Bidault, Georges

B. (Moulins 1899-Cambo Les Bains 1983) iniziò la sua carriera e come insegnante di storia nella scuola secondaria. Militò contemporaneamente in diversi movimenti democratico-cristiani vicini al movimento religioso Sillon fondato da Marc Sangnier e, in particolare, nel Partito democratico popolare. Già prima del 1939 acquistò un ruolo importante come editorialista del giornale democratico-cristiano “L’Aube”, di cui fu uno dei fondatori. I suoi brillanti editoriali fustigavano l’estrema destra, le dittature, l’antisemitismo e gli accordi di Monaco del 1938. Coerentemente con le sue posizioni entrò nella Resistenza dopo la liberazione dai campi di prigionia nel 1941 e svolse importanti incarichi all’interno del movimento Combat de Frenay (v. Frenay, Henri) (il più filoeuropeo dei movimenti della Resistenza). Nel 1943 successe a Jean Moulin a capo del Consiglio nazionale della Resistenza e quindi della Resistenza interna. Nel settembre 1944, quando si ricompose il governo provvisorio della Repubblica francese presieduto da Charles de Gaulle, in seguito alla liberazione di Parigi, B. divenne ministro degli Affari esteri, carica che manterrà, salvo una breve interruzione, fino al 1948 e che riassumerà nel 1953-1954. Cofondatore del partito democratico-cristiano Mouvement républicain populaire (MRP), ne fu presidente dal 1949 al 1952. Fu uno degli uomini politici più in vista all’epoca della liberazione e nella Quarta repubblica, sarà presidente del governo provvisorio nel 1946, Presidente del Consiglio nel 1949-1950 e ministro della Difesa nel 1951-1952.

Al ritorno del generale de Gaulle nel 1958, in un primo tempo B. lo sostenne, contando su di lui per salvare l’Union française e, in particolare, per assicurare il mantenimento dell’Algeria francese. Ma ruppe con il generale quando questi annunciò il processo di autodeterminazione dell’Algeria. Dal 1962 fu a capo dell’Organisation de l’armée secrète (OA), organizzazione segreta armata che cercò in ogni modo di impedire l’indipendenza dell’Algeria. Nello stesso anno andò in esilio fino all’amnistia del 1968. Il suo ruolo politico si era ormai esaurito.

Per quanto riguarda le questioni europee, il periodo più significativo dell’azione di B. coincise con gli anni compresi fra il 1944 e il 1954. In seguito, furono predominanti gli altri due suoi orientamenti: la difesa dell’Union française (nuova incarnazione dell’Impero francese a partire dal 1946) e la difesa dell’Occidente cristiano contro il totalitarismo comunista dopo il nazismo. Tuttavia, a differenza ad esempio di Robert Schuman, è innegabile che l’impegno europeo di B. non fu né esclusivo né prioritario. I suoi contemporanei, di fatto, lo considerarono spesso un nazionalista. Ma ricerche recenti, basate sui documenti conservati negli Archives nationales, inducono a rivedere in parte questo giudizio.

Dopo aver sostenuto in principio la politica estremamente dura del generale de Gaulle nei confronti della Germania, nonché il patto franco-sovietico del 10 dicembre 1944, B. cominciò a rivedere le sue posizioni nel 1946, quando prese gradualmente coscienza della realtà della minaccia sovietica e comprese che la politica francese di dissociazione dal vecchio Reich rischiava di permettere a Mosca di consolidare la sua influenza su tutta la Germania. Ma B. restava ancora legato a una concezione che si richiamava alla politica francese di anteguerra: al principio del 1947 pensava di stabilire una rete di alleanze bilaterali con il Regno Unito, l’Italia, la Polonia e la Cecoslovacchia. Con la Gran Bretagna si giunse al Trattato di Dunkerque del 4 marzo 1947; i negoziati con l’Italia non furono conclusi, mentre con la Polonia e la Cecoslovacchia naufragarono nell’autunno del 1947 in seguito alle pressioni di Stalin.

