblica Vincent Auriol manifesta delle riserve, come pure il presidente del Consiglio Bidault. Ma S., al Consiglio dei ministri del 9 maggio, ottiene l’autorizzazione per rendere pubblico il suo progetto prima di cominciare a studiarlo con eventuali partner. E ha già ricevuto l’assenso entusiastico di Adenauer. Quella stessa alle 18, nel Salone dell’orologio al Quai d’Orsay, S. dà lettura della Dichiarazione che provoca grande clamore (v. anche Piano Schuman).

La decisione audace di S. rappresenta una svolta determinante nella politica estera della Francia. Nei confronti della Germania, alla politica di diffidenza e di controllo, sempre più difficile da gestire, subentra un partenariato a parità di diritti e di doveri in un quadro europeo. Nei confronti dell’Europa si tratta di un’iniziativa presa senza la Gran Bretagna – che non vuole spingersi più in là di una cooperazione intergovernativaper la creazione di un’organizzazione originale dotata di autentici poteri delegati dagli Stati membri. Sul piano economico non è prevista una semplice liberalizzazione degli scambi a livello europeo, ma l’integrazione di settori basilari dell’industria fra alcuni paesi vicini, come prima tappa indispensabile di una vera entità economica. Infine, è il metodo nuovo della costruzione europea a essere definito con chiarezza nella Dichiarazione: «L’Europa non si farà in una volta, né con una costruzione d’insieme: si farà grazie a realizzazioni concrete che creino innanzitutto una solidarietà di fatto» (v. Wilkens, 2004).

Il negoziato per il Trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) si apre a Parigi il 20 giugno. Alla proposta francese hanno risposto positivamente la Germania, l’Italia, il Belgio, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, che accettano il principio dell’Alta autorità, posta come condizione preliminare da S. che non vuole sia rimessa in discussione durante i negoziati. La Gran Bretagna non accetta questa condizione e si tiene in disparte. S. lascia a Monnet, che di fatto presiede la conferenza, una grande libertà di manovra. I negoziati sfociano in un trattato che prevede l’apertura e la gestione di un mercato comune del carbone e dell’acciaio tra i Sei, nonché un sistema istituzionale in cui l’Alta autorità è affiancata – su richiesta del Benelux, preoccupato del predominio franco-tedesco – da un Consiglio speciale dei ministri e da un’Assemblea di parlamentari, pur mantenendo l’iniziativa delle decisioni e la responsabilità della loro attuazione. Una Corte di giustizia dirimerà le controversie. Il Trattato è firmato il 18 aprile 1951 ed entra in vigore secondo il calendario previsto.

Ma S. dal 25 giugno si trova alle prese con una situazione internazionale nuova determinata dall’inizio della guerra di Corea. La Germania, che contava sul piano S. per uscire da una situazione di inferiorità, vede migliorare la sua posizione in quanto gli occidentali ne hanno bisogno per rafforzare il loro schieramento di fronte alla minaccia sovietica. Quindi Adenauer pone maggiori difficoltà nei negoziati per il trattato. S. deve accettare che per Bonn la sua firma non significa il riconoscimento dello statuto di autonomia della Saar, di cui anzi rivendica il ricongiungimento alla Repubblica federale. La questione resta in sospeso. S. accetta anche l’eliminazione dell’Autorità internazionale della Ruhr, chiesta dai tedeschi, perché è previsto che l’Alta autorità eserciti un controllo non discriminatorio, ma ottiene con l’appoggio degli americani la decartellizzazione delle imprese della Ruhr, per evitare il predominio di queste ultime nel mercato comune del carbone e dell’acciaio.

