Reynaud, Paul

R. (Barcelonnette 1878-Neuilly-sur-Seine 1966) è uno degli uomini politici francesi più ammirati e insieme controversi. Ammirato per le sue competenze in materia economica e finanziaria, per la sua eloquenza di “oratore” all’inglese e per la sua fedeltà ai grandi principi repubblicani. Ma anche controverso per le sue scelte infelici nel giugno 1940 e per la sua ostilità dichiarata nei confronti della presidenza gollista. Tuttavia, un ambito nel quale l’impegno e le convinzioni di R. non possono essere messi in discussione è quello della costruzione europea.

Eletto nel 1919 deputato delle Basses-Alpes, all’indomani della Grande guerra si pronuncia a favore delle riparazioni tedesche e dell’occupazione della Ruhr, ma nella prospettiva di una completa riconciliazione con la Repubblica di Weimar. Dopo essere stato battuto alle elezioni del 1924, comincia la sua carriera ministeriale nel 1930 come ministro delle Finanze del governo Tardieu, poi ottiene il portafoglio delle Colonie (gennaio 1931-febbraio 1932) e quello della Giustizia, con il titolo di vicepresidente del Consiglio (febbraio-maggio 1932). Torna alla Camera come deputato del II arrondissement di Parigi nel 1932, presentandosi come uno dei capi dell’opposizione al Cartello delle sinistre e poi al Front populaire. Ma quel che gli interessa maggiormente sono i problemi internazionali, in particolare l’avvento dei totalitarismi. Il suo incontro con il colonnello Charles de Gaulle, il 5 dicembre 1934, lo porta a rompere con la strategia difensiva della linea Maginot e alla Camera, il 15 marzo 1935, parla a favore di un’arma mobile e offensiva. Pur essendo profondamente anglofilo e oltretutto guardasigilli e poi ministro delle Finanze nel governo Daladier, nel settembre 1938 si oppone agli Accordi di Monaco. Chiamato alla guida del governo il 20 marzo 1940, ne allontana Georges Bonnet, capofila della corrente pacifista, tenendo per sé il portafoglio degli Esteri. Ma commette l’errore fatale di nominare il maresciallo Pétain alla vicepresidenza del Consiglio, il 18 maggio 1940. Quindi all’interno del suo governo si impone la linea pacifista, malgrado la nomina del colonnello de Gaulle a sottosegretario di Stato alla Difesa nazionale (5 giugno 1940), incaricato dei rapporti con Winston Churchill. La sua proposta di un’unione integrale franco-britannica è rifiutata dal Consiglio dei ministri, quindi R. si dimette il 16 giugno 1940, prima di essere arrestato dal regime di Vichy il 6 settembre.

Il 5 maggio 1945 viene liberato dell’esercito americano e dopo la guerra sarà in parte responsabile dell’armistizio e del fallimento della III Repubblica. Tuttavia è rieletto deputato il 2 giugno 1946, nel Nord, ed è di nuovo ministro nell’effimero governo di André Marie (luglio-settembre 1948), con il portafoglio delle Finanze e degli Affari economici. Fervente sostenitore del Piano Marshall, si vede rifiutare dall’Assemblea i poteri straordinari necessari, a suo parere, per il risanamento economico (8 agosto 1948). Il 27 maggio 1953 è designato da Vincent Auriol per formare un nuovo governo, ma non ottiene i voti necessari per l’investitura. Questo allontanamento gli dà l’opportunità di militare a favore del suo grande progetto politico: la costruzione europea. Nel 1945 il suo primo incontro è con l’ambasciatore britannico a Parigi sir Duff Cooper: «Ho avuto il tempo di riflettere – gli dice – durante la prigionia. Il vostro paese e il mio sono ormai troppo piccoli per vivere fra i due giganti usciti della Seconda guerra mondiale. Bisogna fare l’Europa unita».