Ma il discorso del Presidente, in cui veniva annunciato il coinvolgimento dell’America negli affari europei, il 12 marzo 1947; il fallimento della conferenza di Mosca in marzo-aprile, durante la quale Stalin si mostrò ancora più ostile degli inglesi agli orientamenti francesi nei confronti della Germania; l’espulsione dei ministri comunisti nel mese di maggio (che considerazione poneva fine alla tolleranza reciproca fra il Partito comunista francese e B. risalente al periodo della Resistenza, indussero il ministro degli Affari esteri a rompere gli indugi, ed egli abbandonò sia le sua vecchie concezioni che il mito di un’intesa con Mosca, ammettendo ormai che l’obiettivo più urgente era la creazione di un blocco occidentale. È interessante osservare come, a partire dalla conferenza di Mosca di marzo-aprile, B. accolse la tesi americana secondo cui l’Europa occidentale non poteva essere ricostruita sul piano economico se la Germania (almeno le sue zone occidentali) non fosse stata associata a questa ricostruzione. Di conseguenza B., consigliato da Jean Monnet, svolse un ruolo importante nel giugno-luglio 1947 nell’attuazione del Piano Marshall di aiuti all’Europa e nella costituzione dell’Organizzazione europea di cooperazione economica (OECE) nel 1948, malgrado la mancata partecipazione dell’URSS (B. avrebbe preferito che Mosca aderisse al Piano Marshall: la rottura Est-Ovest era difficile da accettare per i francesi). A questo punto B. si impegnò risolutamente a favore dell’unione dell’Occidente e della creazione dell’Europa economica, di cui l’OECE fu la prima organizzazione («È giunta l’ora di costruire l’Europa» – dichiarò il 12 luglio 1947 alla seduta di apertura della conferenza dei sedici paesi europei coinvolti nel Piano Marshall). Al principio del 1948 B. pensava a un’unione doganale tra Francia, Italia e Benelux, progetto che alla fine fallì a causa del liberalismo dei paesi del Benelux e del protezionismo degli ambienti economici francesi.

Tuttavia, sul piano della politica e della sicurezza, in questa fase B. aderiva a una concezione molto più atlantica, ossia fondata sul sostegno americano, che europea. Dopo il fallimento del consiglio dei ministri degli Affari esteri dei Quattro (compresa l’URSS) tenutosi a Londra nel dicembre 1947, cercò di costruire un’alleanza con gli Stati Uniti, che si realizzerà solo con la firma dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) nell’aprile 1949. B. Acconsentì a sottoscrivere il Patto di Bruxelles il 17 marzo 1948 (con Gran Bretagna e Benelux), rivolto formalmente contro la Germania ma in realtà contro l’URSS, solo perché i britannici e il Benelux avevano particolarmente a cuore tale questione, e soprattutto perché gli americani fecero sapere che consideravano un accordo di sicurezza fra europei la condizione per un loro eventuale sostegno militare.

L’impegno europeo di B. si fece all’improvviso molto più netto in seguito alla dichiarazione da lui rilasciata all’Aia, il 19 luglio 1948, con cui proponeva di sviluppare il Patto di Bruxelles sul piano politico, con un’assemblea europea eletta dai parlamenti nazionali e, sul piano economico, con un’unione doganale, iniziative che in un primo momento sarebbero state avviate fra i Cinque di Bruxelles, ma che avrebbero potuto essere estese a qualsiasi paese europeo candidato, come pure all’Europa orientale (di cui B. teneva a ricordare l’esistenza). Come si spiega questa inversione di rotta – considerando che B. non aveva fatto parte di alcun organo dirigente dei Movimenti europeistici a cui aderivano numerosi responsabili del Movimento repubblicano popolare? Si è pensato a una decisione dettata da ragioni di politica interna, essendo appena caduto il governo Schuman, il 17 luglio, e dall’entusiasmo europeo suscitato dal Congresso dell’Aia in maggio. Ma non c’è dubbio che l’orizzonte fosse molto più ampio. Infatti si nota l’approfondimento dei contatti fra partiti democratico-cristiani dell’Europa occidentale nel quadro degli “incontri di Ginevra” che permisero a B. di avere colloqui importanti, fra gli altri, con Konrad Adenauer. D’altra parte B., nel giugno 1948 (conferenza dei Sei a Londra da gennaio a giugno), aveva dovuto accettare la creazione di uno Stato della Germania Ovest, in contrasto con tutte le tesi francesi a partire dal 1944. Si era rassegnato a questa decisione perché gli americani l’avevano posta come condizione del loro impegno militare in Europa (l’emendamento Vandenberg dell’11 giugno con cui si autorizzava quest’impegno è direttamente legato ai negoziati di Londra in merito alla creazione dello Stato della Germania Ovest). Ma così Parigi perdeva repentinamente i suoi mezzi di controllo sulla Germania; da qui prese forma al Quai d’Orsay, nella primavera del 1948, l’idea di inquadrare il nuovo Stato tedesco in una struttura europea, diretta ovviamente dalla Francia. Un’idea ripresa da B., che la spiegò personalmente l’11 giugno all’Assemblea nazionale francese. In ultima analisi, fu la preoccupazione di B. di trovare un contesto per controllare la Germania a spiegare in larga misura, almeno all’inizio, la sua adesione al progetto europeo.