Ma S. deve affrontare soprattutto il problema del riarmo della Germania occidentale, chiesto dagli americani e dai britannici, e che considera incompatibile con il suo metodo di costruzione della comunità europea. Nella conferenza della NATO il 12 settembre si oppone con fermezza al riarmo tedesco nel quadro atlantico proposto dagli americani e accettato dagli altri alleati. Ma capisce che non potrà contrastarlo a lungo. Allora Monnet suggerisce una soluzione che consiste nell’adottare il metodo del piano S. nel settore militare. Con il suo gruppo elabora un progetto di esercito europeo unificato sotto un’autorità sopranazionale, in cui saranno progressivamente integrati contingenti tedeschi – e non un esercito nazionale. Monnet consegna il progetto a S. e a René Pleven, all’epoca presidente del Consiglio, che lo adotta e lo presenta il 24 ottobre all’Assemblea nazionale ottenendone l’approvazione (v. Piano Pleven). Adenauer è favorevole, ma deve fare i conti con l’opposizione dei pacifisti e dei socialisti. S. lo sostiene insistendo sull’eguaglianza dei diritti di cui potrà beneficiare la Germania all’interno dell’esercito europeo. Si adopera anche per superare in Francia le resistenze degli ambienti politici e militari. Ma si accumulano le difficoltà: Bonn chiede di entrare nella NATO, mentre l’Assemblea nazionale francese si oppone formalmente. Alla fine viene trovato un compromesso. Gli accordi di Bonn del 26 maggio 1952 mettono fine al regime di occupazione nella Germania federale, che recupera la sua sovranità malgrado sussistano alcune restrizioni (impegno a non cercare la Riunificazione tedesca con mezzi militari, mantenimento delle truppe di occupazione alleate sotto forma di forze di sicurezza, inquadramento del riarmo tedesco tramite il limite di 12 divisioni tutte integrate nell’esercito europeo, rinuncia alla fabbricazione e all’uso di armi atomiche, batteriologiche e chimiche). Il 27 maggio la Repubblica federale partecipa alla firma del trattato che istituisce tra i Sei della CECA la Comunità europea di difesa (CED), la cui entrata in vigore condizionerà quella degli Accordi di Roma.

Quindi è stata trovata una soluzione al problema del riarmo della Germania evitando la creazione di un esercito nazionale al quale si opponeva la Francia. Tuttavia permangono numerose difficoltà. La questione della Saar non è stata risolta. Adenauer la rilancia all’atto della ratifica del trattato CECA proponendo una soluzione: poiché con la CECA il problema del carbone della Saar sfruttato dalla Francia non si pone più, lo statuto politico della Saar autonoma potrebbe essere l’europeizzazione invece del ricongiungimento alla Repubblica federale. S. è favorevole, ma tiene all’unione economica tra Francia e Saar rifiutata da Adenauer. Il cancelliere tedesco irrigidisce le sue posizioni, mentre S. fa qualche concessione e subisce le critiche dell’Assemblea. Alle elezioni del 30 novembre 1952 nella Saar sono sconfitti i partiti filotedeschi, che hanno chiesto l’astensione, e vincono gli autonomisti. Ma Adenauer resta sulle sue posizioni, mentre S. tenta di rilanciare il negoziato.

S. deve ottenere innanzitutto la ratifica parlamentare del trattato CED: è sempre più oggetto di critiche a sinistra dai comunisti, da una parte dei socialisti e dei radicali, a destra dai gollisti. Solo il MRP resta integralmente favorevole. Il governo di Antoine Pinay, con René Pleven alla Difesa nazionale, ritiene come S., sempre Quai d’Orsay, che sia meglio – prima di affrontare il Parlamento – ottenere dalla Gran Bretagna, che ha respinto la CED, un trattato di mutua assistenza con la CED, o almeno il mantenimento delle sue forze sul continente. D’altra parte, S. spera di disarmare una parte dei critici auspicando un’autorità politica europea al di sopra delle comunità “tecniche” CECA e CED (v. anche Comunità politica europea). Il progetto è in corso di elaborazione da parte dell’Assemblea comune della CED per la primavera 1953. Ma il governo Pinay cade il 23 dicembre 1952. René Mayer, radicale, forma un nuovo governo l’8 gennaio 1953 e Bidault torna al Quai d’Orsay subentrando a S.