Il progetto europeo di R. è in un primo tempo federalista (v. Federalismo), anglofilo e nettamente anticomunista. Al Congresso dell’Aia, nel maggio 1948, egli propone la creazione di un’Assemblea europea eletta a suffragio universale da tutti gli europei del blocco atlantico, con un deputato ogni milione di abitanti: «Oggi possiamo agire solo sulla base del consenso dei popoli. È la nostra dottrina, è la nostra fede. Quindi sono i popoli che dobbiamo convincere. A loro è necessario trasmettere lo spirito europeo». Ma questo progetto pionieristico raccoglie solo sei voti sui cinquecento membri presenti, che gli preferiscono un’assemblea in cui i membri sono nominati dai Parlamenti nazionali. Invece, il suo ordine del giorno presentato all’Assemblea nazionale, il 17 giugno 1948, a favore dell’integrazione della Germania nell’Unione europea è adottato da una (risicata) maggioranza di deputati. Qualche mese dopo R. è eletto dal Parlamento francese membro dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, che si riunisce per la prima volta a Strasburgo il 10 agosto 1949. Come presidente della commissione Affari economici dell’Assemblea svolge per molti anni un ruolo determinante. Nel 1950 organizza un viaggio privato negli Stati Uniti per incoraggiare gli americani a sostenere la costruzione europea e pubblica un’opera dal titolo S’unir ou périr, in cui reclama «l’Unione economica e monetaria» degli europei. Sostiene con entusiasmo il Piano Schuman del pool carbosiderurgico (v. Comunità europea del carbone e dell’acciaio), auspicando anche che l’assemblea del Consiglio d’Europa – di cui deplora l’immobilismo nell’agosto 1950 – eriga una statua al suo artefice. Si dichiara favorevole al progetto di una Comunità europea di difesa (CED), che difende in ogni circostanza dalla tribuna della Camera e dell’Assemblea di Strasburgo. Nel novembre 1951 scrive a Winston Churchill per rimproverargli l’opposizione al Piano Pleven. In occasione di una conferenza a Oxford ricorda ai britannici: «Se continuate a tenervi lontani dall’Europa, questa non si unificherà». Nel giugno 1953, al termine di una lunga seduta dell’Assemblea di Strasburgo, vede naufragare la sua grande idea di un potere esecutivo sopranazionale. Ma nell’agosto 1954, all’Assemblea nazionale, condanna energicamente coloro che rifiutano la CED: «È una sconfitta per la civiltà e per la pace», ed esprime un giudizio molto duro su Pierre Mendès France, al quale rimprovera la sua neutralità sulla questione: «Se è il vostro atteggiamento a far fallire l’Europa, dovrete temere il giudizio della storia». Qualche settimana più tardi, dopo gli Accordi di Londra, la sua collera non è diminuita: «Tutto quello che abbiamo voluto costruire da sei anni, sotto la direzione della Francia e con l’Inghilterra come associata, è crollato». Sotto un uragano di applausi R. torna al suo posto; Antoine Pinay lo segue in segno di omaggio.

Sotto la V Repubblica lo attendono nuove battaglie europee. A partire dall’ottobre 1960 si oppone apertamente alla politica di dissuasione incarnata dal generale de Gaulle e reclama una bomba atomica per l’Europa e non solo per la Francia. Nel giugno 1962, qualche settimana dopo l’investitura del governo di Georges Pompidou, chiede una dichiarazione sulla politica estera che lo vincoli alle sue responsabilità. Lo scontro culmina nella seduta parlamentare del 4 ottobre 1962, quando R., portavoce del Cartello dei contrari, attacca duramente nell’emiciclo la revisione presidenziale: «Per noi, repubblicani, la Francia è qui e non altrove». Nelle elezioni successive è sconfitto dal candidato gollista e dedicherà i suoi ultimi anni a combattere il potere. Nel 1964 pubblica un violento pamphlet contro La politique étrangère du gaullisme, in cui rimprovera al generale di voler frenare la marcia dell’Europa verso l’unità. Il suo risentimento è così forte che invita a votare per “l’europeo” Jean Lecanuet al primo turno delle presidenziali del 1965 e anche a sostenere François Mitterrand al secondo turno. Pochi giorni prima di morire, il 21 settembre 1966, annota questa osservazione disincantata: «Se oggi avessi la parola, non mi sarei staccato dalla NATO, non mi sarei dissociato dalle democrazie… Ma ho perso la parola…».

Jean Garrigue(2010)