Tuttavia è evidente che B. si trasformò abbastanza rapidamente in un europeista più convinto. Nel 1949 fu eletto all’Assemblea consultiva del Consiglio europeo di Strasburgo, dove svolse un ruolo importante. Quale fu la sua posizione nelle due questioni europee centrali all’epoca, cioè la Comunità europea del carbone dell’acciaio (CECA) e la Comunità europea di difesa (CED)? Bisogna ricordare che B. era Presidente del Consiglio quando, il 9 maggio 1949, fu varato il Piano Schuman. Si è ritenuto a lungo, sulla scorta dei Mémoires di Jean Monnet, che B., a differenza di Robert Schuman, non si fosse interessato alla proposta di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Ma la verità è più complessa. Innanzitutto l’accordo di B., responsabile in ultima istanza della politica governativa, era indispensabile. Inoltre i suoi archivi dimostrano che B. seguì la questione da vicino, ancor prima del 9 maggio, ma anche che Jean Monnet usò con Schuman e con B. argomenti diversi: con il primo mise l’accento sull’Europa e sulla riconciliazione franco-tedesca, con il secondo sul controllo della siderurgia tedesca per mezzo della futura CECA. D’altra parte, nel 1951 B. svolse un ruolo importante nell’Assemblea nazionale per consentire la ratifica della CECA che non era scontata a priori.

Per quanto riguarda la CED, B. non era al potere nel momento in cui fu lanciato il progetto di un esercito europeo nel 1950, ma dovette esserne a conoscenza in qualità di ministro della Difesa nazionale nel 1951-1952 e di nuovo come ministro degli Affari esteri a partire dal gennaio 1953. B. non ne era senz’altro entusiasta (sono note le sue affermazioni sullo “scheletro nell’armadio”) ed era più interessato all’Alleanza atlantica e al ruolo direttivo – allo stesso livello della Gran Bretagna – che auspicava per la Francia sostenuta dall’Union française. Tuttavia riteneva che la CED fosse utile per tenere sotto controllo la Germania e impedirle di avvicinarsi a Mosca. La CED sarebbe stata un organismo sovranazionale, una formula non gradita a B.; però dal 1951 per il governo francese – con il benestare di B. – era inteso che la Francia avrebbe conservato la libertà di disporre delle forze necessarie per l’oltremare e che Parigi, al di là del frasario europeo, avrebbe diretto di fatto il nuovo organismo. In compenso B. neutralizzò efficacemente sia le pressioni ostili dello Stato maggiore diretto all’epoca da Juin, assolutamente contrario alla CED, sia, nel gennaio 1953, una fronda – fatto inaudito al Quai d’Orsay – di alcuni diplomatici tra i più importanti dell’epoca. D’altra parte, a partire dall’estate 1952 B. condusse con i gollisti negoziati segreti sulla CED, che contribuirono a permettere ai deputati del Rassemblement du peuple français (RPF) di sostenere il governo di René Mayer, costituitosi nel gennaio 1953, nel quale B. ricoprì nuovamente la carica di ministro degli Affari esteri. Queste trattative salvarono senz’altro il progetto, ma Mayer dovette impegnarsi a rinegoziare il trattato al fine di garantire, per mezzo di “protocolli addizionali”, l’unità dell’esercito francese tra i contingenti riservati all’esercito europeo e quelli che sarebbero stati inviati oltremare; a mettere in piedi una Comunità politica europea destinata a essere a capo della CED (e di fatto a snaturarne il carattere sovranazionale); ai risolvere preliminarmente il problema della Sarre (in modo da separarla dalla Germania per riconnetterla sul piano economico alla Francia, l’ultimo obiettivo che ancora sussisteva del programma del 1944). È chiaro che anche B. aderì, di fatto, a queste condizioni che aveva negoziato con i gollisti e che erano destinate a ridimensionare il carattere sovranazionale della CED e a garantire il ruolo predominante della Francia nel futuro esercito europeo.