S. è stato aspramente criticato per la CED e la questione della Saar, ma anche per la sua politica nei protettorati di Tunisia e Marocco, dove è favorevole a riforme rifiutate dalla destra e giudicate insufficienti dalla sinistra. Il presidente Vincent Auriol, che ha delle riserve sulla politica europea e tedesca di S., preferisce sostituirlo. Se il MRP, a eccezione di Bidault e dei suoi amici, vorrebbe vederlo restare al Quai d’Orsay, i deputati gollisti del Rassemblement du peuple français, di cui René Mayer ha bisogno per formare il suo governo, hanno chiesto le dimissioni di S. e posto come condizioni per accettare il trattato CED la sua modifica tramite protocolli addizionali, l’apertura di negoziati sull’Europa politica e il regolamento preliminare della questione della Saar. S. comprende l’imbarazzo di Mayer e decide spontaneamente di ritirarsi.

Da semplice parlamentare S. continua a difendere il trattato CED e prende posizione contro Pierre Mendès France, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri dopo Bidault – che non è riuscito a soddisfare le condizioni del RPR –, la cui soluzione consisterebbe nel modificare il trattato sopprimendone il carattere sovranazionale, essenziale per S. e i cinque partner della Francia. Dopo il rifiuto del trattato CED da parte dell’Assemblea nazionale il 30 agosto 1954, S. svolge ancora un ruolo decisivo nella ratifica degli accordi di Parigi (23 ottobre 1954), firmati da Mendès France, con cui la Germania federale entra nella NATO con un esercito nazionale e si costituisce l’Unione dell’Europa occidentale (UEO) fra i Sei e la Gran Bretagna, uno scialbo surrogato della CED per “inquadrare” il riarmo tedesco. Mentre la maggioranza dei deputati del MRP vuole votare contro, come i comunisti e una metà dei gollisti, S., che ha compreso le conseguenze disastrose per la Francia di un nuovo rifiuto di un trattato che ha firmato, convince parte del MRP ad anteporre l’interesse nazionale al legittimo risentimento, assicurando così la ratifica di misura il 30 dicembre 1954.

Quando cade la IV Repubblica S., il 4 giugno 1958, vota l’investitura del generale de Gaulle come capo del governo per mettere fine alla guerra di Algeria, ma è molto preoccupato per la costruzione europea e il pericolo di un ritorno “all’Europa delle patrie”. Approva la Costituzione della V Repubblica, ma teme l’avvento di un regime autoritario, quindi voterà le mozioni di censura dell’opposizione. Con conferenze e articoli si trasforma in “pellegrino” dell’Europa e fino al marzo 1961 è presidente del Movimento europeo. Dal 1958 al 1960 presiede l’Assemblea parlamentare delle tre Comunità europee (v. anche Parlamento europeo). Nel 1958, dopo Adenauer e Jean Monnet, riceve ad Aquisgrana il premio Charlemagne. Ma la sua salute comincia a cedere a partire dall’ottobre 1959. Deve sospendere le sue attività dopo un’emorragia cerebrale nel gennaio 1961. Nell’estate 1963 il suo stato si aggrava e muore il 4 settembre nella sua casa lorenese. Le sue esequie solenni si svolgono a Metz in un clima di grande emozione, ma senza il presidente de Gaulle e il primo ministro Georges Pompidou; il ministro Louis Joxe è il solo rappresentante del governo. Al cancelliere Adenauer, che vorrebbe partecipare al funerale, viene consigliato di rinunciare. Alla colazione ufficiale della Prefettura Jean Monnet non è invitato e, per solidarietà con lui, cinque ex presidenti del Consiglio della IV Repubblica – René Pleven, Pierre Pflimlin, René Mayer, Guy Alcide Mollet, Antoine Pinay – declinano l’invito (v. Rochefort, 1968, p. 362). Ma molti uomini politici francesi e stranieri accorrono a rendere l’ultimo omaggio a uno dei Padri dell’Europa.

Pierre Gerbet (2010)