D’altra parte, secondo B., la CED non avrebbe impedito alla Francia di svolgere un ruolo capitale in seno all’Alleanza atlantica, in un rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Era questa la grande differenza fra Schuman e B.: per il primo la Francia non poteva più svolgere un ruolo se non nel contesto europeo, mentre per il secondo, oltre che in Europa – dove si sarebbe assicurata la leadership – la Francia, appoggiandosi all’Union française e alla sua posizione paritaria per statuto con Gran Bretagna e Stati Uniti nell’Alleanza atlantica, avrebbe continuato a svolgere un ruolo individuale a livello mondiale.

B. pertanto non fu un fautore entusiasta della CECA e della CED. Ma è sbagliato presumere che le avversasse: accettò questi progetti e li difese contro vivaci opposizioni negli ambienti politici, militari e diplomatici. È vero che li considerava innanzitutto un mezzo per controllare la Germania e che si adopeper smorzare il carattere sovranazionale della CED. Se B. era incontestabilmente più atlantista che europeista, tuttavia era più europeista di quanto si ritenga. È possibile rendersene conto, in particolare, alla luce della sua reazione al progetto di Comunità politica europea del 1953, stabilito da un’Assemblea ad hoc formata a partire dall’Assemblea della CECA. È indubbio che B. frenò i fervori federalisti di Alcide De Gasperi e di Konrad Adenauer, raccomandando loro prudenza, e che fece togliere a quest’assemblea il progetto che essa stessa aveva presentato il 10 marzo 1953, affinché il dibattito proseguisse nel quadro di una conferenza intergovernativa posta sotto il controllo dei ministri degli Affari esteri. Tuttavia, malgrado le forti divisioni all’interno del governo e del mondo politico fra partigiani di un’Europa sovranazionale e quelli di un’Europa confederale, e al di là delle manovre per assicurare la necessaria maggioranza parlamentare, nel settembre 1953 B. si assunse la responsabilità di firmare una serie di istruzioni di ispirazione fortemente sovranazionale in vista della conferenza intergovernativa che si sarebbe svolta alcuni giorni dopo a Roma. Queste istruzioni prevedevano un’assemblea eletta a suffragio universale, un organo esecutivo composto da un comitato dei ministri nazionali e da un comitato esecutivo sovranazionale. Malgrado le vivaci opposizioni, anche da parte del Presidente della Repubblica Vincent Auriol, che, come i gollisti, avrebbe preferito un’organizzazione confederale diretta dai primi ministri, B. tenne fede al suo progetto. Il 20 novembre 1953 pronunciò di fronte all’Assemblea nazionale un discorso che può essere considerato il suo testamento europeo (è noto che il progetto di CED sarebbe stato presentato al Parlamento solo nell’agosto 1954 da Pierre Mendès France, per essere comunque respinto; B. era deciso a farlo ratificare nella primavera del 1954, ma lo impedì la caduta di Dien Bien Phu il 7 maggio).

In questo discorso B. diede della futura Comunità politica europea una definizione rimasta classica, che si potrebbe considerare ancora valida allo stato attuale della costruzione europea: la Comunità non è uno Stato, perché sarà dotata solo di competenze specialistiche e non avrà potere costituente. Non sarà una federazione, poiché gli Stati conserveranno tutti i poteri che non avranno delegato. Ma non sarà neppure una confederazione, perché avrà un proprio potere nel suo ambito: «La comunità politica – spiegò B. – costituisce quindi un’associazione di Stati di tipo nuovo».

Georges-Henri Soutou (2010)